Archivio di dicembre 2007

Alla mia nazione – Pasolini

domenica, 30 dicembre 2007

Pasolini

Alla mia nazione - Pier Paolo Pasolini

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini

La poesia può essere ascoltata nella vibrante recitazione di Vittorio Gassman, in questo sito.

Il file audio della poesia Alla mia nazione è tratto dall’Antologia personale di Vittorio Gassman, una raccolta delle poesie fra i maggiori poeti italiani dell’Ottocento e del Novecento, uscita nel 2000 per Luca Sossella editore e realizzato con le voci di Vittorio Gassman, Franca Nuti, Roberto Herlitzka, Lina Sastri e tanti altri grandi attori di teatro italiani.
Ne posseggo il cofanetto di sei cd audio, accompagnato da un libretto con i testi delle poesie lette, come una delle cose più preziose che ho.

Nel presentare le poesie di Pasolini, Vittorio Gassman ricordava:

«[…] È certo che, almeno per noi, Pier Paolo rappresenta forse l’assenza più pesante nel tessuto della cultura contemporanea. Ci mancano, sì, la sua sterminata vitalità, il suo coraggio irriducibile.
Per quel tanto, non tantissimo, che era possibile credo di averlo conosciuto abbastanza bene. Capii per esempio la sua iniziale riluttanza quando ai tempi del Teatro Popolare Italiano, che dirigevo insieme a Lucignani, gli chiedemmo di tradurre per noi l’Orestiade di Eschilo.  Disse, brutalmente, che il teatro non rientrava nei suoi interessi; disse e scrisse che lo disgustavano sia il teatro della magniloquenza retorica sia quello della futilità, della chiacchiera, diceva.
Bene, dopo poco più di di mesi mi telefonò, e mi disse che aveva già terminato la traduzione – primo suo lavoro per la scena – che noi rappresentammo a Siracusa nel ’60  e che per la sua potenza e modernità entusiasmò il pubblico almeno quanto scandalizzò i professori e i critici pecoroni.
Con la stessa rapidità e lo stesso fervore creativo Pasolini scrisse, non molto tempo dopo, tutto il suo teatro, e devo dire, fra i ricordi più belli della mia carriera, restano le due rappresentazioni che feci a distanza di anni della sua Affabulazione
[…]»

Uomini d’altri tempi, di una statura morale e di un rigore intellettuale che oggi sembrano smarriti per sempre.

Natale – Giuseppe Ungaretti

giovedì, 13 dicembre 2007

Mare Olanda

Ho sempre sentito una particolare affinità spirituale con Giuseppe Ungaretti, con la sua desolata visione del mondo, la sua dolorosa esperienza, la sofferta e al tempo stesso virile testimonianza di uomo, il verso scarno ed essenziale, la parola nuda, asciutta, scabra come un sasso levigato dal tempo.

A volte mi sembra che tutto sia stato già detto, che non ci sia più nulla da aggiungere di nuovo, se non ricercare nelle parole dei grandi del passato verità e sentimenti eterni, immutabili, universali.

La parola è sacra, preziosa. Ormai abbiamo da tempo smarrito questa consapevolezza che trovava nella poesia la sua espressione più alta, la sua laica liturgia. La parola è stata umiliata, ridotta a meno che futile chiacchiera, a balbettio sbilenco e sgrammaticato, privo di senso.

Adesso più che mai, sento una consonanza perfetta con il sentire del poeta, affratellati dal dolore e dalla stanchezza, e riemergono improvvisi dal profondo versi che non ricordavo più da decenni.

NATALE
Napoli il 26 dicembre 1916.

Non ho voglia
Di tuffarmi
In un gomitolo
Di strade

Ho tanta
Stanchezza
Sulle spalle

Lasciatemi così
Come una
Cosa
Posata
In un angolo
E dimenticata

Qui
Non si sente
Altro
Che il caldo buono
Sto
Con le quattro
Capriole
Di fumo
Del focolare.

Giuseppe Ungaretti, L’Allegria, 1931

James Watson: premio Nobel razzista e imbecille

domenica, 9 dicembre 2007

James Watson 

James Watson è la dimostrazione vivente ed emblematica che si può vincere il premio Nobel per delle scoperte fondamentali per la scienza ed essere contemporaneamente un imbecille, un ottuso e un becero razzista della peggiore razza (è proprio il caso di dirlo, in questo caso).

Alcuni mesi James Watson, 79 anni, che nel 1962 vinse il premio Nobel in medicina per il suo contributo alla scoperta della struttura del Dna, era ritornato prepotentemente alla ribalta affermando che ” i neri sono meno intelligenti dei bianchi” e supportando il tutto con delle teorie pseudo-scientifiche talmente campate in aria al cui confronto quelle dei nazisti erano più solide e sensate.

Lo stesso Watson nel 1997 aveva dichiarato che una donna doveva avere il diritto di abortire se un test avesse potuto determinare la natura omosessuale del nascituro.

E adesso il destino si riprende la sua rivincita in modo beffardo, usando per di più proprio le scoperte rese possibili da Watson.

Infatti il genoma di James Watson ha 16 volte più geni di origine nera nel proprio Dna rispetto al bianco medio occidentale. Ciò significa, con tutta probabilità, che un suo bisnonno o trisavolo era di origine africana.

Quindi riassumendo: premio nobel, imbecille, omofobo, razzista, e per una sorta di contrappasso dantesco, si scopre oggi di origine africana, nera.

Ci sarebbero tutti i presupposti per spararsi un colpo di fucile in bocca.

Il giorno in cui lo farà stapperò una bottiglia di spumante per un pericoloso imbecille in meno sulla terra.