Archivio di dicembre 2008

Una settimana da incubo

lunedì, 22 dicembre 2008

Glass stars

Quella che è passata è stata una settimana da incubo. Roba da infarto. Ora che è trascorsa posso scherzarci sopra.

Questo lunedi è entrato in vigore il nuovo orario invernale dei treni. Un caos, un marasma da terzo mondo. Treni soppressi, ritardi di oltre mezzora, coincidenze saltate. Un disastro insomma.

Il primo giorno sono arrivato in ufficio alle 10 di mattina, inferocito come un bufalo, dopo che il primo treno proveniente da Milano era stato soppresso, e il secondo, in ritardo di mezzora, mi aveva fatto perdere due coincidenze per Lugano. La sera si è replicato. L’eurocity proveniente da Basilea per Milano era in ritardo di mezzora. Anche gli svizzeri iniziano a perdere colpi.

Il mattino dopo, esausto per la giornata precedente, decido di cambiare treno e di prendere l’Eurocity da Milano anziché il regionale. Anche qui un disastro. Un ritardo di mezzora.

In più una volta sul treno il controllore, una ragazza poco più che ventenne, mi fa una contravvenzione di ben 11 euro perché non avevo il supplemento. Ero talmente incazzato che se avessi reagito l’avrei scaraventata giù dal treno. Mi ha fatto pena. Ho pensato al suo contratto. Ho cercato senza troppa convinzione di argomentare, poi ho deciso di pagare.

Arrivo di nuovo al lavoro alle 10, in ritardo di un’ora. Sono passate 4 ore da quando mi sono svegliato. Giornata lavorativa tesa, intensa. Abbiamo un’importante consegna per lunedi 22 dicembre.

La sera, vedendo che l’eurocity era di nuovo in ritardo, decido di cambiare treno e provare a prenderne uno che fermava ad Albate, uno sperduto paese in provincia di Como, e aspettare da lì la coincidenza.

Arrivo ad Albate in ritardo, ovviamente. Scendiamo in quattro persone. Gli altri tre escono dalla stazione e se ne vanno. Rimango solo io, in una stazione assolutamente deserta, sotto una pioggia torrenziale, ad aspettare per mezzora il treno per Monza.

Mi sembrava di essere in un western di Sergio LeoneDa solo, di notte, sotto la pioggia, in una stazione nel mezzo del nulla, ad attendere un treno che non arrivava mai. E i binari che sembravano estendersi all’infinito, da un lato e dall’altro. Alla fine sono arrivato a casa un’ora dopo, stravolto.

Il mercoledi si replica, sia all’andata che al ritorno. Ritardi da terzo mondo. Ma il clou è stato giovedi.

Una sfilza di riunioni al mattino al lavoro. Festa scolastica per gli auguri di Natale delle mie bambine alla stessa ora, 15.30 a Monza, ma ovviamente in due scuole diverse. Cena di lavoro a Lugano alle 19.30. In più la babysitter ha pensato bene di avvisarmi solo la sera precedente che quel pomeriggio non poteva esserci.

Panico. Come fare? Visto che non riuscivo a trovare nessuno che potesse accudire le bambine, alla fine ho scelto l’unica alternativa percorribile. Decido di portarmele con me alla cena.

La mattina vado a Lugano e mi sparo di fila le tre riunioni di lavoro. Alle 13.30 prendo per un pelo il treno da Lugano per Monza e arrivo alle 15.30 alla scuola della più grande. Fremo durante l’interminabile recita delle poesie di Natale perché so che l’altra mia bambina, la più piccola, è senza di me, nell’altra scuola con la babysitter.

Alla fine riesco a scappare. Saluto di corsa maestre e genitori trascinandomi mia figlia e arrivo nell’altra scuola, giusto in tempo per il finale. Appena il tempo di portare le bambine a casa, far loro mangiare qualcosa, e alle 17.00 ripartiamo per Lugano, questa volta in auto.

Nelle strade c’è un traffico infernale, frenetico. Gente impazzita per gli acquisti natalizi. Mi trovo più volte ad inveire contro la gente e questo folle Natale ormai privo di senso.

Alla fine riesco ad entrare in autostrada. Inizio a rilassarmi un poco. Non l’avessi mai fatto. Sento degli strani rumori provenire dall’auto, e poco dopo vedo del fumo uscire dal cofano.

Cazzo, avevo portato l’auto dal meccanico solo una settimana prima e avevo pagato 750 euro! Tra mille bestemmie riesco a fermarmi. Evidentemente lassù qualcuno ce l’ha con me. Solo che io non mollo, nemmeno se mi ammazzano. Apro il cofano e alla fine scopro che il tappo del contenitore del liquido di raffreddamento non era stato stretto bene. Niente di grave. Riparto per Lugano e alla fine arriviamo.

Trascorriamo una piacevole serata in un ristorante messicano. Ovviamente sono stato tutta la sera ostaggio delle bambine.

Uscendo scatto delle belle foto alle mie figlie in Via Nassa, in pieno centro di Lugano. Arrivo a casa a Monza alle 11 di sera, chiaramente distrutto. Andare e venire due volte in un giorno da Monza a Lugano, 400 km, tra mille impegni e stress non è male. Un bell’allenamento per un infarto.

Il venerdi continua invece all’insegna della commedia degli equivoci. All’ora di pranzo decido di andare a mangiare un kebab, da solo. Da una settimana ci siamo trasferiti nei nuovi uffici, più grandi, nelle immediate adiacenze della stazione ferroviaria.

Chiedo in una birreria le indicazioni per trovare un venditore di kebab nelle vicinanze. Passato un equivoco alberghetto dove la notte si consumano amplessi mercenari mentre fuori si spaccia droga - tutto il mondo è paese - immediatamente a fianco di questo hotel trovo il posto con l’insegna del kebab fuori.

Entro e mi trovo catapultato in un’altra dimensione.

Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo e di essere entrato in un caffé di periferia di Istanbul degli anni 70. Alle pareti di legno scuro ci sono bandiere di squadre di calcio turche e giornali turchi, sugli scaffali bibite turche. Ai tavoli stanno seduti uomini turchi che sembrano usciti dal film Fuga di mezzanotte, che mangiano piatti turchi. Tutti si zittiscono all’improvviso e mi stanno a guardare. C’è un silenzio imbarazzante nell’aria.

Mentre ancora disorientato mi chiedo cosa fare, un uomo che sta leggendo il giornale seduto ad un tavolo, capelli neri impomatati e pettinati all’indietro, giacca nera e orologio da due chili al polso, aspetto da impresario delle pompe funebri o da magnaccia, mi guarda fisso negli occhi e poi con un sorriso ambiguo mi fa: «Buongiorno!».

«Buongiorno!» rispondo io, mentre si fa largo nella mia mente la possibile soluzione. Visto che in quel posto di kebab non c’è nemmeno l’odore, decido di passare all’attacco e chiedo alla signora, turca anche lei ovviamente, che sta dietro il bancone: «Avete kebab?», sicuro di avere risposta negativa e uscire conseguentemente dal locale.

L’impresario di pompe funebri lentamente va dietro al bancone, si affianca alla signora, e mi risponde: «Certo che abbiamo kebab. Lo vuole completo?».

Era il padrone del locale, nonché marito della signora. Dietro di loro una foto di una decina di anni prima li raffigura mentre brindano assieme.

«Senza cipolla, ma molto piccante!» rispondo io, rendendomi conto di essere ormai fregato.

Una rapida occhiata al locale mi fa capire che le condizioni igieniche di quel posto dovrebbero essere simili a quelle medie di un bar turco degli anni 70. Il peperoncino abbondante mi servirà come disinfettante e antibatterico naturale per combattere quello che troverò nel panino.

La signora va dietro una porta con una tendina semisocchiusa, con la scritta: “Cucina. Vietato l’accesso“.

Il fatto di non poter vedere cosa succede in cucina, che colore potrebbe avere la carne e in che condizioni è conservata, mi inquieta ulteriormente. Mi rendo conto che l’ipotesi di passare la serata al pronto soccorso di Lugano per intossicazione alimentare non è molto improbabile. Ma ormai sono in ballo e devo stare al gioco.

Alla fine la signora mi dà la piadina col kebab, pago il conto e finalmente esco fuori.

Per un attimo sono tentato di buttarlo via, poi lo guardo meglio e vedo che l’aspetto è invitante.

Il primo morso al kebab è come la roulette russa. Una lotteria. Ma invece con mia sorpresa è buono. Più buono della media. Si tratta di un kebab artigianale, fatto in casa, con la carne tagliata a pezzettini non molto sottili. Un kebab tradizionale insomma, non quello surgelato che di norma si trova in giro.

Alla fine lo mangio con gusto, mentre contemplo le montagne innevate e il lago azzurro sullo sfondo.

Poi ci ho bevuto sopra una birra e due caffè. Ma sono ancora vivo.

Quasi quasi ci ritorno un’altra volta, uno di questi giorni.

Ritorno in Olanda

martedì, 16 dicembre 2008

Mare del Nord_Inverno

Dopo due anni ritorno nuovamente in Olanda. Questa volta senza Annemieke

Il 26 dicembre parto in auto con le bambine. Staremo via una decina di giorni.

Ho prenotato un appartamento al mare, in un residence di un piccolo paese sulla costa olandese, Noordwijk aan Zee, dove eravamo già stati l’ultima volta.

Il residence si chiama “The Witte Raaf” (Il corvo bianco), e le foto sotto spiegano bene il perché.

Corvi su un campo 1 Corvi Corvi su un campo 2

Il fatto di tornare in Olanda per la prima volta senza Annemieke mi emoziona. Ho come la sensazione di dover vedere tutto con occhi nuovi, riscoprire con una consapevolezza diversa quello che pensavo di conoscere, che mi era diventato ormai familiare.

Sto aspettando questo viaggio da mesi. Ho una gran voglia di attraversare in auto mezza Europa, lasciare dietro di me i pensieri e le preoccupazioni di tutti i giorni, la stanchezza e la fatica, dimenticare tutto e tutti, e arrivare finalmente in Olanda, trovarmi al cospetto del Mare del Nord.

Ho bisogno di specchiarmi in quella vastità sterminata, cupa e scura, nel ribollire tormentato delle onde del mare, nel cielo gravido di nubi scure, nelle grandiose dune spazzate dal vento.

Ho bisogno di sentire il sapore della salsedine, lasciarmi spazzare dal gelido vento del mare, sentirne l’odore.

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Sento una grande responsabilità. Mi fa una grande impressione il fatto che debba essere io, siciliano, a far conoscere alle mie figlie la terra della loro madre, olandese. Devo essere io, uomo e padre, a farmi tramite di un passaggio generazionale tutto femminile, da madre a figlie, di ricordi, umori e sensazioni legati alla terra, archetipo femminile per eccellenza.

Sono rimasto solo io a far da ponte fra le mie figlie e l’Olanda, a tramandare una cultura, delle tradizioni, delle usanze, un sentire comune, e una lingua (se mai ci riuscirò) che non erano mie, ma che lo sono diventate.

E questa missione fa sì che io mi senta ormai parte di quella terra, stranamente, come non lo ero mai stato.

Questo viaggio sarà per me anche un modo per avvicinarmi ulteriormente ad Annemieke, per interiorizzare un percorso che è in atto ormai da quasi un anno. Fortunatamente ci saranno le bambine a tenermi ancorato alla realtà di tutti i giorni.

Le porterò a conoscere Amsterdam, i canali, i cieli, i prati e le nuvole dell’Olanda.

Andremo dai parenti, le porterò a giocare dai loro cuginetti, ce ne andremo a zonzo per l’Olanda. Come nomadi. Dove ci porteranno l’istinto, la voglia e il vento.

Come in quella canzone dei Noir Désir: “il vento ci guiderà“.

Respiro (2001) - Emanuele Crialese

mercoledì, 10 dicembre 2008

Alcuni film ti rimangono impressi dentro per sempre per una sequenza, una scena, un personaggio, una musica. O per il luogo e il momento particolare in cui li hai visti.

È il caso di Respiro, un film di Emanuele Crialese del 2001 con un’intensa e magnetica Valeria Golino come protagonista.

Interamente girato in una Lampedusa poco turistica, aspra, scabra, ruvida, con attori del luogo non professionisti, ragazzi e pescatori, il film racconta di Grazia (Valeria Golino), una donna ribelle e disubbidiente, apparentemente affetta da disturbi psicologici, e del suo rapporto fortissimo con i figli, della difficile relazione con il marito e la gente del posto, del suo rapporto intenso e simbiotico con la natura, e il mare in particolare.

Il film inizia con toni realistici per poi trascolorare lentamente nei giallo e infine nei toni della fiaba e del mito. Una sorta di riflessione fantastica sull’amore e il rapporto con la natura selvaggia. Per certi versi ricorda l’Avventura di Antonioni. Anche qui una donna, misteriosamente sparisce, in un isola, come per incanto.

La sequenza che mi ha colpito maggiormente è quella finale, girata interamente sott’acqua. Una sequenza onirica e inquietante, in cui la potenza e la forza oscura dell’archetipo femminile vengono ben esemplificate dalle immagini sommerse, dalla presenza preponderante dell’acqua, dal capovolgimento del punto di vista, dalla mancanza di un punto di appoggio solido.

L’uomo si sente più al sicuro quando può poggiare i piedi per terra, buttarsi in acqua e nuotare rappresenta un totale abbandono delle proprie certezze. Così il mare, di tutti e di nessuno, è soltanto il riflesso del cielo: gettarvisi è come volare.” (Movie’s Home)

La bellezza della sequenza è magistralmente amplificata dalla musica di John Surman, un sassofonista e clarinettista jazz dal percorso artistico molto originale.

Il brano della sequenza è Nestor’s Saga (The Tale of the Ancient) tratto dall’album The Amazing Adventures of Simon Simon del 1981.

La sonorità cavernosa e oscura del clarinetto basso, il tappeto sonoro ipnotico creato dai sintetizzatori ben si adattano all’ambientazione misteriosa ed enigmatica della sequenza, al suo essere sfuggente, liquida e inafferrabile.

Uno dei casi emblematici in cui una sequenza di un film sembra essere stata costruita a posteriori su una musica precedentemente realizzata.

Qui c’è invece il trailer del film Respiro.

Mignolo, il “settenano”

lunedì, 1 dicembre 2008

Sette Nani

L’altra sera mia figlia Isabel, di cinque anni, mi dice che le faceva male il dito mignolo. Aveva una pellicina che le dava fastidio.

Mentre gliela stavo tagliando con la forbicina, mi chiede tutta seria:

«Papà, perché questo dito si chiama “Mignolo“, come il “settenano” di Biancaneve?»

Sono due giorni che ripenso a quella frase e ancora mi viene da ridere per l’assoluto nonsense e l’involontaria ironia, frutto dell’implacabile logica dei bambini.

Fra i canonici sette nani Dotto, Brontolo, Pisolo, Mammolo, Gongolo, Eolo, Cucciolo, ci sarà pure spazio per un Mignolo nella fantasia di un bambino.

E giustamente, visto che tutti assieme sono i “settenani” (plurale), uno da solo è un “settenano” (singolare).

Questa storia mi ha fatto venire in mente quando una volta da ragazzo, per scherzo, tradussi in siciliano i nomi dei sette nani, storpiandoli e giocando con le forme sdrucciole degli imperativi di alcuni verbi legati all’enclitico “lu”.

Ecco i nomi siciliani dei sette nani: Pìgghialu, Affèrralu, Strìngilu, Mùngilu, Tàgghialu, Affùcalu, Ièttulu… e si potrebbe continuare a lungo.

In italiano: Prendilo, Afferralo, Stringilo, Premilo, Taglialo, Strozzalo, Gettalo