Shutter Island – Martin Scorsese

Ieri sono andato al cinema a vedere Shutter Island, diretto da Martin Scorsese e interpretato da Leonardo DiCaprio.

Shutter Island è un thriller psicologico tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane, autore anche di quel Mystic River che nell’adattamento cinematografico el 2003 diretto da Clint Eastwood ha ottenuto l’Oscar per i suoi attori protagonista, Sean Penn e non protagonista, Tim Robbins.

Nel 1954, in piena epoca maccartista, i due agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est degli Stati Uniti, per investigare sull’improvvisa scomparsa di una pericolosa paziente che aveva ucciso i suoi tre figli, ricoverata presso l’istituto mentale Ashecliffe.

Il direttore dell’istituto, il dottor Cawley (Ben Kingsley) e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l’agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l’ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring (Max von Sydow).

Un uragano costringe i due agenti a prolungare il soggiorno sull’isola, durante il quale emergono particolari sempre più inquietanti, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti.

La ricerca della verità condurrà il protagonista, e lo spettatore, a scoprire una realtà assolutamente impensabile e sconvolgente, in un susseguirsi di colpi di scena e rivelazioni.

Shutter Island è un noir visionario e cupo che omaggia le atmosfere claustrofobiche alla Fritz Lang e certo cinema espressionista tedesco.

Shutter Island ci fa fare un viaggio sconcertante e tragico nei meandri più insondabili delle psiche umana, nelle pieghe più oscure  dell’animo, alle radici della follia, dove la violenza, la sofferenza e il dolore si stagliano in tutta la loro devastante potenza distruttiva.

D’altronde il film è ricco di soluzioni figurative e rappresentative che rimandano all’inconscio e ai suoi simboli: l’isola, il faro, il doppio, l’acqua, la scala a chiocciola che il protagonista risale nel finale rivelatore.

Il film è dominato, sin dalla sequenza iniziale, dalla presenza ossessiva e minacciosa dell’acqua che si estrinseca in varie forme: la pioggia incessante e violenta, le onde del mare in tempesta, l’inquietante tranquillità del laghetto che nasconde appena sotto la sua superficie una verità terribile e mostruosa, i rivoli e lo stillicidio delle tubature all’interno dei claustrofobici locali del manicomio, l’acqua scura delle pozzanghere.

Leonardo DiCaprio interpreta con grande bravura e sofferta identificazione lo smarrimento del protagonista perseguitato dai tremendi fantasmi del suo passato (gli orrori della guerra e del campo di concentramento nazista prima, e la tragica morte della giovane moglie dopo) dandogli credibilità e spessore.

Erano quasi due anni che non andavo al cinema, il che per uno che ha studiato Storia e Critica del Cinema e la cui aspirazione era di fare il regista non è per niente male. L’ultima volta era stato per La ragazza del lago.

Mi sono preparato a questo evento speciale pregustandone il piacere come si fa per una cosa rara, quasi proibita.

L’occasione mi si è presentata all’improvviso per una serie di coincidenze e l’ho colta subito al volo.

Sono andato al cinema emozionato come se stessi andando ad un appuntamento galante.

Da solo, nella fascia pomeridiana, con poca gente. Le condizioni ideali per immergersi completamente e senza distrazioni nell’atmosfera del film e assaporarne, nel buio della sala, ogni minima sfumatura.

Sono state due ore di grande cinema, due ore di grande piacere ed emozioni.

Il cinema, il grande cinema, deve essere vissuto con questa predisposizione d’animo affinchè possa regalare grandi emozioni da centellinare, assaporare, e poi conservare nel cuore per poter essere rivissute nel ricordo.

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

7 Comments

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  • Reply March 17, 2010

    ermeneuta

    Vedere un film in una sala semideserta è una delle più belle esperienze in assoluto.

    Io ho visto così nel 1995 “Al di là delle nuvole” diretto da Michelangelo Antonioni con la collaborazione di Wim Wenders.

    Era una serata piovosa d’inverno, in Sicilia. E al cinema eravamo io e la mia compagna, al piano superiore, in posizione centrale. Forse c’erano una o due persone nella sala di sotto.
    Mi ricordo ancora le sensazioni di allora come fosse oggi…

  • Reply March 17, 2010

    nexusdue

    L’ho letto ora e l’ho visto ieri.
    Eravamo in due al cinema, dopo che i tizi ci avevano guardati con la faccia scocciata.
    Accesero il proiettore ed i riscaldamento per noi 🙂

    In assoluto uno dei film più belli degli ultimi 10 anni.

  • Reply March 16, 2010

    ermeneuta

    Non ho fatto “spoiler”, se vuoi puoi leggerlo lo stesso l’articolo.

  • Reply March 16, 2010

    nexusdue

    Ho letto solo qualche riga per capire se ti è piaciuto. Non voglio perdermi nulla.
    Stasera lo vado a vedere, sperando che la sala cinematografica che lo proietta non l’abbia già tolto. Sono orientati verso il cinema dei bimbiminkia-cagnolini-calciepugni.

    Leggo il post al ritorno 😉

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