Archivio di luglio 2007

Ultimo Tango a Parigi

mercoledì, 25 luglio 2007

Ultimo Tango a Parigi 

Ultimo Tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci è uno di quei film che hanno plasmato in modo indelebile il mio immaginario culturale ed emotivo, prima ancora che cinematografico: è un film storico, uno di quei casi in cui la definizione di capolavoro irripetibile è assolutamente calzante.

La regia è perfetta, con movimenti essenziali, la fotografia di Vittorio Storaro è splendida, le inquadrature e le angolazioni hanno fatto scuola.
Marlon Brando che recita se stesso raggiunge l’apice della sua arte intrepretativa maledetta e ribelle.
La musica di Gato Barbieri è bellissima, passionale, perfetta sintesi di Europa e Sudamerica, come suggerisce anche il titolo del film.

La prima volta che lo vidi al cinema fu nel 1987, subito dopo che era stato dissequestrato, mi trovavo a Padova. Stavo frequentando il primo anno di Lettere all’Università. Ricordo che andai a vederlo da solo. Fu un’emozione indimenticabile, a partire dagli splendidi titoli di testa, con le immagini dei quadri di Francis Bacon e la musica di Gato Barbieri.

Il primo titolo del soggetto, scritto da Bertolucci, si intitolava “Un giorno e una notte e un giorno”. Bertolucci rivelò alla rivista di cinema “Positif”, del marzo 1973, quale fu l’ispirazione segreta del film:

«Ho sempre desiderato incontrare una donna in un appartamento deserto, e fare l’amore con lei senza sapere chi sia, e ripetere con lei all’infinito quest’atto sessuale».

Le vicende legate al film sono note: Ultimo Tango a Parigi fu condannato per oscenità al rogo per quindici anni e rimesso in circolazione solo nel febbraio del 1987.
Bertolucci fu condannato a due mesi di prigione (con la condizionale) ed impedito per cinque anni dei suoi diritti di cittadino (come votare, ad esempio).

Il film narra di una passione folle. È la storia di un incontro, quella tra Jeanne (Maria Schneider) una giovane ragazza parigina di vent’anni e Paul (Marlon Brando) un quarantacinquenne americano trapiantato a Parigi.

Il film si apre con un magnifico dolly che dal ponte della metropolitana ci porta giù per le strade sul corpo intero di Brando prima, e sul primo piano di lui disperato con le mani davanti agli occhi.

L’uomo, rimasto vedovo della moglie suicida, si aggira per Parigi in preda a una irrefrenabile malinconia, dovuta, oltre che alla perdita della sua compagna, a un passato confuso e alla perdita della giovinezza.
L’incontro con la giovane donna sconosciuta e il loro fulmineo rapporto sessuale cambierà la vita di entrambi. Gli incontri si susseguiranno frequentemente, sempre all’interno dell’appartamento sfitto, semivuoto.

Paul non vuole assolutamente conoscere il nome della ragazza, come lei non deve conoscere il suo. All’interno di quell’appartamento saranno fuori dal mondo, dalle convenzioni sociali, guidati solo dall’istinto e dalla passione, imprigionati in una sorta di ossessione erotica.

Ma poi un giorno per strada, Paul la ferma e le parla di sé, chiedendole di sposarlo e di vivere insieme. Trascorrono la serata in uno squallido locale dove bevono champagne e ballano il tango.
Nonostante la bella serata, lei gli dice che è finita e fugge all’alba dal locale ormai deserto.
Paul, ubriaco, la insegue in strada fino a casa della madre di lei. Quando riesce ad abbracciarla e le domanda il suo nome. Lei gli spara e lo uccide.

Il finale, stupendo, del primo piano di Marlon Brando, che incredulo e colpito a morte, si toglie la chewing-gum dalla bocca e la attacca sotto la ringhiera del balcone, quasi a voler lasciare ancora una parte di sé attaccata alla vita, e poi si volta a guardare per l’ultima volta la magnifica vista dei tetti di Parigi dall’alto, è da antologia.

Un finale tragico, un rifiuto dell’identità, della personificazione che la società fa delle persone. Quasi un’approvazione alla carnalità erotica come unica forma di comunicazione sincera tra i due sessi, anche se distruttiva. Un film sulla potenza rivoluzionaria e sovversiva dell’eros, che distrugge e abbatte tutte le barriere e convenzioni sociali.

Significativo il fatto che alla fine, fra i due sessi, abbia la meglio la donna, mentre l’uomo soccombe.

“In un altro Paese”: documentario sulla lotta alla mafia

domenica, 22 luglio 2007

Falcone e Borsellino

Lunedi sera, 23 luglio, alle 21,05 su RaiTre andrà in onda il film-documentario “In un altro Paese“, diretto da Marco Turco e tratto dal libro Excellent cadavers. The Mafia and the Death of the First Italian Republic (Cadaveri eccellenti. La mafia e la morte della prima Repubblica italiana) del giornalista americano Alexander Stille.

Si tratta di un documentario sulla storia recente della lotta alla mafia, a partire dal maxiprocesso di Palermo, il più grande processo mai celebrato contro la mafia, che fu reso possibile grazie al grande lavoro dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il documentario “In un altro Paese” prende le mosse da quella frase di Antonino Caponnetto, il creatore del pool antimafia di Palermo, che sul luogo della strage di Via D’Amelio, dove avevano perso la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, sussurrava in lacrime ai cronisti: “E’ tutto finito“.

Come riporta l’articolo su Repubblica, da cui ho tratto la notizia: «In un altro Paese è un film sconvolgente perché in novanta minuti non ce n’è uno di fiction, sono i fatti a parlare: un collage di delitti, testimonianze, vittorie, sconfitte, lacrime, rabbia.»

«In un altro Paese - osserva il giornalista Stille - gli artefici di una tale vittoria sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale. Dopo aver vinto la prima battaglia a Palermo, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colleghi fossero messi nella condizione di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario».

E poi ci sono le testimonianze dei colleghi: Guarnotta, Di Lello, Ayala, De Francisci, Ingroia.
Ayala spiega a Stille che “la mafia non è né di destra né di sinistra, sta col potere“.

De Francisci, parlando del sacrificio di Falcone e Borsellino, dice: “E’ stato un prezzo altissimo che hanno pagato, loro con la loro vita, e le persone morte con loro. Un prezzo che hanno pagato per il nostro Stato, per la Sicilia, per creare un futuro migliore per tutti noi. Però io me lo sono chiesto negli ultimi anni: ne è valsa la pena? Che siete morti a fare? Me lo sono chiesto più volte al punto in cui siamo. E non riesco a trovare una risposta“.

Un film-documentario sicuramente da non perdere, per chi è in cerca di verità e non vuole dimenticare.

Paolo Borsellino e l’agenda rossa scomparsa

mercoledì, 18 luglio 2007

Paolo Borsellino

A quindici anni esatti dalla strage di Via D’Amelio a Palermo, avvenuta il 19 luglio 1992, in cui venivano assassinati il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i 5 agenti della sua scorta, si riapre l’inchiesta che questa volta sembra puntare decisamente sui mandanti occulti.

La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti, che avrebbero avuto un ruolo attivo nell’organizzazione dell’attentato, tutto ancora da scoprire.

Ma soprattutto si riapre il caso della misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Paolo Borsellino teneva sempre con sè, e sulla quale egli annotava  le riflessioni e i fatti più segreti che riguardavano soprattutto l’indagine sulla morte di Falcone.

Uno degli elementi che ha attirato l’attenzione degli inquirenti - come riporta l’articolo di Repubblica -  è infatti  “la presenza anomala” di un agente di polizia in via d’Amelio subito dopo l’esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito “all’esterno” i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.

Inoltre, come è stato per la prima volta mostrato in un servizio trasmesso dal tg1 delle ore 20.00 del 7 febbraio 2006, ci sono ormai nuove prove filmate (vedi frame fotografici più in basso) che mostrano chiaramente una persona, un capitano dei carabinieri già identificato dagli inquirenti, con la borsa del giudice Paolo Borsellino che custodiva l´agenda rossa, con i suoi segreti, mai ritrovata.

Frame01 Agenda Borsellino  Frame 02 Agenda Borsellino

«Dal filmato si vede il capitano dei carabinieri - affermava il procuratore aggiunto di Caltanissetta Di Natale in un articolo apparso il 7 febbraio 2006 sul quotidiano La Repubblica - con la borsa del dottor Borsellino tra le mani e quella stessa borsa fu poi rinvenuta dentro l´auto del magistrato da un poliziotto». Perché, allora, l’ufficiale dei carabinieri in borghese prelevò la borsa e non la consegnò al magistrato di turno? «Stiamo cercando di capire quello che è accaduto quel pomeriggio - dice il procuratore Messineo - e, soprattutto, che fine abbia fatto l´agenda».
Quello che è certo è che l´agenda è sparita e che in quel momento era molto utile alle indagini. «Non dimentichiamo che Borsellino era tornato da pochi giorni dall´interrogatorio del pentito di mafia Gaspare Mutolo».

Come riportato in un interessantissimo articolo di Rivist@:

Alle sette del mattino del 19 luglio 1992 Paolo Borsellino ricevette dagli uffici della Procura di Palermo la notizia che avrebbe potuto parlare con il collaboratore Gaspare Mutolo. Anche Giovanni Falcone avrebbe voluto ascoltare Mutolo, non ne ebbe il tempo. Lo ricorda la signora Agnese Borsellino: “Paolo cominciò ad annotare appunti su un’agenda, non si separava mai da quell’agenda. Quella domenica a pranzo la teneva ancora tra le mani ed aveva segnato gli appuntamenti per la settimana successiva. Poi, prima di andare da sua madre, la ripose nella borsa. Scherzosamente lo presi in giro: ‘mi ricordi Giovanni, anche lui andava sempre in giro con tutte le sue cosine’”.

I familiari del giudice Paolo Borsellino hanno sempre sostenuto che il magistrato non si separava mai dall´agenda sulla quale annotava le sue ipotesi ed i fatti più importanti delle indagini, anche quelle sulla strage di Capaci (avvenuta due mesi prima di via D´Amelio) dove venne ucciso Falcone e tre agenti della scorta. E lo hanno sostenuto. Dice la famiglia: «Su quell´agenda rossa potevano esserci anche riferimenti alla trattativa intrapresa fra Stato e Cosa Nostra». Un riferimento preciso all´ipotesi di una trattativa, subito dopo la morte di Falcone, tra l´allora capo dei Ros, ed ora direttore del Sisde Mario Mori, ed esponenti di Cosa nostra attraverso il defunto ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. L´ipotesi, è stata confermata qualche anno fa dal pentito Giovanni Brusca, l´uomo che premette il pulsante per innescare l´esplosivo a Capaci. Brusca sostiene che la morte di Borsellino subì «un´accelerazione» perché il magistrato aveva scoperto della “trattativa” in corso e che era contrario all´ipotesi d´accordo con Cosa nostra. Ed il giorno della strage, come confermato da moglie e figli del magistrato, l´agenda era nella borsa di Borsellino.

Ad infittire il giallo sull’agenda scomparsa c’è poi anche la testimonianza dell’ex magistrato Ayala, fraterno amico di Falcone e Borsellino che sostiene di essere stato lui a consegnare la borsa ad un colonnello dei carabinieri in divisa. Borsa che un uomo in abiti borghesi, probabilmente un agente o un carabiniere, aveva tirato fuori poco prima dalla Croma di Borsellino.
La borsa venne poi rimessa nell’auto, ma sparì l’agenda.

Dice Ayala: «Arrivai sul posto subito dopo l’esplosione perché abitavo lì a due passi. Fui il primo a riconoscere il corpo di Paolo, nel giardinetto del palazzo. Poi mi trovai di fronte qualcuno che mi porgeva la borsa. La riconobbi. Ma non potevo tenerla. Non avevo titolo. Non ero più pm. Vidi di fronte a me un ufficiale dei carabinieri in divisa e la passai a lui, certo di trasferirla in buone mani…».

Sul mistero dell’agenda scomparsa è stato anche scritto un libro, “L’Agenda rossa di Paolo Borsellino” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, in cui veniva tentata la ricostruzione di cosa potesse contenere quell’agenda attraverso le testimonianze dirette dei familiari, dei colleghi, degli investigatori, delle carte giudiziarie, dei pentiti.

Adesso invece si riapre l’inchiesta e saranno gli inquirenti a cercare di fare luce su una delle pagine più buie della nostra storia recente, in cui gli intrecci perversi fra mafia, politica e servizi segreti deviati si aggrovigliano in un abbraccio mortale e osceno, al di là di ogni possibile immaginazione.
 

Trash d’autore: Brigantony

venerdì, 13 luglio 2007

Brigantony

Visto che ormai fra me e nexusdue, sul suo blog Conati di Silicio, si è scatenata una divertentissima guerra a colpi di citazioni e filmati kitsch, sugli eroi trash delle televisioni private siciliane, pugliesi e napoletane degli anni ottanta e novanta, adesso io - per usare una tipica espressione siciliana -  “ci calo il carico da undici”, ovvero per chi non è avvezzo al gioco della briscola, svento il colpo decisivo, da knock-down.

Nella fine degli anni settanta e negli anni ottanta imperversava nelle radio private siciliane un geniale e sanguigno cantante catanese, Brigantony - che adesso ha anche un suo sito web (guardate la sezione “Dicono di lui”) e anche l’onore di avere uno spazio addirittura su wikipedia - le cui audiocassette, come recitava la pubblicità al tempo, potevano essere trovate nelle migliori bancarelle. La mia adolescenza è stata anche allietata da successi di irresistibile comicità e salaci doppi sensi come ‘A sasizza, Nonno rock, ‘U Cavaleri ‘o Pub, ‘A cassa malatia, Mannatimi i soddi, Na vota ni lavaumu ‘da pila, Abbambata, A minchia o suli, ‘A nanna sinni fuiu, e così via.

Brigantony, che è il vero antesignano di Leone di Lernia, è stato autore di successi canori e parodie musicali sempre improntati a doppi sensi a sfondo sessuale, in cui la volgarità esplicita dei testi era sempre solare e genuina, come solo la gente del popolo sa esprimere. A volte i testi erano anche attraversati da un sano senso di rivolta antipolitica e populistica di stampo popolaresco.

Un grande improvvisatore Brigantony, un genio popolare le cui sfumature piene del dialetto, le pause comiche, i tempi teatrali, possono essere apprezzati pienamente solo da chi è siciliano al 100%. Forse è il vero erede di Domenico Tempio, l’autore catanese di opere poetiche satiriche e licenziose dell’Ottocento, quasi tutte in siciliano.

Possedevo quasi tutte le audiocassette di Brigantony, ora rimpiazzate dagli mp3.

Per la vostra gioia e quella di nexusdue, vi propongo di seguito due filmati trovati su Youtube in cui il genio di Brigantony si esplicita al meglio, prima in un parodistico TG, e poi in un surreale videoclip.

Ripuliamo il Parlamento: dal blog di Beppe Grillo

giovedì, 12 luglio 2007

Una volta tanto, in via del tutto eccezionale, pubblico un articolo non scritto da me, ma ripreso dal blog di Beppe Grillo.

La tematica è talmente di vitale importanza che vale la pena di diffondere quanto più possibile l’appello.

Qualche mese fa, in periodo di elezioni amministrative, avevo pubblicato un articolo, in cui parlavo di possibili semplici proposte per rinnovare subito la politica italiana e ripulirla da certi loschi figuri. Vedo che adesso i sogni stanno iniziando a diventare realtà. Aggiungerei anche l’abolizione della carica di senatore a vita, per completare il quadro.

Il video di Beppe Grillo è divertentissimo!

Dal blog di Beppe Grillo:

Martedì ho depositato alla Cassazione a Roma una richiesta di legge popolare per un Parlamento Pulito insieme ai (meravigliosi) ragazzi del MeetUp di Roma.
Dalla Gazzetta Ufficiale:

“Ai sensi degli articoli 7 e 48 della legge 25 maggio 1970, n.
352, si annuncia che la Cancelleria della Corte Suprema di
Cassazione, in data 10 luglio 2007 ha raccolto a verbale e dato atto
della dichiarazione resa da dieci cittadini italiani, muniti dei
prescritti certificati di iscrizione nelle liste elettorali, di voler
promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo:
“Riforma della legge elettorale della Camera e del Senato
riguardante i criteri di candidabilita’ ed eleggibilita’, i casi di
revoca e decadenza del mandato e le modalita’ di espressione della
preferenza da parte degli elettori”.

I tre punti della proposta sono:

1- NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI. No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale.

2- DUE LEGISLATURE. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.

3- ELEZIONE DIRETTA. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

La richiesta di legge popolare sarà accolta se vengono raggiunte almeno 50.000 firme autenticate.
L’otto settembre in tutta Italia ci sarà la raccolta di firme organizzata dai gruppi dei Meetup di tutta Italia (cerca la tua città) e dalle associazioni che vorranno aderire.

Non perdete questa occasione per ripulire il Parlamento.

V-day
V-day
V-day

Le nuove frontiere della selezione del personale

lunedì, 9 luglio 2007

 Selezione personale

Sto cercando un nuovo lavoro. Lo sto cercando da parecchi mesi. E non è facile.

Pur avendo un curriculum vitae notevole, un’esperienza professionale di tutto rispetto e un mix di competenze tutto sommato abbastanza uniche, trovare oggi un nuovo lavoro in Italia, e nello specifico nell’area milanese, in uno dei settori più innovativi come quello delle nuove tecnologie informatiche, è estremamente difficile e faticoso. E frustrante. Umiliante. Demotivante.

Soprattutto se hai quarant’anni e non sei più una persona che può essere facilmente “plasmata” ad immagine e somiglianza dell’azienda.

Contano poco la professionalità, l’esperienza, le capacità e le competenze acquisite. Quello che oggi vale per le aziende italiane è: spendere poco, possibilmente con dei contratti a progetto (6-12 mesi al massimo), e avere a che fare con dei giovani neolaureati o con poca esperienza, che chiedono poco e non creano problemi.

Assistiamo così all’assurda e scandalosa realtà per cui, ad esempio, esperti analisti e programmatori software vengono ingaggiati con dei contratti a termine, come dei braccianti agricoli di altri tempi, per dei contratti a progetto presso clienti terzi, o quarti, o quinti…. La catena di Sant’Antonio è molto lunga nel settore.

Per non parlare delle altre figure professionali: web designer, content designer, copywriter… o come nel mio caso Project Manager, che a parole è una delle figure più importanti e strategiche per la  riuscita di un progetto, mentre di fatto viene considerato pressochè inutile, e il suo ruolo viene di volta in volta improvvisato dal Software Engineer più anziano, o dal commerciale di turno, o peggio ancora dall’imprenditore o dai dirigenti.

Con i risultati catastrofici che vediamo giornalmente. Ma inutile lamentarsi. L’Italia delle nuove tecnologie è questa: un disastro.

Ma veniamo alla mia più recente esperienza.

Giovedi scorso ricevo una telefonata sul mio cellulare.

«Pronto? Parlo con il Signor Salvatore Campo?»
«Sì, sono io»
«Sono di Monster (società di recruiting on-line). Lei ha inserito il suo curriculum nel nostro database?»
«Sì, l’ho fatto mesi fa»
«Bene, il suo profilo professionale ha suscitato l’interesse di una prestigiosa azienda italiana. Ne era già al corrente?»

In preda a una leggera palpitazione dico: «No, non lo sapevo!»

«Bene, lei è stato invitato per un incontro di selezione il giorno xx di luglio, presso la sede del nostro cliente, che è Banca Mediolanum»

Lì per lì rimango attonito, inebetito. Il cervello mi gira a mille e mi chiedo: «Ma cosa diavolo vorrà mai Banca Mediolanum da me? Cosa potrei mai fare per loro? Perché ho suscitato il loro interesse? Vorranno forse mettere in piedi una divisione IT? Vogliono creare un team tecnologico per i loro nuovi canali di comunicazione multimediale e interattiva? Boh!»

In preda a questi pensieri, confermo l’appuntamento, che mi sarebbe poi stato notificato via email, e mi dimentico di chiedere la cosa più importante: quale figura professionale stanno ricercando!

Il giorno dopo, richiamo, e come mi aspettavo, la figura professionale da loro ricercata era quella del Family Banker, in pratica un promotore finanziario altamente specializzato per le famiglie benestanti.

Siccome io e le banche, e i prodotti finanziari, ci  respingiamo a vicenda, e oltre a non avere nessuna competenza, ho una sorta di allergia per tutto ciò che ha che fare con loro, stasera ho scritto a Banca Mediolanum una email in cui declino l’invito a partecipare all’incontro. Tra l’altro mi sembra di aver capito che più che un colloquio si trattava di una specie di presentazione all’americana ad un vasto pubblico di adepti e desiderosi di trovare un lavoro.

Ecco l’email che ho scritto stasera:

Gentili Signori,

purtroppo devo declinare l’invito al vostro incontro di selezione.

Ho chiamato il numero telefonico da voi indicato per avere informazioni sulla figura professionale da voi ricercata e ho avuto conferma che si trattava, come immaginavo, del Family Banker.

Non avendo io nessuna preparazione universitaria, nè esperienza professionale pregressa nella vendita di prodotti finanziari, come credo avrete potuto verificare anche voi esaminando il mio curriculum vitae - nè avendo tantomeno la voglia di improvvisarmi a 40 anni promotore finanziario - per onestà intellettuale e serietà professionale preferisco declinare il vostro invito.

Pur essendo alla ricerca di un nuovo posto di lavoro riconosco i miei limiti e le mie possibilità. Ho delle competenze specifiche e un’esperienza quasi decennale nel Project Management in ambito ICT, che spero di poter far valere presto nel modo opportuno.

In questo modo credo di fare guadagnare tempo a voi e a me, e di fornire qualche possibilità in più a chi ha un profilo più aderente alla job description da voi indicata.

Trovo però singolare il fatto che per degli incontri di selezione per una figura professionale così importante per voi, come quella del Family Banker, abbiate attuato una strategia di “selezione di massa” che sa tanto di marketing, “sparando” per così dire nel mucchio, e mirando ad attirare anche chi non ha nessuna competenza specifica e, di fatto, nessuna chance di farcela.

Oltre che andare contro le logiche più elementari della selezione del personale, non trovo che sia tanto corretto nei confronti di chi sta cercando faticosamente un lavoro che sia coerente con la propria formazione scolastica ed esperienza professionale.

Con l’augurio di poterci magari incontrare in futuro per la ricerca di una figura professionale più aderente e corrispondente alle mie caratteristiche, vi porgo i miei

Distinti saluti
Salvatore Campo

Ciccio Sultano

mercoledì, 4 luglio 2007

Ciccio Sultano 

Finalmente è on-line il nuovo sito web del Ristorante Duomo di Ciccio Sultano, a Ragusa Ibla.

Conosco Ciccio da venti anni ormai: i primi dieci, quando eravamo ragazzi, vissuti intensamente, praticamente sempre insieme, con l’altro mio grande amico Giovanni. I secondi dieci anni separati dalle distanze geografiche, dalle diverse strade professionali intraprese, ma sempre uniti nel cuore e nella mente, pur sentendoci e parlandoci pochissimo.

Sono quelle amicizie vere, forti e longeve come un ulivo saraceno, indissolubili, sincere, rese ancora più solide dalla lontananza. Amicizie in cui ci si può anche non vedere e parlare per un anno o più, e poi basta incontrarsi all’improvviso, scambiare uno sguardo, un’espressione, una battuta e sembra che il tempo non sia mai passato.

Adesso Ciccio è uno chef di fama nazionale: nel novembre 2005 ha ricevuto le ambitissime due stelle Michelin per il suo Ristorante Duomo, che gestisce in modo esemplare assieme al socio Angelo Di Stefano. Il suo talento viene riconosciuto anche dalla stampa internazionale.

Nella prestigiosa classifica de La Guida dei ristoranti d’Italia del Gambero Rosso (edizione 2007) il suo ristorante risulta al 18esimo posto, davanti addirittura ad un mostro sacro come Gualtiero Marchesi.

Ma qui non voglio dilungarmi sul Ciccio cuoco e chef di grande razza e delle sue creazioni gastronomiche. Altri, molto più competenti di me, lo fanno già sulle riviste specializzate e sui principali media.

Mi piace parlare di Ciccio come amico: una persona vulcanica, simpatica, estremamente determinata, intraprendente, sincera, con una fortissima convinzione nelle proprie capacità. E che è sempre rimasta tale e quale.

Insieme a Ciccio e a Giovanni, l’altro mio grande amico, abbiamo scoperto il jazz, abbiamo iniziato a fumare i sigari Toscano, abbiamo imparato ad apprezzare la buona cucina, il buon vino, le belle donne, la musica di Paolo Conte, Fred Buscaglione, Jimi Hendrix, The Doors, l’elenco non finirebbe mai.

Abbiamo sviluppato un particolarissimo approccio alla vita, molto ironico, scettico, sicilianamente cinico, ma al tempo stesso fortemente attaccato alla vita, ai sensi, alle sensazioni elementari, agli odori, i sapori, i colori.

Ricordo le lunghe passeggiate di notte, fra i vicoli barocchi di Ragusa Ibla, quando era ancora una città poco conosciuta, addirittura ignorata e snobbata dalla maggior parte della gente, e frequentata solo dai pochi abitanti, per lo più anziani.

Ricordo le lunghe fumate di sigaro seduti sulla gradinata del Duomo, a fantasticare sul futuro. Adesso il ristorante di Ciccio si trova a un centinaio di metri di distanza da quella gradinata, e Ragusa Ibla è splendidamente rifiorita, frequentata da turisti.

Ricordo le tante feste, le serate nella mia casa di campagna, a suonare assieme a mio fratello ed altri amici, in improbabili ma divertenti jam session di blues e rock, ispirati dal buon vino rosso.

Ricordo le passeggiate fra i campi di notte, con la luna piena e il caldo vento di scirocco che accarezzava l’erba alta, tanto da sembrare un mare.

Ricordo in particolare una cosa, che ci ripetevamo spesso, quando eravamo seduti in qualche posto dall’atmosfera magica della nostra Sicilia, in totale rilassatezza e sensazione di pienezza di vita, magari dopo una bella mangiata:

«Ti immagini? Fra 50 anni… che siamo ancora qui, seduti come adesso… un po’ più rincoglioniti, ma sempre gli stessi, a fumarci un sigaro e a guardare la luna piena, come quei vecchietti laggiù?»

È una delle cose più belle che mi tengo nel cuore.