Imprenditori senza capitali. Capitalisti con le pezze al culo, come li definisce Beppe Grillo.
Sono arrabbiato, nauseato, indignato: incazzato è la parola giusta. Non ho mai chinato il capo, nè mi sono mai piegato a compromessi “osceni” nel mondo del lavoro che andassero contro i miei valori etici. Ho sempre lottato, non ho mai fatto il lecchino, mi sono opposto, anche duramente, quando era il caso: quando si trattava di difendere persone e valori. Per questo ho pagato di persona, e continuo a pagarne ancora, duramente le conseguenze, ma ne sono orgoglioso.
Adesso mi sono stancato, sono arrivato al punto di non ritorno. Si tratta di quei momenti in cui devi decidere se tirare fuori tutta la grinta e l’energia che hai in corpo e andare fino in fondo, rischiando per realizzare i tuoi sogni e le tue idee, oppure chinare il capo e continuare a “sopravvivere”, a trascinare tristemente e stancamente l’esistenza.
Ho deciso per la prima opzione. Rischio e mi metto in gioco. La vita è troppo breve e preziosa per sprecarla inutilmente alle dipendenze di persone stupide e inette.
Lavoro ormai da dieci anni in un settore che dovrebbe essere all’avanguardia (internet e le nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione) nel cuore pulsante dell’Italia che produce, la Lombardia, il motore dell’economia italiana. Ho conosciuto realtà di tutti i tipi, dalle società multinazionali quotate in borsa agli enti pubblici, dalle piccole imprese locali alle grandi banche, dai grandi gruppi editoriali alle imprese high-tech sopravvissute al crollo della new economy.
Il bilancio di tale esperienza personale è desolante. Di una tristezza unica. E la cosa peggiore è che negli ultimi anni la situazione è notevolmente peggiorata. In Italia ormai la superficialità, la banalizzazione, l’improvvisazione sono la prassi, in molti casi il marciume è annidato fin nelle pieghe più intime della società.
Esistono fortunatamente ancora imprenditori che credono nella loro missione, che conoscono il loro mestiere, e che si impegnano, investono, rischiano, creano piani industriali seri, ma sono una sparuta minoranza.
Al di là di tutti i proclami strombazzati in giro, della ricerca della qualità, della soddisfazione del cliente, dell’innovazione e dell’eccellenza, la parola d’ordine è una sola: ridurre i costi, a qualunque costo.
Imprenditori che sopravvivono grazie alle sovvenzioni statali, ma che in pubblico si riempiono la bocca con parole vuote e prive di senso: libero mercato, concorrenza, competitività, economia globale, innovazione, fare sistema, ricerca delle sinergie.
Imprenditori senza idee, ma in compenso pieni di debiti, che non rischiano, che non investono, che non si mettono in gioco, che vogliono vivere di rendita e di speculazioni finanziarie, e che scaricano i rischi e i costi sugli altri, sui più deboli.
Imprenditori che non guardano al futuro ma solo al loro immediato tornaconto economico: imprenditori che si lamentano sempre dell’elevato costo del lavoro, mentre la realtà è completamente diversa, come dimostra il Rapporto Annuale 2006 pubblicato dall’ISTAT qualche giorno fa: “il costo del lavoro in Italia è inferiore a quello di molti Paesi europei: con un costo del lavoro orario di 23 euro, siamo infatti al dodicesimo posto nell’Unione Europea, precedendo nella Ue15 solo Spagna, Grecia e Portogallo.”
Nello stesso rapporto si legge poi che ben il 35% delle aziende italiane (pari a un milione e mezzo su quattro milioni e due) si limita solo a cercare di produrre un reddito adeguato senza guardare a orizzonti lontani. Sono quelle che l’ISTAT definisce “imprese di sopravvivenza“.
Imprenditori che si sentono moderni, europei e che magari lavorano nei settori delle nuove tecnologie, di Internet, ma che non innovano, che sono vecchi, già morti e sepolti, e conservano la vecchia mentalità del padrone di una volta, senza averne però le palle.
Imprenditori che si comportano da padroni ottusi, e che si circondano solo di lecchini, yes-man, uomini-zerbino. Aziende dove i manager fanno i servi e il padrone gioca a fare il manager con conseguenze devastanti.
Aziende che ricercano solo giovani laureati con attitudine alla disciplina e all’ordine, a cui offrire uno stage o un lavoro precario pagato quattro soldi.
Aziende che cercano solo di strozzare i fornitori con contratti capestro e penali, con modalità di pagamento a 120 giorni, che poi diventano 180, 210…
A tutto questo ho deciso di dire basta.
Cercherò di dimostrare che è possibile creare un nuovo modo di intendere i rapporti lavorativi: che è possibile realizzare prodotti e servizi di alta qualità, innovativi e competitivi sul mercato e contemporaneamente creare un nuovo modello di impresa capace di sfruttare le enormi possibilità messe a disposizione da internet e dalle nuove tecnologie per rendere il lavoro un’esperienza piacevole e gratificante, e dove la persona torni ad essere al centro del sistema.

























