Archivio di febbraio 2008

I cento film italiani da salvare: grossolano errore su Repubblica

giovedì, 28 febbraio 2008

Luca Barbareschi

Su Repubblica on line di stamane c’è un clamoroso errore, di quelli veramente che fanno pensare che ormai nei giornali nessuno controlli piu’ nulla e le notizie e le foto vadano in linea come capita prima.

Hanno pubblicato un articolo su I cento film italiani da salvare con tanto di foto dei film piu’ famosi e hanno clamorosamente toppato quella del Il Gattopardo (1963) di Visconti con Burt Lancaster, pubblicando una foto che non c’entra niente che ritrae Luca Barbareschi nell’adattamento teatrale Il Sogno del Principe di Salina, l’Ultimo Gattopardo (2006).

Roba da non credere!

Aggiornamento dell’ultima ora (12:58). Se ne sono accorti. Adesso le foto sbagliate non sono presenti e i link puntano ad altro.

Mi immagino la scena e le risate negli uffici della redazione del giornale.

The Way Of The Samurai

martedì, 26 febbraio 2008

The world as a dream

«È un’utile prospettiva vedere il mondo alla stregua di un sogno.
Quando abbiamo un incubo ci svegliamo
e diciamo a noi stessi che abbiamo solo sognato.
Si dice che il mondo in cui viviamo non è affatto diverso
»
(Hagakure) 

Sto forse vivendo come un antico samurai, ispirandomi inconsciamente all’antica regola dell’Hagakure, il codice segreto del samurai?

Me lo sono chiesto stamane, mentre andavo in auto al lavoro ascoltando la colonna sonora del film Ghost Dog.

Dalla prima volta in cui ho visto al cinema il film Ghost Dog (1999) di Jim Jarmusch, ho sempre nutrito una particolare predilezione per esso.

Ne ho parlato anche in uno dei miei primi post di questo blog. È un film che mi ha letteralmente stregato: per la regia sapiente di Jim Jarmusch, l’interpretazione strepitosa di Forest Whitaker, la colonna sonora di RZA, cupa, minacciosa, uno strano miscuglio di hip hop e sonorità orientali.

Ma i veri punti di forza del film sono l’ambientazione quasi metafisica in una New York notturna e surreale, le scorribande solitarie del protagonista e le sue meditazioni, ossessive, ripetitive, quasi una sorta di mantra, sull’Hagakure, il codice segreto del samurai.

Ghost Dog è un tipo solitario e misterioso, seguace delle rigide regole di un antico testo orientale, l’Hagakure, il codice segreto del samurai. Si muove come un rapper e si allena, medita e agisce con il senso dell’onore degli antichi samurai.

Stamane, diversamente dal solito, ho dovuto prendere l’auto anziché il treno per andare al lavoro a Lugano, perché avevo prima una riunione in un altro posto, sempre sul lago di Lugano, ma in territorio italiano.

C’era una fitta nebbia di mattina presto, e tra i cd audio che mi sono portato ce n’era anche uno che avevo realizzato esportando vari brani musicali, estratti di dialoghi e monologhi dal film Ghost Dog.

Mentre procedevo nella pianura sommersa dalla nebbia, ascoltando la musica e i brani di parlato, mi sono reso conto che avevo talmente metabolizzato il film, che adesso la mia vita in pratica si ispira alla regola dei Samurai, una filosofia zen tanto semplice da essere spiazzante nella sua essenza.

Per questo motivo pubblico di seguito alcune massime estratte dall’Hagakure tratte dal film Ghost Dog, che vi suggerisco vivamente di vedere.

Queste massime fanno ormai parte integrante del mio essere e del mio modo di vivere:

«Secondo gli antichi una decisione andrebbe presa nello spazio di sette respiri. È necessario essere determinati e avere il coraggio di gettarsi al di là dello steccato».

«I nostri corpi ricevono la vita dal profondo del nulla. Esistere là dove non vi è nulla è il significato della frase “la forma è vuoto”. E il fatto che ogni cosa trae sostentamento dal nulla è il significato della frase “il vuoto è forma”. Sarebbe errato pensare che si tratti di due concetti distinti».

«Di certo non esiste altro che il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita di un uomo è fatta di momenti che si susseguono. Chi sa comprendere pienamente il momento presente non dovrà fare altro, né dovrà porsi altri scopi».

«Il codice del samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba  il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti: è questa l’essenza del Codice del Samurai».

«Tra le massime scolpite sul muro del signore Naoshiga ce n’era una che diceva: “le questioni di maggiore gravità vanno trattate con leggerezza“. Il maestro Ittai commentò: “le questioni di minore gravità vanno trattate seriamente».

«Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando ci sorprende un acquazzone cerchiamo di non bagnarci affrettando il cammino. Ma anche sforzandoci di passare sotto i cornicioni delle case ci bagnamo ugualmente. Agendo con risolutezza fin dal principio eviteremo dunque ogni perplessità e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose».

«Nella regione di Kamigata è diffuso una specie di cestino da pranzo intrecciato che si usa un solo giorno, nelle passeggiate campestri.
Al ritorno i gitanti se ne liberano calpestandolo.
La fine è importante in tutte le cose
»

Hagakure

Non montiamoci la testa!

domenica, 24 febbraio 2008

Hasta su abuelo (Fino al suo avo) - Goya - I capricci

Stamane, controllando le statistiche del mio sito (utilizzo AWStats), ho scoperto casualmente che il mio blog è stato segnalato come «interessante» su web 2.0 and something else, tanto da meritarsi addirittura un post dedicato, in cui l’autrice lo recensisce in modo lusinghiero, assieme ad altri tre blog ritenuti originali che sicuramente non tarderò a visitare nei prossimi gioni, incuriosito da tutta la faccenda.

Devo confessare che si tratta di una piacevole sorpresa che mi ha lusingato; sarei ipocrita se dicessi di no. In fondo chi scrive lo fa sempre per rispondere anche a un desiderio di vanità personale che fa parte della natura umana.

Se poi, come in questo caso, si scopre che si è riusciti a comunicare quello che era il senso di sfida del mio blog (sfida prima di tutto verso me stesso) e ad «affascinare» addirittura i lettori, allora la cosa non può che far piacere, soprattutto quando la recensione viene da una persona molto attiva ed impegnata sia nel campo della divulgazione delle tematiche del web 2.0 (qualunque cosa questa parola voglia dire oggi) sia nel campo dell’insegnamento scolastico ai ragazzi utilizzando approcci, tecniche e modalità nuove ed originali.

Chi si lamenta della scarsa preparazione dei docenti dovrebbe sapere che esistono anche persone in gamba ed estremamente preparate che vivono e sentono ancora l’insegnamento come una missione, riversandovi sopra passione, energia, impegno.

Ma in tutta questa storia, quello che continua a stupirmi è piuttosto il fatto di come internet riesca a far scoprire realtà nuove, a mettere in collegamento persone e idee lontane, o che addirittura non si conoscono, in modo inaspettato e in parte casuale. Abbiamo tutti sperimentato come a volte su Google si parta per una semplice ricerca di un argomento specifico e improvvisamente si spalanchino orizzonti impensabili, finendo per scoprire argomenti nuovi e sconosciuti, collegamenti imprevedibili…

Si potrebbe forse dire che Internet è il luogo per eccellenza della serendipity, intendendo con questo termine «lo scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra». Che poi è il bello e il fascino della vita.

Il caso che irrompe nella banalità quotidiana e ti costringe a rivedere i ristretti schemi mentali e ad allargare gli orizzonti.

Comunque, per concludere, e tornare al tema iniziale: non montiamoci la testa adesso!

Il fatto di essere sotto osservazione da parte di tante persone (ormai il mio blog ha quasi raggiunto le 200 visite giornaliere) non può che essere uno stimolo a fare sempre meglio.

Un mese…

lunedì, 18 febbraio 2008

Nuvole_estate 2007_Scoglitti

«Guarda le cose anche con gli occhi
di quelli che non le vedono più!
Ne avrai un rammarico
che te le renderà più sacre e più belle
»
(Luigi Pirandello) 

È passato un mese da quando te ne sei andata, Annemieke. E sembra già una vita.

A volte ho la sensazione che tutto sia stato un sogno, e che tu debba tornare da un momento all’altro. Sembra assurdo il fatto che tu non ci sia più, il dovere prendere atto e accettare questa realtà dura, irreversibile, irrimediabilmente senza ritorno.

Quello che mi rammarica maggiormente, di cui fino ad adesso non riesco a darmi pace, è l’impossibilità di condividere le piccole gioie della vita quotidiana: un piatto di spaghetti al pesto fresco fatto in casa, un caffè caldo e una fetta di torta dopo cena, le passeggiate in centro, il piacere di vedere crescere giorno dopo giorno le bambine, vivere le loro infantili scoperte cariche di stupore e ingenuità, una passeggiata fra i campi, un bagno a mare, lo spettacolo di un tramonto, dormire insieme mentre fuori piove…

Per questo adesso mi sforzo di vivere per due.

Cerco di vivere anche per te, fare le cose che avremmo voluto fare insieme, girare i posti che avresti voluto vedere, riempiendomi quanto più possibile gli occhi e il cuore della bellezza che ci circonda e di cui spesso nemmeno ci accorgiamo, trascinati dagli eventi banali di tutti i giorni.

Mi rendo conto di avere vissuto accanto a te degli anni straordinari, nel bene e nel male, la cui essenza difficilmente può essere compresa dagli altri.

Nell’ultimo periodo la tua malattia e la presenza costante del dolore, della paura, della sofferenza, della morte avevano in un certo senso rafforzato e sublimato il nostro amore, donandoci una visione della vita così semplice e pura, un’accettazione serena e solare del destino, a cui talvolta si perviene negli ultimi anni della vecchiaia.

Volevamo fare tesoro insieme di questa esperienza sofferta, di questa ricchezza rivelata dal dolore, per il nostro futuro.

Ma sono rimasto da solo in questo viaggio.

Spero di essere all’altezza delle sfide che mi attendono e di riuscire a trasmettere alle nostre due figlie anche solo una minima parte di quella apertura e amore per la vita che ormai è parte integrante del mio essere.

Ho sempre trovato di una straordinaria e struggente forza poetica la sequenza finale dell’episodio Che cosa sono le nuvole? diretto da Pasolini nel 1967, ma non avrei mai immaginato che un giorno quelle immagini, quelle parole e quella bellissima canzone, scritta da Pasolini stesso e da Domenico Modugno, avrebbero parlato per me, sarebbero diventate lo specchio perfetto della mia esperienza e della mia visione della vita.

L’ultimo minuto della sequenza è di una intensità come pochi altri casi nella storia del cinema.


Che cosa sono le nuvole? (Pier Paolo Pasolini, 1967) 

A volte, dopo anni, il senso misterioso delle cose si rivela in modo improvviso, attraverso inaspettate coincidenze, lampi abbaglianti.
Era sempre stato tutto lì, ma noi eravamo troppo distratti per accorgercene.

Into the Wild

sabato, 16 febbraio 2008

Into the Wild

«I now walk into the wild»

«Happiness is not real if it is not shared».

«La felicità non è reale se non è condivisa» è la frase che Christopher McCandless annotò sul suo diario poco prima di morire nel 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, all’interno di un vecchio autobus abbandonato, alla fine del suo breve, ma straordinario percorso di conoscenza ed esperienza di vita.

Cris McCandless

Gli ultimi due anni della sua vita sono raccontati in modo mirabile nel bellissimo film Into the Wild (2007) che Sean Penn, dopo circa dieci anni di trattative con i familiari del ragazzo, è riuscito a girare ambientandolo tra gli scenari e i paesaggi più selvaggi e incontaminati degli USA, di una bellezza talmente accecante da mozzare il fiato, e con l’ausilio di una colonna sonora quanto mai felice realizzata da Eddie Vedder, carismatico leader del gruppo grunge Pearl Jam.


Into the Wild – Trailer


Into The Wild O.S.T – Eddie Vedder – Hard Sun – Music Video

Into the Wild (2007), basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, racconta la vera storia di Chris McCandless, un giovane ventiduenne americano di buona famiglia che dopo aver conseguito la laurea a pieni voti nel 1990 decise di abbandonare ogni cosa, donò in beneficenza tutti i suoi risparmi (25.000 dollari), bruciò i suoi documenti, le carte di credito e la sua auto , cambiò il suo nome in Alexander Supertramp e sparì dalla circolazione per andare a vivere nelle terre selvagge e i ghiacci dell’Alaska, dopo aver vagabondato per due anni in lungo e in largo per l’America. Morì di fame 16 settimane dopo il suo arrivo in Alaska.

Il suo corpo privo di vita venne ritrovato da un cacciatore di alci nell’estate del 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, all’interno di un vecchio autobus abbandonato. Accanto al suo corpo c’erano alcuni vecchi libri di Tolstoj, Kerouac, Jack London, Thoreau con delle frasi sottolineate e un diario all’interno del quale Chris aveva annotato i suoi appunti personali fino a poche ore prima di morire.

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Ho visto il film il 26 gennaio, un giorno dopo la sua uscita in Italia, e ne sono rimasto profondamente colpito, l’identificazione con i sentimenti e le  motivazioni del protagonista è stata talmente forte che solo adesso, dopo averlo lasciato sedimentare per quasi un mese dentro di me, ne riesco a parlare in modo obiettivo e distaccato. Le musiche e le canzoni del film, composte da Eddie Vedder, sono state per circa un mese la colonna sonora della mia vita. Le ho ascoltate ogni giorno, mentre in treno, la mattina presto mi recavo per lavoro a Lugano, inondandomi di emozioni.

Cosa spinge un ragazzo benestante di ventidue anni ad abbandonare tutto, averi, famiglia, per andare a vivere la sua vita lontano da tutti, a stretto contatto con la natura, nelle terre estreme e selvagge dell’Alaska?

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Eddie Vedder, autore della musica - grezza, intima ed emozionante – e delle canzoni del film, ha rivelato che mentre stava scrivendo la musica, suo fratello minore, anche lui di nome Chris, era partito per il Sud Africa e aveva perso contatto con la famiglia. “Nessuno di noi aveva sue notizie da due mesi e all’improvviso mi sono sentito come la sorella di Chris, nel film. C’erano cose che accadevano nella mia vita reale e che erano davvero parallele alla storia.

È quello che è accaduto a me. Coincidenze particolari, sincronie indecifrabili tra gli eventi della mia vita, le mie emozioni, il mio stato d’animo e la storia raccontata nel film che mi hanno particolarmente colpito. Sarà perché da sempre ho desiderato vivere un’avventura simile, così estrema, a contatto con la natura selvaggia e il proprio io, senza nessun altro ostacolo a frapporsi nel mezzo. O forse perché simili sensazioni di contatto diretto, esaltante e pericoloso con la natura le ho in parte vissute, facendo apnea o nuotando a centinaia e centinaia di metri dalla riva, quasi non vedendo più la costa, e sentendo l’attrazione pericolosa di andare ancora oltre, alla ricerca della libertà più estrema, del rischio, dell’avventura…

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Gli interpreti del film sono tutti straordinari, a partire da Emile Hirsch, che interpreta il difficile ruolo del protagonista Chris McCandless, che per immedesimarsi e aderire ”fisicamente” alla parte è dimagrito di una ventina di chili, interpretando in estreme condizioni di reale disagio fisico, al freddo o nel deserto, le scene più belle del film, rifiutando controfigure anche nelle scene più pericolose.

Sito ufficiale del film: Into the Wild

Alcune recensioni in rete:
Roma Film Festival Anteprima
Yahoo movies
Repubblica

Addio ad Angese, maestro della satira

martedì, 12 febbraio 2008

Angese

Angese, all’anagrafe Sergio Angeletti, uno dei più grandi maestri della satira italiana è morto all’età di 56 anni, in seguito a una grave malattia durata tre mesi.

Lo ricorda oggi, in modo struggente e virile, sul blog che Angese curava e sul quale pubblicava con ammirevole costanza le sue vignette, l’amico Jacopo Fo che gli è stato vicino negli ultimi anni difficili, quando Angese ha dovuto combattere anche contro l’ostracismo dei mezzi di informazione che lo costrinsero a vivere in condizioni di difficoltà economica per la sua libertà di pensiero e propensione alla verità.

Scrive nell’articolo Jacopo Fo:
«Potremmo dire che è stato abbattuto mentre caricava a cavallo le trincee fortificate dei demoni. Sergio è stato un grande combattente per la libertà.
Uno che ha sempre messo la sua dignità di fronte alle convenienze.
Uno dei più grandi disegnatori italiani, giornalista e vignettista acuto, originale e geniale, al quale questo sistema di merda ha negato la possibilità di lavorare.
Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perché non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante. [...] E credo sia giusto dire che molto nella sua malattia ha pesato l’essere cacciato, esiliato, lasciato per anni senza lavoro [...]»

E ancora, prosegue Fo:
«Sergio ha collezionato una quantità incredibile di porte sbattute in faccia. L’unico lavoro che gli era restato era uno spazio quotidiano sulla Nazione-Resto del Carlino, pagato una cifra vergognosamente bassa.
Uno spazio concesso quasi con fastidio, in una situazione nella quale qualunque sua proposta veniva bruciata sul nascere.
Sopravviveva in quello spazio perché non aveva altro e non voleva smettere di raccontare, comunque, a un grande pubblico.
Un genio al quale è stato impedito di lavorare, di produrre le sue infinite idee.»

Voglio ricordare personalmente Angese con alcune delle sue più recenti e caustiche vignette:

Mutui subprime Mafia SpA ICI Modelli e modelle

Jacopo Fo conclude il suo sentito ricordo dell’amico Angese con una nota positiva:
«In quest’Italia di merda ci sono cose che funzionano in modo straordinario.
In questi 2 mesi e mezzo di agonia abbiamo avuto contatti con diversi ospedali e cliniche, pubbliche e private. E abbiamo trovato isole di efficienza e di malsanità [...]Nell’ultimo mese siamo finalmente approdati a una struttura pubblica assolutamente incredibile in Italia. Si tratta dell’Hospice di Perugia, clinica per le cure palliative, diretta dal professor Manlio Lucentini, con il quale collabora come psicologo il dottor Paolo Pannacci.
Si tratta di un luogo confortevole, colorato, con camere grandi per ogni singolo malato con un letto a disposizione di un parente. Sala da pranzo comune con libreria, divani, cucine a disposizione. Infermiere e dottori sono gentilissimi e presenti in modo premuroso e amorevole.
[...] Uno spazio umano dove Sergio ha potuto concludere con dignità la propria vita.
[...]»     

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

domenica, 10 febbraio 2008

 

«La repressione è il nostro vaccino!
La repressione è civiltà!
»

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) è probabilmente il film più politico del cinema italiano e certamente uno dei più significativi sotto l’aspetto storico e sociale. Nel 1970 vinse l’Oscar per il miglior film straniero.

Il film diretto da Elio Petri e sceneggiato dallo stesso Petri con Ugo Pirro (morto di recente, il 18 gennaio 2008, una data che per me avrà sempre un significato particolare, per motivi personali) era accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone e si avvalse della straordinaria interpretazione di Gian Maria Volonté, sicuramente uno dei più grandi attori che il nostro cinema abbia mai avuto, che in questo film diede una magistrale prova di recitazione che gli valse il David di Donatello.

Vidi la prima volta il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto a sedici anni e ne rimasi impressionato, profondamente turbato e affascinato. Da allora la musica, le sequenze, le frasi del film, la gestualità e l’interpretazione di Volonté mi accompagnano sempre. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è uno dei miei 10 film preferiti in assoluto.

In tempo di elezioni politiche vicine, di demagogia imperante, di richiami oscuri e torbidi all’ordine, alla legge, alla repressione vale la pena rivedere la celeberrima sequenza del film che vede l’insediamento del “dottore”, interpretato da Volonté, a alla direzione dell’ufficio politico e il suo discorso “programmatico”. Sono passati quasi quarant’anni dal film, ma la sua attualità (o inattualità) è veramente sconcertante. Vengono i brividi a rivedere la sequenza.

Riporto di seguito la trascrizione fedele del discorso di Gian Maria Volonté, desunta direttamente dal film e che potete ascoltare e vedere nella sequenza riportata all’inizio di questo articolo.

TRASCRIZIONE DAL FILM

Gian Maria Volonté: 

«Da oggi assumo la direzione dell’ufficio politico. Voi saprete tutti che io fino a ieri mi sono occupato di assassinii, e con un certo successo.
Non è senza significato che abbiano destinato proprio me, in questo momento, alla direzione dell’Ufficio Politico.

Ciò è stato deciso poiché tra i reati comuni e i reati politici sempre più si assottigliano le distinzioni, che tendono addirittura a scomparire. Questo scrivetevelo bene nella memoria: sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo; sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.

Nella città che ci è stata affidata in custodia, sovversivi e criminali hanno già steso i loro fili invisibili che spetta a noi di recidere.

Che differenza passa tra una banda di rapinatori che assaltano un istituto bancario e la sovversione organizzata, istituzionalizzata, legalizzata? Nessuna. Le due azioni tendono allo stesso obiettivo, sia pure con mezzi diversi, e cioè al rovesciamento dell’attuale ordine sociale.

  • Seimila prostitute schedate.
  • Un aumento del 20% di scioperi e di occupazioni di edifici pubblici e privati.
  • Duemila case d’appuntamento accertate.
  • In un anno trenta attentati dimostrativi contro la proprietà dello stato.
  • Duecento stupri in un anno.
  • Cinquantamila studenti delle scuole medie in corteo per le vie delle città.
  • Un aumento del 30% delle rapine e degli assalti alle banche.
  • Diecimila schedati in più fra le file dei sovversivi.
  • Seicento omosessuali schedati.
  • Più di settanta gruppi di giovani sovversivi che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari.
  • Un aumento del 50% delle bancarotte fraudolente e dei protesti cambiari.
  • Un numero indescrivibile di riviste politiche che invitano alla rivolta.

L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite. L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.

Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo…

Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere.

La repressione è il nostro vaccino!

Repressione è civiltà!»

Come mi sento

venerdì, 1 febbraio 2008

Ombre - Io e Annemieke

Tanti, fra parenti, amici, conoscenti, mi chiedono come mi sento, come sto.

La realtà è che non lo so bene nemmeno io come mi sento. In realtà sto bene e, anche se può sembrare strano, sento una grande forza e serenità dentro di me che prima nemmeno immaginavo. Ho un grande vuoto dentro e un senso di amarezza che mi pervade in ogni momento. Ma sono sereno.

Mi sento come un combattente reduce da una lunga e tremenda battaglia che non ha lasciato superstiti. Uno che ha attraversato l’inferno e ne è uscito da solo. Un sopravvissuto. Uno che è stato in bilico per mesi su una corda sospesa sull’abisso, come un funanbolo folle e disperato, impotente, stando vicino alla persona che amava, tenendola per mano e cercando di tirarla via fino all’ultimo. Ma che alla fine si è dovuto arrendere. La corda si è spezzata. Come sempre, prima o poi, accade.

Adesso non ho più paura. Non ho paura della morte. Non ho paura della malattia. Ho paura solo per le mie figlie.
Porto viva dentro di me la forza di Annemieke, che non ho mai sentito tanto fortemente vicina come adesso.
E guardo la vita anche attraverso i suoi occhi, gli occhi di una persona che non c’è più. E percepisco la bellezza del mondo in un modo così intenso e abbagliante che è difficile descrivere a parole.

Sono cambiato. È come se fossi morto anch’io, ma mi fosse stata data l’opportunità di rinascere una seconda volta. E questo lo sento come un grande privilegio.

Dopo avere attraversato l’inferno, avere accolto un oceano di dolore, sofferenza e disperazione ed essere sopravvissuto, mi sento purificato. Come se un fuoco avesse bruciato tutto il superfluo e fosse rimasta solo l’essenza della vita. Un nucleo piccolo, puro, infrangibile, trasparente e luminoso come un diamante. E nulla è più come prima.

Mi sento riappacificato con la vita. Il significato dell’esistenza è imperscrutabile. La vita è imprevedibile, e per viverla degnamente occorre aprirsi all’ignoto, al caos che irrompe nell’esistenza, accogliere dentro di sé questa apparente mancanza di senso, e fare proprio tutto quello che la vita ci offre: gioe, dolori, esaltazioni, piaceri, sofferenze.

La vita è troppo bella e breve per essere vissuta distrattamente. Bisogna suggerne l’essenza, nel bene e nel male, assaporarne ogni minima sfumatura, con voluttà, con struggente malinconia. Non bisogna avere paura delle proprie emozioni e sensazioni, bisogna lasciarsi andare. Esiste solo l’hic et nunc. Di doman non c’è certezza.

Mi sono confrontato anzitempo con la morte, con la più grande paura dei nostri tempi, esorcizzata e malamente rimossa da questa società che si illude di ignorarla con un esasperato attivismo frenetico e un patetico giovanilismo. L’ho guardata in faccia. Ho visto l’orrore estremo e subito dopo la serenità. Ho visto l’essenza della vita, il nostro vivere per morire. Ho avuto paura. Ma ora una strana serenità mi pervade, alternandosi alla malinconia e alla gioia di vivere, di essere ancora vivo.

Adesso sto raccogliendo e leggendo molti articoli e saggi di psicologia relativi all’elaborazione del lutto, soprattutto per aiutare le mie bambine a vivere questo momento serenamente, per far loro capire cosa sia successo alla loro mamma ed elaborare il lutto.

Negare è sempre negativo, soprattutto con i bambini, che hanno una straordinaria sensibilità nel percepire le menzogne, anche quando queste hanno apparentemente un fine positivo. Bisogna invece parlare, essere vicino e presente con il cuore, spiegare nel modo più semplice e naturale la realtà, aiutarli a rivivere in modo creativo quello che hanno vissuto, tramite disegni, fiabe, vivere insieme a loro le emozioni, anche quelle più forti.

E non avere paura di queste emozioni.

P.S. Stanotte, dopo aver scritto questo articolo, ti ho sognata. Eri di nuovo bella, serena, allegra e solare. Non servono profonde nozioni di psicanalisi per comprendere il significato di questo sogno.