Jamin-a – Fabrizio De Andrè (1998 Live)

Crêuza de mä di Fabrizio De André è un album meravigliosamente bello e unico nel panorama musicale italiano per il fatto che tutte le canzoni sono in lingua genovese, un’idioma antico e ricco di influenze mediterranee, greche, arabe, e si avvale dell’uso di una miriade di strumenti della tradizione popolare mediterranea, nordafricana, balcanica e mediorientale.

Crêuza de mä nasce da un progetto di collaborazione artistica con Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, che De André aveva già avuto modo di conoscere nelle file della Pfm.

Nel 1984, quando uscì il disco, si trattava di una scelta coraggiosa e originale, che andava contro le regole del mercato discografico. Eppure ottenne uno straordinario successo di pubblico e critica. Crêuza de mä viene tuttora considerato dalla critica come una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e della musica etnica.

Comprai l’album in vinile quando uscì, nel 1984; avevo diciassette anni. Ricordo che consumai letteralmente il disco a furia di ascoltarlo, rapito dalla bellezza della musica. E la cosa veramente straordinaria fu che imparai a memoria tutti i testi delle canzoni in genovese, tanto che ancora li ricordo perfettamente.

Trovo che la lingua genovese sia una delle più belle e musicali in assoluto. Così diversa e unica. La ascolti e ti sembra di vedere  il mare, i pescatori che rammendano le reti, le navi che entrano ed escono dal porto dirette verso i mercati del Mediterraneo orientale.

Sono stato a Genova per la prima volta un mese fa, a Pasqua.

La zona del Porto Antico mi ha stregato. Si tratta di uno di quei luoghi che mi sembra di conoscere da sempre, come se ci fossi già stato. Ci voglio ritornare in autunno, ad assaporare l’aria salmastra portata dal vento.

Queste sensazioni mi hanno portato a riascoltare uno dei brani più belli di Crêuza de mä, Jamin-a.

Tra le canzoni più cariche di sensualità di Fabrizio De André, è un vero e proprio inno o elogio dell’erotismo, impersonato dalla “lupa di pelle scura” Jamin-a, capace di fare l’amore in modo travolgente e quasi insaziabile. Voglia d’amore che però racchiude qualcosa di più elevato e spirituale, come se l’unirsi dei due corpi sottintenda qualcosa di più d’un semplice atto fisico (da Wikipedia).

“Jamin-a” è forse la più bella ode a una prostituta che sia mai stata scritta: un ideale proseguimento delle storie narrate in “Via Del Campo” e “Bocca Di Rosa”, ma qui il racconto perde ogni valenza polemica o iconografica. Grazie all’adozione del genovese, De André non teme censure, e affronta il brano con esplicita, cruda, irriverente, irresistibile sensualità: il corpo di Jamin-a è protagonista, con la sua “lengua nfeugà” — lingua infuocata — e il “nodo delle sue gambe”, incatena l’ascoltatore in un vortice di suggestione erotica e sonora. La struttura armonica del brano è affidata all’oud e al bouzouki, strumenti a corda di tradizione araba e greca. (Da Onda Rock)

Come ebbe a dire lo stesso Fabrizio De André in un film-documentario di Mixer del 1984:
« Jamin-a non è un sogno, ma piuttosto la speranza di una tregua. Una tregua di fronte a un possibile mare forza otto, o addirittura ad un naufragio. Voglio dire che Jamin-a è un’ipotesi di avventura positiva che in un angolo della fantasia del navigante trova sempre e comunque spazio e rifugio. Jamin-a è la compagna di un viaggio erotico, che ogni marinaio spera o meglio pretende di incontrare in ogni posto, dopo le pericolose bordate subite per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto ».

Il video è stato registrato tra il 13 e il 14 febbraio 1998 al teatro Brancaccio di Roma, una delle ultime esibizioni di De André.
All’inizio del brano si sente una registrazione effettuata al mercato del pesce di Piazza Cavour a Genova.

Jamin-a (da Crêuza de mä) di Fabrizio De André

Lengua ‘nfeuga Jamin-a
lua de pelle scûa
cu’a bucca spalancà
morsciu de carne dûa

stella neigra ch’a lûxe
me veuggiu demuâ
‘nte l’ûmidu duçe
de l’amë dû teu arveà

ma seu Jamin-a
ti me perdunié
se nu riûsciò a ésse porcu
cumme i teu pensë

destacchete Jamin-a
lerfe de ûga spin-a
fatt’ammiâ Jamin-a
roggiu de mussa pin-a

e u muru ‘ntu sûù
sûgu de sä de cheusce
duve gh’è pei gh’è amù
sultan-a de e bagasce
dagghe cianìn Jamin-a

nu navegâ de spunda
primma ch’à cuæ ch’à munta e a chin-a
nu me se desfe ‘nte l’unda
e l’ûrtimu respiu Jamin-a

regin-a muaé de e sambe
me u tegnu pe sciurtï vivu
da u gruppu de e teu gambe

Jamin-a (trad.)

Lingua infuocata Jamina
lupa di pelle scura
con la bocca spalancata
morso di carne soda

stella nera che brilla
mi voglio divertire
nell’umido dolce
del miele del tuo alveare

sorella mia Jamina
mi perdonerai
se non riuscirò a essere porco
come i tuoi pensieri

staccati Jamina
labbra di uva spina
fatti guardare Jamina
getto di fica sazia

e la faccia nel sudore
sugo di sale di cosce
dove c’è pelo c’è amore
sultana delle troie
dacci piano Jamina

non navigare di sponda
prima che la voglia che sale e scende
non mi si disfi nell’onda
e l’ultimo respiro Jamina

regina madre delle sambe
me lo tengo per uscire vivo
dal nodo delle tue gambe

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

5 Comments

  • Reply January 27, 2017

    Walt

    Se ritorni a Genova devi vedere il quartiere del Molo, l’antico porto dove vi trovi ancora le roccaforti della repubblica genovese del Medioevo in cui le famiglie rinchiudevano i loro beni all’arrivo dei saraceni

    • Reply January 27, 2017

      ermeneuta

      Grazie, Walt. Lo farò volentieri, quando mi capiterà di ritornare a Genova.

  • Reply December 11, 2009

    Laura Tussi

    Fabrizio De André, un’ombra inquieta.
    Ritratto di un pensatore anarchico – Edizioni Il Margine

    Libro di Federico Premi
    Recensione di Laura Tussi

    Fabrizio De André ha sempre praticato consapevolmente l’esercizio del pensiero e la sua opera politica e musicale rappresenta una sapiente e radicale critica alla concezione borghese dell’esistenza.
    L’autore del libro, Federico Premi, avvalora questa ipotesi tramite l’analisi dei manoscritti inediti di De André, disponibili presso il centro studi Fabrizio de André dell’Università di Siena, dove appaiono ricorrenti i riferimenti alla tematica anarchica e alla critica della società borghese. “È tempo di tornare nomadi. Siamo stati sedentari per troppo tempo. Bisogna rimettersi in cammino”. Fabrizio De André continua a ripetere questo concetto nelle sue canzoni e nei moltissimi appunti manoscritti.
    La vita infatti è un continuo processo di metamorfosi, di cambiamento, di ricerca nella costante resistenziale e febbrile dell’erranza.
    Secondo De Andrè, l’anarchia, oltre che forma di autogoverno alternativa all’attuale sistema di potere, rappresenta il solo antidoto contro l’omologazione sociale e culturale, contro la pianificazione categorica e l’arbitrio imperante. Tra gli aspetti più inquietanti dell’immobilismo della società contemporanea è l’assuefazione universale alla logica capitalista. Il verbo del fondamentalismo capitalista si è imposto ovunque, operando una drastica reductio ad unum, un’inaudita uniformizzazione, pianificazione, normalizzazione del sistema e omologazione culturale. L’umanità dovrà attuare presto un nuovo sistema politico ed economico e una diversa e più virtuosa cultura del confronto e dello scambio, non più fondate esclusivamente sul torvo e bieco valore del profitto e del tornaconto, nella realizzazione di un’utopia sommessa e confessata in versi, all’interno di un discorso cifrato ed elusivo nelle canzoni di De André, che canta una critica serrata al mondo borghese del conformismo allineato. Infatti, borghese è, in ogni tempo, l’invincibile inerzia dello spirito, l’ossessione per l’agio e la stabilità, matrice di ogni idolatria, che costituisce il momento statico immortale dell’esistenza del singolo e della società. La morale borghese è mortifera, in quanto vuole bloccare il divenire, nella pretesa di uniformare, omologare, conformare e rendere tutti gli uomini simili fra loro, equivalenti, intercambiabili, perché il borghese si preoccupa di essere integrato, allineato e leale con il sistema. Un’autentica rivolta esistenziale consiste nel riconoscere il proprio stato di uomini colonizzati e allineati, per liberarsi dagli ingranaggi del sistema e divenire Anime Salve, riappropriandosi di se stessi e della propria vita in modo unico e originale. Il potere persuasivo di ogni sistema, fondato su valori fissi e indiscutibili, provoca paura e disorientamento per ogni diversità e alterità anarchica, opposta all’ingranaggio del quotidiano. Il borghese non sa riconoscere il proprio intimo essere, l’ “ombra inquieta” che si muove nelle pieghe dell’anima e della storia.
    Il Faber pensatore affronta dunque i temi della borghesia e dell’anarchia come categorie dello spirito, del potere e della costante resistenziale, tra morte, solitudine e natura, tra follia e diversità, per cui l’artista diviene anticorpo del sistema vigente e cantore di bellezza e utopia.
    Laura Tussi

  • Reply May 11, 2009

    Obiwan01

    Un album meraviglioso, la prima volta che l’ho ascoltato, chiudendo gli occhi, ho vissuto Genova in un istante.

  • Reply May 11, 2009

    Paola

    Splendido brano dell’indimenticabile Fabrizio (l’ultima volta che l’ho visto presentava Le nuvole, non mancava molto alla fine) e splendida rievocazione.Grazie ermeneuta.

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