Una settimana da incubo

Glass stars

Quella che è passata è stata una settimana da incubo. Roba da infarto. Ora che è trascorsa posso scherzarci sopra.

Questo lunedi è entrato in vigore il nuovo orario invernale dei treni. Un caos, un marasma da terzo mondo. Treni soppressi, ritardi di oltre mezzora, coincidenze saltate. Un disastro insomma.

Il primo giorno sono arrivato in ufficio alle 10 di mattina, inferocito come un bufalo, dopo che il primo treno proveniente da Milano era stato soppresso, e il secondo, in ritardo di mezzora, mi aveva fatto perdere due coincidenze per Lugano. La sera si è replicato. L’eurocity proveniente da Basilea per Milano era in ritardo di mezzora. Anche gli svizzeri iniziano a perdere colpi.

Il mattino dopo, esausto per la giornata precedente, decido di cambiare treno e di prendere l’Eurocity da Milano anziché il regionale. Anche qui un disastro. Un ritardo di mezzora.

In più una volta sul treno il controllore, una ragazza poco più che ventenne, mi fa una contravvenzione di ben 11 euro perché non avevo il supplemento. Ero talmente incazzato che se avessi reagito l’avrei scaraventata giù dal treno. Mi ha fatto pena. Ho pensato al suo contratto. Ho cercato senza troppa convinzione di argomentare, poi ho deciso di pagare.

Arrivo di nuovo al lavoro alle 10, in ritardo di un’ora. Sono passate 4 ore da quando mi sono svegliato. Giornata lavorativa tesa, intensa. Abbiamo un’importante consegna per lunedi 22 dicembre.

La sera, vedendo che l’eurocity era di nuovo in ritardo, decido di cambiare treno e provare a prenderne uno che fermava ad Albate, uno sperduto paese in provincia di Como, e aspettare da lì la coincidenza.

Arrivo ad Albate in ritardo, ovviamente. Scendiamo in quattro persone. Gli altri tre escono dalla stazione e se ne vanno. Rimango solo io, in una stazione assolutamente deserta, sotto una pioggia torrenziale, ad aspettare per mezzora il treno per Monza.

Mi sembrava di essere in un western di Sergio LeoneDa solo, di notte, sotto la pioggia, in una stazione nel mezzo del nulla, ad attendere un treno che non arrivava mai. E i binari che sembravano estendersi all’infinito, da un lato e dall’altro. Alla fine sono arrivato a casa un’ora dopo, stravolto.

Il mercoledi si replica, sia all’andata che al ritorno. Ritardi da terzo mondo. Ma il clou è stato giovedi.

Una sfilza di riunioni al mattino al lavoro. Festa scolastica per gli auguri di Natale delle mie bambine alla stessa ora, 15.30 a Monza, ma ovviamente in due scuole diverse. Cena di lavoro a Lugano alle 19.30. In più la babysitter ha pensato bene di avvisarmi solo la sera precedente che quel pomeriggio non poteva esserci.

Panico. Come fare? Visto che non riuscivo a trovare nessuno che potesse accudire le bambine, alla fine ho scelto l’unica alternativa percorribile. Decido di portarmele con me alla cena.

La mattina vado a Lugano e mi sparo di fila le tre riunioni di lavoro. Alle 13.30 prendo per un pelo il treno da Lugano per Monza e arrivo alle 15.30 alla scuola della più grande. Fremo durante l’interminabile recita delle poesie di Natale perché so che l’altra mia bambina, la più piccola, è senza di me, nell’altra scuola con la babysitter.

Alla fine riesco a scappare. Saluto di corsa maestre e genitori trascinandomi mia figlia e arrivo nell’altra scuola, giusto in tempo per il finale. Appena il tempo di portare le bambine a casa, far loro mangiare qualcosa, e alle 17.00 ripartiamo per Lugano, questa volta in auto.

Nelle strade c’è un traffico infernale, frenetico. Gente impazzita per gli acquisti natalizi. Mi trovo più volte ad inveire contro la gente e questo folle Natale ormai privo di senso.

Alla fine riesco ad entrare in autostrada. Inizio a rilassarmi un poco. Non l’avessi mai fatto. Sento degli strani rumori provenire dall’auto, e poco dopo vedo del fumo uscire dal cofano.

Cazzo, avevo portato l’auto dal meccanico solo una settimana prima e avevo pagato 750 euro! Tra mille bestemmie riesco a fermarmi. Evidentemente lassù qualcuno ce l’ha con me. Solo che io non mollo, nemmeno se mi ammazzano. Apro il cofano e alla fine scopro che il tappo del contenitore del liquido di raffreddamento non era stato stretto bene. Niente di grave. Riparto per Lugano e alla fine arriviamo.

Trascorriamo una piacevole serata in un ristorante messicano. Ovviamente sono stato tutta la sera ostaggio delle bambine.

Uscendo scatto delle belle foto alle mie figlie in Via Nassa, in pieno centro di Lugano. Arrivo a casa a Monza alle 11 di sera, chiaramente distrutto. Andare e venire due volte in un giorno da Monza a Lugano, 400 km, tra mille impegni e stress non è male. Un bell’allenamento per un infarto.

Il venerdi continua invece all’insegna della commedia degli equivoci. All’ora di pranzo decido di andare a mangiare un kebab, da solo. Da una settimana ci siamo trasferiti nei nuovi uffici, più grandi, nelle immediate adiacenze della stazione ferroviaria.

Chiedo in una birreria le indicazioni per trovare un venditore di kebab nelle vicinanze. Passato un equivoco alberghetto dove la notte si consumano amplessi mercenari mentre fuori si spaccia droga – tutto il mondo è paese – immediatamente a fianco di questo hotel trovo il posto con l’insegna del kebab fuori.

Entro e mi trovo catapultato in un’altra dimensione.

Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo e di essere entrato in un caffé di periferia di Istanbul degli anni 70. Alle pareti di legno scuro ci sono bandiere di squadre di calcio turche e giornali turchi, sugli scaffali bibite turche. Ai tavoli stanno seduti uomini turchi che sembrano usciti dal film Fuga di mezzanotte, che mangiano piatti turchi. Tutti si zittiscono all’improvviso e mi stanno a guardare. C’è un silenzio imbarazzante nell’aria.

Mentre ancora disorientato mi chiedo cosa fare, un uomo che sta leggendo il giornale seduto ad un tavolo, capelli neri impomatati e pettinati all’indietro, giacca nera e orologio da due chili al polso, aspetto da impresario delle pompe funebri o da magnaccia, mi guarda fisso negli occhi e poi con un sorriso ambiguo mi fa: «Buongiorno!».

«Buongiorno!» rispondo io, mentre si fa largo nella mia mente la possibile soluzione. Visto che in quel posto di kebab non c’è nemmeno l’odore, decido di passare all’attacco e chiedo alla signora, turca anche lei ovviamente, che sta dietro il bancone: «Avete kebab?», sicuro di avere risposta negativa e uscire conseguentemente dal locale.

L’impresario di pompe funebri lentamente va dietro al bancone, si affianca alla signora, e mi risponde: «Certo che abbiamo kebab. Lo vuole completo?».

Era il padrone del locale, nonché marito della signora. Dietro di loro una foto di una decina di anni prima li raffigura mentre brindano assieme.

«Senza cipolla, ma molto piccante!» rispondo io, rendendomi conto di essere ormai fregato.

Una rapida occhiata al locale mi fa capire che le condizioni igieniche di quel posto dovrebbero essere simili a quelle medie di un bar turco degli anni 70. Il peperoncino abbondante mi servirà come disinfettante e antibatterico naturale per combattere quello che troverò nel panino.

La signora va dietro una porta con una tendina semisocchiusa, con la scritta: “Cucina. Vietato l’accesso“.

Il fatto di non poter vedere cosa succede in cucina, che colore potrebbe avere la carne e in che condizioni è conservata, mi inquieta ulteriormente. Mi rendo conto che l’ipotesi di passare la serata al pronto soccorso di Lugano per intossicazione alimentare non è molto improbabile. Ma ormai sono in ballo e devo stare al gioco.

Alla fine la signora mi dà la piadina col kebab, pago il conto e finalmente esco fuori.

Per un attimo sono tentato di buttarlo via, poi lo guardo meglio e vedo che l’aspetto è invitante.

Il primo morso al kebab è come la roulette russa. Una lotteria. Ma invece con mia sorpresa è buono. Più buono della media. Si tratta di un kebab artigianale, fatto in casa, con la carne tagliata a pezzettini non molto sottili. Un kebab tradizionale insomma, non quello surgelato che di norma si trova in giro.

Alla fine lo mangio con gusto, mentre contemplo le montagne innevate e il lago azzurro sullo sfondo.

Poi ci ho bevuto sopra una birra e due caffè. Ma sono ancora vivo.

Quasi quasi ci ritorno un’altra volta, uno di questi giorni.

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7 Commenti a “Una settimana da incubo”

  1. nexusdue scrive:

    …magari fai anche un salto all’alberghetto :)

  2. ermeneuta scrive:

    Quando vuoi ci andiamo assieme ;-)

  3. orsinidan scrive:

    ….quando ho letto la tua “sceneggiatura”, una fulminea associazione di idee ha richiamato alla mia memoria un originale e secondo me geniale film degli anni ’80 (uno dei miei preferiti) intitolato “Fuori orario” (regia di Martin Scorsese).
    ….l’associazione non è tanto nel contenuto della “sceneggiatura” quanto nella dinamica della storia….anche se quella si svolgeva in una notte da “incubo” mentre la tua nell’arco di una settimana da “incubo”.

    ….così come il protagonista del film in questione (guarda il caso un dipendente di una società d’informatica) sei stato impotentemente coinvolto in un irreale ed incalzante vortice di disavventure da lasciare quasi senza fiato.
    ….come accennavi, sembravi esser stato “catapultato in un’altra dimensione” caratterizzata da situazioni bizzarre al limite dell’assurdo affollate da un universo di personaggi….per così dire….”Improbabili”.

    TI suggerisco la visione di “Fuori Orario” (per altro molto ben fatto a mio parere),….credo non avrai troppe difficoltà ad identificarTI con “Paul Hackett” (Griffin Dunne).

    Un saluto
    orsinidan

  4. ermeneuta scrive:

    Ciao Daniele,

    conosco molto bene “Fuori Orario” di Scorsese, ma stranamente non mi era venuta in mente l’analogia con le disavventure di quella notte del protagonista.

    Devo dire che invece quando sono entrato nel bar turco mi è venuto in mente il film “Fuga di mezzanotte”… e subito dopo per analogia ;-) la sequenza di “Pulp Fiction” in cui Marsellus Wallace viene “trastullato” dai gestori del negozio, nel retrobottega.

    Ciao
    Salvo

  5. Voyager scrive:

    Ciao Salvo,
    non c’è che dire, bello stress.
    Ho “campato” sui treni per tutto il periodo universitario e del militare e so cosa significhi. Appena laureato ed assunto ho iniziato a spostarmi un auto e dopo due anni ho preso casa a Roma perchè era uno stress anche così.

    In quanto alle disavventure automobilistiche se ti può consolare (mal comune mezzo gaudio?) la settimana prima di natale ho dovuto cambiare un pneumatico sul Grande Raccordo Anulare all’una di notte…:)

    Un bacio alle piccole.
    Marco

  6. Cinzia scrive:

    beh dopo aver letto la cronaca delle tue ultime giornate, mi sono ripromessa di non lamentarmi più se devo portare due pesti sul passeggino sotto la pioggia fitta, con uno che si slaccia di continuo il cappello e lo getta nelle pozzanghere e l’altro che ulula e con le borse della spesa pesantissime appese alle braccia e le ruote del passeggino che slittano in curva e la gente che quando passo mi guarda male perché i bambini piangono. Giuro, non mi lamento più :-)

  7. ermeneuta scrive:

    Perchè, non ti è mai capitato di andare in giro con le borse della spesa che ti tagliano le dita per il peso, mentre uno si attacca ad un braccio e uno all’altro braccio? :-)

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