Ho sentito oggi il nuovo brano di Bob DylanBeyond here lies nothin’ mentre mi trovavo alla Feltrinelli.
Non sapevo che fosse Bob Dylan. L’attacco del brano è micidiale, di quelli che ti catturano senza via di scampo. Sono rimasto immediatamente colpito cercando di capire chi fosse l’artista.
La curiosità è durata pochi secondi. Appena Bob Dylan ha iniziato a cantare con quella sua voce roca e inconfondibile l’incertezza è svanita immediatamente.
Il brano Beyond here lies nothin’, scaricabile gratuitamente dal sito web dell’artista precede di pochi giorni l’uscita del suo nuovo album Together through life, il 46° album in studio composto da 10 pezzi inediti, che avverrà il 27 aprile.
Dire qualcosa di originale su una leggenda vivente come Bob Dylan è praticamente impossibile. Godetevi il brano.
Avrete la dimostrazione dell’energia e delle emozioni che il sessantottenne artista del Minnesota, sempre in giro per il mondo con il suo Neverending Tour, è ancora in grado di dare.
Erano anni che volevo farlo. Finora c’era sempre stata una scusa per rinviare.
So suonare qualcosa, ma non ho mai avuto la possibilità di dedicarvi tempo. Mi era sempre mancato il tempo, l’impegno… e la chitarra.
Sabato mattina mi sono svegliato e mi sono detto: «Oggi mi compro la chitarra.»
Quando poi il negoziante mi ha detto che quel modello che avevo adocchiato, e per cui era già scattata una misteriosa attrazione, era fatto a mano da una società siciliana di Catania, non ho avuto più alcun dubbio. Doveva essere mia.
Saranno state le esercitazioni serali del mio inquilino di fronte che suona il trombone, sarà stata la tanta musica che sto ascoltando in questo periodo, sarà stato quel che è stato, fatto sta che finalmente mi sono deciso.
Credo che il motivo principale sia però un altro.
Non guardo più la televisione da due anni ormai, e sinceramente mi sono stufato anche di internet. Ci lavoro tutto il giorno con internet, la sera ho voglia d’altro.
Devo recuperare un mio spazio interiore e personale. Uno spazio creativo.
La scrittura necessità di maggiore lucidità e razionalità. La musica abbatte tutti gli schemi logici e razionali, parla al nostro inconscio, non rappresenta concetti, ma comunica emozioni e stati d’animo.
Avevo bisogno di una compagna fedele con cui dialogare nelle mie notti.
Ho due figlie nell’età di Pinocchio. E io, mi sento ormai un po’ Geppetto.
Ero un Pinocchio anch’io prima, e forse lo sono rimasto nello spirito. Ma i tempi cambiano.
«Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.» (da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi).
Ho sempre amato, sin da piccolo, le avventure picaresche di Pinocchio, quello spirito di ribellione anarchica che trapela da ogni pagina del libro e che allora non percepivo se non nel suo lato più esteriore e divertente.
Quando vidi la prima volta lo sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) diretto da Luigi Comencini rimasi folgorato, come solo un bambino sa esserlo.
Tutto mi rimase impresso per sempre: la splendida colonna sonora di Fiorenzo Carpi, la sublime interpretazione di Nino Manfredi (un eccelso e commovente Mastro Geppetto), l’irrequietezza veramente pinocchiesca del piccolo protagonista Andrea Balestri, gli straordinari il Gatto e la Volpe interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i magnifici paesaggi del centro Italia, l’atmosfera fiabesca.
Un capolavoro, forse la migliore trasposizione filmica in assoluto di una fiaba. Quando la RAI produceva e realizzava opere di qualità a dir poco eccezionale.
Ancora oggi quando lo rivedo, ritorno bambino.
E adesso lo sto rivedendo con le mie bambine, le mie due pinocchiette.
Stasera sono tornato bambino anch’io.
Ecco l’indimenticabile sigla iniziale della prima delle sei puntate dello sceneggiato.
Da un mese a questa parte un inquilino del palazzo di fronte ha iniziato a suonare il trombone.
Puntuale come un orologio svizzero, alle nove di sera iniziano le esercitazioni.
Prima gli esercizi di riscaldamento, che ricordano tanto i barriti di un elefante in amore.
Poi le scale, quindi gli intervalli di terza e di quinta, infine i primi timidi approcci con semplici e infantili melodie.
Devo dire che la cosa dà un tocco di surreale comicità alla serata e mi strappa qualche sorriso.
Non guardo la TV e la sera le bambine leggono qualche libro prima di andare a letto. Tengo la finestra del davanzale aperta, e visto che la strada è chiusa mi siedo spesso sul balcone a godermi un po’ di fresco e di quiete, mentre osservo dai palazzi di fronte il frenetico luccichio delle televisioni accese che emana dalle finestre.
Questa surreale colonna sonora a base di trombone mi fa sorridere. Ormai seguo con assiduità l’evoluzione dell’allievo, ne seguo gli errori, le stonature, i progressi.
Stasera mentre lavavo i piatti, lo ascoltavo e mi dicevo: «Però, cavolo! Anche il lunedi di Pasqua si esercita questo qui. E sta migliorando, comunque!»
Una sera di qualche settimana fa che ero particolarmente di cattivo umore e il poveretto era ancora nella fase del “barrito da elefante innamorato“, era veramente straziante ascoltarlo.
Ad un certo punto mi sono detto: «Basta, adesso vado a prendere la tromba che ho nell’armadio e gli mitraglio una carica da cavalleria americana all’attacco, come nei film degli indiani!»
Poi ho lasciato perdere. Ma l’idea di affacciarmi al balcone nel pieno della notte e far squillare la mia trombain risposta al suo trombone è una scena che al solo immaginarlo mi fa morire dalle risate.
Chissà che prima o poi non lo faccia.
P.S. Piccola precisazione. Quello del cartone animato della Pantera Rosa è un basso tuba. Quello che suona il mio vicino è un trombone. Meno cupo e più piacevole da ascoltare.
L’ho voluto scrivere di getto in pochi minuti sotto l’onda emotiva di una notizia talmente assurda e mostruosa che faccio ancora fatica a credere sia vera.
Livio Fanzaga, il direttore di Radio Maria ha detto ieri sulla sua emittente radiofonica che il terremoto in Abruzzo è stata una tragedia voluta dal Signore per far partecipare il popolo abruzzese della sua sofferenza durante la settimana santa di passione prima della Pasqua.
Ecco le sue testuali parole che potete ascoltare nel video che ho riportato in apertura (fonte: blog Razionalismo vs. Religione)
Dice Livio Fanzaga: «[...] il Signore ha voluto che in questa settimana santa, in qualche modo anche loro partecipassero, diciamo così, alla sofferenza e alla sua passione [...]. Leggere i misteri di Dio è sempre molto difficile [...] in questa tragedia vogliamo vedere qualcosa di positivo, in fondo il Signore quando ci fa partecipare delle sue sofferenze è perché vuol farci anche partecipare del valore della sua resurrezione.»
Ora, a parte il fatto che per pareggiare i conti con questa infame bestemmia, ho tirato giù io quattro bestemmioni di quelli veri, e auguro con tutto il cuore che Dio, se mai dovesse esistere, faccia partecipe subito padre Livio Fanzaga della sua sofferenza e passione facendogli crollare in testa il tetto della sua casa e accogliendolo nel regno dei cieli, mi chiedo: ma come diavolo è possibile che un individuo così possa dirigere un’emittente come Radio Maria?
E non è la prima volta che questo prete dice in radio al suo popolo di fedeli pecorelle mostruosità del genere. Ecco cosa diceva a proposito dello tsunami del 26 dicembre 2004.
Ma le autorità ecclesiastiche cosa fanno? Approvano?
I cattolici praticanti approvano queste mostruosità?
«I keep drinkin’ malted milk
try’n to drive my blues away»
Malted milk: uno dei miei blues preferiti a cui ritorno in certi momenti particolari. E stanotte mi sento così.
Fu scritto da Robert Johnson uno dei più grandi interpreti del blues, morto in una calda notte d’agosto del 1938 a soli 27 anni, a Greenwood, Mississippi.
Probabilmente ucciso con del whiskey avvelenato datogli dal padrone del locale dove suonava. Era opinione diffusa che avesse una storia con sua moglie.
«Ossessionato dal demonio, protagonista di una vita errante e solitaria, immersa nel peccato e nella perdizione, figlio dell’America rurale e profonda pre-bellica, Robert Johnson è uno dei musicisti fondamentali del secolo scorso. Con le sue litanie malate, ha costruito la grammatica e la semantica del blues-rock, imponendo uno standard universale, riscontrabile in una miriade di musicisti contemporanei.» (scrive Antonio Ciarletta nel suo bell’articolo su OndaRock)
Girava anche la leggenda, alimentata dallo stesso Johnson, che egli avesse stretto un patto col Diavolo, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo.
«Il persistente tema presente in molti suoi Blues era il quasi mistico sentimento di disperazione e persecuzione che provocavano in lui gli spiriti demoniaci che egli diceva aleggiavano nella sua anima; questa battaglia interiore emerge in pezzi come “Cross Road Blues”, “Preachin’ Blues”, “If I had Possession over Judgement Day”, “Stones in my Passway”, “Hellhound on my Trail” e “Me and the Devil”.» (da Blues and blues)
Nel video d’apertura Malted Milk è suonata da Eric Clapton, che è anche uno dei massimi estimatori e studiosi di Robert Johnson, tanto da registrare nel 2004 un’opera molto particolare, Sessions for Robert J, in cui egli gli dedica un vero e proprio tributo.
Per chi volesse invece ascoltare la versione originale e dannata di Malted Milk, cantata e suonata da Robert Johnson, eccola qui.
Malted Milk - Robert Johnson
I keep drinkin’ malted milk,
try’n to drive my blues away
I keep drinkin’ malted milk,
try’n to drive my blues away
Baby, you just as welcome to my lovin’,
as the flowers is in May
Malted milk, malted milk,
keep rushin’ to my head
Malted milk, malted milk,
keep rushin’ to my head
And I have a funny, funny feelin’,
and I’m talkin’ all out my head
Baby, fix me one more drink,
and hug your daddy one more time
Baby, fix me one more drink,
and hug your daddy one more time
Keep on stirrin’ my malted milk mama,
until I change my mind
My door knob keeps on turnin’,
it must be spooks around my bed
My door knob keeps on turnin’,
must be spooks around my bed
I have a warm, old feelin’,
and the hair risin’ on my head
Sono passati ormai due anni da quando ho aperto questo blog.
È iniziato tutto quasi per scherzo, ma ora mi rendo conto che vi ho riversato una parte importante di me.
Mi ha aiutato a riflettere, a conoscermi, a prendere coscienza dei lati anche oscuri della mia personalità, a non aver paura delle emozioni o a mostrare lo smarrimento che inevitabilmente ci coglie in certi momenti della vita.
Mi ha aiutato a crescere ed essere più forte. E per essere forte intendo il fatto di non avere paura a mostrarsi deboli.
Mi ha avvicinato agli altri. Mi ha fatto conoscere tante altre persone. Mi ha permesso di esprimere emozioni e idee in cui altri si sono riconosciuti.
Il blog si è trasformato lentamente nel tempo, assieme a me.
Non so dire quanto l’immagine che di me è andata lentamente emergendo dai vari post abbia influito a cambiarmi, o quanto il mio cambiamento si sia riflettuto nei post che ho scritto.
Probabilmente entrambe le cose.
E mi fa piacere, lo ammetto, constatare che il blog cresce continuamente come visite e visitatori.
Non ho un fine commerciale, non ho pubblicità, non devo rendere conto a nessuno se non a me. Questo blog è il mio spazio di libertà. Seguo il mio istinto del momento. Anche contro ogni logica.
Conosco le tecniche di SEO (Search Engine Optimization) per fare crescere le visite di un sito. Non le utilizzo di proposito.
Me ne sbatto. Scrivo solo quello che voglio. Ma lo scrivo bene.
E nonostante questo le visite al blog e il gradimento degli utenti crescono.
Il fatto di sapere che a marzo di quest’anno ho avuto in media 420 visite al giorno mi incuriosisce e lusinga.
Tenendo conto che scrivo in italiano per un pubblico italiano, questi sono numeri di tutto rispetto. Blog italiani anche molto blasonati (diciamo fra i primi 30 blog italiani) hanno visite uguali o inferiori alle mie.
E visto che oggi è anche il mio compleanno festeggio con un brindisi a me e al mio blog.