«Chi vive, quando vive, non si vede: vive…
Se uno può vedere la propria vita, è segno
che non la vive più: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina.
Perchè ogni forma è una morte»
(Luigi Pirandello)
Pirandello è uno scrittore che ho sempre amato, sia per una certa affinità spirituale – una sorta di empatia profonda dovuta al fatto di essere entrambi siciliani, per cui il mondo lo si vede e lo si vive in un certo modo, e nemmeno centomila parole potranno spiegarne le ragioni, più che il fatto di essere nati nella stessa terra, intrisi degli stessi umori, sentimenti, passioni, odori, colori… - sia per i temi da lui trattati, lo stile, la profonda suggestione che viene dalle sue opere, e non per ultima la sua ironia dissacrante, lucida, spietata.
Sarà anche per via del fatto che siamo nati nello stesso anno (il 67), seppur ad un secolo di distanza, che lo sento molto vicino.
Pirandello, come pochi altri nella letteratura contemporanea, ha raccontato il paradosso che la vita o la si vive o la si racconta, ma egli con il suo concreto agire ha di fatto cercato di far coincidere vita e racconto, teoria e prassi, forma ed agire.
Sto leggendo le sue “Novelle per un anno” in questo periodo. Ne conoscevo i racconti più famosi. Riscoprirlo di nuovo, ad anni di distanza dal periodo universitario, me ne ha fatto apprezzare ancora di più la grandezza.
Ho rivisto anche il film Kaos (1984) dei fratelli Taviani girato all’epoca nelle mie zone, in provincia di Ragusa, nell’altopiano ibleo. Ho rivisto l’episodio finale di quel film, Colloquio con la madre: pura poesia, puro incanto delle immagini e della musica.
Avevo 17 anni quando vidi la prima volta quel film, e alla scena dei ragazzi che salgono sulla grande duna bianca di pietra pomice a picco sul mare, di un blu accecante, e arrivati in cima guardano il panorama mozzafiato e poi si lasciano cadere giù fino a mare, rimasi ammaliato.
Quando 7 anni dopo, nel 1991, andai per la prima volta nell’isola di Lipari, nelle Eolie, località Canneto, e riuscii a trovare quella spiaggia e quella duna immensa e bianca creata dal lavoro della cava di pomice, e poi mi affacciai da sopra, a circa 50 metri di altezza, prima di lasciarmi andare giù saltellando nella sabbia finissima, con le gambe che affondavano fino alle ginocchia, e guardai il panorama, il mare blu, provai una fortissima emozione che ancora adesso mi riempie di felicità immensa.
Una comunione piena con la natura e la vita. Un’esperienza panica. La sensazione di annullarsi e fondersi con la natura, di svanire come persona e fluire in un’armonia più grande.
Vita piena, agire primordiale, senza quasi controllo razionale. Innocente e selvaggio come la natura.
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Beh io la racconto, non c’è dubbio, ed il brutto è che ho poco da raccontare… hihihi
OT ho visto qualche blog in giro, sai quali sono quelli con più commenti ? A parte ovviamente quelli delle studentesse che chiacchierano con le compagne (non fanno testo) ma ce ne sono di interessanti. Non “pontificano”, non “dimostrano tesi”, ma lanciano semplici spunti che invogliano a proseguire. Anch’io ho il difetto di cercare di “esaurire” il tema e così facendo inibisco la partecipazione del lettore. Nel mio caso inoltre, la straordinaria e complessa personalità acuisce il problema, nel tuo caso invece non sarebbe affatto così…hihihi…. scherzo !
ciao…ho trovato molto interessante il tuo intervento..sono molto interessata alla poesia che hai citato..ma non riesco a trovare delle altre fonti(in che raccolta è stata pubblicata, in che anno ecc) e siccome sto cercando di scrivere la mia tesina di maturità su pirandello ti sarei molto grata se potresti darmi delle informazioni su questa poesia…grazie mille…spero in una tempestiva risposta grazie ancora…e cmq mi trovo d’accordo sulle tue idee…
Non si tratta di una poesia, ma di una citazione tratta dal racconto “La carriola”, contenuta nella raccolta “Novelle per un anno”.
Qui di seguito trovi il link al racconto.
http://www.classicitaliani.it/pirandel/novelle/13_187.htm
grazie mille..molto gentileee!!!!baci