Archivio di aprile 2007

Internet, sicurezza, privacy e motori di ricerca

sabato, 28 aprile 2007

Google 2084

Ho sempre avuto una naturale, viscerale, direi quasi atavica repulsione e refrattarietà per tutto ciò che sapesse vagamente di marketing, profilazione utenti, segmentazione clienti, indagini conoscitive di mercato, sondaggi di opinione.

Questo è il motivo per cui faccio raramente acquisti con carta di credito, non ho il telepass, rispondo di proposito in modo fantasioso ed inventato alle solerti intervistatrici (che tra l’altro non hanno nessuna colpa) che fanno telemarketing, possiedo un modello di telefonino vecchio di 5 anni, non ho l’abbonamento alla TV via satellite (già non guardo la TV normale, il calcio non mi interessa), odio i viaggi organizzati, le “partenze intelligenti”, la stagione dei saldi, le offerte promozionali.

Non mi piace essere classificato, etichettato, “profilato”, “targettizzato”. Non sopporto che le mie abitudini vengano studiate e analizzate, come fossi una cavia da laboratorio. Voglio far parte della “percentuale irrilevante” che è statisticamente ininfluente ai fini del mercato, essere la scheggia impazzita che sfugge alle maglie del sistema, la variabile non prevista. La battaglia per la libertà dell’individuo oggi si gioca anche, e soprattutto, su questo terreno insidioso.

Non metto certo in discussione la validità delle tecniche usate e dei principi teorici che vi sono alla base - in parte li conosco e ho anche lavorato a progetti web nati proprio per rispondere ad esigenze di questo tipo - ma è il modo in cui vengono usati che critico, il fine per cui vengono utilizzati.

Le metodologie di marketing sempre più aggressive, le tecniche di profilazione degli utenti sempre più avanzate e raffinate rese possibile da Internet, stanno rivoluzionando le nostre abitudini, i nostri comportamenti, la nostra stessa vita in un modo che non è più possibile ignorare.

Ormai non si fa più un progetto se non c’è prima dietro un’analisi di mercato, non si finanzia un’idea se non c’è un business plan con un piano di rientro economico, non si lancia un nuovo prodotto (film, videogioco, programma televisivo, libro, detersivo, mangime per cani, telefonino…) se prima non si sono sondate con cura le aspettative dei consumatori per dare loro esattamente quello che vogliono, o meglio, quello che si crede che essi vogliano.

Giusto, in teoria, in un mondo perfetto. Peccato che il mondo non lo sia.

Peccato che il mercato libero di fatto non esista, che le persone che stanno dietro alla decisione di lanciare un progetto siano spesso poco competenti, che il capo voglia sempre sentirsi dire solo quello che gli piace sentire, che la torta degli affari venga spartita sempre fra i soliti noti, peccato che la natura umana, specie quella degli imprenditori, tenda sempre ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo (dove “massimo risultato=profitto” e “minimo sforzo=costi“).

Assistiamo così a uno scadimento generale della qualità, a una omologazione verso il basso di tutto ciò che ci viene proposto, a una messa al bando delle idee e delle persone originali, innovative, scomode. Tutto deve tendere a una mediocrità rassicurante, ad un piattume desolante, con l’unico scopo di rimbambire la massa e di riempire le casse delle aziende. Gli strumenti e le tecniche sofisticatissime del marketing vengono usate esclusivamente per creare e proporre cloni riciclati, scadenti variazioni sul tema, brutte copie dell’esistente. Non esistono quasi più piani industriali basati sull’innovazione, né produttori o editori intraprendenti che scommettono su un’idea valida, anche se rischiosa.

L’avvento di Internet, e in particolare l’esplosione dei motori di ricerca degli ultimi cinque anni, ha complicato ulteriormente la questione, portando a livelli inimmaginabili le tecniche di profilazione degli utenti e quindi la possibilità di tracciare e conoscere ogni singolo comportamento e azione di ognuno di noi.

A questo proposito riporto alcuni brani, che mi sono sembrati particolarmente significativi ed inquietanti, tratti da un articolo segnalatomi alcuni mesi fa da un amico, e che è oggi quanto mai attuale. L’articolo in questione è intitolato ”La minaccia fantasma” ed è scritto da un esperto che si occupa da anni di sicurezza informatica e difesa della privacy. L’articolo è abbastanza lungo, molto ben fatto, e alla fine della lettura vi avrà insinuato dei dubbi su Google che non vi abbandoneranno più. Eccone alcuni estratti:

Pensate alla navigazione in Internet di un utente. Forum, siti di informazione, motori di ricerca, webmail, mailing list, newsgroup. In tutti questi luoghi virtuali spargiamo delle informazioni che ci riguardano.
Su “maporama” lasciamo indicazione di un luogo dove vogliamo recarci e del quale ci serve una mappa.
Sul forum chiediamo quale prodotto comprare, perché il vecchio non ci ha convinti.
Sul motore di ricerca cerchiamo informazioni riguardo a quello cui lavoriamo, per vedere se altri hanno già fatto qualcosa di simile, ne hanno già discusso o se già esiste quello che vogliamo realizzare. Sicuramente non cerchiamo informazioni che non ci interessano.

Se ci fosse un servizio statale in grado di offrire e-mail veloci, forum gratuiti, motore di ricerca internazionale, servizi di consultazione conti correnti… ci fideremmo? Probabilmente di meno.
Si capirebbe troppo chiaramente che facendo affidamento ad un sito solo, questo sito saprebbe tutto di noi.
Si capirebbe troppo chiaramente che, se perdessimo la nostra login e la password di un sito così importante, un malintenzionato potrebbe sapere tutto di noi.
La percezione di “diffondere” informazioni, anche obiettivamente sensibili, sotto uno pseudonimo scelto a caso, con altri pseudonimi più o meno conosciuti, ci dà la sensazione di stare tra un gruppo di persone più o meno fidate, con le quali perlomeno possiamo parlare senza filtri in un determinato contesto.

Ma cosa potrebbe succedere, se qualcuno, o qualcosa, fosse in grado di mettere insieme tutti i pezzetti di informazioni che ci riguardano e che sparpagliamo per la rete?
Se quello che abbiamo scritto in una e-mail, i siti visitati l’altro ieri e l’annuncio su un blog fossero tutti riconducibili a noi?
Sarebbe un incubo? Ma non lo è. O almeno i prerequisiti tecnici perché non sia solo un brutto incubo ci sono. Sta quindi alla buona fede dell’entità non sfruttare questi dati contro di noi.

Chi e cos’è quest’entità?

Sono i motori di ricerca, l’unico strumento su Internet davvero insostituibile. Insostituibile perché svolge una funzione di “unione” tra il bisogno dell’utente di accedere ad un archivio unico e centralizzato e la necessità della rete di essere decentralizzata e sparsa.

L’analisi che segue verte per lo più su Google, tecnicamente il migliore secondo molti aspetti, e di conseguenza anche il più inquietante.

Il cookie “eterno”: Google è l’unica entità che usa i cookie impostati per spirare domenica 17 Gennaio del 2038, cioè la massima data esprimibile attualmente con 32 bit. Se avessero potuto mettere 2100 l’avrebbero fatto, e perché? Basta pensare all’utilità di un cookie. Agli albori del web, i cookie aiutavano ad ottimizzare la trasmissione. Quando mi collegavo ad un sito scaricavo con il modem macinino a 56k tutte le pesanti immagini e un piccolo cookie. La volta successiva la presenza di quel cookie nel mio browser mi consentiva di sapere che non avrei dovuto riscaricare le immagini, le avevo già nella cache. In seguito le vecchie e statiche pagine HTML sono diventate dinamiche, si sono trasformate in applicazioni, è stato necessario identificare gli utenti ed i cookie hanno preso la funzione di “riconoscere” un utente che si era autenticato con una certa coppia username/password tempo prima, in modo da togliergli la pesantezza di rifare login. I cookie attualmente, vista la quantità di web application che usiamo, prendono significato per il server consentendogli di lasciare informazioni sul nostro computer (lingua, identificativo univoco che gli consente di farci autenticare senza login e password, date di accesso, preferenze,…). È una feature a tutti gli effetti.

L’”immagine” degli interessi della massa. La massa è il target per eccellenza, se vendo lavatrici non cerco di conquistare la massaia 90enne che lava al fosso con il sapone di marsiglia, perché rappresenta una minoranza. Ma tutte le famiglie, i single e le massaie rimanenti, loro sono un target succulento per le mie lavatrici. Supponi ora di sapere cosa le persone CERCANO, come resistere all’opportunità di dar loro il suggerimento che si aspettano? Come poi resistere quando posso rivendere questo servizio pubblicitario?

Quello che un motore di ricerca può offrire è ancora meglio. La “profilazione”, ovvero la tecnica con la quale raccogliendo informazioni su una persona si può descrivere il suo profilo comportamentale, di interessi e di cultura dà spazio ad attacchi ancora più seducenti. Quando il nostro profilo è collegato al nostro cookie, quando la nostra storia può essere presa a riferimento per il suggerimento adeguato, otteniamo una pubblicità mirata su quello che ci interessa in un determinato momento e contestualizzato per chi siamo. Pubblicità su misura per ogni utente, esiste qualcosa più irresistibile?

Capisco che nella mia analisi possa sembrare davvero negativo, ma se penso all’infinità di tecnologia a disposizione di Google, alle ricerche di personale che effettuano, alle capacità richieste ai loro collaboratori, mi chiedo quanti nonni ricchi deve avere per finanziare un’opera così filantropica e pura, per di più: GRATIS!

Quanto vale la prima posizione nella pagina dei risultati di una ricerca? In un motore di ricerca, essa dovrebbe essere legata all’attinenza della fonte con l’argomento cercato, valutata in relazione a quanti altri siti la usano come “riferimento”. Ci sono decine di algoritmi pensati per gestire il “ranking” (la rilevanza associata ad un link in modo da assegnargli una posizione più alta nella pagina dei risultati rispetto ad uno di rilevanza inferiore) nel modo più obiettivo possibile.

In un mondo perfetto infatti, il tasto “mi sento fortunato” che ti manda automaticamente al primo link dei risultati, sarebbe davvero una soluzione magica: inserisci una domanda e ti appare la risposta. In un mondo perfetto l’informazione sarebbe corretta, obiettiva, imparziale, in modo da indottrinarci senza volerci trasmettere una visione parziale dell’argomento di nostro interesse. Il mondo perfetto non esiste, tutti siamo parziali e soggettivi. Anche i primi 5-6 link che appaiono in risposta ad una ricerca. Ho detto 5-6 volutamente, perché “normalmente” non si aprono più di 5 siti alla ricerca di una risposta, se non la si è trovata è molto più facile affinare i criteri ed eseguire una nuova ricerca ottenendo per risultato altri siti.

Cosa implica questo? Normalmente se leggiamo una descrizione che riguarda un argomento che conosciamo sappiamo dire se essa è in linea con quello che sappiamo a riguardo. Meglio ancora sarebbe possedere un’esperienza personale da usare come metro di paragone per valutare la bontà dell’informazione che riceviamo, ma in mancanza di altro, conoscenze bilaterali possono già dare una buona base. Quando invece apprendiamo qualcosa di nuovo, ci viene naturale credere all’informazione ed acquisirla così com’è.

Tutti siamo rimasti stupiti da quanto sia facile apprendere nuove informazioni con Internet! Inserisci una domanda, una curiosità, la radice per un chiarimento e lo trovi sempre! Ma ci siamo mai interrogati riguardo l’imparzialità dell’informazione ottenuta? Sicuramente. La risposta sta nel sito che abbiamo visualizzato. Un’università, un blog con commenti seri e sensati, un sito di un professionista. Ma la risposta non deve stare in chi, genuinamente, mette a disposizione la propria conoscenza, ma piuttosto nella domanda: “perché sto leggendo solo questo e non consulto le altre fonti?”

Il motivo non è il controllo. Purtroppo no.
Verosimilmente un colosso come Google non potrebbe mai prendere esplicitamente parte a cospirazioni censorie e mantenere la cosa segreta. Casi diplomatici come Google.cn non sono un esempio valido. Ma basti pensare alla quantità di personale che vi lavora sopra, un’informazione di tale delicatezza trapelerebbe decuplicando la visibilità dell’oggetto censurato. Mentre è meno segreto che il potere di google è LA PUBBLICITÀ.

E qui entra in gioco la profilazione. Se prima si poteva presupporre, nonostante l’antitrust, che un colosso fosse in grado di controllare il mercato del proprio settore, ora non è più così. Certo, se cercherai “router” Cisco sarà sempre presente in 9 risultati su 10, ma più specifiche saranno le parole chiave inserite più troverai qualcosa di adeguato alla tua ricerca. Questa è la profilazione: sapere cosa vuoi e proporti il link di chi ha pagato per apparire sul tuo monitor in quel preciso momento.

La profilazione cresce, si perfeziona, si avvicina a te, conoscendoti in aspetti che tu stesso ignori. Questo è il rischio: che ti vengano propinati prodotti, idee, concetti, nel modo per cui sei più vulnerabile.

Guarda caso, quando si sottoscrive qualche servizio Google si accetta una delle tante licenze liquidate con un “accetto e proseguo”.
In quella licenze non si dice “tutto e nulla” come si teme. Dicono apertamente che Google analizza i dati raccolti a fini statistici. Ma i dati raccolti non sono solo “le 10 parole più ricercate nel mondo”, sono i nostri cookie, i nostri referrer, le ricerche ad essi correlate, ecc.

Ma supponiamo questo articolo venga letto da molte persone. Cosa cambia? Nulla. Nulla perché uno strumento simile ha come finalità l’attacco alle MASSE. Anzi, sono una porzione di informazioni che seguono condizioni ferree, alle quali non possiamo sottrarci.
Singolamente possiamo proteggerci, ma ci sono informazioni che prendono valore in relazione al numero di persone che le stanno richiedendo, e la maggior parte degli utenti non usa alcuna protezione a riguardo. A quel punto, che ci si sia protetti o meno, le azioni intraprese saranno le stesse nei confronti della massa, noi compresi.

300 di Frank Miller: dal fumetto al film

mercoledì, 25 aprile 2007

Leonida film 300 

Dopo averne sentito molto parlare ho visto finalmente il fim 300, diretto da Zack Snyder e tratto dall’omonimo fumetto di Frank Miller, che si era ispirato a sua volta a un altro film, The 300 Spartans, che egli aveva visto da piccolo.

Il film narra la famosa storia delle battaglia delle Termopili svoltasi nel 480 a.C., in cui il re spartano Leonida a capo di un manipolo di 300 suoi uomini, scelti fra i più forti e valorosi opliti, riuscì per ben tre giorni a fermare l’avanzata del poderoso esercito persiano comandato da Serse I, infliggendo grandi perdite al nemico nonostante l’enorme disparità delle forze in campo.

Questo fu reso possibile, oltre che dalle straordinarie capacità di combattenti degli spartani, anche dal fatto di avere attirato astutamente i persiani a combattere all’imboccatura di una stretta gola, quelle delle Termopili appunto, vanificando in questo modo la grande forza d’impatto dell’esercito di Serse e riducendo la battaglia a dei combattimenti corpo a corpo, in cui gli spartani eccellevano nel mondo antico per il loro valore.

Opliti   Dettaglio sguardo Leonida   Serse urlo

Il film, pur essendo pieno di inesattezze storiche, in molte sequenze ricalca fedelmente alcuni passi riportati dallo storico greco Erodoto. Ad esempio, il fatto che nel primo giorno di battaglia, quando Serse intimò ai Greci di gettare le armi, Leonida abbia risposto “Venite a prenderle“, o che il terzo e ultimo giorno Leonida esortò i suoi uomini a fare una colazione abbondante, perché quella notte avrebbero cenato nell’Ade.

Ma qui non mi preme sottolineare la presunta aderenza o meno del film alla verità storica dei fatti. Un film è un testo che si propone principalmente un fine estetico, e non la testimonianza documentaristica dei fatti, soprattutto quando questi si perdono nella notte dei tempi e sono avvolti dalla luce del mito.

Sono stati già scritti molti articoli, più o meno sensati, che vanno in questa direzione, e che si perdono in disamine sterili sulle inesattezze storiche del film.

Certo, Serse non era un uomo di colore, e nemmeno i suoi messaggeri, ma piuttosto un uomo di razza ariana, come le popolazioni che vivono nell’attuale Iran, e non era certo alto 3 metri; sappiamo anche come la civiltà persiana, pur essendo capace di atrocità e orrori assai comuni a quei tempi in tutte le latitudini, era in realtà molto avanzata e tollerante verso le popolazioni e le etnie che dominava.

Messaggero buco film  Messaggero buco fumetto  Messaggero buco film  Messaggero buco fumetto

Gli efori non erano certo quei mostri orripilanti raffigurati nel film, ma erano i 5 magistrati più importanti nelle istituzioni di Sparta, e avevano potere e competenze in fatto di politica estera e difesa della patria.

Ma questi sono solo dettagli.

A me il film è piaciuto molto per il suo notevole fascino visivo e per la straordinaria forza iperrealistica con cui mette in scena i combattimenti: l’uso accorto dell’accelerazione e del ralenti, le zoomate vertiginose e le riprese in movimento rese possibili dalla computer graphics, la fotografia dai colori ultrasaturi e scuri, virata in una sorta di bianco e nero colorato a mano (come nei fumetti), la rappresentazione straordinaria degli ambienti nelle scene panoramiche e di massa (penso alla tempesta che si abbatte sulle navi persiane).

Navi film   Navi fumetto   Rupe film

Tutti questi elementi contribuscono a coinvolgere lo spettatore e a trascinarlo “dentro la storia”, a fargli assaporare la forza barbara, la voluttà di morte, la bellezza terribile e il fascino tremendo dei combattimenti ad armi bianche, la laconica ed eroica determinazione con cui trecento uomini si sacrificarono per la salvezza della loro patria.

Sotto un cielo scuro e rossastro, attraversato da bagliori corruschi, assistiamo ai tremendi combattimenti fra uomini che sanno di essere predestinati a morire, sentiamo il tremendo cozzare delle spade sugli scudi, il clangore delle armi sulle corazze, rimaniamo colpiti dal guizzo atletico dei muscoli, dalla bellezza plastica del gesto un attimo prima che questo dia la morte, dal tendersi del corpo come un arco prima di scagliare una lancia, osserviamo la bellezza scultorea dei corpi plasmati dall’addestramento, il sangue sprizzare a fiumi, teste ed arti troncati volare nell’aria.

Opliti sulla rupe film      Opliti sulla rupe fumetto      Serse fumetto

Serse nel film    Serse nel fumetto   Serse e Leonida nel film

Uno spettacolo barbaro e violento certo, ma affascinante, che lambisce da vicino gli istinti più profondi e oscuri dell’animo maschile, quelli meno addomesticati dalla ragione e dal vivere civile. Chi non ha mai sognato nelle proprie ardenti fantasie di ragazzo, di far parte di un manipolo di uomini forti e coraggiosi come i 300 spartani, guidati da un comandante intrepido e sprezzante del pericolo come Leonida, coinvolti in una battaglia già persa in partenza contro un nemico enormemente più forte, ma che ugualmente, contro ogni logica e previsione, oppongono il loro valore di guerrieri e la loro dignità di uomini liberi fino a sacrificare la propria vita, in un atto supremo di ribellione al destino e agli dei?

Messaggero a cavallo film  Messaggero a cavallo fumetto   Leonida

Ma al di là dei significati e delle corrispondenze che ognuno trova nel proprio animo, forse a molti è sfuggito il fatto che il film 300 è la fedele riproduzione cinematografica del fumetto da cui è tratto. Certo, in molti hanno sottolineato il fatto che il film fosse tratto dal fumetto, ma nell’epoca del rapido e furtivo copia e incolla a cui internet ci ha abituati, in pochi sono andati a verificare la fonte, cioè il fumetto, per trarre dei giudizi più equilibrati e sensati.

Quella che vi propongo di seguito è una breve panoramica di inquadrature e immagini tratte dal film, messe a confronto con le analoghe immagini del fumetto, sempre di Frank Miller. Il risultato è veramente sbalorditivo. Il fumetto è in pratica lo storyboard fedele del film, financo nei dettagli e nelle battute, nelle fisionomie dei personaggi, nella messa in scena dei combattimenti, nei vestiti, nelle armature. Anche l’atmosfera del film riproduce fedelmente i colori e i toni del fumetto.

Lupo - confronto film e fumetto    Lupo - uccisione   Immortali

Battaglia   Opliti - fumetto   Opliti film

Ci troviamo di fronte ad un’operazione unica, simile per certi versi al rigore filologico con cui il regista Gus Van Sant ha rifatto nel 1998 il film Psycho di Hitchcock, discostandosene solo per l’uso del colore e per certe licenze che si è preso nella rappresentazione di alcune scene chiave.

Il film 300 è il tentativo estremo, e molto più riuscito di Sin City, di “filmare e animare un fumetto“, mantenendosi in un continuo, precario e instabile equilibrio fra cinema e fumetto, alternando e mischiando i codici espressivi, gli stilemi e le modalità di rappresentazione di entrambe le arti.

Credo che rimarrà un caso unico, legato com’è, in modo indissolubile, al genio visionario del suo autore Frank Miller.

Le regole del giallo secondo Camilleri e Lucarelli

venerdì, 20 aprile 2007

Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli

Sono un appassionato lettore di romanzi gialli, e un cultore di film noir. Dal presunto capostipite del genere giallo I delitti della via Morgue di Edgar Allan Poe (grande e visionario genio della letteratura mondiale contemporanea), per passare a Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, ai romanzi di Agatha Christie (con quel classico insuperabile che è Dieci piccoli indiani) per continuare con i film di Hitchcock, i classici con Humphrey Bogart e, omettendone tanti altri per questioni di spazio, finire con Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli.

Ho letto tutti i romanzi di Camilleri, conosco un po’ meno Lucarelli.

Questo lunedi 16 aprile è andato in onda su Rai 3, alle 23.50, un documentario molto bello e affascinante imperniato sul rapporto che due tra i migliori scrittori italiani contemporanei - Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli -  hanno con la scrittura e l’atto creativo, e sulle regole e i meccanismi narrativi del giallo.

Il documentario, della durata di 52 minuti e prodotto dalla minimum fax, si chiama A quattro mani e la regia è curata da Matteo Raffaelli.

Dall’esperienza di questo documentario è nato anche l’esperimento di un “romanzo epistolare a quattro mani“, che probabilmente sarà pubblicato a fine 2007, in cui i due scrittori si cimentano in una sorta di jam session narrativa che ruota attorno ad un delitto misterioso su cui vengono chiamati ad indagare i due personaggi simbolo di Camilleri e Lucarelli: il commissario Salvo Montalbano e l’ispettrice Grazia Negro.

Ma a parte questa uscita letteraria che non mancherà di attrarre i numerosi fan degli scrittori (io sono fra questi), il documentario era molto interessante per il modo in cui i due autori confessavano davanti alla camera da presa episodi inediti della loro infanzia, estremamente significativi per la comprensione del loro stile e del loro universo narrativo, e svelavano il loro modo personale di approcciare il lato creativo della scrittura.

Di questo documentario trascrivo alcune parti che mi hanno particolarmente colpito, ricavandone il testo da qui.

Lucarelli: «Cominci a scrivere perché hai in testa una storia e questa storia non te la sta raccontando nessuno. Io ho cominciato a scrivere esattamente per questo motivo».

Camilleri: «Negli ultimi trent’anni il giallo considera il delitto un elemento scatenante, ma non determinante ai fini del racconto. Oggi non è tanto il chi ha ucciso che interessa in un romanzo giallo, ma il perché è stato ucciso. Questo perché è stato ucciso uno, fa sì che si esca dal romanzo giallo, dallo schema trito del giallo, per diventare un romanzo qualsiasi, senza possibilità di catalogazione, poiché tutto il contesto, vale a dire il perché, diventa alla pari con l’elemento scatenante».

Lucarelli: «Il romanzo giallo non diciamo che ha delle regole, perché tutti gli anni esce fuori uno scrittore di gialli che dà le sue dieci regole che contraddicono le altre dieci dell’anno prima. Non parliamo di regole, diciamo che ha una grammatica.
Ha una grammatica ben precisa che è una grammatica narrativa, cioè racconti le cose in un certo modo, ottenendo certi effetti, e alla fine tutto quello che racconti deve tornare in un certo modo. All’interno a questa grammatica devi fare quella cosa che è tipica dello scrittore, che è meravigliare. Devo, all’interno di questa grammatica, trovare un mio spazio, questo vuol dire che devo romperla scardinarla, rifarla, trovarne le contraddizioni, e riscriverla. Questa cosa si chiama sperimentare».

Camilleri: «Non credo che la letteratura serva a nulla, nel modo più assoluto, è una necessità di racconto mia, di raccontare qualche cosa che, per dieci minuti, possa divertire gli altri, interessare, ma non oltre questo tempo».

Particolarmente interessante anche la testimonianza di Lucarelli, quando descrive la sua “crisi narrativa” una volta arrivato a circa un terzo di un nuovo romanzo: crisi profonda, angosciante, spossante, che dura tre giorni come l’influenza, e che subito dopo, una volta “guarito” permette di riordinare e reincastrare tutti i tasselli del puzzle in modo corretto e di portare a termine il romanzo, riscrivendolo da capo.

Molto bello anche il ricordo di Andrea Camilleri sulla sua infanzia trascorsa in collegio (l’episodio delle uova tirate al gigantesco crocifisso nel refettorio e la conseguente cacciata dal collegio, con l’incubo ricorrente per circa quarant’anni è un vero pezzo d’antologia), illuminanti i dialoghi fra lui e Leonardo Sciascia, bellissimi i momenti in cui lo stesso Camilleri legge brani tratti dal suo romanzo storico “Il birraio di Preston”.

Per concludere, un documentario veramente ben fatto e degno di nota. Peccato che come sempre in Rai le cose più belle e interessanti vengano trasmesse sempre ad ora tarda, quasi si trattasse di film porno.

Un sistema operativo in soli 1,44 MB?

martedì, 17 aprile 2007

Operative Systems 

Sul blog Doxaliber è apparsa l’altro ieri la notizia che un gruppo di programmatori ha realizzato un sistema operativo, denominato KolibriOS, realizzato interamente in linguaggio Assembly.

La cosa veramente stupefacente è che tale sistema operativo è in grado di stare su un vecchio floppy disk perchè pesa meno di 1,44 MB!

Sì, avete capito bene! Meno di 1,44 MB!

Ne potete vedere un’anteprima dell’interfaccia grafica in questa foto presa dal blog di Doxaliber.

 KolibriOS

Per tutti i dettagli più o meno tecnici potete consultare i siti che vi ho appena menzionato.

Pur essendo evidente che tale progetto rappresenta una sorta di scommessa che gli autori hanno fatto con se stessi, per vedere cosa era possibile realizzare con il linguaggio Assembly, mi sorge sponatenea una domanda, come diceva il buon Lubrano di RaiTre:

“Ma com’è possibile che un’azienda come Microsoft lanci sul mercato un prodotto come Windows Vista, che richiede da solo quasi un GigaByte di Ram per essere operativo, e che sembra più una collezione di eleganti screensaver che un sistema operativo?”

Ho acquistato la settimana scorsa un PC portatile, e ho dovuto prendere anche Windows Vista, ahimé. Premetto che il portatile è di fascia alta: ha un processore Intel Core 2 Duo T5600 (1.83 GHz, 2 MB L2 Cache, 667 MHz FSB) e ha ben 2 GB di RAM.

Ebbene, Windows Vista, oltre ad essere macchinosissimo e richiedere la conferma di ogni azione anche per le cose più semplice e stupide, oltre ad essere stato pensato per confondere appositamente l’utente (per trovare il Menu ESEGUI ho dovuto utilizzare la funzione di Ricerca: ho scoperto che lo hanno messo dentro il menu ACCESSORI; non potevano lasciarlo dov’era prima?); oltra a farti perdere dieci minuti di tempo la prima volta che devi spegnere il computer per cercare il comando ARRESTA SISTEMA, oltre a tutta una serie di altri problemi… è lentissimo in un modo inimmaginabile, ti rallenta la CPU del computer anche per eseguire la più semplice della azioni (come caricare il profilo dopo avere inserito login e password.)

Mi sembra di essere tornato al mio vecchio 486 con Windows 311!

Allora la domanda sorge spontanea: ma lo fanno apposta per logorare il sistema nervoso degli utenti?

Avviso ai naviganti - informazione di servizio

martedì, 17 aprile 2007

Avviso ai naviganti

Informazione di servizio. 

Nei prossimi giorni il blog potrebbe risultare inaccessibile per delle operazioni di manutenzione sul server. Il disagio potrebbe durare al massimo un paio di giorni (come anche una semplice mezza giornata).

Nel frattempo continuate a visitare il mio blog, finchè vi risulta possibile.

Grazie

I 10 film della mia vita

sabato, 14 aprile 2007

 Apocalypse Now

Qualche anno fa - mi sembra fosse il 2001 - ero andato al cinema con un gruppo di amici in uno di quei colossali multisala anonimi e tristi dell’hinterland milanese, che sembrano tanto un incrocio mal riuscito fra un centro commerciale e un gigantesco McDonald’s, a vedere il film Apocalypse Now Redux, la versione di Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, restaurata ed allungata con circa un’ora di scene che non erano state incluse nella versione originale uscita all’epoca.

All’uscita, pur avendo apprezzato certe sequenze inedite (come quella dell’incontro tra Willard e la vedova francese e quella della tavola da surf), rimanevo dell’idea che la prima versione del film fosse la migliore: più onirica, più ambigua, più opaca alla comprensione, più disturbante.

Ho visto la prima volta Apocalypse Now al cinema pochi anni dopo la sua uscita - avrò avuto forse quindici anni - ed è stata una delle emozioni più intense e indelebili della mia vita. Quel film mi aveva letteralmente scioccato. Ed ancora adesso quando lo vedo, l’emozione è sempre intensa, profonda.

Quella sera, mentre andavo al letto, mi misi a riflettere su quali fossero i film che in assoluto erano stati più significativi per me, e da lì nacque l’idea, come per gioco, di stilare una classifica, una sorta di “top ten” dei dieci film più importanti della mia vita.

Da allora devo dire che la mia top ten è rimasta quasi immutata, salvo l’eccezione di un’uscita (L’angelo sterminatore - El Angel Exterminador - 1962 di Luis Buñuel) e l’entrata di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci.

Ecco la mia “top ten” (in ordine rigorosamente casuale):

  1. Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola
  2. Psycho (1960) di Alfred Hitchcock
  3. The Shining (1980) di Stanley Kubrick
  4. Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese
  5. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri
  6. Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) 1956 di Ingmar Bergman
  7. Rashômon (1950) di Akira Kurosawa
  8. Ultimo tango a Parigi (Last Tango in Paris) 1972 di Bernardo Bertolucci
  9. Nosferatu il vampiro (Eine Symphonie des Grauens) 1922 di Friedrich Wilhelm Murnau
  10. Amarcord (1973) di Federico Fellini.

Il criterio che ho adottato è stato quello di scegliere i dieci film che non mi stancherei mai di vedere, quelli che salverei sopra tutti, quelli che ho visto e rivisto decine di volte e che rivedrei sempre con immutata emozione.

Le esclusioni sono state dolorose, ma si tratta di un gioco, e come si sa i giochi sono una cosa “seria” e hanno regole ferree. Solo 10 film.

Il fatto che tutti questi film li abbia visti per la prima volta da ragazzino, rafforza la mia idea che il nostro immaginario si forma da piccoli, e che tutto il resto della nostra vita non è altro che un andare alla ricerca delle stesse forti emozioni provate allora, ma che difficilmente riusciamo a ritrovare e replicare in età adulta.

A questo punto chiedo a voi:

Quali sono i dieci film che hanno plasmato il vostro immaginario in modo indelebile e che hanno forgiato la vostra personalità a tal punto che pur avendoli visti decine di volte provate sempre nuove emozioni profonde e trovate inattese suggestioni ogni volta che rivedete anche solo una sequenza di essi?

L’italiano è la quarta lingua della blogosfera

giovedì, 12 aprile 2007

Web2 

Lo scorso 2 aprile 2007 Technorati, il più famoso motore di ricerca dei blog, ha pubblicato il report sullo stato della blogosfera relativo all’ultimo trimestre del 2006 (Q4).

Il rapporto integrale lo trovate nel sito ufficiale di Dave Sifry, il CEO di Technorati, che puntualmente ad ogni trimestre pubblica le sue statistiche approfondite e i trend su tutte le forme di “social media” presenti sul web, di cui i blog costituiscono il fenomeno attualmente più rilevante, ma che comprendono anche video on-line, foto, podcast, e altri spazi e fenomeni di socializzazione virtuale in rete.

Significativamente Sifry lo chiama “State of the Blogosphere / State of the Live Web”.

In breve alcuni dati impressionanti:

  • 70 milioni sono i blog attualmente censiti da Technorati;
  • 120.000 nuovi blog vengono creati ogni giorno;
  • 1,5 milioni di post vengono scritti ogni giorno;
  • 1,4 nuovi blog vengono creati ogni secondo;
  • 17 post vengono pubblicati ogni secondo.

Un’altra grande evoluzione molto significativa per David Sifry è costituita dal fenomeno dei tag, cioè gli attributi con cui gli utenti della blogosfera etichettano i contenuti multimediali che inseriscono in rete.  

La lingua più usata nei 71 milioni di blog censiti da Technorati è il giapponese, con il 37%. Ma con grande sorpresa, la lingua italiana, con il suo 3%, si piazza al quarto posto, scavalcando lo spagnolo.

Questa è la classifica delle prime dieci lingue più parlate nel mondo dei blog, secondo Technorati:

  • Giapponese, al primo posto con il 37%;
  • Inglese, secondo al 33%
  • Cinese, terzo al 8%
  • Italiano, quarto al 3%
  • Spagnolo, quinto a un po’ meno del 3%
  • Russo, sesto al 2%
  • Francese, settimo al 2%
  • Portoghese, ottavo al 2%
  • Tedesco, nono al 1%
  • Farsi, decimo all’1%
  • Altre lingue, 5%

Un dato molto significativo dei nuovi assetti mondiali anche su web, è il fatto che la lingua Farsi entra nella top 10 con il suo 1%. Il Farsi (conosciuto anche come persiano) è la lingua parlata in Iran, Tagikistan, Afghanistan e Uzbekistan.

Come nota Sifry uno dei dati più sorprendenti è il fatto che l’inglese non è la lingua più parlata nella blogosfera, e che anzi raggiunge poco meno di un terzo del totale (il 33%).

L’altro dato sorprendente è che la lingua al primo posto sia il giapponese.

Un terzo dato molto interessante che emerge dal confronto con gli altri report precedenti è che la blogosfera cinese, che era cresciuta in modo molto significativo nel 2004 e nel 2005, sembra essere in calo quest’anno. In concomitanza dei lanci di MSN Spaces in cinese e di Bokee.com si era avuto invece un picco del 25% di tutti i post in lingua cinese nel Novembre 2005.

Come far andare male un progetto

mercoledì, 11 aprile 2007

 Grafico tempo

Uno degli obiettivi che mi sono proposto all’inizio di quest’anno è quello di superare l’esame per ottenere la certificazione PMP® (Project Management Professional), rilasciato dal Project Management Institute (PMI®), l’associazione di categoria più autorevole nel campo del Project Management a livello mondiale.

Svolgo il lavoro di Project Manager ormai da quasi 10 anni in ambito ICT (Web, Games, multimedia) e da circa 6 anni mi interesso attivamente di tale disciplina anche dal punto di vista teorico e metodologico.

A differenza dei paesi anglosassoni (soprattutto gli USA, dove la disciplina è nata negli anni sessanta) e del Nord Europa, in Italia non esiste una vera cultura del Project Management.

Nella maggior parte delle aziende italiane il ruolo del project manager, pur essendo una posizione manageriale estremamente importante per la riuscita di un progetto e per il successo di un’azienda, viene considerato invece quasi un ruolo superfluo, temporaneo, di fatto privo di ogni delega, e al contempo caricato di responsabilità che esulano dal suo ruolo.

Al contrario di posizioni consolidate come la direzione del personale, la direzione vendite, il marketing, la finanza o la produzione, il ruolo del Project Manager in Italia viene sempre visto come un ruolo non ben definito, quasi inutile e privo di competenze specifiche, e la sua importanza strategica viene sempre drammaticamente sottostimata.

Nessun imprenditore o amministratore delegato sano di mente si sognerebbe mai di improvvisarsi programmatore java, art director, o responsabile dei sistemi informativi, o di affidare tale ruolo in un progetto importante ad un ragazzino senza competenze ed esperienze ben documentate.

Ed invece è quanto succede spesso con il Project Manager, con i risultati catastrofici che spesso si vedono nelle aziende italiane.

Chi è e cosa fa un Project Manager? 

Il Project Manager è la persona incaricata del raggiungimento degli obiettivi di progetto.

Che cos’è un progetto?

Il manuale “A Guide to the Project Management Body of Knowledge” (attuale versione: PMBOK® Guide 3rd edition - 2004), in pratica la “bibbia” del Project Management a livello mondiale, recita così:

A project is a temporary endeavor undertaken to create a unique product, service, or result.

Cioè: “Un progetto è uno sforzo temporaneo intrapreso allo scopo di creare un prodotto, un servizio o un risultato unici.”

La gestione di progetto include quindi in sintesi la responsabilità di:

  • identificare i requisiti;
  • fissare obiettivi chiari e raggiungibili;
  • individuare il giusto equilibrio tra le esigenze di qualità, ambito, tempo e costi, che sono in competizione fra di loro;
  • adattare le specifiche di prodotto, i piani e l’approccio alle diverse aree di interesse e alle diverse aspettative dei vari interlocutori e referenti interessati.

Nell’ambito della gestione dei requisiti di progetto in competizione tra loro, i project manager parlano spesso di “triplo vincolo”, vale a dire ambito del progetto, tempi e costi.

In sostanza il ruolo, le attività e le responsabilità del Project Manager includono:

  • la conduzione del progetto con il compito di gestire lo sviluppo della soluzione dalle prime fasi fino al rilascio finale, definendo pianificazione, scadenze, milestone e deliverable nel rispetto dei costi e tempi definiti.
  • la pianificazione e il monitoraggio dello stato avanzamento lavori.
  • la gestione del budget di progetto al fine di garantire il rispetto dei tempi previsti, la qualità e la redditività della commessa.
  • l’analisi e la misurazione delle performance del progetto, l’analisi dello scostamento e delle tendenze, le previsioni a finire.
  • il coordinamento del gruppo di lavoro.
  • la gestione della relazione con il cliente e delle altre parti interessate.

Perché tanti progetti vanno male?

La risposta è semplice: perchè le aziende non adottano quasi mai un approccio serio e metodologicamente corretto per la gestione dei progetti, e anzi adottano involontariamente una strategia che di fatto le condurrà con certezza quasi assoluta al fallimento del progetto.

Alcune settimane fa, in un libro sul Project Management di un autore americano ho trovato un paragrafo illuminante, che riporto di seguito, in cui egli elenca una serie di fattori che sono tra le cause principali del fallimento di un progetto.

Key factors in project failure

Leading causes of project failure include:

  • Poor participation from the sponsor.
  • Insufficient business and user involvement.
  • Difficulty in defining work in detail.
  • Poor project management.
  • No clear objectives or statement of requirements.
  • Continual and unregulated change.
  • Inappropriate experience and competence.
  • Unrealistic time frames.
  • Denial of risk.

Tradotto in italiano, le principali cause del fallimento di un progetto includono:

  • Scarsa partecipazione degli sponsor.
  • Business insufficiente e scarso coinvolgimento degli utenti.
  • Difficoltà nel definire il lavoro da fare nei dettagli.
  • Una gestione del progetto scarsa e insufficiente.
  • Obiettivi non chiari e definizione non chiara dei requisiti.
  • Modifiche del lavoro continue e non regolate da documenti e accordi.
  • Esperienza e competenze non appropriate, inadatte allo scopo.
  • Pianificazione con scadenze non realistiche.
  • Negazione dei rischi di progetto.

Basta seguire queste regole, e il fallimento del progetto è assicurato!

Kind of Blue per i miei quarant’anni

lunedì, 2 aprile 2007

Kind of Blue 

Oggi, 2 aprile, compio quarant’anni. Ieri, che era domenica, ho deciso di festeggiarli anticipatamente, a mio modo.

Dopo pranzo, ho preso il lettore cd portatile, la cuffia e il cd audio dell’album Kind of Blue di Miles Davis. Sono andato sul balcone di casa, quello che dà su un angolo tranquillo e silenzioso, su un piccolo giardino protetto dagli alberi. La giornata non era un granché, un po’ fredda e umida per essere i primi giorni di aprile, ma proprio in quel momento un raggio di sole si faceva spazio e filtrava dalle nuvole.
Mi sono acceso con la giusta lentezza un sigaro Toscano Antica Riserva, ho fatto partire le note del primo brano dell’album, So What, ed è stata la magia, pura e semplice magia.

Avrò sentito Kind of Blue più di un centinaio di volte; la prima volta è stata nel 1988, quando comprai a Padova il disco di vinile, che conservo gelosamente, con quella meravigliosa copertina blu e Miles Davis in primo piano.
Ne conosco a memoria quasi ogni singola nota e accordo, eppure ad ogni ascolto riesce sempre a stupirmi, per particolari inattesi che riesco a cogliere per la prima volta, e ad emozionarmi per il senso di bellezza pura, sontuosa che riesce a comunicare.

Kind of Blue è un disco fondamentale nella storia del jazz, uno di quei pochi casi in cui si può parlare tranquillamente di “capolavoro” senza timore di esagerare. L’album fu registrato in due sole sedute (2 marzo e 22 aprile 1959), ed è passato alla storia anche per il fatto di essere considerato all’unanimità il manifesto del jazz modale. Ma la musica è così straordinariamente bella ed intensa che la si capisce ed apprezza immediatamente, anche senza conoscere nulla dei concetti dell’improvvisazione modale e delle leggi dell’armonia.

Il primo brano “So What” (che significa grosso modo: “E allora?”, una tipica espressione molto usata da Miles Davis) introduce subito al clima e all’atmosfera di Kind of Blue.
Il brano è composto sostanzialmente da un unico accordo, girato e rigirato in tutti i modi possibili e immaginabili.
Bill Evans suona al piano una breve introduzione con pochi tocchi delicati di stile impressionistico; subito dopo parte una delle antifone più celebri nella storia del jazz: il contrabbasso di Paul Chambers esegue il celebre “riff” melodico e il resto del gruppo replica a ognuna delle frasi, nel classico schema della “chiamata e risposta”.
Poi Miles Davis esegue il suo assolo, con uno stile austero, notturno; la sonorità della sua tromba è piena, matura. Davis lavorò brillantemente con motivi brevi e melodiosi, realizzando un assolo così orecchiabile che molti se lo ricordano a memoria.
Segue John Coltrane che esegue un assolo al sax tenore straordinariamente intenso, notevole sia per la qualità dei motivi melodici sia per il modo in cui sviluppa ciascuno di essi. Durante il suo assolo, l’accompagnamento di Bill Evans al piano cambia per adeguarsi allo stile del sassofonista, con accordi più intensi e insistenti.
Segue poi l’altro memorabile assolo di Cannonball Adderley al sax contralto, in un clima più disteso e rilassato, dall’atmosfera più blues.
L’ultimo assolo è quello di Bill Evans al piano, a cui stavolta sono i fiati a rispondere con il riff di due note, per terminare alla fine, con uno schema perfettamente circolare, con la celebre chiusa affidata nuovamente al contrabbasso di Paul Chambers.

Gli altri brani dell’album, anch’essi di superba bellezza, meriterebbero un’adeguata trattazione; sarà per un’altra volta.

Brani dell’album “Kind of Blue”
“So What” (9:22)
“Freddie Freeloader” (9:46)
“Blue in Green” (5:37)
“All Blues” (11:33)
“Flamenco Sketches” (9:26)

Formazione
Miles Davis - tromba
Julian “Cannonball” Adderley - sax contralto
John Coltrane - sax tenore
Wynton Kelly - pianoforte, soltanto in “Freddie Freeloader”
Bill Evans - pianoforte
Paul Chambers - contrabbasso
Jimmy Cobb - batteria

Ecco il video del brano So What in una stupenda registrazione effettuata proprio il 2 aprile del 1959 (il giorno del mio compleanno: un segno?) per un importante programma televisivo della CBS. Lo spettacolo si intitolava The Sound of Miles Davis. Cannonball Adderley era malato e non potè partecipare. Il primo pezzo ad essere registrato fu proprio So What in quintetto. Gli assoli di Miles Davis prima e di John Coltrane poi, sono pura poesia.