Archivio di giugno 2008

E il settimo giorno si riposò

domenica, 8 giugno 2008

Brownie

Una domenica come tante, da alcuni mesi a questa parte.

La mattina trascorsa a pulire la casa, lavare per terra, cercare di sistemare il caos che di continuo le bambine mettono in giro con una velocità e creatività stupefacente. A volte entrando nella loro stanza sembra che sia esplosa una bomba. Hanno un’energia inesauribile.

Poi preparare il pranzo, lavare i piatti, preparare la salsa da mettere nei vasetti per il freezer per la prossima settimana.

Subito dopo, come digestivo, tre ore e mezza passate a stirare vestiti. Una decina di camicie mie, una vera delizia, e poi una montagna di magliettine, pantaloni, canottiere, mutandine delle bimbe. Mi fa male ancora il polso.

Poi preparare il pesto, fare il bagnetto alle bimbe, asciugar loro i capelli, riordinare nuovamente la casa, sbraitando a destra e a manca, cercando di far mettere ordine anche a loro.

Poi preparare una bella cenetta con impegno, salvo vedere che loro non mangiano quasi nulla, e si accontentano di un po’ di pane con formaggino. Tanto lavoro per nulla. Adoro quand’è così.

Alla fine, lavare una gran pila di piatti, preparare le bimbe per andare a letto, farle andare in bagno, lavar loro i denti.

E finalmente sono a letto. Dormono.

Non c’è che dire. Una domenica da vera casalinga frustrata.

Sono distrutto. Mi preparo un’intera caffettiera di caffè, mi verso del whiskey, mi siedo fuori sul balcone a godermi un po’ di silenzio e a respirare l’aria fresca che sa ancora di pioggia.

È già buio. Ho ancora delle cose da fare, ma questo è il primo momento della giornata in cui riesco a riposarmi un attimo.

Non vedo l’ora che sia domani per andare a lavorare. Mi aspetta una settimana lavorativa intensa, di quelle toste, da battaglia campale.

Ma sinceramente, è ben poca cosa rispetto a dei fine settimana di riposo come questo.

Lo so già che poi non vedrò l’ora che sia venerdi sera, ma l’importante è diversificare le cause di stanchezza. Ci si riesce anche a riposare, fra un tipo di stress e l’altro.

Commercial Bulgari – Kate Moss e Modugno

domenica, 8 giugno 2008

Non amo gli spot pubblicitari in particolar modo. Anche le pubblicità cosiddette artistiche mi lasciano ultimamente indifferente, mi sanno di artificioso e forzato.

Ma navigando in rete ieri sera mi sono imbattuto in un brevissimo spot di un profumo per Bulgari, di un paio d’anni fa al massimo, che mi ha letteralmente ammaliato per la simbiosi perfetta fra immagini, musica, testo e atmosfera.

Veramente affascinante, seducente.

La musica è quella di Dio come ti amo, una delle canzoni più belle di Domenico Modugno. Lei è la modella Kate Moss, che non mi ha mai particolarmente colpito, ma che in questa pubblicità è veramente splendida.

La fotografia in bianco e nero, l’atmosfera da film italiano o francese degli anni sessanta, la seducente eleganza dei movimenti di lei. Beh mi ha stregato, devo ammetterlo.

Ho rivisto in loop il video molte volte e mi è venuta una gran voglia di riascoltare Domenico Modugno e vedere qualche bel film italiano in bianco e nero dell’epoca d’oro del nostro cinema.

P.S. Ho fatto vedere il video stamane alle mie figlie. La più piccola mi fa: «Chi è la signora? È bella la signora!»
E dopo un po’: «Ma chi è che canta? Il maschio? Ma è triste il maschio?»

La macchina del tempo

mercoledì, 4 giugno 2008

Leonardo da Vinci

Oggi pomeriggio ho preso mezza giornata di permesso dal lavoro per assistere ad una recita scolastica di fine anno nella quale figurava anche mia figlia Edith.

Niente di straordinario, per carità, erano bambini delle prime classi di scuola elementare alla loro prima esperienza sul palcoscenico, impegnati nel rappresentare ed esprimere sentimenti ed emozioni basilari come la rabbia, l’attesa, la gioia.

Eppure è stato molto emozionante per i genitori.

Si vedeva che i bambini si erano molto impegnati per la prova, e ci sono stati momenti di comicità involontaria esilarante.

Personalmente, quello che mi ha colpito di più è stato vedere mia figlia sul palcoscenico diversa da come sono abituato a vederla normalmente.

Era un’altra. Era una persona con una sua personalità, le sue movenze particolari, una spigliatezza che non immaginavo, le sue goffaggini, le sue amiche. Faticavo a riconoscere in lei la bambina che mi sembra di riconoscere ogni giorno a casa. Intravedevo in lei il nucleo di una personalità diversa da me.

Non vedevo più “mia figlia”. Vedevo una piccola donna, indipendente, “altro” da me.

Il che credo che sia la massima soddisfazione per un padre. Vedere che i tuoi figli iniziano a prendere una loro strada autonoma, iniziano ad essere persone, e non più semplicemente i “tuoi figli”.

Un’esperienza fortemente straniante.

Ma adesso veniamo al lato comico della serata.

Dopo la recita decido di andare con le bambine in un bar a bere qualcosa per festeggiare. Pioveva, erano le sei e mezza, c’era un traffico incredibile, eravamo all’altro capo di Monza. Allora decido di andare in un bar vicino casa.

Arriviamo, ci sediamo prendo dei cornetti, coca cola e patatine per le bambine e per me chiedo un Campari Shakerato.

«Mi dispiace» mi fa la ragazza al bar, una creola niente male «non abbiamo ghiaccio. Comunque il Campari è freddo
«Va bene lo stesso» faccio io, con finta nonchalance.

«Vuole anche un po’ di gin col campari?» mi chiede sorridendo.
«» le dico io ammiccando «un goccio.»

Alla fine mi dà un bicchiere enorme di gin ghiacciato appena appena spruzzato di Campari e colorato di rosso. Una bomba atomica.

Mi dico: «Ma sì. Ma chi se ne frega. Festeggiamo!»

Dopo una ventina di minuti eravamo dentro al supermercato di fronte, a fare la spesa.
Una spesa effettuata in condizioni di psichedelia pura.
Basti dire che ho comprato alle bambine una confezione gigante di cornetti Algida e un mega pacco di Fonzies, croccantini di mais al formaggio.
Cosa che di solito non avrei mai fatto.

Comunque alla fine arriviamo a casa, preparo da mangiare e ceniamo insieme.

E lì inizia il solito terzo grado surreale, un interrogatorio sul quale Amnesty International avrebbe molto da ridire.

Inizia la più piccola, Isabel:

«Papà, ma io quando divento grande come te, divento una persona? E poi muoio
«No» le dico io «prima devi diventare vecchia.»

«Ma quando divento vecchia io? Fra mille metri?» mi chiede lei.
«Fra tantissimo tempo» le rispondo io, iniziando a fiutare l’andamento della serata.

Subito incalza Edith, la maggiore: «Ma tu quanti anni hai papà?»
«Quarantuno» rispondo io in angolo, aggiungendo «Appena compiuti!»

E lei senza pietà: «Ma tu sei ancora giovane?»
«Insomma…» replico io, versandomi del vino nel bicchiere.

Isabel a questo punto fa: «Papà ma è vero che i cattivi se entrano a casa ci rubano tutto? E poi non abbiamo più niente? E rubano anche i giocattoli per darli ai bambini poveri? Ma esistono i cattivi a Monza?»

Mi rendo conto che ormai sono all’angolo. Faccio fatica ad elaborare tutte le domande e le possibili risposte.
Interviene per fortuna la sorella maggiore rispondendo: «Sì, i cattivi ci sono, ma sono cretini! Io sono buona invece, papà. Io a mia sorella non la uccido! Perché le voglio bene.»

Faccio appena in tempo a completare con poca convinzione la domanda: «Edith! Ma chi te le insegna queste cose?» che lei subito cambia discorso.

«Papà, è vero che ogni tanto le schifezze sono buonissime?» dice riempiendosi la bocca con una manciata di croccantini di mais al formaggio.
«Beh, sì, ogni tanto…» arranco io versandomi ancora del vino.

«Papà, ma tu li peschi i coccodrilli?» interrompe a questo punto Isabel, ricordandosi delle storie che le ho raccontato a proposito della pesca di polpi di una notevole dimensione che facevo fino a una ventina di anni fa.
«No, i coccodrilli non li ho ancora pescati, ma gli squali sì» rispondo sorniorne.

Ma subito Edith mi inchioda con una domanda tipicamente femminile: «Papà, chi era la più brava a teatro?»
«Beh, eravate tutte brave, e tu eri fra le più brave» rispondo io diplomatico.

E lei implacabile, come tutte le donne: «Sì, ma chi era la più brava di tutte?»
E io come un coglione: «Tu eri la più brava, Edith.»

E lei mi gela: «Papà, è vero che tu dici questo perchè per ogni genitore i suoi figli sono i più bravi?»

«» rispondo io, deglutendo con fatica l’ultima goccio di vino nel bicchiere.

E questo punto, con il candore tipico dei bambini lei cambia completamente discorso e mi fa: «Papà, si può costruire una macchina del tempo?»
«Cosa?» dico io ancora frastornato.

«Si può costruire una macchina del tempo? Per me sì» afferma convinta.
«E come?» chiedo sorridendo.

«È semplice!» fa lei «Basta costruire un buco nell’albero e …»
«Aspetta, aspetta, aspetta…» le dico io «aspetta che prendo carta e penna e lo scriviamo, così non lo dimentichiamo e poi possiamo costruirla!»

Lei è rimasta piacevolmente sorpresa da questa mia affermazione, e ha incominciato a dettare la “ricetta” lentamente affinchè la potessi scrivere.

Quello che segue è il fedele resoconto della sua teoria. Io mi sono limitato a fare da amanuense.

«Allora… si fa un buco nell’albero e poi costruisci un coso… un coso… e con questo acchiappi il tempo!»

«Come lo acchiappi il tempo?» chiedo io da gran bastardo.
«Mi aveva detto Giulia (nota: una sua amica) con cosa acchiappare il tempo ma adesso non me lo ricordo.»

«Poi costruisci una macchina, fa niente se è una mini. Poi prendi un coso che acchiappa il tempo e lo metti forte forte dentro la macchina, e stringi, stringi finché il tempo diventa piccolo piccolo. Poi si ingrandisce nuovamente il tempo e ci sono dei bottoncini che tu li premi, li schiacci e vai dove vuoi andare: la terra all’inizio, quando era scoppiata da poco, così possiamo sapere com’era, oppure quando c’erano i dinosauri, solo che uno poi deve stare molto attento sennò ti mangiano!
Così possiamo andare dappertutto!
»

Io, da fedele amanuense ho annotato tutto, stupito e meravigliato. Non si sa mai che la macchina del tempo dovesse funzionare veramente così.

Controcorrente

domenica, 1 giugno 2008

Non guardo più la televisione da circa due anni. Pago solo il canone RAI per le bambine, che tra l’altro guardano solo cartoni animati su DVD.

Non seguo il calcio. Odio quello che da anni è ormai diventato.

Non vado pazzo per le automobili. Le ritengo solo un mezzo di trasporto, e mi stressa tantissimo essere bloccato nel traffico.

Non sono un fanatico entusiasta delle tecnologie informatiche, pur essendo il project manager di un progetto complesso che ha come obiettivo la realizzazione di un mondo virtuale on-line altamente innovativo.

Sono un nichilista e un pessimista nel pensiero e nella teoria, ma un inguaribile ottimista nella prassi.

Credo di essere politicamente di sinistra, ma sono un irriducibile individualista e un aristocratico nell’indole, un anarchico amante della libertà totale.

Non ho nulla da spartire con questa società che non mi rappresenta per niente e dalla quale mi sento anni luce distante, ma nutro sogni di palingenesi e di rinnovamento sociale.

Sono un cane sciolto, una contraddizione vivente, un irriducibile, un ossimoro attualizzato.

Sono normale?