Archivio di marzo 2007

Le leggi fondamentali della stupidità umana

sabato, 31 marzo 2007

Stupido 

Alcuni anni fa, girovagando su internet mi imbattei per caso in un sito esteticamente sobrio, scarno ma ricco di contenuti interessanti.

Il sito era Il potere della stupidità di Giancarlo Livraghi.

Al suo interno l’autore, prendendo spunto da un piccolo saggio intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana, scritto da Carlo Maria Cipolla, professore di storia dell’economia a Berkeley, traccia un arguto e divertentissimo quadro sulla stupidità umana.

Quando l’autore parla dei rapporti fra stupidità e potere, raggiunge dei vertici di comicità assoluta. La storia, gli eventi più importanti dell’umanità, le guerre: tutto viene reinterpretato e spiegato sulla base di azioni di stupidità colossale ad opera di stupidi al cubo. Il quadro tratteggiato è veramente geniale, illuminante, e purtroppo drammaticamente inquietante.

Personalmente, nella vita e nel lavoro, ho avuto molto a che fare con stupidi che detengono posizioni di potere e devo dire che la mia lotta personale contro di essi, o quantomeno il tentativo di opporvisi mitigandone le azioni nefaste e deleterie, si è spesso ritorta contro di me. Contro la stupidità c’è effettivamente poco da fare. Gli stupidi come si dice molto bene nel saggio, sono imprevedibili e pericolosi.

I brani che seguono sono tratti da varie sezioni del sito Il potere della stupidità di Giancarlo Livraghi, che vi invito caldamente a visitare:

Sono sempre stato affascinato dalla stupidità. La mia, naturalmente. E questa è già una grossa fonte di preoccupazione. Ma le cose si complicano molto quando abbiamo l’occasione di scoprire come persone potenti e influenti prendono “grandi” decisioni con “grandi” conseguenze. Tendiamo spesso ad attribuire decisioni sbagliate (o catastrofiche) a intenzionale perversità, astuta cattiveria, megalomania, eccetera. Questi comportamenti ci sono – e in esagerata abbondanza. Ma un attento studio della storia (come degli avvenimenti in corso) porta all’inevitabile conclusione che la principale causa di terribili errori è una: la stupidità.

Le cinque Leggi della Stupidità secondo Carlo Cipolla.

Prima legge
Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

Seconda legge
La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.

Terza (e aurea) legge
Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.

Quarta legge
Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.

Quinta legge
La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Le persone intelligenti, per quanto ostili possano essere, sono prevedibili, mentre gli stupidi non lo sono. Inoltre, il corollario “Lo stupido è più pericoloso del bandito” ci porta nel cuore della Teoria di Cipolla, che suddivide le persone in quattro categorie:

Le quattro categorie di persone

  • Sprovveduti: Persone che con il loro agire danneggiano se stesse mentre producono un vantaggio per qualcun altro.
  • Intelligenti: Persone le cui azioni avvantaggiano loro e anche gli altri.
  • Banditi: Persone che agiscono in modo da trarne vantaggio ma danneggiare gli altri.
  • Stupidi: Persone che agiscono in modo da causare un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.

Corollari di Livraghi alle Leggi di Cipolla

Primo corollario
In ognuno di noi c’è un fattore di stupidità che è sempre maggiore di ciò che pensiamo.

Secondo corollario
Quando la stupidità di una persona si combina con la stupidità di altre, l’effetto cresce in modo geometrico. Questo può aiutare a spiegare il noto fatto che le folle sono molto più stupide delle singole persone che le compongono.

Terzo corollario
La combinazione delle intelligenze di persone diverse ha un effetto minore della combinazione di stupidità, perché (quarta legge di Cipolla) “le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide”.

Ghost Dog - Il codice del samurai

venerdì, 30 marzo 2007

Ghost Dog

Ghost Dog è uno straordinario film di Jim Jarmusch del 1999.

È la storia di un killer della mafia, Ghost Dog (interpretato da uno strepitoso e monumentale Forest Whitaker) che vive su un tetto abbandonato di un edificio di New York in compagnia dei suoi unici amici, i piccioni viaggiatori.

Ghost Dog è un tipo solitario e misterioso, seguace delle rigide regole di un antico testo orientale, l’Hagakure, il codice segreto del samurai. Si muove come un rapper e si allena, medita e agisce con il senso dell’onore degli antichi samurai.

Nessuno conosce la sua faccia e la sua identità, tranne Louie un membro della gang mafiosa che gli ha salvato la vita e al quale Ghost Dog è devoto come un samurai al suo padrone.

Ghost Dog è un uomo solitario, di poche parole, che si è autoemarginato da un mondo che egli vede ostile. Pur essendo un killer egli mantiene una purezza e un’onestà di fondo simile a quella di un bambino (non a caso diventerà amico di una bambina, nel film).

Tutti i personaggi del film, i piccoli mafiosi italo-americani della periferia di New York sono rappresentati in modo antieroico, antiepico, lontano mille miglia dalle rappresentazioni della mafia a cui siamo abituati dai film di Coppola e Scorsese. Questi personaggi sono miserabili, mediocri, spesso ridicoli. Sono dei perdenti anche loro, dei falliti.

Ghost Dog ha un unico amico, un ambulante nero di Haiti venditore di gelati che parla solo francese, e con cui egli intrattiene dei dialoghi assurdi, visto che nessuno comprende la lingua dell’altro, come a ribadire che la lingua non è un elemento indispensabile per instaurare un’amicizia e una comunicazione “vera” fra uomini.

Altro personaggio fondamentale, tratteggiato con tocco leggero ma efficace, è quello della figlia del boss (Tricia Vessey) che rimane fedele al suo uomo fino alla morte, in un misto di rassegnazione, fatalismo, obbedienza.

Il tema della morte aleggia continuamente su Ghost Dog come sui samurai del passato, scandita dai passi letti dal protagonista (in voce off) e tratti dall’Hagakure - il libro dei samurai.

La morte in questa particolare visione della vita costituisce un approdo naturale, quasi un premio, poiché è la logica conclusione del fatto che si è agito nel migliore dei modi; nella logica dei samurai aver paura della morte è un grave errore  perché può inficiare l’efficienza del servitore nei confronti del suo padrone a cui egli deve totale obbedienza e fedeltà. Il vero samurai non ha scelta, il suo destino è segnato.

Di seguito riporto alcune sequenze del film particolarmente affascinanti.


La sequenza d’apertura, effettuata a volo d’uccello sulla città di New York.


La sequenza dell’esercitazione con la katana (la tipica spada dei samurai) sul terrazzo di casa, resa ancora più affascinante dall’uso dello slow-motion e dalla dissolvenza incrociata, su una base musicale ipnotica (la colonna sonora è opera di RZA membro fondatore del Wu Tang Clan, uno dei gruppi più innovativi dell’hip hop);


L’addestramento dei piccioni viaggiatori nella sua terrazza abbandonata, una sequenza onirica che trasmette un grande senso di libertà e serenità.

Altre sequenze sono particolarmente affascinanti, come quelle in cui l’hip-hop accompagna le sue missioni di morte in una New York tetra e notturna, in sequenze che ricordano da vicino, per l’atmosfera e il senso di degrado e solitudine, il film Taxi Driver di Scorsese.

Una menzione particolare va fatta per la musica, opera di RZA, fondatore del Wu Tang Clan, che rappresenta il lato più oscuro e inquietante dell’hip hop.

Titolo: Ghost Dog - Il codice del Samurai (Ghost Dog)
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Robby Muller
Interpreti: Forest Whitaker, John Tormey, Henry Silva, Isaach de Bankolé, Tricia Vessey, Victor Argo
Nazionalità: USA, 1999
Durata: 1h. 56′ 

L’albero, il figlio, il blog

giovedì, 29 marzo 2007

Carrubo

Non ricordo più chi fu a dire che per vivere la vita in modo pieno e dignitoso un uomo deve fare almeno tre cose nella vita:

“Piantare un albero, educare un figlio, scrivere un libro”.

Cercando su internet la frase viene a volte attribuita al poeta Federico García Lorca, a volte al filosofo Francis Bacon, altre volte viene indicata come un antico detto cinese.
Il fatto che non si riesca ad individuarne con certezza la paternità, contribuisce ad accrescerne il fascino e il mistero.

Nella mia adolescenza ho piantato molti alberi; nella maturità ho avuto due figlie che sto adesso crescendo ed educando; quello che mi mancava era il libro.

In attesa di scriverlo – in realtà ho già un progetto ben delineato su cui sto lavorando da mesi – ho deciso di liberare parte dei fantasmi, delle idee e delle immagini che affollavano da tempo la mia mente aprendo questo blog.

Una sorta di valvola di sicurezza che permetterà a questi concetti e idee di fluire liberamente, di liberare la loro energia da troppo tempo trattenuta, e al contempo di fare in modo che le immagini centrali e i nuclei fondamentali della mia riflessione trovino più adeguata espressione in altre forme.

Mi ero dato l’obiettivo di aprire il blog prima di avere compiuto i quarant’anni d’età, una soglia importante nella vita di un uomo, un’età critica, fatta di bilanci, riflessioni, ripensamenti. Un momento fondamentale per guardarsi allo specchio, riflettere e riprogettare la propria identità, la propria vita in modo più autentico, sincero, genuino.
Ebbene, ce l’ho fatta.

Questo blog è il miglior regalo di compleanno che potessi mai farmi.

Lo dedico a mio padre e mia madre, a mio fratello Anthony, alla mia compagna Annemieke, alle mie figlie Edith e Isabel.