
Oggi pomeriggio ho preso mezza giornata di permesso dal lavoro per assistere ad una recita scolastica di fine anno nella quale figurava anche mia figlia Edith.
Niente di straordinario, per carità, erano bambini delle prime classi di scuola elementare alla loro prima esperienza sul palcoscenico, impegnati nel rappresentare ed esprimere sentimenti ed emozioni basilari come la rabbia, l’attesa, la gioia.
Eppure è stato molto emozionante per i genitori.
Si vedeva che i bambini si erano molto impegnati per la prova, e ci sono stati momenti di comicità involontaria esilarante.
Personalmente, quello che mi ha colpito di più è stato vedere mia figlia sul palcoscenico diversa da come sono abituato a vederla normalmente.
Era un’altra. Era una persona con una sua personalità, le sue movenze particolari, una spigliatezza che non immaginavo, le sue goffaggini, le sue amiche. Faticavo a riconoscere in lei la bambina che mi sembra di riconoscere ogni giorno a casa. Intravedevo in lei il nucleo di una personalità diversa da me.
Non vedevo più “mia figlia”. Vedevo una piccola donna, indipendente, “altro” da me.
Il che credo che sia la massima soddisfazione per un padre. Vedere che i tuoi figli iniziano a prendere una loro strada autonoma, iniziano ad essere persone, e non più semplicemente i “tuoi figli”.
Un’esperienza fortemente straniante.
Ma adesso veniamo al lato comico della serata.
Dopo la recita decido di andare con le bambine in un bar a bere qualcosa per festeggiare. Pioveva, erano le sei e mezza, c’era un traffico incredibile, eravamo all’altro capo di Monza. Allora decido di andare in un bar vicino casa.
Arriviamo, ci sediamo prendo dei cornetti, coca cola e patatine per le bambine e per me chiedo un Campari Shakerato.
«Mi dispiace» mi fa la ragazza al bar, una creola niente male «non abbiamo ghiaccio. Comunque il Campari è freddo.»
«Va bene lo stesso» faccio io, con finta nonchalance.
«Vuole anche un po’ di gin col campari?» mi chiede sorridendo.
«Sì» le dico io ammiccando «un goccio.»
Alla fine mi dà un bicchiere enorme di gin ghiacciato appena appena spruzzato di Campari e colorato di rosso. Una bomba atomica.
Mi dico: «Ma sì. Ma chi se ne frega. Festeggiamo!»
Dopo una ventina di minuti eravamo dentro al supermercato di fronte, a fare la spesa.
Una spesa effettuata in condizioni di psichedelia pura.
Basti dire che ho comprato alle bambine una confezione gigante di cornetti Algida e un mega pacco di Fonzies, croccantini di mais al formaggio.
Cosa che di solito non avrei mai fatto.
Comunque alla fine arriviamo a casa, preparo da mangiare e ceniamo insieme.
E lì inizia il solito terzo grado surreale, un interrogatorio sul quale Amnesty International avrebbe molto da ridire.
Inizia la più piccola, Isabel:
«Papà, ma io quando divento grande come te, divento una persona? E poi muoio?»
«No» le dico io «prima devi diventare vecchia.»
«Ma quando divento vecchia io? Fra mille metri?» mi chiede lei.
«Fra tantissimo tempo» le rispondo io, iniziando a fiutare l’andamento della serata.
Subito incalza Edith, la maggiore: «Ma tu quanti anni hai papà?»
«Quarantuno» rispondo io in angolo, aggiungendo «Appena compiuti!»
E lei senza pietà: «Ma tu sei ancora giovane?»
«Insomma…» replico io, versandomi del vino nel bicchiere.
Isabel a questo punto fa: «Papà ma è vero che i cattivi se entrano a casa ci rubano tutto? E poi non abbiamo più niente? E rubano anche i giocattoli per darli ai bambini poveri? Ma esistono i cattivi a Monza?»
Mi rendo conto che ormai sono all’angolo. Faccio fatica ad elaborare tutte le domande e le possibili risposte.
Interviene per fortuna la sorella maggiore rispondendo: «Sì, i cattivi ci sono, ma sono cretini! Io sono buona invece, papà. Io a mia sorella non la uccido! Perché le voglio bene.»
Faccio appena in tempo a completare con poca convinzione la domanda: «Edith! Ma chi te le insegna queste cose?» che lei subito cambia discorso.
«Papà, è vero che ogni tanto le schifezze sono buonissime?» dice riempiendosi la bocca con una manciata di croccantini di mais al formaggio.
«Beh, sì, ogni tanto…» arranco io versandomi ancora del vino.
«Papà, ma tu li peschi i coccodrilli?» interrompe a questo punto Isabel, ricordandosi delle storie che le ho raccontato a proposito della pesca di polpi di una notevole dimensione che facevo fino a una ventina di anni fa.
«No, i coccodrilli non li ho ancora pescati, ma gli squali sì» rispondo sorniorne.
Ma subito Edith mi inchioda con una domanda tipicamente femminile: «Papà, chi era la più brava a teatro?»
«Beh, eravate tutte brave, e tu eri fra le più brave» rispondo io diplomatico.
E lei implacabile, come tutte le donne: «Sì, ma chi era la più brava di tutte?»
E io come un coglione: «Tu eri la più brava, Edith.»
E lei mi gela: «Papà, è vero che tu dici questo perchè per ogni genitore i suoi figli sono i più bravi?»
«Sì» rispondo io, deglutendo con fatica l’ultima goccio di vino nel bicchiere.
E questo punto, con il candore tipico dei bambini lei cambia completamente discorso e mi fa: «Papà, si può costruire una macchina del tempo?»
«Cosa?» dico io ancora frastornato.
«Si può costruire una macchina del tempo? Per me sì» afferma convinta.
«E come?» chiedo sorridendo.
«È semplice!» fa lei «Basta costruire un buco nell’albero e …»
«Aspetta, aspetta, aspetta…» le dico io «aspetta che prendo carta e penna e lo scriviamo, così non lo dimentichiamo e poi possiamo costruirla!»
Lei è rimasta piacevolmente sorpresa da questa mia affermazione, e ha incominciato a dettare la “ricetta” lentamente affinchè la potessi scrivere.
Quello che segue è il fedele resoconto della sua teoria. Io mi sono limitato a fare da amanuense.
«Allora… si fa un buco nell’albero e poi costruisci un coso… un coso… e con questo acchiappi il tempo!»
«Come lo acchiappi il tempo?» chiedo io da gran bastardo.
«Mi aveva detto Giulia (nota: una sua amica) con cosa acchiappare il tempo ma adesso non me lo ricordo.»
«Poi costruisci una macchina, fa niente se è una mini. Poi prendi un coso che acchiappa il tempo e lo metti forte forte dentro la macchina, e stringi, stringi finché il tempo diventa piccolo piccolo. Poi si ingrandisce nuovamente il tempo e ci sono dei bottoncini che tu li premi, li schiacci e vai dove vuoi andare: la terra all’inizio, quando era scoppiata da poco, così possiamo sapere com’era, oppure quando c’erano i dinosauri, solo che uno poi deve stare molto attento sennò ti mangiano!
Così possiamo andare dappertutto!»
Io, da fedele amanuense ho annotato tutto, stupito e meravigliato. Non si sa mai che la macchina del tempo dovesse funzionare veramente così.