Archivio di maggio 2007

Rabbia e indignazione

martedì, 29 maggio 2007

Faccia di culo

Imprenditori senza capitali. Capitalisti con le pezze al culo, come li definisce Beppe Grillo. 

Sono arrabbiato, nauseato, indignato: incazzato è la parola giusta. Non ho mai chinato il capo, nè mi sono mai piegato a compromessi “osceni” nel mondo del lavoro che andassero contro i miei valori etici. Ho sempre lottato, non ho mai fatto il lecchino, mi sono opposto, anche duramente, quando era il caso: quando si trattava di difendere persone e valori. Per questo ho pagato di persona, e continuo a pagarne ancora, duramente le conseguenze, ma ne sono orgoglioso.

Adesso mi sono stancato, sono arrivato al punto di non ritorno. Si tratta di quei momenti in cui devi decidere se tirare fuori tutta la grinta e l’energia che hai in corpo e andare fino in fondo, rischiando per realizzare i tuoi sogni e le tue idee, oppure chinare il capo e continuare a “sopravvivere”, a trascinare tristemente e stancamente l’esistenza.

Ho deciso per la prima opzione. Rischio e mi metto in gioco. La vita è troppo breve e preziosa per sprecarla inutilmente alle dipendenze di persone stupide e inette.

Lavoro ormai da dieci anni in un settore che dovrebbe essere all’avanguardia (internet e le nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione) nel cuore pulsante dell’Italia che produce, la Lombardia, il motore dell’economia italiana. Ho conosciuto realtà di tutti i tipi, dalle società multinazionali quotate in borsa agli enti pubblici, dalle piccole imprese locali alle grandi banche, dai grandi gruppi editoriali alle imprese high-tech sopravvissute al crollo della new economy.

Il bilancio di tale esperienza personale è desolante. Di una tristezza unica. E la cosa peggiore è che negli ultimi anni la situazione è notevolmente peggiorata. In Italia ormai la superficialità, la banalizzazione, l’improvvisazione sono la prassi, in molti casi il marciume è annidato fin nelle pieghe più intime della società.

Esistono fortunatamente ancora imprenditori che credono nella loro missione, che conoscono il loro mestiere, e che si impegnano, investono, rischiano, creano piani industriali seri, ma sono una sparuta minoranza.

Al di là di tutti i proclami strombazzati in giro, della ricerca della qualità, della soddisfazione del cliente, dell’innovazione e dell’eccellenza, la parola d’ordine è una sola: ridurre i costi, a qualunque costo.

Imprenditori che sopravvivono grazie alle sovvenzioni statali, ma che in pubblico si riempiono la bocca con parole vuote e prive di senso: libero mercato, concorrenza, competitività, economia globale, innovazione, fare sistema, ricerca delle sinergie.

Imprenditori senza idee, ma in compenso pieni di debiti, che non rischiano, che non investono, che non si mettono in gioco, che vogliono vivere di rendita e di speculazioni finanziarie, e che scaricano i rischi e i costi sugli altri, sui più deboli.

Imprenditori che non guardano al futuro ma solo al loro immediato tornaconto economico: imprenditori che si lamentano sempre dell’elevato costo del lavoro, mentre la realtà è completamente diversa, come dimostra il Rapporto Annuale 2006 pubblicato dall’ISTAT qualche giorno fa: “il costo del lavoro in Italia è inferiore a quello di molti Paesi europei: con un costo del lavoro orario di 23 euro, siamo infatti al dodicesimo posto nell’Unione Europea, precedendo nella Ue15 solo Spagna, Grecia e Portogallo.”

Nello stesso rapporto si legge poi che ben il 35% delle aziende italiane (pari a un milione e mezzo su quattro milioni e due) si limita solo a cercare di produrre un reddito adeguato senza guardare a orizzonti lontani. Sono quelle che l’ISTAT definisce “imprese di sopravvivenza“.

Imprenditori che si sentono moderni, europei e che magari lavorano nei settori delle nuove tecnologie, di Internet, ma che non innovano, che sono vecchi, già morti e sepolti, e conservano la vecchia mentalità del padrone di una volta, senza averne però le palle.

Imprenditori che si comportano da padroni ottusi, e che si circondano solo di lecchini, yes-man, uomini-zerbino. Aziende dove i manager fanno i servi e il padrone gioca a fare il manager con conseguenze devastanti.

Aziende che ricercano solo giovani laureati con attitudine alla disciplina e all’ordine, a cui offrire uno stage o un lavoro precario pagato quattro soldi.

Aziende che cercano solo di strozzare i fornitori con contratti capestro e penali, con modalità di pagamento a 120 giorni, che poi diventano 180, 210…

A tutto questo ho deciso di dire basta.

Cercherò di dimostrare che è possibile creare un nuovo modo di intendere i rapporti lavorativi: che è possibile realizzare prodotti e servizi di alta qualità, innovativi e competitivi sul mercato e contemporaneamente creare un nuovo modello di impresa capace di sfruttare le enormi possibilità messe a disposizione da internet e dalle nuove tecnologie per rendere il lavoro un’esperienza piacevole e gratificante, e dove la persona torni ad essere al centro del sistema.

Informazione di servizio

venerdì, 25 maggio 2007

Tramonto

Dal pomeriggio di oggi il blog potrebbe risultare inaccessibile per delle operazioni di manutenzione.

Il disagio dovrebbe durare al massimo un giorno.

Nel frattempo, finchè vi risulta possibile, continuate a visitare il blog.

Grazie

Giovanni Falcone

mercoledì, 23 maggio 2007

Giovanni Falcone

«Il nostro è un paese senza memoria e verità,
ed io per questo cerco di non dimenticare
»
(Leonardo Sciascia) 

Di solito non mi piacciono le ricorrenze, gli anniversari, i giorni dedicati ad un evento particolare.

Ma per un grande uomo come Giovanni Falcone l’eccezione è d’obbligo. Così come per Paolo Borsellino.
Due grandi uomini, due grandi servitori dello stato, due grandi italiani, ma soprattutto due grandi siciliani.

Esattamente quindici anni fa, il 23 maggio 1992, venivano uccisi a Palermo il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, con una bomba piazzata sull’autostrada, nei pressi di Capaci. 

Ricordo esattamente dove mi trovavo e cosa facevo nel momento in cui appresi la notizia terribile, la rabbia, lo sgomento, la paura. Quando ancora oggi vedo le immagini e i filmati di repertorio di quell’evento mi sale un nodo in gola. L’emozione è ancora vivissima.

Occorre ricordarlo e sottolinearlo: la Sicilia ha generato un fenomeno terribile come la mafia, ma ha generato anche uomini valorosi che hanno sacrificato la loro vita per combatterla, come Falcone, Borsellino, l’ispettore di polizia Boris Giuliano, Peppino Impastato, il giudice istruttore Cesare Terranova, Pio La Torre, il giudice Rocco Chinnici, e tanti altri. Una lunghissima scia di sangue che continua fino ai nostri giorni.

Ricordo molto bene Giovanni Falcone, quello che lui ha rappresentato per una generazione di giovani siciliani. L’impegno, la determinazione, il coraggio, la voglia di riscatto di un popolo, la voglia di combattere e sconfiggere definitivamente la mafia. Era quello il periodo in cui a Palermo nasceva Il Movimento per la Democrazia - La Rete, fondato nel 1991 da Leoluca Orlando. Da giovane universitario ricordo bene il fermento vitale che si respirava in quegli anni in Sicilia.

Falcone rappresentava l’incarnazione vivente di quello spirito illuminista, razionalista, lucido, scettico, pragmatico, fatalisticamente coraggioso, quasi incosciente, che costituisce uno degli aspetti meno noti, ma più originali, del carattere del popolo siciliano. Lo scrittore Leonardo Sciascia ne è un altro degno rappresentante.

Falcone ha detto una volta una frase, che da allora mi è sempre rimasta scolpita in mente, per la sua disarmante semplicità, ma al contempo talmente rivoluzionaria nella sua essenza da costituire un cambiamento epocale:

«La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.»

Qualche anno fa ho visto su Raitre una puntata del programma Blu Notte, curato da Carlo Lucarelli, sulla storia della mafia dagli anni sessanta fino ai giorni nostri.

C’era un’intervista a Giovanni Falcone, fatta quando ricopriva l’incarico di Direttore degli Affari Penali a Roma, poco prima di essere ucciso. Lo stralcio della breve intervista è sconvolgente. Mostra un uomo che è quasi consapevole della morte imminente, si intuisce una tremenda ed eroica rassegnazione al suo destino. Mentre Falcone ribadisce ancora una volta all’intervistatore la sua ferrea determinazione nella lotta contro la mafia, il suo volto, la sua espressione, i suoi occhi tradiscono invece una grande stanchezza, un senso di solitudine, di abbandono, di scoramento.

Di seguito trascrivo le brevi frasi dell’intervista, e i fotogrammi con il volto di Falcone. Sull’ultima domanda dell’intervistatore, la sua risposta e la sua espressione sono quelle di un uomo che sa di dover morire, che sente la morte immininente, ma che non per questo demorde o ha dei ripensamenti.

Intervistatore: «Ma chi glielo fa fare?»
Falcone: «Soltanto lo spirito di servizio»
Intervistatore: «Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?»
Falcone: «No, mai.»

Falcone Falcone 03 Falcone 04

Alla morte di Falcone, il suo testimone fu raccolto da Paolo Borsellino. Gli rimasero solo altri 57 giorni di vita. E li visse tutti come se ognuno dovesse essere l’ultimo.
Anche lui, come Giovanni Falcone, aveva intuito quale passaggio epocale fosse stato segnato dall’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo di quell’anno: un sistema di equilibri di potere, durato decenni, si era infranto.
E anche Borsellino sacrificò la sua vita nelle lotta contro la  mafia. 

Mi piace concludere con alcune frasi dette da Giovanni Falcone nel corso della sua vita, che sintetizzano bene il suo pensiero, il suo modo di agire, e che ne prefigurano in modo inquietante il destino:

«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini»

«In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere»

«Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno»

«La cosa più rivoluzionaria che puoi pensare di fare in Sicilia, è semplicemente applicare la legge e punire il colpevole»

Giovanni Falcone - Magistrato
18 maggio 1939
23 maggio 1992

Mattinata ai giardinetti

sabato, 19 maggio 2007

Bicicletta

Stamane sono andato ai giardinetti dietro casa mia per insegnare a mia figlia più grande ad andare in bicicletta senza rotelline.

Ardua impresa.

Fino ad ora ha sempre usato le rotelline, andando velocissima come una scheggia, solo che nelle curve rischiava ovviamente di capottare. Un mese fa avevamo fatto un paio di tentativi, ma poco convincenti.

Stamane guardo fuori dalla finestra: è una bella giornata, c’è il sole, non fa troppo caldo, è ventilato. Mi dico: è arrivato il momento. Da buon padre, le dico: «Edith, oggi andiamo fuori: ti insegno finalmente ad andare in bicicletta da sola!»

Verso le 11 usciamo fuori assieme, io e lei da soli, per andare al giardinetto. Lascio la più piccola a casa con la madre, per potere essere più concentrati sulla “missione” da compiere.

Arriviamo ai giardinetti. Perfetto. Non c’è assolutamente nessuno. Tutto per noi.

Afferro saldamente con una delle due mani il sellino, con l’altra il manubrio della bicicletta e cerco di convincere mia figlia che deve stare tranquilla, che non la lascerò mai cadere, che ci sono io a vigilare su di lei. Le dico che deve pedalare, guardare avanti, non avere paura, tenere l’equilibrio. Io sono accanto a lei.

Lei mi guarda poco convinta, e con aria rassegnata accetta.

Partiamo, lei sulla bici e io a tenerla dietro, in una posizione scomodissima e pensata apposta per spezzare la schiena o fare inciampare.

All’inizio tutto procede bene, lei va veloce e io sempre dietro a tenerla, come un abile equilibrista. Dopo un quarto d’ora, inizio a sentire i primi dolori alla schiena, inizio a sudare.

Lei non vuole sentirne di andare da sola, la devo sempre tenere.

Decido di cambiare posizione, ne scelgo una un po’ più comoda: la terrò per sotto le ascelle.

Ripartiamo. Tre quarti d’ora di corsa, lei sempre in bici, io sempre dietro, ogni tanto sbraitando un poco.

Alla fine, dopo un’ora mi dice: «Basta papà, voglio andare a casa!»

Mi butto distrutto su una panchina, ansimante. Lei seduta accanto a me.

Dopo un po’ lei va a farsi un giro in altalena, e mentre la guardo contenta, e mi godo il leggiadro venticello, penso sorridendo a quanto sia difficile imparare a fare una cosa per la prima volta.

Lei se li ricorderà per tutta la vita questi momenti, come tutti noi quando abbiamo imparato ad andare in bicicletta. Deve ancora imparare, ma un altro notevole passo avanti è stato fatto, adesso è più sciolta, sicura.

Io, in compenso ho un gran mal di schiena, e penso a quanto sia faticoso, ma estremamente piacevole, il mestiere di padre.

È stata una bella mattinata.

Gli zombi della politica italiana

giovedì, 17 maggio 2007

Vota Antonio

Tempo di elezioni amministrative. Si avvicinano minacciose, incombono su di noi, come una spada di Damocle.

I candidati, di tutte le fazioni politiche, si appostano ormai dappertutto, senza scrupoli, senza remore, senza pudore: davanti alle scuole di ogni ordine e grado, dentro le scuole materne (ormai colleziono programmi e liste elettorali: contribuirò coscienziosamente, da buon cittadino, al riciclo della carta), davanti agli ospedali, nei parcheggi, nei pressi dei cimiteri…

I loro programmi (oddio, “programmi” è una parola grossa) ti intasano la casella della posta di casa, assieme all’ultima promozione 3×2 dell’ipermercato, ai volantini con l’offerta di prestiti a tassi da usuraio, o ai finanziamenti per comprare il televisore al plasma con l’offerta “Compri oggi, pagano i tuoi figli”.

I cartelloni pubblicitari per strada, con i faccioni dei candidati in primo piano e gli slogan più banali, rischiano di causare incidenti automobilistici. Ieri andavo a piedi a prendere le mie figlie alla scuola materna, e costeggiando un’infinita serie di pannelli con queste belle facce, mi fermavo a guardarle e ridevo come un matto, da solo, per strada. Alla fine mi sono dovuto dare un pizzicotto forte sulla coscia per smettere di ridere, la gente incominciava già a guardarmi strano.

Di questi tempi ci mettono poco a sbatterti dentro per salvaguardare la buona immagine del paese e garantire la tranquillità ai benpensanti, coccolati da tutti gli schieramenti, dall’estrema destra all’estrema sinistra.

Con simili pensieri in testa, in preda a uno stato d’animo che oscilla dall’incazzamento leggero e allegro (che si esplicita nella battuta salace o al massimo nella pernacchia dissacrante e salutare) e l’incazzamento più serio, più cupo, più arrabbiato (quello che ti fa venire voglia di mandare tutti a quel paese), mi capitava qualche giorno fa di leggere un articolo illuminante, che apparentemente non c’entrava nulla, ma che in realtà ha dissolto molti dei miei dubbi e incertezze.

Leggevo un articolo di Repubblica su David Miliband, da molti indicato come il probabile, vero erede di Tony Blair. Miliband ha quarantun anni, è deputato da una legislatura, e attualmente ricopre la carica di ministro dell’Ambiente. Lo descrivono come ambizioso, bello e giovane.

David Miliband ha in rete anche un suo blog ufficiale governativo.

Scrive Repubblica: “Miliband appartiene alla cosiddetta next generation della sinistra britannica e, in senso più ampio, della sinistra europea: coloro che oggi hanno una quarantina d’anni, e che nei prossimi due decenni reciteranno una parte di primo piano nella leadership politica del proprio Paese e di quella continentale

Al suo confronto, il pur valido Gordon Brown, da un decennio brillante ministro delle Finanze e artefice del boom economico della Gran Bretagna, suscita preoccupazioni perché è un volto “vecchio“, sia anagraficamente, avendo 56 anni (quattro più di Blair), sia politicamente, essendo da 10 anni la seconda figura di maggior rilievo nel governo.

Ora, io mi chiedo: è mai possibile che in Gran Bretagna giudicano vecchio un politico, seppur valido, a 56 anni di età e che ha le mani in pasta da 10 anni; che Blair a 52 anni si ritira dalla vita politica attiva; e qui in Italia invece abbiamo un parlamento che sembra un ospizio?

I due principali contendenti italiani (premier in carica e leader opposizione) hanno entrambi superato i 70 anni di età, e non si vogliono ritirare, o meglio, uno ha annunciato che questo è il suo ultimo incarico, l’altro - che si crede immortale - fa ancora progetti e si culla in sogni di gloria. I loro possibili “eredi” politici sono già tutti vecchi, in età da pensione ma vengono chiamati ancora “giovani”.

A questo punto ci sarebbero due cose da fare per rinnovare la politica italiana, due cose semplicissime, ma molto più efficaci di astruse riforme elettorali:

  1. Imporre per legge il limite massimo di 70 anni di età per candidarsi a qualunque tipo di elezioni. Vanno in pensione tutti, non capisco perchè gente a 80 anni e passa di età, che non capisce più francamente nulla della realtà che li circonda, e che dovrebbero pensare caso mai ai loro nipotini, debbano gestire la nostra vita.
  2. Imporre il numero massimo di 3 legislature, oltre le quali non ci si può candidare. Nessuno è indispensabile, tantomeno i nostri politici italiani. Quindici anni di attività politica sono più che sufficienti ad incidere e cambiare una nazione. Se non ci riescono che tornino a lavorare.

Per quanto riguarda le elezioni amministrative, ovviamente so già per chi non voterò, ma ho deciso di scegliere i candidati al consiglio comunale basandomi sul semplice principio esposto di seguito:

A parità di meriti, impegno e concretezza sceglierò il candidato più giovane, possibilmente sulla quarantina d’anni, che mi sembra l’età giusta della maturità e dell’impegno.

I giapponesi sanno distinguere un agnello da un barboncino?

lunedì, 14 maggio 2007

 Agnello

Ho letto qualche giorno fa una notizia curiosa sul periodico di costume e società Vanity Fair (ebbene sì, lo compro per mia moglie ma lo leggo anch’io!).

Non so se la notizia sia vera o falsa, ma è talmente surreale che anche se fosse stata inventata sarebbe bella lo stesso: un piccolo capolavoro di comicità dell’assurdo, che si presta a riflessioni altrettanto surreali e paradossali.

Sembra che in Giappone sia stata di recente scoperta una truffa che aveva fruttato ai geniali ideatori una cifra equivalente a diverse centinaia di migliaia di euro. I truffatori erano riusciti a vendere via internet a delle facoltose signore giapponesi, ansiose di essere alla moda, dei normalissimi agnellini (sì, avete capito bene: agnellini) spacciandoli per una rarissima e costosissima specie di barboncino che in Europa e America andava per la maggiore nel mondo del jet-set.

Ogni agnellino veniva venduto alla modica cifra di 1.500 - 2.000 euro.

La truffa, che ha veramente dell’incredibile, è venuta alla ribalta quando una famosa attrice giapponese, che aveva comprato anche lei l’agnello-barboncino, è intervenuta in un talk-show in TV, con l’animale, e ha raccontato la sua storia.

Dopo aver comprato il prezioso animaletto la donna aveva iniziato a nutrirlo con un’appropriata dieta “canina” a base di carne, che ovviamente l’agnellino rifiutava, deperendo rapidamente. Portato l’animaletto dal veterinario per scoprire quale fosse la malattia del suo adorato e costoso barboncino, si vedeva rispondere dal medico che non si trattava di cane, bensì di agnello.

Vi chiederete come tutto ciò sia stato possibile? Come scambiare un agnello per un barboncino?

E qui sta il vero colpo di scena! Sembra che in Giappone pecore, capre - e ovviamente agnellini - siano quasi sconosciuti alla maggior parte delle persone!

I truffatori hanno approfittato di questa strana e paradossale situazione per organizzare il geniale colpo.

A questo punto una folta serie di curiosi e sempre più paradossali interrogativi mi attraversarono la mente arrivando fino alle più assurde conseguenze:

1) Ma se degli spettatori giapponesi vedono una scena di un film in cui c’è un pastore che porta a pascolare sui prati il suo bel gregge di pecore, questi si chiederanno forse: “Ma che cavolo ci fa questo strano tizio con tutti questi cani bianchi?”

2) Cosa avranno capito del film “Babe, malialino coraggioso” i giapponesi, ammesso che il film sia uscito in Giappone?

3) I giapponesi, quando non riescono a dormire, cosa contano per addormentarsi? Barboncini? Pastori maremmani abruzzesi? O per caso delfini?

4) Se Mussolini fosse stato giapponese, cosa avrebbe detto al posto della famosa frase “Meglio un giorno da leoni che cento giorni da pecora”?

5) È forse questo il vero motivo che sta alla base del fatto che in Giappone non viene celebrata la Pasqua?

Pippi Calzelunghe

sabato, 12 maggio 2007

Pippi Calzelunghe

Da piccolo andavo pazzo per la serie televisiva di Pippi Calzelunghe (titolo originale: Pippi Långstrump), ispirata al personaggio dell’omonimo romanzo della scrittrice svedese Astrid Lindgren.

I 21 episodi della serie furono girati nel 1969, in Svezia, dal regista Olle Hellbom. Pippi Calzelunghe era interpretata da Inger Nilsson, che all’epoca aveva dieci anni e che ha reso indimenticabile il personaggio della bambina.

Dopo tanti anni dall’ultima volta - almeno venticinque, forse trenta - ho avuto finalmente la possibilità di rivedere gli episodi della serie grazie alle mie figlie. Con la scusa di comprare qualche DVD divertente per loro ho potuto finalmente gustarmi nuovamente la serie che mi aveva entusiasmato da bambino.

Le mie bimbe adesso sono diventate delle appassionate spettatrici di Pippi Calzelunghe; la celebre canzoncina della serie è ormai diventata un classico a casa, tanto che a furia di sentirla ormai la canticchio anch’io mentre sono in giro. Tra l’altro ho scoperto anche che Pippi Calzelunghe è stato all’epoca un vero successo a livello europeo: mia moglie - che è olandese - è cresciuta anche lei a base di Pippi Calzelunghe (o meglio “Pippi Langkous“, come si dice in olandese).

Il testo in italiano della canzone è: “Ecco sono qui Pippi Calzelunghe così mi chiamo, credo proprio che una come me non c’è stata mai, ogni volta che devo far qualcosa combino guai, ma alla fine poi vedo che sono tutti amici miei. Pippi Pippi Pippi il mio nome fa un po’ ridere, ma voi ridere per quello che farò. Tutto il giorno sto con una scimmietta e un cavallo bianco, con un topo che tutto il mio formaggio si vuole mangiare. Pippi Pippi Pippi il mio nome fa un po’ ridere, ma voi ridere per quello che farò“.

Ma su You Tube è disponibile ovviamente anche il video della canzone originale in svedese .

Rivedendo adesso con piacere più e più volte gli episodi della serie in compagnia delle mie figlie - tanto che potrei scriverci sù una tesi di laurea - ho notato con estrema sorpresa l’alta qualità di tutti gli elementi che compongono la serie (storia, regia, fotografia, interpretazione degli attori, location prescelte) soprattutto se paragonati alla qualità bassissima dei prodotti attuali che vengono passati in TV.

Spesso mi trovo a passare nel soggiorno, mentre c’è un episodio di Pippi Calzelunghe, e rimango inchiodato a guardarlo: appassionante, ben girato, avventuroso. Questi erano programmi per bambini veramente ben fatti.

Sono molto contento di avere trasmesso la passione per Pippi Calzelunghe anche alle mie figlie: Pippi Calzelunghe (o “Pippi Saltainlunghe” come la chiama la mia bimba più piccola di tre anni) è un personaggio che per la sua importanza può essere paragonata a una sorta di Pinocchio al femminile.

Rappresenta bene quel lato anarchico, ribelle, dispettoso, “selvatico” del femminile che poi, troppo spesso, nella nostra società viene rimosso, eliminato, modificato a favore di un’immagine più rassicurante del femminile fatta di bamboline, abitini, moine, o peggio di un’immagine femminile costruita sulla falsariga dei peggiori lati negativi dell’identità maschile: competitività, aggressività, egoismo, soprattutto nel campo lavorativo.

A me piace Pippi Calzelunghe, l’archetipo della femminilità infantile selvatica e inaddomesticabile, e sono contento che le mie figlie la adorino.

Piccole Pippi Calzelunghe crescono.

Antartide: il mistero del lago sotterraneo e le montagne della follia

martedì, 8 maggio 2007

Antartide

«La più antica e potente
emozione umana è la paura, e
la paura più antica e potente
è la paura dell’ignoto
»
(H.P.Lovecraft) 

L’Antartide è uno di quei luoghi della terra che mi ha sempre affascinato, sin da ragazzo, per quell’aura di mistero, di impenetrabilità, di timore reverenziale che ispira. Questa sua caratteristica le deriva dal fatto di essere l’ultimo continente del nostro pianeta ad essere stato scoperto ed esplorato; e nonostante i progressi e le spedizioni scientifiche degli ultimi anni costituisce ancora una delle ultime zone sconosciute della terra. Ho sempre desiderato andarci.

Gli antichi romani avevano un aggettivo specifico per esprimere quella caratteristica particolare che viene emanata da un elemento circondato da un alone di sacralità, che incute spavento e riverenza insieme: “numinoso” (dal latino numen-inis, che indicava la divinità, l’ordine superiore e imperscrutabile).

In una civiltà secolarizzata come la nostra l’aggettivo “numinoso” è diventato ormai un termine desueto, dimenticato, rimosso. Eppure esprime bene l’essenza e la natura particolare di alcuni elementi o fenomeni di fronte ai quali proviamo ancora oggi un senso di smarrimento primordiale, di terrore cosmico, di riverenza e timore incontrollabili, nonostante secoli di progresso scientifico.

L’Antartide per la sua natura ancora sconosciuta e in gran parte inviolata, così estrema, lontana e diversa dal mondo in cui viviamo, incarna perfettamente l’essenza del numinoso.

Costituisce una delle poche “zone bianche” - come le chiamava Joseph Conrad nel suo romanzo Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) - ancora rimaste sulla terra. Al tempo di Conrad venivano chiamate “zone bianche” quei luoghi del pianeta non ancora esplorati dall’uomo, e che sulle carte geografiche venivano identificate appunto con una superficie bianca, non disegnata.

Monte Erebus   Il vulcano Erebus   Creste ghiacciate

Circa tre anni fa venni per caso a conoscenza di una notizia incredibile, alla quale non riuscivo a credere: la scoperta di un immenso lago subglaciale di acqua dolce sotterranea situato a quasi 3600 metri sotto le nevi del Polo Sud. Il lago è  lungo 250 km, largo 50 km, profondo 600 metri ed ha una superficie di 12.000 km2, praticamente quanto la Campania.
I russi che lo scoprirono nel 1974 lo battezzarono Lago Vostok: è stato studiato e misurato solo nel 1996 grazie a tecniche di indagine radar e all’analisi di dati sismici.

Si trova proprio al di sotto di una delle più importanti stazioni di perforamento in Antartide: da qui proviene la carota più lunga finora estratta, che ha permesso di studiare ghiaccio vecchio di 420.000 anni. La perforazione è giunta a 3623 m di profondità, a 120 m dalla superficie del lago, e non vi erano impedimenti tecnici al suo proseguimento.
Gli scienziati ipotizzano che il lago, la cui età stimata è di almeno 1,5 milioni di anni, possa contenere forme di vita particolari, evolutesi in condizioni estreme e di completo isolamento, in assenza di luce, a temperature di 1-2°C sotto lo 0, e una pressione di 350 atm. L’apertura di una connessione con la superficie, insieme all’inquinamento prodotto dai liquidi di perforazione, potrebbe inquinare e danneggiare in modo irreversibile questo incredibile ecosistema, per cui il mondo scientifico è arrivato alla decisione di arrestare la perforazione fino a che non si sarà trovato un modo per condurre le ricerche senza pericolo di inquinamento o di danni all’ecosistema del lago.

L’analisi effettuata sulle carote ha portato alla luce frammenti di ghiaccio primordiale che analizzati al microscopio elettronico hanno rivelato la presenza di piccole quantità di microbi e altre bizzarre creature microscopiche mai viste fino a quel momento. Questi batteri provengono molto probabilmente dal cosiddetto “ghiaccio accresciuto”, cioè originato da acqua di lago ricongelata. Ipotesi che porta a concludere che “molte altre strane cose aspettano di essere scoperte nel lago Vostok”, come sostiene Richard Hoover della NASA.

Organismo lago Vostok   Organismo Lago Vostok   Organismo Lago Vostok

Microbi completamente sconosciuti e altrettanti batteri ancora in vita potrebbero infatti popolare l’ambiente lacustre sotterraneo. L’importanza di una tale scoperta scientifica sarebbe enorme: un misterioso mondo perduto potrebbe emergere dalle profondità della Terra, testimonianza vivente di un alternativo cammino evolutivo. 

Scoprire organismi nel lago Vostok sarebbe un fatto significativo quindi anche per l’esobiologia, perché rappresenterebbe un indizio attendibile che la vita può svilupparsi in climi molto rigidi all’interno del sistema solare. Una scoperta che offre nuove basi alla teoria della presenza di vita sotto i ghiacciai di Europa, la luna di Giove completamente ricoperta da acqua ghiacciata.

Europa, satellite di Giove   Europa   Europa

Nel 2003 è partito un nuovo progetto, di cui fa parte anche l’Italia, ma da allora non sono più riuscito ad avere notizie aggiornate.
“Sono sicuro che riusciremo a raggiungere presto le acque sotterranee del lago Vostok, nascoste sotto 4000 metri di ghiaccio in Antartide. E soprattutto che i sedimenti in fondo al lago ci regaleranno nuove scoperte climatiche e paleoclimatiche sul periodo precedente e successivo alla formazione della calotta polare antartica”. Lo sostiene Ignazio Tabacco, docente di geofisica applicata al Dipartimento di scienze della Terra dell’Università di Milano, che da anni si occupa, insieme a un gruppo di specialisti del Salegos (Subglacial Antarctic Lake Exploration), di svelare uno tra i più grandi misteri del “continente di ghiaccio”. 

I misteri e pericoli dell’Antartide hanno esercitato il loro influsso potente sugli avventurieri e gli scrittori del passato. L’Antartide è un luogo fortemente evocativo, in cui si concentrano suggestioni letterarie e cinematografiche di grande fascino: fra le prime troviamo due capolavori assoluti della letteratura contemporanea, come il romanzo Storia di Arthur Gordon Pym (The Narrative of Arthur Gordon Pym) di Edgar Allan Poe del 1838, e il racconto lungo Le montagne della follia (At the Mountains of Madness) del 1931, di H.P Lovecraft.

Il tema del romanzo Storia di Arthur Gordon Pym di Poe consiste in un lungo ed avventuroso viaggio per mare che culmina tra i bianchi ghiacci dell’estremo sud, nei pressi del continente antartico. Qui ha luogo una terribile e onirica visione, l’ultima immagine del romanzo: l’apparizione improvvisa di un gigante bianco, una misteriosa ed enorme figura velata, di un pallore spettrale, che gli si para dinanzi, nel vuoto dell’oceano, forse un guardiano di segreti inviolabili, forse un invito a proseguire il viaggio verso l’ignoto e l’abisso: «Ma ecco sorgere sul nostro cammino una figura umana dal volto velato, di proporzioni assai più grandi che ogni altro abitatore della terra. E il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve».

Lovecraft per il suo Le montagne della follia si ispirò fortemente e dichiaratamente alle atmosfere antartiche di Gordon Pym. Anche qui l’enorme vastità degli spazi, l’altezza inviolabile della catena montuosa, il bianco antartico, il silenzio irreale, diventano un simbolo di terrore e, di conseguenza, di mistero, che prepara poi alla scoperta della città sepolta sotto i ghiacci, vecchia di milioni di anni.

Monti Transantartici   Le Montagne Transantartiche in prossimità di Cape Roberts   Il lago Fryxell nei monti Transantartici

Tra i film ambientati in Antartide occorre citare La cosa da un altro mondo (The Thing From Another World) del 1951, diretto dal grande regista Howard Hawks e considerato uno dei classici del cinema di fantascienza, e poi il visionario remake che ne girò John Carpenter nel 1982, intitolato La cosa (The Thing), in cui sono rintracciabili echi e atmosfere lovecraftiane.

Quando Poe compose Storia di Arthur Gordon Pym (1838) l’Antartide era stata appena scoperta da una ventina d’anni. Nel 1820 infatti l’ufficiale della marina russa Thaddeus von Bellingshausen, con una spedizione organizzata dallo Zar Alessandro I, era stato il primo a scorgere il continente antartico. E proprio nel 1839, l’anno in cui fu pubblicato il romanzo, la spedizione capitanata dal navigatore britannico James Clark Ross iniziava la prima vera esplorazione dell’Antartide, scoprendo la Terra Vittoria.

Ma la grande avventura epica, ai limiti delle umane possibilità, soprattutto se pensiamo al periodo storico e ai mezzi allora a disposizione, fu quella intrapresa per raggiungere il Polo Sud e che vide la grande sfida fra l’esploratore norvegese Roald Amundsen, che raggiunse per primo il Polo Sud, il 14 dicembre 1911, e l’ufficiale della marina britannica Robert Falcon Scott, che lo raggiunse invece un mese dopo e che nella marcia di rientro perse la vita, assieme a tutti i compagni di spedizione, per le estreme condizioni climatiche.

La nave    Terra Nova   Roald Amundsen al Polo Sud

Al 1914-1916 risale la leggendaria spedizione Endurance, così chiamata dal nome della nave utilizzata dal grande esploratore polare Ernest Henry Shackleton. Nonostante il fallito tentativo di attraversare il continente e lo schiacciamento della nave Endurance che era rimasta bloccata nel pack, Shackleton riuscì in modo avventuroso, tra incredibili traversie e in condizioni climatiche terribili, a portare in salvo tutti i membri dell’equipaggio, dopo ben 522 giorni di isolamento fra i ghiacci antartici.

Solo nel 1933 furono effettuati i primi tentativi di esplorazione aerea, e furono scattate le prime foto dall’alto del continente antartico. In occasione dell’Anno Geofisico Internazionale (1957-1958) si aprì la nuova epoca dell’esplorazione dell’Antartide e furono costruite le prime 40 basi antartiche dove lavorarono centinaia di ricercatori e scienziati di tutto il mondo.

Siti di approfondimento sul Lago Vostok:

Lago Vostok (da Wikipedia)
Laghi subglaciali (da MNA - Museo Nazionale dell’Antartide)
Vostok, la vita a tremila metri di profondità (da Enel)

Piccole donne crescono

mercoledì, 2 maggio 2007

 Piccole donne

A volte è strano notare come sembra che il tempo passi improvvisamente di botto, e che tutto intorno a te cambi rapidamente.

Lo noto con le mie figlie, la più grande di cinque anni e mezzo e la più piccola di tre anni e mezzo. Adesso mi fanno delle domande a cui faccio fatica a rispondere e iniziano a prendermi anche in giro. Si tratta di un inequivocabile segnale di crescita. Ecco alcuni episodi, che starebbero bene in un film del Woody Allen degli inizi.

1) Il mostro. Circa tre mesi fa, una domenica, la più piccola mi aveva letteralmente fatto perdere la pazienza, litigando per futili motivi tipici dell’età - una disputa sui mattoncini del Lego - con la sorella più grande. Allora a un certo punto, dopo l’ennesimo avvertimento a vuoto, quando la mia testa era ormai diventata un’anguria lessa, le ho dato un buffetto sul culetto, che ha fatto più rumore che altro. A questo punto mentre la piccola - grande teatrante - scoppiava a piangere invocando la mamma come se l’avessi massacrata, la più grande fa scattare inaspettamente la solidarietà femminile tra sorelle: prende dei mattoncini di Lego, costruisce rapidamente una sorta di telefonino, compone un numero immaginario, se lo porta all’orecchio e tra il mio stupore fa: “Pronto Polizia? Sì, venite subito a casa! C’è un mostro che ha fatto piangere mia sorella!”.

Inutile dire che sono scoppiato a ridere come un matto. Però, ho sentito un brivido nella schiena. Un giorno o l’altro le forze dell’ordine entreranno in assetto di guerra dalle finestre di casa mia, dopo avere sgridato le mie figlie, e mi porteranno via.

2) Il ladro. Tre settimane fa hanno tentato di rubarmi l’auto - una normalissima utilitaria, comprata otto anni fa - che avevo lasciato parcheggiata in strada di notte, a causa di lavori di ristrutturazione nel condominio dove abito che rendevano problematico l’uso del box.

A parte il danno e le tragicomiche avventure tra caserme dei carabinieri per l’inevitabile denuncia, telefonate all’assicurazione, telefonate al perito, fax inviati, ulteriori denunce integrative, pellegrinaggi in autofficina e incazzamenti vari, sono rimasto a piedi per ben due settimane, il che, soffrendo di allergia al polline in questo periodo ha costituito un’ulteriore tortura. Solo dopo due settimane il servizio clienti dell’assicurazione mi ha fatto capire che avevo diritto all’auto sostitutiva.

Superata l’incredulità iniziale sono andata a prenderla. Un’auto nuova, di pari cilindrata alla mia. Tutto contento, mi dico: “Vado a fare una sorpresa alle bambine all’uscita dalla scuola materna con la nuova auto, per vedere la loro reazione”.

Appena usciti dalla scuola, vedendo che loro si stavano dirigendo a piedi verso casa, faccio: “No, andiamo con l’auto nuova!”. Loro mi guardano incredule, come fossi stato ubriaco, e mi chiedono dov’è l’auto. Allora io, con fare complice e misterioso, e un sorriso sulle labbra sussurro la battuta infelice: “L’auto è quella lì! Papà ha rubato un’auto nuova!”

Improvvisamente tutte e due iniziano ad urlare: “No! Papà, non dovevi rubare un’auto! No!”. La più piccola inizia a piangere, la più grande si irrigidisce, la gente all’uscita dalla scuola inizia a guardarmi in modo strano e sospettoso, mentre io cerco di farle salire sull’auto. Loro continuano ad opporsi, a questo punto, dopo una sceneggiata incredibile, le prendo in braccio, cercando di sorridere forzatamente, e le carico in auto, sempre sotto gli occhi degli altri genitori.

Una figura di merda pazzesca, e mi è andata anche bene, che di questi tempi a comportarsi così davanti ad una scuola materna ci manca poco ad essere linciati dalla folla, senza tante spiegazioni.

3) Il filosofo. Mi è sempre piaciuta la filosofia e adesso che mia figlia più grande inizia a porsi - e a pormi - domande semplici nella loro innocenza ma intriganti e complesse sull’infinito, la morte e la vita, inizio a riflettere anch’io in modo nuovo, quasi fosse la prima volta, su questioni e problematiche complesse e di difficile risposta.

Di solito me la cavo bene con le risposte, stimolo altre domande, altra curiosità, ma una volta, ad una domanda precisa, sono rimasto senza parole. Anche Einstein o Kant si sarebbero trovati in difficoltà. Una sera mia figlia mi ha chiesto: “Papà, ma il tempo dov’è?”. L’unica cosa che ho saputo risponderle è stata: “Adesso sono stanco, e poi certe cose non puoi ancora capirle; quando sarai grande capirai!”.

Sono andato a letto e tutta la notte ho pensato alla semplicità della domanda, e all’impossibilità di una risposta semplice e sensata.