Un giorno di ordinaria follia

treno tilo

Oggi ho vissuto un giorno di ordinaria follia, come ormai non me ne capitavano da mesi. Disavventure tragicomiche e azioni da grande combattente, nevrosi da manager e frustrazioni da casalinga.

Un misto fra Fantozzi, Woody Allen, Gladiator e Desperate Housewives.

Stamane esco di casa come al solito alle sette e un quarto per prendere il treno delle 7.42 per Chiasso. Da lì prendo poi il treno delle 8.31 che arriva a Lugano alle 8.50. La finestra di tempo utile per beccare la coincidenza per Lugano è di circa 8 minuti. Siccome i treni italiani sono spesso in ritardo capita a volte (in media ogni 15 giorni) di perdere la coincidenza e arrivare un’ora dopo in ufficio.

Stamane ero un po’ teso per timore di eventuali ritardi. Avevo una riunione molto importante con il mio capo verso le 9.00 e non potevo assolutamente rischiare di arrivare tardi all’appuntamento.
Stiamo entrando nel vivo del progetto di cui sono project manager (un mondo virtuale on-line web based), abbiamo obiettivi ambiziosi e scadenze molto impegnative, e la “pressione” inizia a farsi sentire. Pertanto ieri sera avevo anche lavorato da casa per completare la presentazione e stamane avevo il notebook con me per fare gli ultimi ritocchi sul treno.

Dovevo arrivare ben preparato, determinato e convincente alla riunione. “Cazzuto“, insomma, per usare un termine tecnico.

Immerso in questi pensieri, salgo sul treno che da Monza mi conduce a Chiasso. Mi siedo, accendo il portatile e mi metto a lavorare.

Arrivato a Seregno (in pratica tre fermate, una decina di minuti circa) il treno si ferma. E rimane fermo per una decina di minuti. Mi dico: “Ecco, lo sapevo, arriverò in ritardo. Ma forse magari ce la fa a recuperare.”

Dopo un po’ passa il controllore nella mia carrozza, dove sono rimasto da solo (particolare a cui non presto attenzione, essendo spesso il treno semivuoto, ma che avrebbe dovuto mettermi in allarme) e mi dice di spostarmi due carrozze più avanti. Mugugnando prendo tutto con me e mi sposto.

Dopo un po’ vedo che sul treno inizia a salire tanta gente, troppa gente rispetto alla norma, il treno si riempie.

Mi dico: “Visto il ritardo, i viaggiatori del treno successivo avranno deciso di prendere questo treno per evitare ulteriori ritardi”. Ma in realtà iniziavo ad insospettirmi.

Finalmente, dopo circa un quarto d’ora di fermo il treno riparte. “Finalmente” mi dico.

Ma una frazione di secondo dopo mi rendo conto, con un brivido, di qualcosa di strano, a cui non voglio credere.

Il treno va in direzione opposta!

Penso: “Sarò io che mi sono rincoglionito; cambiando vagone e posto mi sembra di viaggiare in direzione opposta.”

Ma il treno sta veramente tornando indietro. Infatti arrivo alla stazione di Desio.

Imprecando e furioso come non mai, decido di tornare a Monza e chiedere spiegazione dell’accaduto in stazione; voglio sporgere reclamo alle ferrovie dello stato per il fatto di non essere stato avvertito.

Appena arrivo a Monza mi precipito come una furia in biglietteria e spiego l’accaduto, ma l’impiegato mi dice che non è possibile, che non gli risulta. Io gli dico: “Scusi come faccio ad essere di nuovo qui se non è possibile?” E lui, con indifferenza: “Non lo so, vada all’ufficio della Dirigenza del Traffico e chieda spiegazioni là.”

Vado all’ufficio in questione e, sempre più incazzato inizio a spiegare il fatto ai responsabili. Nel mentre mi accorgo che arrivano due miei amici e gli faccio cenno con la mano di venire per farsi due risate.

I funzionari dell’ufficio sembrano cascare dalle nuvole, poi controllano tutto sui monitor in tempo reale e sui tabulati, ma niente: non risulta che nessun treno abbia fatto dietro-front.

Poi il dirigente mi fa: “Ma non è che per caso ha preso il treno prima, quello che ferma a Seregno e che parte dallo stesso binario?”

E io, sempre più furibondo e convinto: “Impossibile, quello parte un quarto d’ora prima e poi è da 7 mesi che ormai faccio il pendolare, vuole che sbagli treno?
E il dirigente: “Sì, ma stamane il treno per Seregno è partito con 15 minuti di ritardo, per cui sicuramente lo ha scambiato. Poi una volta arrivato a Seregno, il treno si ferma e dopo un po’ riparte in direzione Milano.”

In quel momento ho realizzato tutto. Ecco perché il treno era così carico di studenti. Andavano tutti in università a Milano.

Sono uscito come un cane bastonato biascicando qualche parola di scusa, e incazzato ancor più di prima.

Avevo fatto la figura di quel tipo della barzelletta che guida in autostrada e sente alla radio che un pazzo sta guidando in contromano sul suo stesso tratto. Lui si guarda intorno e fa: “Un pazzo? Mica è solo uno il pazzo ad andare in contromano? Qui sono tutti pazzi e vanno in contromano!”

In ogni caso arrivo all’ufficio con un’ora e mezza di ritardo, e invento una scusa penosa a metà fra la realtà e la fantasia. La riunione poi è andata benissimo.

Credevo di avere finito, ma in realtà ad ora di pranzo mi chiama un’amica e mi dice che Edith, mia figlia maggiore, ha vomitato a scuola e ha la tosse molto forte, e lei l’ha portata a casa. Una grana in più da gestire, oltre alla preoccupazione.

Il resto della giornata lavorativa è stato intensissimo, con la mente al lavoro e a mia figlia. Finalmente prendo il treno per tornare a casa. Arrivo alle 20.30 a casa dell’amica, prendo le bimbe, le porto a casa.

Lava i denti alle bambine, metti il pigiama, prepara l’aerosol per una mentre fai il bidè all’altra. Nel frattempo cerco di preparami da mangiare e affetto la pancetta. Ad un certo punto, mentre faccio il bidè alla più piccola sento la più grande che urla: “Papààààà! Papààààààààààà!”

Mollo la piccola e vado dalla più grande, imprecando dentro di me: “Cosa c’è, Edith?” “Devo fare la cacca, papà! Mi scappa mi risponde lei.

Cambio immediato di figlie in bagno: priorità alle emergenze.

Comunque verso le 21.30 riesco a metterle finalmente a letto.

Decido di coccolarmi dopo una giornata così intensa! Decido di farmi un piatto di spaghetti alla carbonara!

Mentre faccio rosolare la pancetta nell’olio, chiamo al telefono il Technical Leader del progetto e discutiamo di lavoro. Una mano sul telefonino, l’altra sul cucchiaio di legno.

Alla fine mi siedo a tavola, mi verso gli spaghetti alla carbonara nel piatto. Una spolverata abbondante di pepe nero. Uno spettacolo!

La prima forchettata che metto in bocca è un’esplosione dei sensi. Sento le campane rimbombare nella mia testa. Ah, sublime, indicibile delizia!

Che giornata intensa!

Articoli correlati:

  1. Scene di ordinaria seduzione in treno
  2. I demoni di Gödel. Logica e follia
  3. Antartide: il mistero del lago sotterraneo e le montagne della follia
  4. Una settimana da incubo
  5. Carrozze di terza classe

5 Commenti a “Un giorno di ordinaria follia”

  1. nexusdue scrive:

    ottimo post per cominciare la giornata… scusami, ma rido di gusto ;)

  2. ermeneuta scrive:

    Ridi, ridi….
    Comunque stamane sono arrivato correttamente a Lugano. Adesso porto il notebook sul treno cosi’ evito di addormentarmi.

    Avevo paura di svegliarmi qualche volta al capolinea a Basilea, alla frontiera con la Germania.
    Non so perchè ma ho questa visione in testa (o “previsione”? :-) ): gli agenti della dogana tra Svizzera e Germania che mi svegliano e mi chiedono:
    “Italienisch? Bitte Dokumente!”

  3. Daniele Neroni scrive:

    Non vorrei passasse sotto nota la questione carbonara: anche io quando necessita mi ci coccolo. Ogni tanto, raramente, arrivano in casa delle uova VERAMENTE di campagna e allora me ne rubo un paio (mi perdoneranno i miei figli, a cui comunque ne restano diverse), di quelle col tuorlo turgido e di un giallo scuro carico. Poi guanciale, pecorino stagionatissimo e pepe nero grattato al momento.

    P.S. Alla pozzetto: “vuoi una forchettata?”

  4. ermeneuta scrive:

    La questione “carbonara” è sempre importante, soprattutto di questi tempi ;-) … Mi sento un “carbonaro” nell’animo, e quindi mi nutro di conseguenza.
    Le uova comunque erano fresche anche nel mio caso, e di “campagna”, me le aveva regalate un’amica.

    P.S.2. La vuoi tu una forchettata? :-) Mi sono reso conto l’indomani mattina, rileggendo il post, della non perfetta “italianità” del termine che avevo usato, ma ho deciso lo stesso di sbattermene.
    Ho scritto di getto l’articolo così come mi veniva, in circa mezzora, verso le undici di sera, con una certa stanchezza.

    E poi, io, non sono mica italiano. Sono un siciliano, un terrone. La mia lingua madre è un altra! :-)

    Ciao
    Salvo

  5. annarita scrive:

    Beh, anch’io sono una terrona, salentina di Gallipoli, la mia lingua madre è un’altra…e ti capisco perfettamente!;)

Lascia un Commento

*