Archivio di agosto 2009

Stabat nuda aestas

mercoledì, 19 agosto 2009

meriggio

Non so cosa ci possa essere di più “inattuale“, antimoderno, rivoluzionario e contrastante con i valori dominanti di questo tempo - o l’assenza di valori che dir si voglia - che prendere in mano un libro di poesie italiane in una calda notte di agosto, sfogliarlo guidato dai ricordi universitari, soffermarsi ora su quell’autore ora su quell’altro e iniziare a leggere le poesie che abbiamo sempre amato per trarvi conforto, piacere e oblio dall’aridità della vita di tutti i giorni, riscoprendovi intatta la potenza dirompente e la forza evocatrice del verso.

Ho sempre amato il D’Annunzio poeta dell’Alcyone, il poema dell’Estate, il libro di liriche dove viene celebrata la comunione dell’uomo con la natura colta al culmine della sua potenza vitale, la pagana, selvaggia e ancora innocente capacità dell’uomo di immedesimarsi con il pulsare della vita e fluire in essa come parte del tutto.

Il senso di ebbrezza panica, il naturalismo gioioso, il senso di abbandono alla vita, la profonda musicalità evocatrice del verso che D’Annunzio riesce ad esprimere nelle migliori liriche dell’Alcyone costituiscono uno dei momenti fondamentali della poesia italiana.

Stabat nuda aestas, il cui titolo è un omaggio al grande poeta latino Ovidio, è una delle mie preferite da sempre.

Il sottile erotismo di cui è pervasa tutta la lirica, il silenzio del paesaggio nell’immobilità della gran calura estiva, il senso di trepidante attesa, gli splendidi squarci descrittivi del corpo della dea, culminano nel finale con l’immagine indimenticabile della Dea che incespica al termine dell’inseguimento e cade distesa fra le sabbie e l’acqua, col vento di ponente che fa schiumare l’onda marina fra i suoi capelli scomposti.

Per un attimo, prima di rifluire nuovamente nel paesaggio inondato di luce del meriggio, la dea si svela al poeta nella sua immensa nudità.

Dedico questa poesia, in un giorno che per me ha un significato molto particolare, a colei di cui primamente intravidi il piè stretto e alla fine raggiunsi esattamente diciott’anni fa, e che adesso appartiene a quella dimensione ineffabile e misteriosa preclusa a noi viventi.

Stabat nuda aestas (Gabriele D’Annunzio)

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la rèsina gemette giù pè fusti.
Riconobbi il colúbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea mèsse nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò ne’ suoi capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.

Gato Barbieri - Last Tango in Paris live

venerdì, 14 agosto 2009

Ultimo Tango a Parigi. Forse la colonna sonora di film che amo di più in assoluto, sin da bambino.

Qui in una recente e superlativa versione live ad opera dell’autore, il sassofonista argentino Gato Barbieri.

Avevo già dedicato due anni fa su questo blog un post al film Ultimo Tango a Parigi.

Ma adesso è la musica, intensa e sensuale, il caldo suono del sax tenore di Gato Barbieri che in questa torrida notte di Ferragosto passata da solo in una città deserta, mi è venuto in mente per chissà quale libera associazione di pensieri a riportarmi ricordi ed emozioni, sensazioni particolari a cui sono particolarmente legato.