Archivio di novembre 2008

Festa di compleanno intima

martedì, 25 novembre 2008

Compleanno Isabel

Oggi mia figlia Isabel ha compiuto cinque anni.

Avrei voluto organizzarle una festicciola con i suoi amichetti in qualche sala adibita alle feste per bambini. Ma, come sempre trascinato da mille impegni e dalla mancanza cronica di tempo, ho scoperto pochi giorni fa che bisogna prenotarle almeno due settimane prima.

Mi sono sentito terribilmente in colpa, anche se ho poco da incolparmi. Non sapevo dove sbattere la testa, mentre il tempo passava.

Alla fine ho chiesto a mia figlia cosa avrebbe preferito. Mi ha detto semplicemente che non voleva andare in quei posti con tanta gente e confusione attorno, voleva stare in casa, con qualche amico.

Pertanto stamane ha festeggiato in classe con i suoi amichetti, la torta e i succhi di frutta. Le hanno regalato una coroncina di carta che mi ha mostrato con orgoglio.

Stasera invece, sono uscito un’ora prima dal lavoro per riuscire ad essere a casa alle sette.

Ho lasciato a malincuore le persone del mio gruppo di lavoro che stanno lavorando al rilascio di una versione molto importante del progetto per domani mattina: alle 11 di sera erano ancora lì. Ho un team di persone straordinariamente capaci e competenti, di cui vado particolarmente fiero, e che ho scelto personalmente. Persone pronte a seguirti in capo al mondo. Senza esitazione, senza risparmiarsi. E in grado di arrivare alla meta.

Pertanto, dal punto di vista lavorativo ero relativamente tranquillo.

Una volta a casa con le mie due bambine, ho apparecchiato la tavola con un po’ di patatine, formaggi, e altre piccole cose normali, ho servito loro un po’ di aranciata, e abbiamo fatto una sorta di aperitivo, mentre Isabel scartava i regali: un pupazzetto di peluche di Hello Kitty e una Barbie in vespa che le ho comprato io e una piccola confezione di trucco per bimbi che le ha portato la babysitter, una anche per Edith.

Poi abbiamo fatto le foto di rito con la torta e le candeline.

Isabel compleanno_1 Isabel compleanno_2 Isabel compleanno_3

Abbiamo parlato della loro mamma, che era presente anche se ci guardava dal cielo, e che mi aveva consigliato su cosa comprare come regali.

Alla fine, una festa, non so nemmeno se chiamarla festa, molto intima, familiare, fra noi tre qui e la loro mamma dal cielo. Pochi regali, poche cose, molta tranquillità e serenità.

Quando alla fine sono andate a letto, ho visto che erano molto felici. E anch’io, pur fra una tristezza e un’amarezza di fondo che credo non mi abbandoneranno più, ero sereno.

Dovremmo sempre cercare di prendere insegnamento dalla semplicità dai bambini.

L’eccezione – Carmen Consoli (2002)

domenica, 23 novembre 2008

Personalmente ritengo Carmen Consoli una delle cantanti (anzi “cantantessa“, come si definisce ironicamente lei) più brave, originali e interessanti del panorama musicale italiano degli ultimi quindici anni.

Carmen Consoli possiede un talento non comune nel creare musiche di raffinata bellezza, melodie sempre imprevedibili, oblique, che si attorcigliano sinuosamente attorno all’ascoltatore, ammaliandolo con testi di particolare bellezza che impreziosiscono il tessuto sonoro.

Stasera avevo voglia di tuffarmi in qualcosa di familiare, di vicino alla mia terra, alle mie radici, ma allo stesso tempo nuovo, moderno, che mi cullasse e lenisse una certa malinconia, tristezza forse.

L’ho trovato nella canzone L’eccezione del 2002, tratto dall’omonimo splendido album di Carmen Consoli.

Per chi fosse interessato, consiglio una visita al sito web ufficiale di Carmen Consoli. Molto bello, sobrio e minimale, ma ricco di informazioni, musica e foto della cantante catanese.

La prima traccia musicale, interamente strumentale, che parte in automatico quando viene caricato il sito, è di una bellezza straordinaria. Una sorta di nenia mediterranea ipnotica con protagonista assoluto il suono di un clarinetto che a tratti sembra assumere la sonorità degli strumenti a fiato arabi.

L’eccezione – Carmen Consoli (2002)

Soffro nel
vederti infrangere
i principi sui quali era
salda un’esemplare dignità.

Condizione
inammissibile,
la discutibile urgenza
per cui è indispensabile
uniformarsi alla media.

Si dice che ad ogni rinuncia
corrisponda una contropartita
considerevole, ma l’eccezione alla regola
insidia la norma.

Se è vero che ad ogni rinuncia
corrisponde una contropartita
considerevole, privarsi dell’anima comporterebbe
una lauta ricompensa.

Soffro nel
vederti compiere
bizzarre movenze indotte
da un burattinaio scaltro.

Credi sia
una scelta ammirevole
fuggire lo sguardo
severo e vigile
della propria coscienza?

Si dice che ad ogni rinuncia
corrisponda una contropartita
considerevole, ma l’eccezione alla regola
insidia la norma.

Se è vero che ad ogni rinuncia
corrisponde una contropartita
considerevole, privarsi dell’anima comporterebbe
una lauta ricompensa.

Se è vero che ad ogni rinuncia
corrisponde una contropartita
considerevole, privarsi dell’anima comporterebbe
una lauta ricompensa

Antonio Albanese – Cetto La Qualunque (15/11/2008 Che tempo fa)

giovedì, 20 novembre 2008

«La cultura nun serve a nenti. ‘Nto culu alla cultura!
Bisogna essere contemporanei: produrre, produrre.
Che razza di paese è questo?

Antonio Albanese è veramente geniale. Il suo personaggio del politico Cetto Qualunque è quanto di più comicamente irresistibile e al tempo stesso straordinariamente attuale abbia mai visto negli ultimi decenni.
La sua partecipazione al programma Che tempo fa su RaiTre del 15 novembre 2008 è stata particolarmente esilarante e caustica.

Non si riesce a capire se è la satira che rincorre la realtà, o la realtà che rincorre la satira più sfrenata.

Un ritratto al vetriolo del degrado della vita politica, sociale, culturale e civile dell’Italia berlusconiana degli ultimi quindici anni.

Straordinario. Si ride per non piangere.

«La storia… mi nni futtu! Bisogna essere contemporanei: produrre, produrre.
La cultura nun serve a nenti. ‘Nto culu alla cultura!
Che razza di paese è questo? Un paese dove i giovani manifestano per studiare. Vergogna! Io all’età loro pensavo o pilu, non a ‘ste perdite di tempo! Lo studio è roba da ricchioni! I giovani in questo paese sono un problema, non una risorsa. Abrogamioli!»

La stanza del vescovo (1977) – Dino Risi

martedì, 18 novembre 2008

«Maffei, ma lo sa che in certi particolari momenti
la “tinca” mi fa piangere? Mi commuove?
Anche le tette, eh!
Il culo invece mi fa ridere!
»
Temistocle Orimbelli (Ugo Tognazzi) 

Ho rivisto di recente il film La stanza del vescovo (1977) di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Ornella muti, tratto dal romanzo omonimo di Piero Chiara.

L’avevo visto la prima volta da adolescente sulle tv private, tanti anni fa.

Mi era rimasta impressa la sua particolare atmosfera tra il decadente e l’onirico e i paesaggi sul Lago Maggiore, le scorribande godereccie in barca a vela a caccia di avventure erotiche dei due protagonisti, l’indimenticabile personaggio di Temistocle Orimbelli, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi, e alcune scene di seduzione con Ornella Muti che ai tempi mi avevano particolarmente turbato.

Dino Risi riesce perfettamente a cogliere l’atmosfera di elegante maliconia del romanzo di Piero Chiara che il lago ci comunica. La stanza del vescovo è, prima che un giallo provinciale, la descrizione di un vagabondaggio a vela sul lago Maggiore, dove due amici improvvisati vanno a caccia di donne e di avventure nel 1946, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma poi l’anziano incastra il giovane in un tenebroso intrigo di amore e di morte.

Trama: Marco Maffei, un ragazzo che ama passare il tempo navigando senza meta sul Lago Maggiore con una barca acquistata d’occasione, viene avvicinato dallo stravagante Temistocle Mario Orimbelli che lo invita alla propria villa ove gli presenta la moglie Cleofe e la cognata Matilde, presunta vedova di marito disperso in Abissinia…

La prima parte del film è quella più bella, dove Risi ha ritrovato temi e paesaggi che gli sono cari e il tono del racconto è azzeccatissimo, tra malinconico e sfrontato, anche per la presenza di un Tognazzi in stato di grazia. Un po’ meno azzeccata è forse la seconda parte, quella in cui la vicenda e il giallo mostrano il loro meccanismo.

Le scene del vagabondaggio a vela sul Lago Maggiore sono veramente molto belle, hanno un sapore di favola boccaccesca, una sorta di Odissea lacustre a caccia di avventure erotiche, ma venata di malinconia, ironia amara e da un presentimento di morte.

La breve sequenza che ho riportato all’inizio di questo articolo ne è un chiaro esempio.

Io che sono nato e cresciuto sulle rive assolate del Mediterraneo, di fronte all’Africa, mai mi sarei immaginato di innamorarmi della particolare atmosfera dei laghi lombardi, soprattutto in autunno e d’inverno.
Eppure adesso che per lavoro mi sono trovato a vivere per gran parte del giorno in quei posti, a pochi metri dal lago, devo confessare che quell’atmosfera decadente, malinconica, mi ha stregato.
Mi piace come cambia il colore del lago a seconda della luce, della stagione della nebbia, della pioggia, e vi ritrovo intatta l’atmosfera tipica dei romanzi di Piero Chiara.

Piero Chiara, nato 1913 a Luino sul Lago Maggiore, e morto nel 1986 a Varese, è stato uno dei maggiori scrittori italiani del secondo dopoguerra.
I piccoli paesi sulle rive del Lago Maggiore e le zone dell’Alta Lombardia ai confini con la Svizzera sono lo scenario dei suoi romanzi dove ritrae sapientemente una vita di frontiera ormai scomparsa, fatta di contrabbandieri, truffatori, fuggiaschi, ma soprattutto la realtà di una piccola borghesia di provincia con i suoi segreti, i suoi misfatti, le sue meschinità, le sue trasgressioni.

«Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari.
» (da Wikipedia)

Le vent nous portera – Noir Désir (2001)

giovedì, 13 novembre 2008

Ho riascoltato casualmente oggi Le vent nous portera, la splendida canzone dei Noir Désir tratta dall’album Des Visages Des Figures (uscito per una singolare coincidenza l’11 settembre 2001) e ne ho rivisto il video che a suo tempo mi aveva fortemente colpito.

Rivedendolo e riascoltandolo oggi, in una particolare predisposizione d’animo e consonanza emotiva, mi ha ancora di più turbato.

Il testo surreale e struggente splendidamente interpretato da Bertrand Cantat, la melodia ammaliante, malinconica e ipnotica, il particolare tocco chitarristico di Manu Chao, fanno di questa canzone un piccolo capolavoro.

La canzone racconta la storia di due personaggi inseparabili, le cui memorie si tramanderanno. Il titolo, tradotto in italiano, significa “Il vento ci guiderà”.

Ma quello che mi ha turbato maggiormente è la straordinaria alchimia della musica, delle parole e delle immagini del video.

Questo video ha la stessa straordinaria potenza simbolica dei sogni e degli incubi più enigmatici e inquietanti, è “opaco” e resistente ad ogni interpretazione razionale, è disturbante. Ti rimane impresso per sempre come poche altre cose.

Una fiaba nera che ricorre ad immagini archetipiche, simboli e paure inconsce e profonde per colpire con implacabile determinazione.

Il mare, il vento, il gioco, una madre, un figlio, un padre (assente?), una colpa (forse), una punizione, la forza implacabile e distruttiva della natura, il suo aspetto “numinoso”. Il mistero della vita e della morte.

Le vent nous portera – Noir Désir (2001)

Je n’ai pas peur de la route
Faudra voir, faut qu’on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien (là)
Le vent nous portera

Ton message à la Grande Ourse
Et la trajectoire de la course
Un instantané de velours
Même s’il ne sert à rien (va)
Le vent l’emportera

Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

La caresse et la mitraille
Cette plaie qui nous tiraille
Le palais des autres jours
D’hier et demain
Le vent les portera

Génétique en bandoulière
Des chromosomes dans l’atmosphère
Des taxis pour les galaxies
Et mon tapis volant, dis ?
Le vent l’emportera

Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

Ce parfum de nos années mortes
Ce qui peut frapper à ta porte
Infinité de destins
On en pose un et qu’est-ce qu’on en retient ?
Le vent l’emportera

Pendant que la marée monte
Que chacun refait ses comptes
J’emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi
Le vent les portera

Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera.

Traduzione:

Non ho paura del cammino
Bisognerà vedere, bisogna assaporare
La parte più profonda e oscura di noi stessi
E tutto andrà bene là,
Il vento ci guiderà

Il tuo messaggio all’orsa maggiore
E la traiettoria del viaggio
Un’istantanea di velluto va
Anche se non serve a niente
Il vento la porterà con sè

Tutto sparirà ma
Il vento ci guiderà

La carezza e la mitragliata
E questa piaga che ci perseguita
Il palazzo degli altri giorni
Di ieri e di domani
Il vento li porterà con sè

Genetica a bandoliera
Dei cromosomi nell’atmosfera
Dei taxi per le galassie
E il mio tappeto volante, allora?
Il vento lo porterà con sè

Tutto sparirà
il vento ci guiderà

Questo profumo dei nostri anni morti
Ciò che può bussare alla tua porta
Infinità di destini
Se ne perde uno e poi cosa ne rimane?
Il vento lo porterà con sè

Mentre la marea sale
e ognuno rifa i propri conti
Io mi sposto nel cuore della mia ombra
Polveri di te
Il vento le porterà con sè

Tutto sparirà
il vento ci guiderà

Il “non infinito”

martedì, 11 novembre 2008

Non infinito

Ieri sera sono rimasto veramente stupito, senza parole, quando Edith, la mia figlia maggiore, mi ha fatto vedere, tutta orgogliosa, il disegno che aveva realizzato per la sua mamma.

A parte l’intensità e la dolcezza del disegno, il tono di allegria, serenità e giocosità che traspare da esso, mi hanno colpito le parole che lei ha usato come intestazione del disegno: il concetto di “non-infinito“, inteso come qualcosa di più grande e superiore dell’infinito.

Avevo un’idea ben precisa dell’origine di tale concetto, così anomalo in una bambina di nemmeno sette anni, così ho chiesto conferma a lei stessa.

Lei è molto interessata ai concetti di infinito, di eternità, del nulla, del tempo, e spesso intratteniamo piacevoli conversazioni a tavola.

Due giorni fa, a tavola, mentre mi inchiodava con domande del tipo, “quanto fa infinito meno infinito“, e “infinito più infinito“, se “è più grande l’infinito del tempo” o “l’infinito dello spazio”, cosa c’era prima del tempo, “dov’è il tempo“, “se è più grande il sole dei pianeti”… ad un certo punto le dico: «Se mi prometti di mangiare tutto ti rivelerò una cosa ancora più stupefacente dell’infinito che ti lascerà a bocca aperta!».

Non l’avessi mai detto.

Ha divorato tutto, mentre continuava a dirmi: «Me lo puoi dire adesso? Dimmelo!»

Alla fine, dopo lo yogurt le ho detto: «Secondo te di cosa sono fatte le cose? Di cos’è fatta la materia? Di cosa è fatta l’aria? E il fuoco? E noi?»

Vedevo il “sacro fuoco” dello stupore, l’ardore primigenio della conoscenza e della curiosità ardere nei suoi occhi. La vedevo abbozzare delle risposte improvvisate senza troppa convinzione, il cui unico fine era quello di spingermi a dare la risposta.

Alla fine le ho detto: «La materia è fatta di atomi, che sono come dei piccolissimi pianeti che girano attorno a dei soli piccolissimi, così piccoli che non si possono vedere. Ma che sono grandi come l’infinito. Sono infinitamente piccoli. Come se tutto l’infinito fosse diventato piccolo piccolo, ma è sempre grande e infinito.»

L’ho vista rimanere a bocca aperta, senza parole per alcuni secondi, poi mi ha detto: «Avevi ragione, sono rimasta senza parole!»

Il giorno dopo ha fatto quel disegno, e mi ha confermato che il “non infinito” era il concetto di “infinitamente piccolo” per cui lei non riusciva a trovare altre parole adatte ad esprimerlo, ma che nella sua mente era qualcosa di più complesso dell’infinitamente grande, che invece già padroneggia.

Nelle sue intenzioni, un amore più grande del “non infinito” è qualcosa di infinitamente sublime. Il massimo concepibile.

E ha fatto quel disegno per la sua mamma che non c’è più.

Sono rimasto senza parole.

Ho conservato il disegno, come tanti altri, non so bene per quale motivo. Come se lo volessi far vedere a sua madre, che non c’è più.

Mi rendo conto in questi momenti di quanto vuote di senso siano le mie azioni. Ma lo faccio lo stesso. Per loro forse. Non lo so.

Forse anche per me, soprattutto.

Piccole padane crescono

domenica, 9 novembre 2008

Sul treno per Lugano

Quand’è che un padre inizia a rendersi conto di stare diventando vecchio? Quando i figli iniziano a prenderlo per i fondelli!

Ieri sera, dopo una giornata massacrante trascorsa a star dietro a quelle due scatenate delle mie figlie, avevamo finalmente finito di cenare.

Ad un certo punto, mentre erano impegnate a tavola a scherzare e ridere come fossero ubriache, inizio a pregustare già la quiete e il silenzio di quando sarebbero andate a letto.

«Chi viene per prima a lavare i denti, Edith o Isabel?» chiedo.

«Nessuno! Te capì?» mi risponde secca con un accento degno del miglior Renato Pozzetto e uno sfottente sorriso sulle labbra Edith, la più grande, che non ha ancora nemmeno sette anni.

«Cos’hai detto?» le chiedo incredulo.

«Te capì?… Te capì?… Te capì?…» ripete lei con fare canzonatorio.

La più piccola, anche lei ridendo e scherzando, pur non avendo capito bene l’espressione, ma avendo colta l’occasione ghiotta, si affianca alla sorella e inizia a ripetere: «Catapì?… Catapì?… Catapì?» che non vuol dire nulla, ma rende bene l’idea.

“Te capì?” A mia? Me figghia ca mi dici a mia “te capì?” pigghiannumi ppo’ culu mentri l’autra scuzzummira cchiù picciridda, ancora auta quantu nu stuppagghiu di gazzosa, mi buffunìa?

Sento venti generazioni di sangue siculo agitarsi e ribollire dentro le mie vene, mentre una fragorosa risata cerca di farsi largo dentro di me.

Ma l’unica risposta che mi esce dalle labbra, mentre scoppio a ridere è: «Ma va a dà via el cu’!»

«Cos’hai detto papà?»

«Ma va a dà via el cu’! Va a dà via el cu’! Va a ciapà i rat! Bauscia!» esclamo ormai in lacrime, completamente posseduto dallo spirito lombardo di Ugo Tognazzi.

È finita che mentre le mettevo a letto, ripetevano ancora come una ninna nanna, fra le risate: «Te capì?» e «Va a dà via el cu’!»

Cosa deve fare un povero terrone, per vivere giù al nord!

Berluscobama

venerdì, 7 novembre 2008

Berluscobama

Visto l’enorme successo di Barack Obama, e la recente figura di merda fatta da Berlusconi con la battuta sull’abbronzatura, il Presidentissimo più amato dagli italiani ha deciso di rimediare alla gaffe e ha dato ordini diretti ai suoi fedelissimi di cercare una soluzione per cavalcare l’onda del successo del nuovo presidente statunitense e studiare un nuovo look consono ai nuovi tempi.

Dopo un attento esame, visto l’alto numero di donne sensibili al fascino virile del nostro amato Presidentissimo, si è ritenuto di puntare su un Obama evoluto.

In attesa di conoscere gli antenati afro-americani, ovviamente virilmente superdotati, del nostro illustre premier, ecco a voi, in tutto il suo splendore Berluscobama!

Berluscobama_big

P.S. Devo il post ad un suggerimento del mio amico Gaetano che, quando si deciderà ad aggiornare il suo blog, ne metterò il link. ;-)

Lo spendido ritocco fotografico è opera di Valeriano.

P.S.2. Se volete pubblico anche i vostri indirizzi, così la Digos vi rintraccia più facilmente, e ci prendiamo una cella tripla, tutti assieme. ;-)

L’imbecille abbronzato di Arcore

venerdì, 7 novembre 2008

Silvio Berlusconi: «Obama è giovane, bello e abbronzato

Ieri aveva annunciato di “volergli dare consigli”. E oggi fa la sua prima, clamorosa gaffe. Silvio Berlusconi da Mosca torna a parlare di Barack Obama e davanti ad un attonito premier russo Medveded lo definisce giovane, bello e “abbronzato”.

E la notizia fa il giro del mondo sui principali i giornali stranieri.

Comincio seriamente a pensare che questo omuncolo, questo ridicolo piazzista di merci da quattro soldi da fiere di paese, sia veramente un imbecille.

Solo un imbecille può dire delle cose simili con il sorriso sulle labbra, convinto di aver detto una cosa spiritosa, e ridere per la sua stessa penosa battuta.

In una famiglia normale lo avrebbero interdetto, per impedirgli di nuocere.

La maggioranza degli italiani se lo è scelto come premier.

Ogni nazione ha i politici che si merita. Vuol dire che noi ci meritiamo un imbecille.

Nel caso in cui questo post dovesse in qualche modo arrivargli, per una eventuale querela da parte sua, meglio così.

Non ho soldi da poter dargli. A limite una o due mensilità di stipendio. Ne approfitterò per ribadirgli di persona, con immenso piacere, quanto sopra.

E poi posso sempre smentire il giorno dopo, e dire di essere stato frainteso.

La mia è solo una battuta spiritosa. Come la sua.

Una battuta del cazzo, appunto.

“L’età del dubbio” – Andrea Camilleri

sabato, 1 novembre 2008

L'età del dubbio - Camilleri

Sto leggendo L’età del dubbio (Sellerio), il nuovo romanzo del commissario Montalbano, scritto da Andrea Camilleri.

Convivo ormai con Montalbano da quasi dieci anni, da quando l’ho scoperto.

Lessi il mio primo libro di Montalbano alle Isole Eolie nell’estate 1999. Ricordo ancora le sensazioni della prima lettura, disteso sul letto, dopo pranzo, al ritorno dal mare, davanti ad un albero di fico in un bellissimo orto eoliano, a Canneto.

Un incontro memorabile. Da allora non mi ha più abbandonato.

Ho comprato tutti i libri di Camilleri, di solito sempre alla loro uscita, cosa che di solito non faccio mai per nessun altro autore.

Basta dire che ho comprato Gomorra di Roberto Saviano solo una settimana fa.

Di solito faccio così per cercare di mantenere uno spirito quanto più possibile vergine di fronte alla lettura, ed evitare di venire influenzato nelle mie aspettative dalle critiche e recensioni lette. Ma con Montalbano è diverso.

Da subito è scattata un’empatia quasi totale.

Il particolare pastiche linguistico usato da Camilleri nei suoi romanzi – un particolare miscuglio di siciliano e italiano - il carattere meteopatico del protagonista, il suo atteggiamento scettico nei confronti della vita e il suo metodo assolutamente non convenzionale d’indagine, le sue intuizioni improvvise scatenate da eventi apparentemente privi di senso, le sue idiosincrasie, le sue debolezze, la sua indolenza, il suo rapporto carnale e al tempo stesso “sacro” con il cibo, il suo rapporto conflittuale con il potere costituito e l’autorità, mi hanno subito affascinato fin dal primo incontro.

Da ultimo, ha giocato un ruolo fondamentale in questo amore a prima vista il fatto che gli episodi della fortunata trasposizione televisiva de “Il commissario Montalbano“, per la regia di Alberto Sironi e con Luca Zingaretti, assolutamente perfetto nel ruolo di Montalbano, siano stati girati nei luoghi in cui sono nato e dove ho vissuto la mia giovinezza.

Da domani, domenica 2 novembre, vanno in onda su RaiUno gli episodi della nuova serie di film tv del Commissario Montalbano, per i quali interromperò la mia astinenza televisiva:

Sono cresciuto con Montalbano, e sto invecchiando con lui.

Ne condivido la sempre più crescente stanchezza, il cinico ma dolente disincanto nei confronti della vita, l’uso dell’autoironia per esorcizzare i propri demoni interiori e del sarcasmo più feroce per sbeffeggiare i potenti e gli arroganti, quasi una necessità interiore per rendere meno insopportabile il dolore per il «mondo offeso», come lo chiamava Elio Vittorini nel romanzo Conversazione in Sicilia.

E il Montalbano di quest’ultimo romanzo di Camilleri, L’età del dubbio, è un Montalbano diverso dal solito, più stanco, più rassegnato, più tormentato, anch’egli sempre più «in preda ad astratti furori», come il protagonista di Conversazione in Sicilia.

Il romanzo si apre con quello che è uno degli incipit più belli e divertenti di Camilleri, permeato di irresistibile umorismo nero e da oniriche premonizioni di morte sbeffeggiate ed esorcizzate come solo un conterraneo di Pirandello è capace di fare.

Ve lo propongo qui di seguito, ne vale la pena.

Da L’età del dubbio di Andrea Camilleri:

Aviva appena pigliato sonno doppo ’na nuttata che pejo d’accussì nella sò vita ne aviva avute rare, quanno l’arrisbigliò di colpo un trono che fu come ’na cannonata sparata a cinco centilimetri dal sò oricchio. Satò susuto a mezzo del letto, santianno. E accapì che il sonno non sarebbi cchiù tornato, inutili ristarisinni corcato.
Si susì, annò alla finestra, taliò fora. Era un timporali con tutte le carti in regola, celo uniformementi pittato di nìvuro, lampi agghiazzanti, cavalloni quattro metri d’altizza, che s’avvintavano scotenno la granni criniera bianca. La mariggiata si era mangiata la pilaja, l’acqua arrivava sutta alla verandina. Taliò il ralogio, erano appena le sei del matino.
Annò in cucina, si priparò il cafè e, aspittanno che passasse, s’assittò. A picca a picca gli assumò alla memoria il sogno che aviva fatto. Che grannissima camurria che gli era pigliata da qualichi anno! Pirchì gli era vinuta questa, d’arricordarisi di tutte le minchiate che sognava? Per quanto ne sapiva, non tutti, arrisbigliannosi, si portavano appresso la memoria dei sogni. Raprivano l’occhi e tutto quello che gli era capitato in sonno, sonno, piacevoli o spiacevoli, scompariva. Lui inveci, no. E il pejo era che si trattava di sogni problematici, che gli facivano nasciri dintra ’na gran quantità di dimanne alla maggior parti delle quali non sapiva dari risposta. E accussì finiva coll’essiri pigliato dal nirbùso.
La sira avanti si era annato a corcare di umori bono. Da ’na simanata in commissariato non capitava nenti d’importanti e lui aviva ’n menti di approfittarisinni per fari ’na sorpresa a Livia comparennole all’improvviso davanti a Boccadasse. Astutò la luci, si stinnicchiò nella posizione del sonno e s’addrummiscì squasi subito. E immediato accomenzò a sognari.
«Catarè, stasera vado a Boccadasse» diciva trasenno in commissariato.
«Vengo anch’io!».
«No, tu no».
«Ma perché?».
«Perché no!».
A questo punto ’ntirviniva Fazio.
«Dottore, mi scusasse, ma taliasse che vossia non può andare a Boccadasse».
«Perché?».
Fazio pariva tanticchia restio.
«Ma dottore, se lo scordò?».
«Che cosa?».
«Che vossia è morto aieri matino alle 7 e un quarto pricise».
E tirava fora dalla sacchetta un pizzino.
«Vossia è Montalbano Salvo fu…».
«Lassa perdiri l’anagrafe! Davero morsi?! E come fu?».
«Ci vinni un colpo apoplettico».
«E indove?».
«Qua in commissariato».
«E quanno?».
«Mentri parlava al tilefono col signori e guistori» precisava Catarella.
Si vede che quel grannissimo cornuto di Bonetti-Alderighi l’aviva fatto arraggiare al punto tale da…
«Se vuole viniri a vedersi…» diciva Fazio. «La camera ardente è stata allestita nel suo ufficio».
Avivano fatto largo tra le muntagne di carte che c’erano supra alla scrivania e ci avivano posato la cascia aperta. Si taliò. Non aviva l’aspetto di un morto. Ma di subito si faciva persuaso che il catafero dintra alla cascia era il sò.
«Avete avvertito Livia?».
«» diciva Mimì Augello, avvicinannoglisi.
Po’ l’abbrazzava forti e gli faciva, chiangenno: «Condoglianze vivissime».
E ’na speci di coro arripitiva:
«Condoglianze vivissime». Il coro era formato da Bonetti-Alderighi, dal sò capo di gabinetto, il dottor Lattes, da Jacomuzzi, dal preside Burgio, e da dù beccamorti.
«Grazie» diciva.
A questo punto si faciva avanti il dottor Pasquano.
«Come sono morto?» gli spiava.
Pasquano s’incazzava.
«Macari da morto mi deve scassare i cabasisi? Aspetti i risultati dell’autopsia!».
«Ma non mi può anticipare niente?».
«Parrebbe un colpo apoplettico fulminante, ma ci sono alcuni elementi che non mi persua…».
«Eh, no!» ’nterviniva il questore. «Il dottor Montalbano non può indagare sulla sua stessa morte!».
«Perché?».
«Non sarebbe corretto. Troppo coinvolto personalmente. E poi una cosa così non è prevista dal regolamento. Mi dispiace. L’indagine è affidata al nuovo capo della mobile!».
A questo punto gli viniva un pinsero e chiamava sparte a Mimì.
«Livia quanno arriva?».
Mimì pariva a disagio.
«Disse che…».
«Beh?».
Mimì si taliava la punta delle scarpi.
«Ha detto che non sa».
«Non sa che cosa?».
«Se fa a tempo a venire per il funerale».
Nisciva arraggiato dalla càmmara, annava in cortili, indove c’erano ’na quantità di corone mortuarie e il carro funebre pronto, tirava fora il cellulare.
«Pronto, Livia? Salvo sono».
«Ciao, come stai? Ah, scusa, non volevo…».
«Cos’è ’sta storia che non sai se fai a tempo a…».
«Salvo, senti. Se tu fossi vissuto, io avrei cercato in tutti i modi di continuare a stare con te. Forse ti avrei anche sposato. D’altra parte, alla mia età e dopo aver perso la vita dietro di te, che altro avrei potuto fare? Ma dato che mi si presenta all’improvviso quest’occasione unica, tu capisci bene che…».
Astutava il cellulare e tornava dintra. Attrovava che avivano già mittuto il coperchio alla cascia e che il corteo principiava a cataminarisi.
«Lei viene?» gli spiava Bonetti-Alderighi.
«Beh, sì» arrispunniva. Ma appena arrivati nel cortile, uno dei portatori cadiva e la cascia annava a sbattiri ’n terra con un botto che l’arrisbigliò.