
Questo fine settimana è venuto a trovarmi dalla Sicilia mio padre, che si trovava a Roma per delle ricerche artistiche e bibliografiche, e che non vedevo dal mese di novembre. È stata una venuta a sorpresa, improvvisa, non organizzata, di cui ho saputo solo pochi giorni prima.
Stamane è ripartito, da Linate, per ritornare ai 40º e oltre della Sicilia.
Sono stati tre giorni molto particolari, volati via velocemente, ma intensi, trascorsi fra l’entusiasmo e la vitale esuberanza delle bambine, eccitate dal fatto di avere finalmente il nonno tutto per loro, e i caratteristici dialoghi fra padre e figlio fatti da silenzi imbarazzati, tipicamente maschili, in cui si pensa a tutto quello che ci si vorrebbe dire, da anni, forse decenni, ma che quasi mai si trova il coraggio - forse l’umiltà - di dirsi, e improvvisi squarci di sincera loquacità, di vera comunicazione diretta, fra due uomini legati da quello straordinario e tanto sottovalutato legame che è il rapporto padre-figlio.
Ieri notte, dopo avere trascorso una piacevole, quanto normalissima serata in pizzeria, ho preparato e stampato un cd-rom con delle foto delle bambine, e un altro cd con brani musicali per mia madre e mio fratello.
Tra le richieste di mia madre, in particolare, c’era quella di un brano di Fred Bongusto, Tre settimane da raccontare, che le ricordava dei piacevoli momenti della sua giovinezza, con mio padre.
Mentre realizzavo il cd, pensavo alla strana coincidenza che proprio pochi giorni prima avevo sentito alla radio una canzone di Fred Bongusto, che mi era molto piaciuta, ma di cui non ricordavo il nome.
Oggi, riascoltando la canzone Tre settimane da raccontare che ho registrato per mia madre, mi sono reso conto che la canzone che avevo ascoltato era proprio quella.
È veramente singolare il fatto che, nell’arco di pochi giorni, io abbia ascoltato in radio un brano di Fred Bongusto - autore famosissimo negli anni sessanta e settanta, ma che adesso certamente non danno di frequente in radio – , che questo brano mi abbia particolarmente colpito, che mio padre sia venuto per pochi giorni a trovarmi dopo mesi, e soprattutto che mia madre mi abbia chiesto di registrarle un brano particolare, a cui teneva molto, guarda caso di Fred Bongusto, e che poi, questo brano si sia rivelato essere proprio quello che mi aveva colpito giorni prima alla radio.
Sinceramente questa coincidenza, mi ha piacevolmente turbato.
Sarà stata anche una semplice coincidenza, ma non ho potuto fare a meno di pensare all’ipotesi del principio di sincronicità introdotto dallo psicologo C.G.Jung.
La sincronicità è un fenomeno che ha catturato l’attenzione e la ricerca di C.G.Jung e W.Pauli per più di 30 anni. Consiste nel verificarsi simultaneo di due diversi stati psichici, due eventi (interni e/o esterni) legati da un significato, ma non da causalità.
Sono coincidenze significative entro cui la “connessione” prescinde dal tempo, dallo spazio e dai rapporti causa-effetto.
Una delle testimonianze più note sul fenomeno è quella riportata da Jung nell’esperienza con una paziente. La donna, che si trovava in un momento terapeutico decisivo, stava raccontando un sogno nel quale ella riceveva in dono uno scarabeo d’oro. Nel frattempo Jung sentì un rumore alle sue spalle, come se qualcosa urtasse contro la finestra: era uno scarabeo che cercava di entrare nella stanza buia.
Lo scarabeo, simbolo per eccellenza di rinascita, “entrato” nel momento analitico più idoneo, riuscì ad infrangere la barriera difensiva della donna che, ancorata ad una statica razionalità, non era riuscita, fino a quel momento, ad evolvere.
Sono questi quei casi in cui ci si addentra in territori affascinanti, misteriosi, fatti della stessa materia dei sogni, in cui la ragione da sola non riesce a trovare una spiegazione pienamente soddisfacente, e lascia sempre spazio al dubbio.
Jung diceva che l’inconscio si esprime attraverso immagini - sia nel sogno, che nell’arte, e nel mito – e che ogni concetto, ogni spiegazione razionale impoverisce sempre l’esuberante ricchezza di significato di cui esso è portatore.





