L’occhio del ciclone

Occhio del ciclone

Stamane, chiacchierando con un’amica sulla difficoltà oggettiva della mia situazione e sui problemi organizzativi che sto cercando di risolvere, mi sono soffermato a riflettere sul fatto che attorno a me vedo tanta gente estremamente preoccupata per le bambine e la mia situazione personale: mia madre, la mia famiglia, i parenti, gli amici, i colleghi, i conoscenti, le maestre delle mie figlie.

Percepisco in modo palpabile la loro ansia, le loro angosce, le loro preoccupazioni, la loro tensione - anche il loro imbarazzo - che vedo proiettati su di me. E così spesso mi tocca tirarli su, sdrammatizzando la situazione mia personale e rassicurandoli sul fatto che so badare pienamente a me stesso e che non sono sull’orlo dell’abisso. Semmai, lo sono stato nei mesi passati, in quella situazione.

E all’improvviso mi è venuta in mente, come una folgorazione, l’immagine dell’occhio del ciclone. All’interno di un ciclone i venti soffiano intorno a un’area centrale di calma definita “occhio”, dove i venti sono deboli o addirittura regna la calma, e la pressione atmosferica è estremamente bassa, mentre tutto attorno si scarica la potenza distruttiva.

L’inconscio si esprime per immagini - sosteneva Jung - e bisogna saperlo ascoltare.

Ecco, io sono dentro l’occhio del ciclone. Mi muovo assieme all’occhio del ciclone, dove c’è la calma, mentre tutto intorno fa disastri. E danzo con questa potenza distruttiva primigenia, ricevendone in cambio energia e forza. Non so come, non so perché, ma sono estremamente tranquillo, equilibrato, lucido e determinato come mai in vita mia. Mi sento al centro di un campo di forze di straordinaria potenza, ma stranamente non ne sono distrutto, anzi ne acquisisco la forza. E tutto intorno a me vedo gli effetti del ciclone, da una prospettiva diversa.

Vivo una situazione surreale, per cui sono io a dover far coraggio agli altri e infondere forza ed energia; al confronto certe sequenze del film Caos Calmo con Nanni Moretti impallidiscono di fronte a quello che mi capita quasi quotidianamente, con alcuni momenti degni del Teatro dell’assurdo di beckettiana memoria.

Un mese fa mi sono recato dal mio medico di base per un’otite. Dopo avermi distrattamente visitato mi ha chiesto come stava mia moglie. Io, secco e brutale, gli ho risposto: «È morta due settimane fa». Lui è saltato sulla sedia, visibilmente scosso, forse con un malcelato senso di colpa (conosceva la situazione), si è detto molto dispiaciuto, e subito dopo ha aggiunto: «Eh no, signor Campo. Lei adesso deve trovarsi subito una nuova compagna per badare alle bambine e a lei!». Ho risposto seccamente che so badare a me stesso, e con un sorriso sulle labbra che deve averlo straniato, sono uscito dallo studio per non mettergli le mani addosso.

Adesso sto cercando di trovare una persona fidata e disponibile che possa badare alle bambine, accompagnarle di mattina a scuola e stare con loro il pomeriggio fino a sera, quando ritorno dal lavoro, occupandosi anche di far loro da mangiare. Non è semplice. Ma non dispero. Anche la persona che ho incontrato stamane, si è detta molto dispiaciuta per la ‘tragedia’ che si è abbattuta sulla mia famiglia.

Ora, sarà perché io la tragedia l’ho vissuta in prima persona intensamente per mesi (e in parte la continuo a vivere, seppure in modo molto diverso, più sfumato e nostalgico, tra alti e bassi che si alternano come onde su di me), attraversando momenti di sconforto e disperazione estrema che è difficile immaginare finché non si vivono situazioni simili, e ho avuto modo e tempo di assimilarla ed elaborarla, ma adesso mi sembra che non ci sia nulla di ‘catastrofico’.

Solo una situazione molto complessa da gestire nel migliore dei modi. E so che sono perfettamente in grado di farlo. Forse per deformazione professionale: perché sono abituato a gestire situazioni estremamente complesse e caotiche, a prendere decisioni in breve tempo, a essere lucido mentre attorno tutto sembra precipitare, a sopportare e gestire livelli di stress elevati.

13 Commenti a “L’occhio del ciclone”

  1. Federico scrive:

    Caro Salvo i messaggi che tu lanci sono chiari, ma non aspettarti che tutti li raccolgono o li comprendano! Ma tu non farci troppo caso, il peso che stai portando é più che sufficiente! Per vivere un lutto é necessario un vero cammino d’introspezione, ma non tutti possono o vogliono farlo, perché non ne sono capaci, perché hanno paura o perché sono degl’imbecilli!

  2. ermeneuta scrive:

    Io non credo di lanciare volontariamente dei messaggi.
    Agisco semplicemente come mi è naturale ormai, non posso fare diversamente.
    Mi rendo perfettamente conto che la reazione della maggior parte della gente è forse simile a quella che avrei avuto io se mi fossi trovato dall’altro lato della ‘barricata’.
    Semplicemente è impossibile mettersi nei panni degli altri, in certe situazioni limite. Non è immaginabile, con tutta la buona volontà possibile.

    Certo poi ci sono dei casi ‘clinici’ :-), ma questi sono quelli che mi fanno sorridere e stupire della variegata umanità che ci circonda.

  3. nexusdue scrive:

    Ogni volta che incontro persone in situazioni simili alla tua cerco di evitare il discorso, di fare la faccia triste e mi comporto normalmente. Non è mancanza di tatto la mia, ma mi sembra di entrare in una sfera che non mi appartiene. Come dici tu, nessuno può mettersi nei tuoi panni.

    Circa la persona per le tue bambine, la mia ragazza sarebbe perfetta ma sei troppo lontano ;)

  4. ermeneuta scrive:

    Beh anch’io una volta facevo lo stesso, e cercavo di evitare il discorso in situazioni simili…
    Poi ho imparato negli anni dalla mia compagna, che in questo era radicalmente diversa da me, a non fare finta di niente, a non avere remore, a non chiudermi in me stesso e a cercare di aprire un canale comunicativo con chi è in una situazione di difficoltà o di disagio.

    Intuisco empaticamente l’umore, lo stato d’animo della persona, e mi metto in sintonia con lei. E vado dritto al nucleo del problema. E la persona si apre, si confida.

    La gente ha tanto bisogno di comunicare, di aprirsi. Bisogna avere il coraggio di squarciare il velo della banale ‘chiacchiera’ vuota di senso (come va? come stai? e il tempo com’è? tutto bene il lavoro?…) e andare dritto al nucleo delle cose, senza esitazioni, ma con estrema sensibilità e rispetto e comprensione per l’altro.

    E ti assicuro che anni fa il mio comportamento era ‘radicalmente’ diverso, un po’ come il tuo, credo.

    E’ una delle tante cose che mi ‘trasmesso’ Annemieke, e che ho assimilato senza accorgermene.

    Salvo

    P.S. Grazie per la disponibilità. Ma mille chilometri di distanza sono tanti. :-) . Anche se credo che prima o poi ci incontreremo ;-)

  5. Federico scrive:

    Si hai ragione, la gente ha bisogno di parlare ma intorno noi c’è solo la chiacchera! Il fatto che tu parli del tuo dolore li spaventa, ma nello stesso tempo li aiuta a raccontare il loro. Sai nei primi anni in cui ero responsabile d’una comunità un mio fratello s’è suicidato. Tutti erano scandalizzati perché io ne parlavo pubblicamente, ma poi quanta gente grazie a cio ,é riusciuta a dire cio che prima era non poteva dire.

  6. ermeneuta scrive:

    Infatti. Hai colto perfettamente nel segno.
    Molti aspetti della vita sono rimossi in questa società, fino a diventare dei tabu.
    La malattia, il disagio psichico, la morte e il dolore sono quelli forse più temuti, più negati.
    Quelli che spaventano di più.
    Il fatto che li si possa vivere e affrontare in maniera diversa, non ‘prevedibile’, non stereotipata, può destabilizzare.

    Devo dire che questo mio atteggiamento, che è frutto di un lungo processo di riflessione e crescita personale, ha subito un’accelerazione quando ho conosciuto Annemieke e ho vissuto per dei periodi (anche lunghi a volte) in Olanda, a confronto con una società molto diversa dalla nostra, che ha certo anch’essa i suoi difetti, ma che sono diversi dai nostri.
    Il fatto di vedere affrontare la realtà in maniera diversa, ti fa capire con l’evidenza dei fatti che è possibile.
    E che le nostre convinzioni e i nostri sistemi di valori sono fondati sulla sabbia.

  7. Ritz scrive:

    Dopo avere letto il tuo primo commento più sopra ero pronta alla mia replica, in piena sintonia con il tuo sentire, seppure su un fronte totalmente diverso.

    Poi qui sopra lo hai toccato tu il tema:
    “La malattia, il disagio psichico, la morte e il dolore sono quelli forse più temuti, più negati.”
    c’è quel disagio psichico, che mi riporta alla nostra personalissima esperienza a quell’incomprensione che a tutt’oggi nei gruppi genitori cui pur ci sottoponiamo, sfugge l’estrema calma che da sempre contraddistingue la nostra famiglia nonostante il cromosoma in più del nostro amato figlio.
    E’ come dici tu, un elaborazione lenta, maturata nel tempo, nel passato che precede l’atto in sè (nel nostro caso la nascita).
    E con una lucidità che quasi sgomenta quanti ci sono intorno della sindrome parlo con franchezza e serenità perchè è tema che in fondo avevo sviscerato in passato, mai negandomi l’eventualità che la vita ci potesse fare dono anche di un figlio, secondo l’accezione comune, “non perfetto”. Troppe cose sfuggono al nostro controllo: questo l’ho appreso da tempo, ma quanto a lucidità possibile, c’è un gran margine per una crescita fatta di un lento processo di personalissime elaborazioni.

    La capisco eccome la tua forza e serenità, caro Salvo, per questo al nostro comune amico che qualche tempo fa mi diceva di essere preoccupato per te, avevo risposto candidamente “Io non lo sono, non dopo avere letto la sua risposta alla mia mail” ;-)

  8. ermeneuta scrive:

    Sì, “troppe cose sfuggono al nostro controllo”, come hai detto tu.
    Le cose non vanno mai come come uno se le immagina o le ha pianificate: semplicemente vanno in un modo diverso dai nostri sogni e progetti.

    E bisogna prendere atto di questa realtà, imparare a convivere con essa.

    È il primo passo per tornare ad essere padroni, per quanto possibile, della nostra vita e viverla in modo più autentico e sereno.

  9. Federico scrive:

    L’imprevedibile é sempre con noi ed é ciò che ci spinge sempre a cercare e c’impedisce di rinchiuderci in noi stessi. La comunità che conduco ora é composta da 7 fratelli di cui 4 con problemi psy, un epilettico e 2 con un cromosoma in più! Davvero i miei giorni sono sempre una sfida, ma malgrado ciò non sono mai stato cosi vivo! Come scrisse un poeta giapponese: ” ogni giorno esco dal tempio ed entro in una notte stellata.”

  10. ermeneuta scrive:

    Vedo che anche tu citi gli autori e i poeti di altre culture, lontane dalla nostra ;-)

  11. Giusi scrive:

    Troverai sicuramente sempre persone “benintenzionate” e pronte a darti una serie di consigli assolutamente privi di tatto (v. il tuo dottore), ma una cosa è certa: prima o poi il ciclone si sposterà e investirà anche te, quindi fai bene, come già stai facendo, a cercare qualcuno che ti aiuti, perché in una situazione come la tua è difficile farcela a lungo termine (ti parla una che è stata separata per anni, con due bambini piccoli e dovendo lavorare e mantenerli completamente, visto che il padre era quasi inesistente al riguardo, senza aiuti dalla famiglia, ecc.). Ti auguro ogni bene, se fossi stato al sud avrei potuto aiutarti a trovare qualcuno fidato.

  12. federico scrive:

    Normalmente non cerco altrove, tu sai bene quanto ci hanno lasciato i nostri avi, e quanto ci sarebbe da riscoprire. Ma credo che la poesia che sgorga dal profondo delle emozioni non ha nazionalità e quando trovo dei versi si vivi amo condividerli.
    I versi che ho citato appartengono a Masaoka Shini un gran maestro del haïku (arte del poema corto)
    E per un amico siciliano verace obbligato alla grigia Monza ecco dei versi del maestro Shinohara Hosaku

    Piano piano i miei polmoni si colorano di blu
    osservando il mare

  13. ermeneuta scrive:

    Piano piano i miei polmoni si colorano di blu
    osservando il mare’

    Allora vuoi infierire su di me? :-)

    Comunque, adesso che lavoro a Lugano ho il lago a 50 metri dall’ufficio.
    Ho appena finito di mangiare una pizza seduto di fronte al lago :-)

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