Archivio di aprile 2008

Lucky Man

martedì, 29 aprile 2008

Nonostante tutto quello che mi è successo mi ritengo un uomo fortunato.

Fortunato ad avere conosciuto una donna straordinaria come Annemieke ed avere vissuto intensamente con lei diciassette anni che valgono più di una vita intera.

Fortunato ad avere avuto due figlie splendide che sto crescendo, pur tra mille difficoltà quotidiane, essendo presente e vicino a loro come padre, guida e riferimento fondamentale per lo sviluppo della loro identità, della loro ricerca d’indipendenza e del loro spirito di libertà.

Fortunato ad avere vissuto, sopportato e superato tante esperienze difficili, anche terribili, che mi hanno provato e segnato profondamente nel carattere e nella personalità, facendomi apprezzare ed amare ancora di più i valori semplici ed essenziali della vita.

Fortunato ad avere trovato in Svizzera un lavoro entusiasmante, impegnativo, innovativo e di grande responsabilità, di quelli che in Italia nemmeno riesci ad immaginarti.

Sì. Nonostante tutto, nonostante i periodi in cui sento fisicamente tutto il peso tremendo della situazione che vivo quotidianamente, mi ritengo un uomo fortunato.

E la canzone che ho scelto, Lucky Man dei Verve, tratta dal loro splendido album Urban Hymns del 1997, per le parole del testo, la musica, il grande senso di libertà che emana dal video, l’immagine dei gabbiani che volano nel cielo, l’ariosità della tersa luce invernale che inonda il loft sul Tamigi, rappresentano bene il mio stato d’animo attuale.

In più era una canzone, e un video, che io ed Annemieke amavamo tantissimo.

Lucky Man - The Verve (1997)

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just where I am

But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

Well, I’m a lucky man
With fire in my hands

Happiness
Something in my own place
I’m standing naked
Smiling, I feel no disgrace
With who I am

Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just who I am

But how many corners do I have to turn?
How many times do I have to learn
All the love I have is in my mind?

I hope you understand
I hope you understand

Gotta love that’ll never die

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know
Oh, my, my
Oh, my, my
Oh, my, my
Oh, my, my

Gotta love that’ll never die
Gotta love that’ll never die
No, no
I’m a lucky man

It’s just a change in me
Something in my liberty
It’s just a change in me
Something in my liberty
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Oh, my, my
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Oh, my, my

L’odore del vento

sabato, 26 aprile 2008

Noordwijk_gennaio 2007

Nella tarda serata di ieri un inaspettato vento primaverile, una deliziosa brezza proveniente da nord ha spirato delicatamente, muovendo le fronde degli alberi e rivitalizzando l’aria.

Sono uscito sul balcone, in maniche di camicia per potere sentire la sensazione del vento sulla pelle. Mi sono acceso un sigaro toscano, mi sono accovacciato a terra come un beduino nel deserto, al buio, rivolto a nord, di fronte agli alberi, aspirando con indolente lentezza il fumo e allargando le narici per coglierne ogni sfumatura. Sembrava di essere in campagna.

Ero forse l’unica persona fuori. Intravedevo dalle finestre socchiuse dei palazzi di fronte le famiglie raccolte attorno al televisore, celebranti il quotidiano rito alienante che aumenta la solitudine, l’incomunicabilità, allontana le persone.

Il vento odorava di fiori, di polline. Era carico di promesse di rinascita, di vita.

Ogni località e stagione ha i suoi venti. Ogni vento ha il suo odore.

Con il tempo ho imparato a riconoscerne e distinguerne le diverse sfumature, gli odori caratteristici, le essenze peculiari, gli effetti diversi sull’umore.

Amo il vento in tutte le sue molteplici declinazioni, nelle sue differenti incarnazioni geografiche e stagionali.

Mi ha inebriato e stordito lo Scirocco, caldo e secco, proveniente dal Sahara, che d’estate sferza le coste siciliane con il suo implacabile calore, sollevando la sabbia fino a formare fiumi di polvere fine che sembra voler smerigliare il paesaggio circostante, e che fa male quando ti colpisce sul corpo. Ma è lo stesso scirocco che spirando sul mare ne solleva la superficie, la fa vibrare, la eccita, creando un aerosol di particelle cariche di ioni negativi particolarmente rivitalizzante, che ti investono e ti ubriacano.

Amo il vento di ponente o ‘provenza’, fresco e ricco di umidità, tipico dei pomeriggi estivi, che nel Mediterraneo spira da Ovest e che spesso porta maltempo, perturbazioni, instabilità. Il suo odore è pregno di salsedine, lo si può quasi assaporare, sentirne il salato sulla punta della lingua.

Riconosco il Maestrale, impetuoso e asciutto, che annuncia l’inverno, e che nel tardo settembre spira nelle regioni del sud. Fa presagire i temporali improvvisi che verranno a interrompere violentemente la lunga estate del sud.

Stando ormai da dieci anni al nord ho imparato ad amare la Tramontana, tipico delle stagione autunnale e invernale, che viene da nord e che spira a raffiche, freddissimo e secco. Di solito porta tempo asciutto, cielo sereno. Pulisce l’aria e rende terso il cielo. Sa di pulito, purifica i polmoni, è ricco di elettricità. Inebriante per chi sa coglierne la ricchezza.

Scoglitti_agosto 2007 Noordwijk_dicembre 2006 Noordwijk_dicembre 2006_mare

Ho potuto sentire la tremenda potenza dei venti invernali che spirano sul Mare del Nord. Venti freddissimi, gelidi, carichi di umidità che ti entrano fino al midollo, che ti fanno barcollare con la loro violenza, che sembrano quasi urlare, coprendo ogni altro rumore.

Vorrei vedere e sentire i freddi venti antartici, e il ghibli del deserto del Sahara. Spero di poterlo una volta fare.

Ieri, 25 aprile, ho lavorato, visto che in Svizzera non è festa. Mi sono alzato alle cinque, ho attraversato la città completamente deserta, addormentata, quasi metafisica nella sua mancanza di vita. Ho avuto una giornata lavorativa molto impegnativa. Sono ritornato la sera, in uno strano stato di dissociazione con il resto della gente che tornava da feste o scampagnate.

Ho portato le bimbe a letto, ho cenato. Poi ho sentito il vento, sono uscito fuori e mi sono acceso il sigaro.

È stato il mio personalissimo modo di festeggiare.

Solo

lunedì, 21 aprile 2008

Friedrich - Wanderer observing the fog below him

Oggi è il primo giorno che sono da solo. Mia madre è partita ieri pomeriggio, dopo cinque mesi che stava qui.

È strano dover ritrovare un nuovo assetto, un nuovo equilibrio. Anche se c’è una signora che bada alle bambine quando non sono presente, in ogni caso adesso devo contare esclusivamente sulle mie forze e la mia capacità di organizzarmi e gestire la situazione.

Una banale cena di lavoro, tanto per fare un esempio, diventa un problema di non semplice risoluzione.

In ogni caso, desideravo da tempo questo momento. Poter essere da solo.

Percepisco pienamente il senso di sfida che è insito nella situazione, il fatto di misurarmi con i miei limiti, vedere fin dove mi è possibile arrivare.

E devo dire che mi sono preparato a questo periodo, fisicamente e psicologicamente, come un atleta si può preparare per una grande competizione. La situazione in cui mi trovo richiede efficienza e reattività.

Da quando mi sono rimesso da quella brutta influenza che mi ha messo a terra per quattro giorni, ho modificato radicalmente, e senza nessuno sforzo, le mie abitudini di vita, assumendo una dieta molto più naturale e salutare: non bevo più caffè (ne prendevo circa 7-8 quando ero al lavoro), ho eliminato quasi del tutto l’alcool (solo un po’ di vino a cena), mangio moltissimo yogurt naturale, frutta e verdura, poca carne, e bevo molte tisane.

Risultato: mi sento un’altra persona, in termini di lucidità, efficienza e benessere generale.

In un certo senso mi sento come un apneista di profondità che si prepara a battere il suo record di immersione in assetto costante, o uno scalatore che si prepara a scalare il K2 senza bombole, fidando solo sulle proprie forze. Anche se sai di poter contare sul sostegno di alcune persone, da un certo punto in poi, quando inizia l’avventura vera e propria, sei da solo.

E anche in questo caso si tratta di gestire con lucidità ed efficienza le proprie risorse, riuscire ad ottenere il massimo risultato con il minimo dispendio di energie, trovando quel giusto, precario, difficile equilibrio che fa la differenza fra un successo e un fallimento.

Da buon ex-apneista sto cercando di mettere a frutto in un contesto completamente diverso quello che il mio corpo e la mia mente hanno imparato a suo tempo, quando mi misuravo con il desiderio di scendere in profondità nel mare e l’inevitabile, naturale fame d’aria.

In fondo è una questione di equilibrio, di eleganza, di ricerca della bellezza.

Sì, la vedo così. Una questione di eleganza. Trovare quel magico, sottile, armonioso equilibrio che rende possibile l’impossibile.

E pur consapevole delle difficoltà che mi attendono, sono fiducioso.

Una volta scalata la vetta, o disceso in profondità, mi attendono sensazioni che è difficile descrivere, ma che inizio già a pregustare.

La soddisfazione di avercela fatta. Almeno fino a quel punto. Poi si ricomincia una nuova scalata, o una nuova immersione.

Le sfide e le avventure non finiscono mai.

My Little One - Jimi Hendrix & Brian Jones

venerdì, 18 aprile 2008

È da una paio di settimane che ho ripreso ad ascoltare Jimi Hendrix e i primi Rolling Stones, quelli del periodo iniziale, fino al 1968, quando c’era ancora Brian Jones, il geniale quanto sregolato e sfortunato fondatore del gruppo.

Brian Jones fu uno dei primi, con la sua tragica e misteriosa morte, a entrare a far parte del cosiddetto Club of 27, una sorta di club maledetto a cui ci si riferisce per indicare i musicisti morti all’età di 27 anni. Tra di essi i più famosi ed importanti: Brian Jones (Rolling Stones), Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison (The Doors), Kurt Cobain (Nirvana).

Mi capita spesso di tornare ad ascoltare la musica di quel periodo, quando ho bisogno di ricaricarmi di energia, di bloccare temporaneamente la parte logica e razionale di me e fare affluire liberamente la parte oscura, in ombra, vitale, selvatica.

Stasera ho scoperto casualmente una chicca, una rarità, una perla di straordinaria bellezza.

Un brano, di nome My Little One, registrato nell’ottobre 1968, da Jimi Hendrix insieme a Brian Jones, che era appena stato cacciato dai Rolling Stones, e che di lì a qualche mese sarebbe stato ritrovato morto nella piscina della sua villa in circostanze mai del tutto chiarite. I due, si frequentavano, e Brian Jones aveva già presentato il gruppo di Hendrix al celebre Festival di Monterey (1968), ma non avevo mai ascoltato niente che i due avessero suonato assieme, anzi ne ignoravo l’esistenza.

Brian Jones e Jimi Hendrix al festival di Monterey (1968)

Scoprire un brano di così straordinaria potenza e visionarietà, di così astratta e al contempo viscerale bellezza mi ha sconvolto, pensando a cosa i due avrebbero potuto fare assieme se la loro dissennata condotta di vita non li avesse portato in così breve tempo all’autodistruzione.

L’impasto timbrico fra il sitar di Brian Jones e la chitarra di Jimi Hendrix è straordinario e la sezione ritmica (il basso di Dave Mason e la batteria di Mitch Mitchell) è semplicemente superba. Una creatura a quattro teste che si muove in perfetta sincronia.

Ecco la formazione del brano:

Brian Jones - Sitar and percussions
Jimi Hendrix - Guitar
Dave Mason - Bass and sitar
Mitch Mitchell – Drums

Ad ascoltarla adesso, a distanza di quarant’anni, quella musica mantiene ancora intatta tutta la sua straordinaria carica visionaria, il suo potenziale fortemente dirompente e rivoluzionario, la sua grande forza selvaggia e ritmica, quasi primordiale, e non ci si stupisce mai abbastanza di scoprire quanto avanti si erano spinti con la sperimentazione alcuni alfieri del periodo.

Se penso che a cavallo fra il 1967 e il 1968 sono usciti, solo per citare i primi che mi vengono in mente, album come Are You Experienced? e Electric Ladyland di Jimi Hendrix, The Doors dei DoorsThe Piper at the Gates of Dawn e A Saucerful of Secrets dei Pink Floyd, Aftermath e Beggars Banquet dei Rolling Stones, mi vengono i brividi a fare il confronto con il vuoto degli anni attuali.

Elezioni politiche 2008 - Paint It Black (1966)

martedì, 15 aprile 2008

Paint It Black - Rolling Stones (1966)

I see a red door and I want it painted black
No colors anymore I want them to turn black
I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes

I see a line of cars and they’re all painted black
With flowers and my love both never to come back
I see people turn their heads and quickly look away
Like a new born baby it just happens every day

I look inside myself and see my heart is black
I see my red door and it has been painted black
Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts
Its not easy facin’up when your whole world is black

No more will my green sea go turn a deeper blue
I could not foresee this thing happening to you
If I look hard enough into the settin sun
My love will laugh with me before the mornin comes

I see a red door and I want it painted black
No colors anymore I want them to turn black
I see the girls walk by dressed in their summer clothes
I have to turn my head until my darkness goes
Hmm, hmm, hmm,…

I wanna see it painted, painted black
Black as night, black as coal
I wanna see the sun blotted out from the sky
I wanna see it painted, painted, painted, painted black
Yeah!

Stare male, incubi, sogni

sabato, 12 aprile 2008

Fussli - Nightmare

«Se un uomo in sogno attraversasse il Paradiso
e gli dessero un fiore come prova d’esserci stato,
e al risveglio si trovasse con quel fiore in mano
…e allora?
»
(Samuel Taylor Coleridge) 

Vengo da tre giorni di febbre altissima, quasi mai scesa sotto i 39.5 e mantenutasi costantemente intorno ai 40, la notte anche qualche decimo di grado oltre. Ieri non ha superato i 38, e oggi finalmente sono sfebbrato, anche se debolissimo e spossato. Non ho mangiato per quasi tre giorni, e in pratica sono stato tutto il tempo nel letto in un dormiveglia pieno di incubi e di dolori.

Non sono mai stato così male in vita mia. Mercoledi notte ho pensato anche di andare in ospedale. Ho desistito solo per il fatto che avrei dovuto chiamare l’ambulanza: troppo casino, troppo rumore. Non è nel mio stile.

Si vede che la lezione di dieci giorni fa non è servita abbastanza. Non mi sono curato bene, sono andato subito al lavoro, anche se febbricitante, fidando sulle compresse di paracetamolo e ho avuto una brutta ricadutaIl corpo ha le sue esigenze, e se non le ascolti ti ricadono addosso come un macigno.

Pessima influenza, brutta bronchite che stava rischiando di degenerare in broncopolmonite.

Quando mercoledi, verso ora di pranzo, sopraffatto dai brividi della febbre, ho lasciato il lavoro per tornare a casa, mi sono reso conto di quanto fossi fortunato ad usare il treno. Se fossi stato in auto non ce l’avrei mai fatta con 39.5 di febbre, nausea e mal di testa a tornare a casa da solo, sparandomi 90 chilometri di viaggio.

Invece così, la mia maggior preoccupazione, una volta riuscito a salire in treno, era quella di cercare di controllare la respirazione per evitare di vomitare in carrozza: non è bello sporcare i treni svizzeri così puliti e ordinati.

Poi arrivato alla frontiera di Chiasso ho dovuto fare appello a tutte le mie forze per evitare di svenire o di sembrare un drogato prossimo all’overdose. Già mi immaginavo la scena con le guardie di confine prima e con la polizia dopo. Passato anche quest’ostacolo ho preso il treno per Monza, quaranta minuti che mi sono sembrati una vita.

Arrivato a Monza pioveva, ed ero senza ombrello. L’auto distava circa 600 metri dalla stazione. Rassegnato ma ormai vicino alla meta, con la stessa andatura di un novantenne, mi sono diretto verso l’auto sotto la pioggerellina insistente e fastidiosa.

Quando sono arrivato a casa, sono riuscito solo a togliermi le scarpe e i pantaloni e mi sono fiondato nel letto. Due giorni di black-out totale, un giorno di graduale avvicinamento alla realtà e oggi finalmente senza febbre.

Al di là del malessere estremo, del dolore, della paura, della sensazione di avere tutte le articolazioni frantumate e doloranti per cui anche girarsi nel letto era un’impresa, quello che mi è rimasto dentro di quest’esperienza è stato il fatto di vivere tre giorni in uno stato alterato di coscienza.

Un dormiveglia continuo senza soste durato tre giorni, tormentato da incubi orrendi, deliri, crisi di panico, visioni nitidissime, in un dialogo continuo con Annemieke. Ho rivissuto interamente quei tre mesi terribili, ho sentito il suo dolore e la sua sofferenza nel sopportare per due mesi quello che io ho sopportato solo per tre giorni. Mi sono sentito meschino, indifeso, debole. Ho capito che forse era giusto che provassi sulla mia pelle un’infinitesima parte della sua sofferenza, per potere essere ancora più vicino a lei.

Devo dire che in questi tre giorni di delirio è come se avessi vissuto con lei, le ho parlato, lei mi ha dato forza. Forse avevo bisogno di tutto questo.

Adesso è come se quella corazza di ghiaccio che avevo indossato per poter sopravvivere a quei mesi terribili, una volta passato del tempo ed essendosi allentate le pressioni di amici e parenti, non avendo più nulla da dimostrare a me stesso e a gli altri, si stesse lentamente sciogliendo, e i grumi di dolore che erano rimasti pietrificati dentro di me stessero rilasciando le loro sostanze, agendo a scoppio ritardato. E sento che siamo solo all’inizio di questo processo.

Stamane, all’alba, l’ora dei sogni premonitori secondo gli antichi, dopo tanti incubi orrendi ho fatto quello che forse è il sogno più complesso e straordinario di cui abbia memoria, bellissimo, che mi ha lasciato al risveglio una sensazione di benessere e di piacere, tanto che sono riuscito a riaddormentarmi e a rientrare nel sogno esattamente dove l’avevo interrotto. Cosa che non mi capitava più da anni, se non decenni.

Un’esperienza per certi versi simile per intensità a quella che deve aver vissuto il poeta romantico inglese Coleridge quando ebbe in sogno la visione della fantastica reggia di Xanadu che, secondo la leggenda, l’imperatore mogol Kubilai Khan si fece costruire nel XIII secolo dopo averne anche lui avuto la visione in sogno. Subito dopo il risveglio Coleridge scrisse di getto i frammenti del brevissimo poema Kubla Khan, di grande potenza visionaria e straordinario ritmo musicale.

Tralasciando tutta la tessitura narrativa del mio sogno che si espande e abbraccia così tante storie, luoghi, epoche e personaggi che a scriverla ci verrebbe fuori un romanzo, cercherò di raccontare brevemente solo le immagini iniziali, quelle più stupefacenti e vivide, che mi sforzo di non dimenticare e tenere serbate in me, come un prezioso tesoro a cui fare ricorso nei momenti di difficoltà.

Sono così ricche di simboli archetipici, di immagini profonde e suggestive da meritare di essere analizzate con più attenzione e metodo.

«Passeggiavo al crepuscolo per una splendida strada barocca semideserta di una città del Centro America, credo Città del Messico, in compagnia di una persona, un uomo, che mi faceva da guida. La luce era dorata, calda, resa ancora più suggestiva dalla luce dei primi lampioni. Erano gli anni cinquanta.

Giunti nei pressi di un portone di un grande palazzo signorile dalla facciata sontuosa e imponente, l’uomo mi fa cenno di entrare.

Una volta dentro siamo stati accolti, fra la poca luce che filtrava da fuori, in uno splendido giardino, intricatissimo, una sorta di architettura arborea vivente che saliva fino a formare una volta, a coprire e avvolgere tutto. Gocce d’acqua stillavano dalle pareti e dalle volte di questo giardino creando delle pozze d’acqua a terra. Si percepiva un’odore fortissimo di vegetazione, di linfa, di terra umida, di frescura, mentre la flebile luce era ormai intrisa di tutte le sfumature del verde.

Incamminatici attraverso questa galleria verde, ad un certo punto arriviamo all’ingresso del palazzo vero e proprio, che fra le verdi tenebre si intravedeva come un faro per la luce fluorescente e bluastra che emanava dal suo interno.

Una volta entrati all’interno del palazzo mi trovai improvvisamente da solo e mi accorsi che tutte le pareti e le volte erano in realtà costituite da pareti di acqua all’interno delle quali danzavano con ineffabile eleganza e leggerezza deliziose figure femminili, ninfe, sirene, spiriti delle acque, non saprei come definirle, creature non umane, mitiche, che emanavano una sorta di bagliore fluorescente che toccava tutte le tonalità del blu.

Camminavo all’interno di questi imponenti corridoi viventi, all’interno dei quali danzavano sinuosamente centinaia di figure femminili sempre cangianti, sommerso e abbacinato da questa luce blu, stordito e ammaliato da tutto quel formicolare sovrumano di vita, con una sensazione di grande gioia e serenità.

Ad un certo punto alla fine del corridoio si intravedeva la vera e propria sala principale dedicata alle grandi occasioni. La luce era calda, di tonalità arancione.

Una volta dentro mi trovai all’interno di un’elegantissima sala dove si svolgeva una sontuosa festa con centinaia di invitati di alto rango, seduti ai tavoli e serviti da decine di camerieri in livrea. Alcune coppie danzavano mentre un’orchestra suonava.

Mi incamminai all’interno della sala [...]»

Ascenseur pour l’échafaud

martedì, 8 aprile 2008

Ascenseur pour l’échafaud (1958) - Ascensore per il patibolo, nella versione italiana - è lo stupendo film d’esordio del regista francese Louis Malle.

Si tratta di un classico noir francese dal ritmo incalzante, un thriller psicologico dal sapore hitchcockiano e dall’atmosfera così tipicamente nouvelle vague, con degli straordinari personaggi (prima fra tutte una splendida e bellissima Jeanne Moreau, l’indimenticabile protagonista di film come Les amants e Jules e Jim) ambientato nella Parigi di fine anni cinquanta.

Ascenseur pour l’échafaud è un film con una bellissima fotografia in bianco e nero, un ritmo incalzante e un finale perfetto, beffardo e ineluttabile, come il destino.

Ma quello che mi interessa adesso è segnalare la magistrale e leggendaria colonna sonora realizzata dal trombettista Miles Davis. Si dice che l’abbia improvvisata sul momento direttamente a casa di Jeanne Moreau, durante un party, bevendo drink mentre su uno schermo scorrevano le immagini del film.

Ascenseur pour l'échafaud  Jeanne Moreau e Miles Davis  Jeanne Moreau e Miles Davis durante la registrazione della colonna sonora  Miles Davis  Miles Davis 2

La musica del film è fortemente notturna, intrisa di umori malinconici, di una bellezza severa e struggente, impregnata di quel “blue mood” che avrebbe caratterizzato lo stile di Miles Davis nei decenni a venire. Musica che dà i brividi, a chi è capace e predisposto a coglierne la bellezza.

Quando come in questi giorni mi sento malinconico, ripiegato su me stesso, mi rivolgo ad ascoltare quegli album di Miles Davis o John Coltrane che mi accompagnano da decenni e che mi danno conforto.

La colonna sonora di Ascenseur pour l’échafaud è appunto uno di questi.

Comprai l’album in vinile della colonna sonora per la prima volta venti anni fa, poi successivamente comprai anche il cd-audio con numerosi bonus tracks e alternate takes.

Un padre e due figlie

domenica, 6 aprile 2008

Edith e ISabel_agosto 2007

Non è facile crescere due figlie piccole se sei da solo.

Ai momenti in cui tutto sembra scorrere liscio, e quasi ti meravigli e ti congratuli con te stesso per la facilità e l’abilità con cui gestisci faccende e incombenze tipicamente femminili e materne, si alternano i momenti, o meglio i giorni, in cui tutto diventa invece estremamente difficile e pesante, e ti senti smarrito, preoccupato, sopraffatto da una così grande responsabilità e ti chiedi se ce la farai.

Non sono tanto le mille faccende quotidiane da sbrigare a mettermi paura, a quelle ti abitui; in fondo sono anche divertenti e inoltre ne approfitti per fare attività fisica. Ti rassegni al fatto di non avere più una tua vita, di non avere più tempo da dedicare a te.

Impari a utilizzare il fine settimana per fare tutto: la spesa, il bucato, pulire e lavare la casa, sistemare le tante cose ancora pendenti, uscire con le bambine, preparare da mangiare, far fare i compiti, giocare con loro, far loro il bagnetto… La lista è quasi infinita e il tempo non basta mai, ma alla fine è questione di organizzazione.

Quello che invece mi trova impreparato, che mi costa una gran fatica e in cui misuro tutta la mia finitezza sono quegli aspetti legati al fatto che io sono un padre, un uomo, e loro sono due figlie femmine.

Alcune cose sono scritte nel DNA, sono peculiari e specifiche del genere, e difficilmente possono essere intuite o comprese da una persona di sesso opposto.

Anche se ho imparato a pitturare loro le unghie, a pettinarle, a mettere i fermagli nei capelli, a comprare i vestiti con lo stesso gusto che aveva Annemieke, a frequentare i negozi generalmente frequentati da donne e madri, a scegliere canottierine, mutandine, magliettine e gonnelline, scarpe, a controllare periodicamente il loro guardaroba per vedere quello che è diventato troppo piccolo, mi rendo conto che su alcune cose ero completamente a digiuno e sto imparando tutto.

Particolari sconosciuti e insignificanti per un uomo, ma che per le donne sono invece ordinaria quotidianità.

Come le creme idratanti per la pelle. Adesso, da una settimana ho cominciato a mettere loro la crema, mi ero reso conto che la loro pelle era diventata troppo asciutta, e ne davo la causa al vento. Poi improvvisamente mi sono ricordato del fatto che Annemieke le spalmava di crema e idratava ogni giorno.

A volte invece misuro drammaticamente tutta la situazione particolare in cui mi trovo, come quando la settimana scorsa ero dal pediatra per una visita di controllo alla bambina più grande, e ho visto che in sala d’attesa erano tutte madri con figlie femmine. Ho visto le carezze delle madri alle figlie. Sono diverse da quelle che può fare un padre. Sono carezze di madre. Mi sono sentito male, mi è salito un nodo alla gola e una rabbia infinita per sentire che tutto questo è stato impedito per sempre alle mie figlie. Ho sentito il loro essere orfane, nel pieno senso della parola.

Nonostante tutto questo vedo che comunque ai loro occhi, il mio ruolo e la mia importanza come padre, come persona di sesso opposto, come modello di riferimento per quello che sarà il loro modo di relazionarsi con il sesso opposto e la società, sono chiaramente percepite, forse più di prima, senza nessun’ambiguità o confusione dovuta al fatto che comunque svolgo faccende che di solito svolge una madre.

Con me fanno le cose pazze che di solito si fanno con i padri, e non con le madri. Faccio loro sperimentare l’avventura, il rischio, l’ignoto, i brividi del nuovo. Facciamo i pazzi insieme al parco giochi della Villa di Monza, ci divertiamo insieme, anche se poi la sera sono distrutto fisicamente, e devo ancora fare tutto: preparare da mangiare, lavarle, portarle a letto.

Lo scorso fine settimana sono stato molto male per cinque giorni per un’influenza. Ovviamente riuscire a riposarsi è stato un lusso per poche ore. Anche se c’era mia madre a darmi una mano ho comunque dovuto fare la spesa, pulire la casa, stare con loro che venivano a cercarmi e parlarmi nel letto mentre avrei volentieri cercato di dormire.

Con la febbre alta ho anche delirato, e mi sono reso conto dei miei limiti, del fatto che ultimamente avevo tirato troppo la corda. E ho avuto anche paura. Paura di ammalarmi seriamente e di non poter badare a loro. Ho rivissuto il calvario di mia moglie, mi è sembrato di sentire tutta la sua sofferenza e la sua disperazione. Un incubo delirante appunto. Che però mi accompagna ancora adesso.

Il lavoro mi aiuta a tenere la mente occupata. Nel fine settimana invece non puoi sfuggire ai pensieri.

Probabilmente fra una settimana mia madre andrà via e tornerà a casa sua in Sicilia, dopo quasi cinque mesi. Lei ha bisogno di tornare giù e io ho bisogno di stare nuovamente da solo, di riprendere in mano del tutto il controllo della situazione. Una signora mi darà una mano ad accompagnare le bambine a scuola e a stare con loro fino a sera, quando arrivo dal lavoro.

Ciononostante, o forse proprio per questo, non nascondo di essere particolarmente nervoso per tutta la situazione. Sono abbastanza di umore pessimo, ansioso per l’attesa, non vedo l’ora che tutto sia pronto e di trovarmi finalmente completamente da solo. E vedere cosa succederà.

Le difficoltà sono tante, quando le vedo tutte insieme cerco di non pensarci. Ma non ho alternative, se non andare avanti.

C’è un pensiero che mi dà forza: immagino le mie figlie fra venti, trent’anni, e cerco di immaginare quello che penseranno di me, che tipo padre sarò stato per loro, cosa avrò dato e rappresentato per loro, come sarò riuscito a tramandare e rendere viva l’immagine della loro madre.

Il mio desiderio, la mia sfida è quello di riuscire ad essere un buon padre e di formare due donne mature, forti e indipendenti, ma al tempo stesso profondamente femminili. Questa è una missione talmente forte che mi fa superare tutte le paure e le difficoltà.

Il ritorno di Cagliostro

giovedì, 3 aprile 2008


«Buonciorno. Me manda.. alle Caddinale… al, Sucando. Dice io deve parlare con loro. Sucando. Caddinale, sì. Deve parlare con loro. Dice, ide-didantemente deve parlare con loro. Sucando. E chi è questo caddinale? Il caddinale, deve parlare con loro, non posso parlare… noi, di loro deve parlare, caddinale. Didantemente. Grazie, grazie, grazie..»  

Dopo quasi una settimana di influenza e di umore pessimo avevo voglia di tirarmi su, avevo bisogno di una salutare sferzata rigeneratrice.

In questi casi la cosa migliore è quella di volgersi alle proprie radici, alla parte di sè più impregnata di umori terragni e grevi, e suscitare nuovamente la risata grassa, risvegliare il plebeo che è in noi, così poco incline alle buone maniere, e farci contagiare dalla sua carnale vitalità.

Mi sono così rivisto il film Il ritorno di Cagliostro (2003) di Ciprì e Maresco, gli autori di Cinico TV, il geniale e dissacrante programma televisivo andato in onda su Rai Tre nei primi anni novanta.

Mi riprometto di tornare a scrivere in seguito di Ciprì e Maresco; nel frattempo ecco un breve articolo di Enrico Ghezzi e un’intervista realizzata al tempo dell’uscita del film Il ritorno di Cagliostro.

Per adesso, visto che lo scopo è ridere, vi propongo l’esilarante sequenza iniziale del film, che vi invito caldamente di vedere.

Un anno di blog

mercoledì, 2 aprile 2008

statistiche aprile 2007-marzo 2008

È passato un anno da quando ho aperto il blog ed è tempo di bilanci.

Il primo articolo che ho scritto è stato L’albero, il figlio, il blog, con quel bell’albero di carrubo in primo piano, e a rileggerlo adesso mi fa un po’ tenerezza, anche se quello che mi sorprende di più è la ferrea coerenza e la visione organica del progetto in sè, il fatto che la dichiarazione di intenti iniziale si sia mantenuta intatta fino ad ora e abbia trovato una logica espressione nei miei articoli, senza che me ne rendessi quasi conto.

In questo breve arco di tempo sono successe talmente tante cose nella mia vita che faccio fatica a credere che sia passato solo un anno, e non un decennio.

In quest’anno ho riallacciato rapporti con amici lontani che non sentivo da tanto tempo, ho fatto nuove conoscenze. Ho trovato un nuovo lavoro in Svizzera. Ho perso per sempre Annemieke, la mia compagna, morta dopo nemmeno tre mesi di devastante malattia. Sono rimasto solo, dopo quasi diciassette anni, con le nostre due figlie piccole e ho ripreso a lottare con più energia e determinazione di prima, principalmente per loro.

Il blog si è modificato ed evoluto nel tempo, come un compagno fedele, rispecchiando l’andamento dei fatti personali della mia vita; gradualmente è diventato un diario aperto nel quale ho messo a nudo il mio cuore, riversato i miei sentimenti e pensieri più intimi, in un modo talmente sincero a volte anche spietato che avrei trovato improponibile fino a poco tempo prima, e che forse non avrei avuto mai il coraggio di fare di persona, davanti ad un amico o uno sconosciuto.

Il blog è diventato un luogo nel quale, fra amenità varie e riferimenti all’attualità, incazzamenti momentanei e sacrosante indignazioni, rendo partecipi i lettori del mio lavoro quotidiano di scavo dentro me stesso e racconto le scoperte che di tanto in tanto faccio in questo percorso.

Il blog fa ormai parte di me, conserva brandelli del mio essere. Di solito non leggo più i miei articoli una volta che li ho pubblicati, anche se prima li sottopongo ad un duro lavoro di lima e pulitura.

Ma una volta pubblicati, basta. Non li leggo più. Mi costa fatica. E le poche volte che l’ho fatto mi sono sorpreso a leggere quello che avevo scritto. Vi riconoscevo una lucidità che di solito non ho. Do vita ai fantasmi della mia immaginazione, li concretizzo, gli do parola e li faccio uscire dal mio inconscio, catapultandoli fuori e liberandomene.

In questo devo dire che il blog ha assunto una duplice funzione: la prima terapeutica, aiutandomi ad elaborare e a capire meglio quello che mi è successo e di cui faccio fatica ancora a comprendere pienamente la portata; la seconda catalizzatrice di nuove idee, di laboratorio creativo all’interno del quale sono libero di sperimentare idee e progetti che avevo in mente da troppo tempo, e che ora adesso, lentamente stanno iniziando a venire alla luce.

E devo confessare che sono rimasto piacevolmente sorpreso nello scoprire che i lettori del mio blog sono costantemente aumentati nel tempo, fino ad assumere proporzioni interessanti che un anno fa non avrei nemmeno immaginato.

C’è chi è capitato per caso nel mio blog e da allora continua a leggerlo, c’è chi lo seque perché mi conosce da tempo (realmente o solo virtualmente), chi ancora lo legge perché si identifica in certe situazioni che ha rivissuto nei miei articoli, chi lo segue per semplice curiosità.

Ma la cosa che più mi ha stupito è stato il fatto di scoprire come si possano tessere nuovamente rapporti sinceri e disinteressati con altre persone attraverso uno strumento tecnologico qual è il web in un’epoca in cui la freddezza emotiva e l’indifferenza sembrano la cifra dominante.

Il dialogo caldo e genuino che intrattengo con i lettori del mio blog, a volte leggero e ironico, a volte più serio e con dei tratti quasi da corrispondenza epistolare d’altri tempi, è una delle cose più belle che ho sperimentato nell’ultimo anno.

Al 31 marzo 2008 nel blog vi erano 77 articoli e 352 commenti, raggruppati in 22 categorie.

Per le statistiche web utilizzo AWStats che è uno dei migliori software open source. Tra le funzionalità interessanti di AWStats c’è quella di separare il “traffico” generato da robot, worm oppure da risposte con codici di errore HTTP speciali da quello generato da utenti umani, e considerare come traffico visualizzato ai fini delle statistiche web solo quest’ultimo.

In un anno ho decuplicato visitatori unici e visite al blog. E la cosa non può che farmi piacere, oltre che sorprendermi. Vedrò di non deludere i miei lettori nel prossimo anno. I progetti e le idee sono tante, il tempo a disposizione è poco. È la vita.

I dati principali delle statistiche del mese di marzo 2008 sono:

  • Visitatori diversi (o unici): 3.834
  • Numero visite: 6.151
  • Pagine viste: 22.425
  • Media visitatori diversi al giorno: 123,67
  • Media visite al giorno: 198,41

Un dato per me particolarmente significativo è dato dagli “Accessi diretti o via segnalibro” che sono il 65 %. Ciò significa che circa il 65 % delle visite al mio blog è fatta da persone che lo hanno inserito nei “Preferiti“, insomma degli affezionati, e che non provengono da ricerche su Google o altri motori.

Per chi fosse interessato, o semplicemente curioso, ecco il dettaglio del mese di marzo.

dettaglio stats marzo 2008