
Quand’è che un padre inizia a rendersi conto di stare diventando vecchio? Quando i figli iniziano a prenderlo per i fondelli!
Ieri sera, dopo una giornata massacrante trascorsa a star dietro a quelle due scatenate delle mie figlie, avevamo finalmente finito di cenare.
Ad un certo punto, mentre erano impegnate a tavola a scherzare e ridere come fossero ubriache, inizio a pregustare già la quiete e il silenzio di quando sarebbero andate a letto.
«Chi viene per prima a lavare i denti, Edith o Isabel?» chiedo.
«Nessuno! Te capì?» mi risponde secca con un accento degno del miglior Renato Pozzetto e uno sfottente sorriso sulle labbra Edith, la più grande, che non ha ancora nemmeno sette anni.
«Cos’hai detto?» le chiedo incredulo.
«Te capì?… Te capì?… Te capì?…» ripete lei con fare canzonatorio.
La più piccola, anche lei ridendo e scherzando, pur non avendo capito bene l’espressione, ma avendo colta l’occasione ghiotta, si affianca alla sorella e inizia a ripetere: «Catapì?… Catapì?… Catapì?» che non vuol dire nulla, ma rende bene l’idea.
“Te capì?” A mia? Me figghia ca mi dici a mia “te capì?” pigghiannumi ppo’ culu mentri l’autra scuzzummira cchiù picciridda, ancora auta quantu nu stuppagghiu di gazzosa, mi buffunìa?
Sento venti generazioni di sangue siculo agitarsi e ribollire dentro le mie vene, mentre una fragorosa risata cerca di farsi largo dentro di me.
Ma l’unica risposta che mi esce dalle labbra, mentre scoppio a ridere è: «Ma va a dà via el cu’!»
«Cos’hai detto papà?»
«Ma va a dà via el cu’! Va a dà via el cu’! Va a ciapà i rat! Bauscia!» esclamo ormai in lacrime, completamente posseduto dallo spirito lombardo di Ugo Tognazzi.
È finita che mentre le mettevo a letto, ripetevano ancora come una ninna nanna, fra le risate: «Te capì?» e «Va a dà via el cu’!»
Cosa deve fare un povero terrone, per vivere giù al nord!
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…ed è solo l’inizio!
Buona giornata cenerentolo… Salutami le due pesti
Sono attualmente alle prese con le due pesti, a tavola.
Spaghetti all’aglio e olio, di cui vanno matte.
Almeno lì, cerco di preservare con successo gli usi delle popolazioni a nord dell’Africa!
Bravo, e soprattutto abituarle a usare l’antiberlusconiano aglio!
Meglio che sentirsi dare della “camurria” a seguito di un rimprovero, retaggio di tre settimane a Vittoria la scorsa estate…e poi vai a spiegare ad un “elemento di 5 anni e mezzo” che non si dice, che non è una bella parola…
Un abbraccio
Avrai fatto qualcosa di reiterato, per sentirti dire “camurrìa” ah ah ah ah.
Le mie, dopo due mesi passate in Sicilia dicevano: “Talè, talè!” e “Pigghialu!”
Ciao
Salvo
Certo ke le tue 2 piccine sono proprio delle “belle gigugin”!!!
E’ la tragedia di noi poveri migranti. Io ho Pietro che ogni tanto se ne esce con un “a’ papà, me stai a sentì ?”. Arghh
E’ la stessa sensazione che ho provato io quando ad un anno e mezzo Lisa, spazientita, ha detto: Santa Polenta!
Sono andata a chiedere preoccupata alle educatrici del nido (da loro lo aveva appreso) se per caso non fosse da intendersi come una bestemmia. Loro mi hanno spiegato che è un’intercalare comune.
Livio invece, lo scorso anno, quando frequentava la scuola materna a Caltanissetta, ha dovuto recitare una poesia di Natale in dialetto. Poverino, non ce la faceva: alla fine ha deciso di normalizzare tutte le i e le u finali (come gli amanuensi toscani fecero con la poesia siciliana nel Duecento!).
Io mi diverto ancora a prenderli in giro, perché nonostante 10 mesi di permanenza in Sicilia, non riescono ancora a pronunciare il suono ddr di iddu. In questi frangenti gli dico: parlate come degli italo-americani!!!
Ciao,
Ci vediamo nel pomeriggio.
Daniela