Archivio di maggio 2008

Long Nights

sabato, 31 maggio 2008

Ci sono dei momenti in cui la mancanza di Annemieke e il ricordo della sua perdita, il dolore e la  sofferenza di quei mesi, riemergono più forti che mai e si fanno intollerabili.

Un paio di sere fa, assieme alle bambine, ho rivisto dei video che avevamo girato l’estate scorsa in Sicilia. Momenti di serenità e spensierata felicità. Mentre Annemieke ballava con le bambine ad una festa all’aperto.

È stato come ricevere un devastante gancio sinistro di Mike Tyson o scontrarsi con una locomotiva.

Penso in continuazione a lei, a quello che ha rappresentato e ancora rappresenta per me, ma rivederla felice, sentire la sua voce, ripensare a quei momenti e a quello che è successo subito dopo, è stata un’esperienza molto forte.

Una mazzata di quelle che ti stendono a terra.

Stasera, dopo una giornata devastante, come tutti i fine settimana del resto, ho sentito il peso della sua mancanza, della sua assenza, più forte che in altri momenti.

Dopo aver messo le bambine a letto ed avere cenato, per rilassarmi e trovarmi un po’ con me stesso, non ho trovato di meglio che versarmi un po’ di whiskey nel bicchiere e fumarmi un sigaro sul balcone, ascoltando un po’ di musica.

La musica era quella della colonna sonora del film Into the Wild, che ho visto, e fortemente voluto vedere, cinque giorni dopo il suo funerale. Un film che per me è indissolubilmente legato a quei momenti.

Il brano della colonna sonora che ho scelto come video di apertura è Long Nigths di Eddie Vedder, autore delle musiche del film.

Di seguito il testo e la traduzione:

LONG NIGHTS

Lyrics/ Music: Ed Vedder

Have no fear
For when I’m alone
I’ll be better off than I was before

I’ve got this life
I’ll be around to grow
Who I was before
I cannot recall

Long nights allow me to feel…
I’m falling…I am falling
The lights go out
Let me feel
I’m falling
I am falling safely to the ground
Ah…

I’ll take this soul that’s inside me now
Like a brand new friend
I’ll forever know

I’ve got this life
And the will to show
I will always be better than before

Long nights allow me to feel…
I’m falling…I am falling
The lights go out
Let me feel
I’m falling
I am falling safely to the ground
Ah…

TRADUZIONE

Non avere paura
Per quando sono da solo
Starò meglio di quanto non stessi prima

Ho questa vita
Andrò in giro per crescere
Chi ero prima
Non riesco a ricordarlo

Lunghe notti mi permettono di sentire…
Sto cadendo… sto cadendo
Le luci si spengono
Mi lasciano sentire
Sto cadendo
Sto cadendo al sicuro per terra
Ah…

Prenderò questa anima che è dentro di me ora
Come un amico nuovo
Che conoscerò per sempre

Ho questa vita
E la volontà di dimostrare
Che sarò sempre migliore di prima

Lunghe notti mi permettono di sentire…
Sto cadendo… sto cadendo
Le luci si spengono
Mi lasciano sentire
Sto cadendo
Sto cadendo al sicuro per terra
Ah…

Un giorno di ordinaria follia

mercoledì, 28 maggio 2008

treno tilo

Oggi ho vissuto un giorno di ordinaria follia, come ormai non me ne capitavano da mesi. Disavventure tragicomiche e azioni da grande combattente, nevrosi da manager e frustrazioni da casalinga.

Un misto fra Fantozzi, Woody Allen, Gladiator e Desperate Housewives.

Stamane esco di casa come al solito alle sette e un quarto per prendere il treno delle 7.42 per Chiasso. Da lì prendo poi il treno delle 8.31 che arriva a Lugano alle 8.50. La finestra di tempo utile per beccare la coincidenza per Lugano è di circa 8 minuti. Siccome i treni italiani sono spesso in ritardo capita a volte (in media ogni 15 giorni) di perdere la coincidenza e arrivare un’ora dopo in ufficio.

Stamane ero un po’ teso per timore di eventuali ritardi. Avevo una riunione molto importante con il mio capo verso le 9.00 e non potevo assolutamente rischiare di arrivare tardi all’appuntamento.
Stiamo entrando nel vivo del progetto di cui sono project manager (un mondo virtuale on-line web based), abbiamo obiettivi ambiziosi e scadenze molto impegnative, e la “pressione” inizia a farsi sentire. Pertanto ieri sera avevo anche lavorato da casa per completare la presentazione e stamane avevo il notebook con me per fare gli ultimi ritocchi sul treno.

Dovevo arrivare ben preparato, determinato e convincente alla riunione. “Cazzuto“, insomma, per usare un termine tecnico.

Immerso in questi pensieri, salgo sul treno che da Monza mi conduce a Chiasso. Mi siedo, accendo il portatile e mi metto a lavorare.

Arrivato a Seregno (in pratica tre fermate, una decina di minuti circa) il treno si ferma. E rimane fermo per una decina di minuti. Mi dico: “Ecco, lo sapevo, arriverò in ritardo. Ma forse magari ce la fa a recuperare.”

Dopo un po’ passa il controllore nella mia carrozza, dove sono rimasto da solo (particolare a cui non presto attenzione, essendo spesso il treno semivuoto, ma che avrebbe dovuto mettermi in allarme) e mi dice di spostarmi due carrozze più avanti. Mugugnando prendo tutto con me e mi sposto.

Dopo un po’ vedo che sul treno inizia a salire tanta gente, troppa gente rispetto alla norma, il treno si riempie.

Mi dico: “Visto il ritardo, i viaggiatori del treno successivo avranno deciso di prendere questo treno per evitare ulteriori ritardi”. Ma in realtà iniziavo ad insospettirmi.

Finalmente, dopo circa un quarto d’ora di fermo il treno riparte. “Finalmente” mi dico.

Ma una frazione di secondo dopo mi rendo conto, con un brivido, di qualcosa di strano, a cui non voglio credere.

Il treno va in direzione opposta!

Penso: “Sarò io che mi sono rincoglionito; cambiando vagone e posto mi sembra di viaggiare in direzione opposta.”

Ma il treno sta veramente tornando indietro. Infatti arrivo alla stazione di Desio.

Imprecando e furioso come non mai, decido di tornare a Monza e chiedere spiegazione dell’accaduto in stazione; voglio sporgere reclamo alle ferrovie dello stato per il fatto di non essere stato avvertito.

Appena arrivo a Monza mi precipito come una furia in biglietteria e spiego l’accaduto, ma l’impiegato mi dice che non è possibile, che non gli risulta. Io gli dico: “Scusi come faccio ad essere di nuovo qui se non è possibile?” E lui, con indifferenza: “Non lo so, vada all’ufficio della Dirigenza del Traffico e chieda spiegazioni là.”

Vado all’ufficio in questione e, sempre più incazzato inizio a spiegare il fatto ai responsabili. Nel mentre mi accorgo che arrivano due miei amici e gli faccio cenno con la mano di venire per farsi due risate.

I funzionari dell’ufficio sembrano cascare dalle nuvole, poi controllano tutto sui monitor in tempo reale e sui tabulati, ma niente: non risulta che nessun treno abbia fatto dietro-front.

Poi il dirigente mi fa: “Ma non è che per caso ha preso il treno prima, quello che ferma a Seregno e che parte dallo stesso binario?”

E io, sempre più furibondo e convinto: “Impossibile, quello parte un quarto d’ora prima e poi è da 7 mesi che ormai faccio il pendolare, vuole che sbagli treno?
E il dirigente: “Sì, ma stamane il treno per Seregno è partito con 15 minuti di ritardo, per cui sicuramente lo ha scambiato. Poi una volta arrivato a Seregno, il treno si ferma e dopo un po’ riparte in direzione Milano.”

In quel momento ho realizzato tutto. Ecco perché il treno era così carico di studenti. Andavano tutti in università a Milano.

Sono uscito come un cane bastonato biascicando qualche parola di scusa, e incazzato ancor più di prima.

Avevo fatto la figura di quel tipo della barzelletta che guida in autostrada e sente alla radio che un pazzo sta guidando in contromano sul suo stesso tratto. Lui si guarda intorno e fa: “Un pazzo? Mica è solo uno il pazzo ad andare in contromano? Qui sono tutti pazzi e vanno in contromano!”

In ogni caso arrivo all’ufficio con un’ora e mezza di ritardo, e invento una scusa penosa a metà fra la realtà e la fantasia. La riunione poi è andata benissimo.

Credevo di avere finito, ma in realtà ad ora di pranzo mi chiama un’amica e mi dice che Edith, mia figlia maggiore, ha vomitato a scuola e ha la tosse molto forte, e lei l’ha portata a casa. Una grana in più da gestire, oltre alla preoccupazione.

Il resto della giornata lavorativa è stato intensissimo, con la mente al lavoro e a mia figlia. Finalmente prendo il treno per tornare a casa. Arrivo alle 20.30 a casa dell’amica, prendo le bimbe, le porto a casa.

Lava i denti alle bambine, metti il pigiama, prepara l’aerosol per una mentre fai il bidè all’altra. Nel frattempo cerco di preparami da mangiare e affetto la pancetta. Ad un certo punto, mentre faccio il bidè alla più piccola sento la più grande che urla: “Papààààà! Papààààààààààà!”

Mollo la piccola e vado dalla più grande, imprecando dentro di me: “Cosa c’è, Edith?” “Devo fare la cacca, papà! Mi scappa mi risponde lei.

Cambio immediato di figlie in bagno: priorità alle emergenze.

Comunque verso le 21.30 riesco a metterle finalmente a letto.

Decido di coccolarmi dopo una giornata così intensa! Decido di farmi un piatto di spaghetti alla carbonara!

Mentre faccio rosolare la pancetta nell’olio, chiamo al telefono il Technical Leader del progetto e discutiamo di lavoro. Una mano sul telefonino, l’altra sul cucchiaio di legno.

Alla fine mi siedo a tavola, mi verso gli spaghetti alla carbonara nel piatto. Una spolverata abbondante di pepe nero. Uno spettacolo!

La prima forchettata che metto in bocca è un’esplosione dei sensi. Sento le campane rimbombare nella mia testa. Ah, sublime, indicibile delizia!

Che giornata intensa!

Gli inceneritori provocano il cancro

martedì, 27 maggio 2008

Inceneritore

Uno recente studio francese reso pubblico dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, rivela che “nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.”

Ben 435 ricerche scientifiche internazionali provano un aumento di tumori e nascite malformi spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.

Stasera non ho voglia di argomentare né di citare le soluzioni alternative agli inceneritori, tanto gli imbecilli non capiscono e non capiranno mai, e chi è in grado di capire non deve essere certo convinto.

In questa Italia alla deriva e allo sfascio sono bastate tre settimane di governo Berlusconi per far sparire l’opposizione parlamentare (Veltroni e tutta la classe dirigente del PD farebbero meglio a togliersi per sempre dalle palle ed andare a cavare patate dai campi), ammorbidire i mezzi di informazione più tradizionalmente ostili a Berlusconi (basta leggere Repubblica, arrivata al punto di celebrarne le doti di statista), far baluginare parole roboanti come “ordine”, “tolleranza zero“, “espulsione dei clandestini”, “nucleare sicuro di terza generazione” (che cazzo vuol dire “sicuro”?), “ponte sullo stretto di Messina” (ancora?) per rincoglionire ulteriormente un’opinione pubblica nazionale già rincoglionita di suo, impaurita, incattivita e impoverita culturalmente, spiritualmente e materialmente.

Stasera sono stanco, faccio quello che di solito faccio di rado: cito e riporto un articolo di altri, e precisamente di Jacopo Fo e pubblicato sul blog di Beppe Grillo:

E’ ormai chiaro che dentro i giornali italiani si combatte una battaglia durissima tra i direttori e un pugno di giornalisti che si rifiutano di tacere sempre e comunque.
Così abbiamo delle piccole soddisfazioni: alcune notizie bomba finalmente vengono pubblicate. Non le vedete in prima pagina, non hanno titoli a 9 colonne, non sono correlate da interviste e commenti. Però le notizie escono.
Ad esempio vengono pubblicate sul numero 1052 del Venerdì di Repubblica (16 maggio) a pagina 90 (coincidenza o magia alchemica il fatto che la paura nella Smorfia napoletana corrisponde al numero novanta?).
Ecco l’articoletto, secco secco. Un grande pezzo di sintesi giornalistica, probabilmente contrattato parola per parola in riunioni infuocate dei caporedattori, oppure sfuggito per errore alla penna rossa dei censori… Questo articolo credo che alla fine sia uscito perchè protetto dalla Divina Provvidenza in persona, è comunque stato stampato, nero su bianco, e ci dice che 435 (QUATTROCENTO TRENTACINQUE) ricerche scientifiche internazionali provano un aumento di tumori e nascite malformi spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.
Senza commento. Senza due righe di scuse verso il povero Beppe Grillo accusato con ogni tipo di cattiveria dalle colonne dello stesso giornale per essersi permesso di dire esattamente la stessa cosa: gli inceneritori puoi anche chiamarli termovalorizzatori ma ti ammazzano comunque.
Una nota stilistica che permette di capire appieno il meccanismo perverso utilizzato dai media per rendere di scarso interesse notizie di importanza capitale.
Il titolo può essere un modo per indurre le persone a leggere un articolo oppure a non leggerlo.
Se questo articolo fosse stato: “Aveva ragione Grillo gli inceneritori uccidono!” avrebbe destato grande curiosità. Allora lo hanno intitolato in modo tale da tagliargli le gambe: “Emissioni: Una ricerca francese sottolinea il rapporto diossina-cancro
QUANDO LA SALUTE SE NE VA IN FUMO (TOSSICO).
Capisci l’astuzia: non ti dice che le ricerche sono 435, come viene specificato poi nell’articolo. Non si pronuncia la parola proibita INCENERITORE. Si parla di EMISSIONI… Termine vago come la melma.
Questa tattica in effetti funziona. I lettori accorti dicono: “Però alla fine Repubblica le notizie le dà!” E continuano a comprarla. Mentre il 95 per cento dei lettori, un po’ meno attenti, non si accorge di quella notizia così imbarazzante.
Prova ne è che sono passati 5 giorni dall’uscita del Venerdì e se cerchi sul web: “diossina istituto statale di sorveglianza sanitaria francese”, non trovi niente a proposito di questa colossale notizia!
E non trovi niente neanche se digiti “diossina 435 ricerche PubMed”
Comunque giudica tu: ecco il testo integrale:
“Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.
Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435 ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica internazionale
PubMed che rilevano danni alla salute causati dai termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale azione ala capacità di concentrarsi negli organismi viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a “inceppare” uno dei principali meccanismi di controllo del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi portano il cancro e le malformazioni neonatali.”
(Il pezzo non è firmato ma sta all’interno di una specie di box dentro un articolo di Arnaldo D’Amico.)
Spero ci si renda conto dell’importanza dell’ufficializzazione di una simile notizia: e ti invito quindi a farla girare e ripubblicarla sul tuo sito. Se riusciamo a far sapere a molti italiani come funziona questo giochetto dell’informazione ridimensionata (non censurata, non libera, omogenizzata) potremmo creare qualche altro problema ai signori dei giornali. Loro ormai lo sanno che chi legge i quotidiani poi va su internet…”

Jacopo Fo

Le dimensioni contano

sabato, 24 maggio 2008

Edith e Isabel_Scoglitti estate 2007

I bambini ti sorprendono di continuo con le loro imprevedibili domande, frutto di una curiosità insaziabile e naturale.

Avendo due bambine piccole, una di sei e l’altra di quattro anni, ci sono un po’ abituato, ma non cessano mai di stupirmi. A volte ti spiazzano decisamente.

Alcune sere fa, dopo avermi fatto entrambe il lavaggio del cervello durante la cena, con domande a raffica sull’infinito, i buchi neri, le dimensioni del sole, le streghe, i lupi cattivi, i superpoteri, gli infiniti mondi possibili del regno della fantasia, e via di seguito, ad un certo punto Edith, la più grande mi fa: «Papà, lo sai che tu hai due geni come figlie?»

«Come hai detto?» dico io, scoppiando a ridere.
E lei, con un sorriso furbetto: «Le tue figlie sono due geni!»

Invece l’altro ieri mattina, mentre mi pettinavo in bagno dopo aver vestito le bambine prima di accompagnarle a scuola, ad un certo punto entra la più grande e mi fa di botto, a bruciapelo:
«Papà, ma quanto ce l’hai grande tu il pisello?»
«Cosa?» chiedo io, trasalendo e facendo fuoriuscire mezzo tubetto di gel sul lavandino.
«Quanto ce l’hai lungo tu il pisello, papà?» continua lei imperterrita «Così, così o così?» indicando con le mani le dimensioni.
«Ma Edith!» dico io imbarazzato, cercando di cambiare discorso «Ma che razza di domande sono queste?»
E lei, evidentemente infastidita dalla mia reticenza «Ma uffa papà, dimmelo! Così, così o così?» mimando di nuovo con le mani delle misure evidentemente sovradimensionate.

Alla fine mi sono arreso. Ho indicato la misura più piccola.

Meglio non creare false aspettative nei confronti degli uomini.

Espulsione clandestini e pugno di ferro

giovedì, 22 maggio 2008

pugnopetrus

Nel nuovo pacchetto sicurezza approvato ieri a Napoli dal governo Berlusconi, tra le misure prese per contrastare i reati e l’immigrazione clandestina, c’è quella dell’ “espulsione immediata dei clandestini” e dell’istituzione della banca dati del Dna. Il tutto “nel rispetto delle direttive comunitarie“.

Senza entrare nel merito delle decisioni prese (il problema immigrazione clandestina esiste, è grave e bisogna risolverlo) voglio solo porre l’attenzione su quello che è il nucleo centrale della questione, al di là dei proclami da sceriffo che vanno incontro alle aspettative della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, evidentemente desiderosa di un uomo forte, come tutti i sondaggi confermano.

Il vero problema sta nell’attuazione pratica.

Quando si parla di “espulsioni immediate” si dimentica che senza accordi bilaterali con i Paesi di provenienza dei clandestini è di fatto difficile, se non impossibile eseguirle.

Per il semplice fatto che per poter espellere un clandestino bisogna prima identificarlo.

Nessun aereo accetta un clandestino se non c’è assoluta certezza sulla sua identità. Altrimenti il paese di destinazione può respingerlo al mittente e la compagnia aerea sarà tenuta per legge a pagargli il viaggio di rientro in Italia.

Mentre i voli di andata per l’espulsione vengono pagati dallo Stato italiano.

Come si fa ad accertare l’identità e la nazionalità di un clandestino senza documenti?

Mi chiedo quindi: al di là di tutti i proclami, come farà il nuovo governo ad attuare concretamente le misure prese?

Ci tengo a sottolineare una cosa: alcune misure del pacchetto le condivido anche se le trovo di difficile attuazione pratica (come il fatto di togliere la patria potestà a chi utilizza i bambini per chiedere l’elemosina), altre le trovo sinceramente aberranti.

Ne cito una su tutte, che credo verrà presto ritirata, e faccio un esempio concreto e personale: il fatto di voler sottoporre a controlli (in che modo?) anche i cittadini comunitari, in modo da verificarne il reddito e l’assicurazione sulle malattie, “per evitare che abbiano a gravare sulla comunità”.

La mia compagna e madre delle mie figlie era olandese e ha sempre lavorato, in Olanda e poi qui in Italia.

Finché 3 anni fa si è ammalata di tumore al seno. Dopo la fine del periodo di malattia è stata licenziata dal datore di lavoro, trovandosi disoccupata, e di fatto essendo impossibilitata a trovare un nuovo lavoro: chi assume una persona, seppur giovane, malata di tumore, che ha subito interventi e chemioterapie e che non può più avere la forza fisica di una persona sana?

La mia compagna ha gravato sulla comunità, ovviamente: le cure chemioterapiche e i ricoveri ospedalieri costano. Ma la malattia non l’ha scelta lei! In questo caso, senza lavoro e senza reddito, cosa si farebbe con le nuove misure introdotte? Si rimanda in patria il malato? O lo si fa morire?

Certo, c’è l’assistenza sociale dello Stato.

La domanda di invalidità civile, presentata 3 anni fa è stata alla fine accettata a novembre 2007 (con un assegno di circa 230 euro mensili!), ma i soldi non sono mai arrivati, per lungaggini burocratiche. Alla fine a dicembre ci è arrivato l’assegno con gli arretrati che doveva andare a riscuotere personalmente lei in Posta. Non potendolo fare perché ammalatasi nuovamente di leucemia e ricoverata in ospedale, ho chiesto io la delega.

Risultato: hanno fatto passare due mesi per darmi la delega, a gennaio 2008 la mia compagna è morta a 38 anni, e io non ho potuto riscuotere l’assegno perché adesso tutto passa al giudice di pace, non essendo noi sposati, ed essendo le nostre due figlie le uniche legittimi eredi.

Spero di vivere abbastanza per vedere quei soldi.

Band of Gypsys

lunedì, 19 maggio 2008


Jimi Hendrix: A Band of Gypsys - “Who Knows” (Fillmore East, New York, January 1, 1970)

Rom (in Lingua romanírrom“), in italiano zingari e gitani, in inglese gipsy, in spagnolo e in catalano gitanos, in portoghese cigano, in tedesco zigeoner.

Tanti nomi per cercare di definire e catalogare quello che per sua natura è indefinibile e sfuggente, quello di cui non si riesce a fissare la fisionomia.

Il nomade, l’errante è colui che non si lascia fissare dai mille controlli della modernità, colui che rifugge da una fissa dimora. Il nomade è l’alieno, il diverso, l’ombra rimossa del nostro inconscio sul quale proiettiamo tutte le nostre paure, frustrazioni, angosce.

Il nomade è il capro espiatorio perfetto.

Pochi sanno o ricordano che durante la seconda guerra mondiale vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo.

La storia della deportazione e dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata: ancora oggi la documentazione è frammentaria e lacunosa. Eppure la persecuzione degli zingari in epoca nazista è l’unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto « razza inferiore».

I recenti fatti accaduti nel Napoletano, scatenati dalla vicenda di una nomade sedicenne accusata di aver tentato di rapire una bimba di sei mesi in un’abitazione del quartiere di Ponticelli, mi hanno parecchio colpito.

I roghi contro i campi nomadi, l’assedio della popolazione locale, l’assalto con le bottiglie molotov, la rabbia delle gente, la caccia allo zingaro che ne è derivata, mi hanno fatto tornare alla memoria immagini ed avvenimenti terribili che non ho vissuto in prima persona, ma che conosco attraverso i libri di storia.

L’Italia sta vivendo un momento difficile. Nubi cupe e minacciose si addensano all’orizzonte; e quando le cose vanno male la gente ha paura, diventa cattiva, disperata, pronta a tutto.

La cosiddetta civilizzazione, il progresso, il benessere, l’apparente tolleranza delle democrazie occidentali sono in realtà delle illusioni molto fragili, delle chimere. Rischiamo ogni giorno di precipitare nella barbarie, ma non ce ne rendiamo conto, o non vogliamo ammetterlo.

Quando questo equilibrio fragile come cristallo si rompe si svela il nostro lato primitivo, molto più animalesco di quanto siamo portati ad ammettere.

Il razzismo è insito nella natura umana, senza distinzione di razze (è proprio il caso di dirlo).

Basta solo vedere quello che di terribile sta accadendo in questi giorni in Sudafrica, dove i neri sono autori di violenze efferate su altri neri. Disperati che danno la caccia ad altri più disperati di loro, immigrati che arrivano dallo Zimbabwe, da Malawi, Mozambico e Somalia, gridando “cacciamo gli stranieri”.

Soltanto ieri 12 persone sono state uccise, bruciate vive o bastonate fino alla morte, le donne sono state stuprate.

L’unico argine a questo cuore di tenebra, a questo minaccioso abisso di barbarica violenza sempre in agguato, a questa follia sempre pronta a prendere il sopravvento, è l’uso della ragione e il ruolo fondamentale delle isitituzioni che devono garantire il riconoscimento dei diritti uguali e inalienabili di tutti gli esseri umani, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa all’interno dei limiti definiti dalla legge e nel rispetto dei diritti e della libertà di tutti.

La differenza fra le democrazie occidentali e i governi delle altre nazioni sta tutta qui: rispetto della diversità, tolleranza, laicismo, libertà e garanzia dello stato di diritto e della sicurezza dei suoi cittadini.

Se questi elementi iniziano a venir meno, se la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni arriva a livelli minimi, se le istituzioni stesse e le forze politiche cavalcano la rabbia popolare e fomentano l’odio razziale e di classe, la lotta dei poveri contro i poveri, allora è la fine.

Excellent Blogger 2008. Moi? Merci!

lunedì, 12 maggio 2008

Excellent Blogger 2008

Sabato sera, tra una stirata e l’altra di vestiti delle piccole (avevo una montagna di mini-indumenti da stirare, sembravo Biancaneve nella casa dei sette nani) scopro con un po’ di sorpresa un nuovo link in entrata al mio blog.

Pensavo si trattasse della Digos che, dopo le recenti “calunniose” affermazioni di Marco Travaglio sul nostro neo-presidente del Senato Schifani (in realtà, rispettabilissimo uomo d’onore), si era messa alla ricerca in rete di nuovi pericolosi guastatori e avevano beccato il mio post sul poeta e neo-ministro Bondi.

Mi sono detto: «Peccato! Non ho ancora pubblicato il post su Calderoli, neo-ministro della Banalizzazione Legislativa, e su Schifani neo-presidente d’onore, e già mi hanno beccato. Chiederò asilo politico in Svizzera

E invece si trattava di un link ‘benevolo’.

Annarita autrice del blog web 2.0 and something else nel suo ultimo post mi aveva nominato, assieme ad altri quattro ‘disgraziati’ (scherzo Annarita, scherzo ;-) ) come Excellent Blogger 2008.

Ovviamente non si tratta di un premio ufficiale, ma di un meme, cioè per semplificare (o “banalizzare“, come direbbe Calderoli) e senza scomodare Karl Popper, di una sorta di gioco in rete, una specie di innocua catena di Sant’Antonio in cui il destinatario del messaggio sceglie un certo numero di altri blog amici a cui assegnare il premio di Excellent Blogger, e così via, finchè qualcuno interrompe il flusso.

Devo dire che la cosa mi ha fatto molto piacere, pur nella sua assoluta gratuità e imprevedibilità. O forse proprio per questo.

Certo, ormai veleggio sulle 300 visite al giorno, e la cosa mi intriga e mi lusinga. Sto conoscendo tante nuove persone che mi scrivono anche privatamente, e inizio ad avvertire una certa “responsabilità” di quello che scrivo.

Io non leggo molti altri blog, ho giusto il tempo di aggiornare il mio. Ho i miei cinque-sei blog che seguo con una certa assiduità, e ogni tanto girovagando in rete faccio qualche altra piacevole scoperta.

Non mi sento un blogger. Non lo sono. Anzi mi dà anche un po’ fastidio la gente che si etichetta come tale, quasi fosse una sorta di nuova elite. Non frequento i BarCamp. Sono un cane sciolto. Un individualista. Un irriducibile ad una categoria, o un’etichetta. Rifuggo le semplificazioni, peggio ancora le banalizzazioni (ah, Calderoli!).

Sono uno che scrive per rispondere principalmente a dei propri bisogni profondi, per fare chiarezza dentro se stesso. Uno che ha iniziato per gioco, e che ora ci ha preso gusto.

Ma al tempo stesso sono abbastanza egocentrico e sincero per ammettere che la nomina a Excellent Blogger 2008 mi ha lusingato e ha stuzzicato la mia vanità. Per cui ho deciso di scriverci un post.

Adesso basta, altrimenti mi monto la testa!

Vado a fare il pesto di basilico per le mie bambine, che ne vanno pazze, ed è già tardi: sono passate le 11 di sera. E ho ancora dell’altra roba da stirare prima di andare a letto. E domani, sveglia alle 6, per andare a Lugano.

È dura la vita da blogger!

Sandro Bondi, il poeta. Ministro dei Beni Culturali

venerdì, 9 maggio 2008

Sandro Bondi

«Nil recitas et vis, Mamerce, poeta videri.
Quidquid vis esto, dummodo nil recites
»
Marziale - Epigrammi - Liber II - 88

Trad. «Per poeta vorresti passare
ma un verso tuo non ce l’hai detto mai.
Prometti che per sempre tacerai
e passa pure per chi cazzo ti pare!»

Sandro Bondi è il nuovo Ministro per i Beni e le Attività Culturali del governo Berlusconi IV.

Cattolico, una laurea in Filosofia, un passato di militante nel Partito Comunista Italiano durante il quale non si distingue certo per coerenza e linearità.

Gli stessi attivisti e suoi compagni di partito all’interno del PCI lo paragonano scherzosamente, per il suo comportamento ondivago, ad un “rapanello“, cioè rosso fuori e bianco dentro.

Tutto questo fino alla folgorazione sulla via di Damasco, quando incontra Berlusconi.

Diventa il suo segretario e collaboratore, il suo consigliere più fidato.

Berlusconi gli affida nel 2001 il compito di gestire e coordinare la stesura del libro fotografico Una storia italiana, che fu spedito a milioni di famiglie italiane in occasione della campagna elettorale del 2001.

Da allora è uno dei più importanti esponenti di Forza Italia, uno dei collaboratori più stretti di Berlusconi.

Questa settimana è diventato Ministro per i Beni e le Attività Culturali.

Vittorio Sgarbi, compagno di schieramento politico, dice di lui: “Bondi è una figura di cortigiano, lo dico senza volerlo insultare, rispetto al potente e cioè l’adorazione per Berlusconi è in lui naturale e convinta, lo so perché lo conosco, ma pare innaturale ad un uomo libero.

Tralascio altri aneddoti su Bondi politico, perché adesso voglio soffermarmi su Bondi poeta.

Da alcuni anni tiene - non so se ce l’abbia ancora - una piccola rubrica sulla rivista Vanity Fair, dove illumina le lettrici e i lettori con le sue riflessioni, ma soprattutto con le sue poesie, il cui livello artistico è tale che al confronto il diario di una ragazzina sembra lo Zibaldone di Leopardi, per profondità e originalità.

Al tempo fui tentato più volte di scrivere alla direzione della rivista per capire perché pubblicassero tali banalità, che in alcuni casi raggiungono dei vertici di ridicolo e grottesco, di comicità involontaria che sfiora l’autoparodia, tanto da far pensare che siano stati scritti da qualcuno della parte politica avversa.

Ma ecco qui alcune delle perle di sublime e inarrivabile poesia scritte da Sandro Bondi (via Il Gambero Rotto, segnalatomi stamattina da Rita, che ringrazio per l’ispirazione fornitami).

Le mie preferite sono quelle dedicate a Michela Vittoria Brambilla, Giuliano Ferrara, e quella inarrivabile, l’ultima, di altissimo afflato lirico e mistico dedicata a LUI, Silvio Berlusconi.

Mi chiedo quale sarà il primo atto di Bondi come Ministro dei Beni Culturali. Chiederà che il Mausoleo di Arcore venga riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità?

Poesie di Sandro Bondi (via Il Gambero Rotto).

A Michela Vittoria Brambilla
(alias Crudelia Salmon)

Ignara bellezza
Rubata sensualità
Fiore reclinato
Peccato d’amore

A Stefania Prestigiacomo

Luna indifferente
Materna sensualità
Velo trasparente
Severo abbandono

Per le nozze di Elio Vito

Fra le tue braccia magico silenzio
Fra le tue braccia intenerito ardore
Fra le tue braccia campo di girasoli
Fra le tue braccia sole dell’allegria

A Giuliano Ferrara

Antro d’amore
Rombo di luce
Parole del sottosuolo
Fiume di lava
Ancora di salvezza

A Walter Veltroni

Tenero padre
madre dei miei sogni
Anima ulcerata.
Figlio mio Ritrovato

E per chiudere in bellezza, con il grande finale, il trittico dedicato alla famiglia di Silvio Berlusconi, quasi una nuova Trinità.

A Veronica Lario in Berlusconi *

Bellezza del soccorso
sensuale ironia
vigore dell’amore
intrepida solitudine

*Moglie di Silvio Berlusconi

A Rosa Bossi in Berlusconi *

Mani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio

*Madre di Silvio Berlusconi 

A Silvio

Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova

‘Parkour’… se avessi vent’anni!

mercoledì, 7 maggio 2008

 

Il parkour è una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni 80.

Il termine parkour è stato coniato da David Belle (anche stuntman e attore nei film di Luc Besson) che viene unanimemente riconosciuto come il fondatore della disciplina e uno dei suoi maggiori esponenti, e deriva da parcours du combattant (percorso del combattente), ovvero il percorso di guerra utilizzato nell’addestramento militare proposto da Georges Hébert, che fu un pioniere dell’educazione fisica in Francia agli inizi del Novecento.

Lo scopo del parkour è quello di spostarsi nel modo più efficiente possibile, cioè sicuro, semplice e veloce.

Come dice il suo fondatore David Belle “per distinguere cosa è parkour da cosa non lo è basta pensare ad una situazione di fuga: tutto quello che può tornare utile per fuggire è parkour“.

La filosofia e il metodo d’allenamento del parkour prevedono “un allenamento lento, progressivo e graduale per migliorare tutte le caratteristiche atletiche dell’individuo che deve avere come unico scopo il costante miglioramento delle proprie capacità“.

Si deve imparare ad “ascoltare” i segnali del proprio corpo in modo da riuscire ad allenarsi ricercando un lento, ma costante e progressivo miglioramento.

In questo senso il parkour è molto simile alle discipline orientali, alle arti marziali.

Quello che lo differenzia è la sua origine metropolitana, la sua voglia di riappropriarsi degli spazi urbani in modo originale e creativo, il suo spirito anarchico e ribelle, la ricerca estetica della bellezza nel movimento, il senso del rischio, della sfida, del pericolo, della ricerca dei propri limiti, e una buona dose di “lucida incoscienza“.

Avevo già visto dei filmati sul parkour alcuni anni fa, ma in queste settimane l’ho riscoperto, soprattutto grazie alle straordinarie performance di David Belle, veramente ai limiti dell’impossibile. In una delle sequenze che si vedono nel filmato, scende, o meglio salta, da un palazzo di una decina di piani in soli 15 secondi!

Ecco, se avessi vent’anni, mi dedicherei anima e corpo al parkour!

Quello che mi attira del parkour è lo straordinario controllo del proprio corpo, l’agilità quasi animale, la velocità e precisione di esecuzione.

Ho fatto vedere alcuni filmati di esibizioni di parkour alle mie figlie. Edith, la più grande, che è una sorta di Pippi Calzelunghe, è rimasta entusiasta, era tutta eccitata. Facendo ginnastica in prima elementare, ed essendo molto attirata da capriole, salti e piroette era tutta desiderosa di fare anche lei quei salti.

Da ragazzo e adolescente (anche adesso a dire il vero) ero attirato dal rischio, soprattutto fisico, e dalla ricerca dei propri limiti, e devo dire che di cazzate ne ho fatte parecchie, a dispetto della mia aria di bravo ragazzo, riuscendo a coinvolgere e trascinare anche altri compagni nelle ‘folli imprese’:

  • gare di velocità a rotta di collo su muretti di pietra a secco (tipici delle mie parti) e pericolanti;
  • scalate di ville nobiliari diroccate e abbandonate fino ad un’altezza paragonabile al terzo piano;
  • arrampicate stile free-climbing (prima che questo venisse codificato come disciplina) sulle pareti franose di promontori a picco sul mare agitato (per rendere il tutto ancora più imprevedibile);
  • nuotate con il mare molto mosso fino a raggiungere degli scogli distanti un centinaio di metri dalla riva, a sfidare le correnti;
  • giochi “pericolosi” con il fuoco;
  • gare di apnea.

A pensarci adesso mi meraviglio come sia ancora vivo!

Per finire, un altro filmato di David Belle, impressionante.

Tu sai fare i miracoli?

domenica, 4 maggio 2008

Edith-traghetto-agosto-2007

Stasera avevamo quasi finito di cenare, dopo un movimentato pomeriggio trascorso ad una festa di compleanno di un’amichetta di mia figlia in un giardinetto vicino casa, immersi nel verde del prato e degli alberi.

Sembrava di essere in campagna. Peccato che io mi trovassi nel pieno della mia allergia ai pollini, per cui è stata una sofferenza tra starnuti, occhi lacrimanti e pacchetti di fazzolettini consumati.

L’attrazione principale della festa era stata la simpatica esibizione di un ‘mago’ che aveva animato in modo piacevole il pomeriggio con trucchi e scherzi vari, fra lo stupore e il divertimento dei bambini.

Ovviamente, al ritorno e durante tutta la cena non si era parlato d’altro che di magia, bacchette magiche e foulard che cambiavano colore, ed ero stato sottoposto ad un fuoco di fila di domande talmente incalzanti e serrate da assomigliare ad un interrogatorio di terzo grado.

Ad un certo punto Edith, mia figlia più grande mi fa:

«Papà, ma tu sai fare i miracoli?»

Sono riuscito a trattenere in bocca, veramente per miracolo, il vino che avevo appena bevuto dal bicchiere, e sorridendo le faccio:

«Vorrai dire i trucchi?»

E lei, stizzita: «No, i miracoli, come Gesù!»

A quel punto non ho potuto fare a meno di rispondere con una battutaccia:

«Non ancora, ma mi sto preparando!»

Subito allora Isabel, la più piccola, non ancora soddisfatta, mi incalza:

«Papà, ma è vero che alcune zucche si trasformano in carrozze?» - riferendosi alla fiaba di Cenerentola.

Da lì è stato un fiorire di domande surreali, un fuoco incrociato che spaziava dai pirati ubriachi di Pippi Calzelunghe - «Ma perché il capo dei pirati ha una benda sull’occhio?» - ai nani di Biancaneve - «Papà, ma è vero che ci sono alcune persone piccole come i bambini?» -  alla matrigna di Biancaneve e di Cenerentola, a quesiti micidiali sull’Uomo Ragno e la sua identità segreta, la sua forza, la ragnatela, e via così di seguito.

Alla fine esausto, sono riuscito a portarle, una alla volta, in bagno a lavare i denti per poi andare a letto.

Domani è lunedi e si lavora. Chissà che non mi riesca a riposare, tra una riunione e l’altra.