Archivio di aprile 2010

Jan Garbarek & Ustad Fateh Ali Khan – Raga I

mercoledì, 28 aprile 2010

Conosco e ascolto  la musica di Jan Garbarek, straordinario sassofonista norvegese, dal 1986. Ne possiedo la discografia completa.

L’ho visto tre volte in concerto. L’ultima volta è stata all’interno del Duomo di Monza, il 17 giugno 2005: un’emozionante performance dal vivo dell’album di musica sacra medievale e rinascimentale Officium, eseguita con l’Hilliard Ensemble, un quartetto vocale di voci maschili inglese specializzato nell’esecuzione di musica antica.

Una delle poche volte in cui mi è sembrato di esperire il senso del sacro e del divino, per quanto questi termini possano avere senso per uno agnostico come me, complice forse anche la particolare situazione personale ed emotiva in cui mi trovavo, assieme alla mia compagna. Un’esperienza che porto ben viva dentro di me come fosse ancora oggi.

Jan Garbarek decise di suonare il sax a 12 anni, dopo aver ascoltato alla radio il brano Countdown di John Coltrane, che lo sconvolse letteralmente. Ha iniziato suonando con i musicisti scandinavi di free jazz per poi esplorare tutte le tradizioni musicali del globo, acquistando uno stile personalissimo. Ha suonato con musicisti scandinavi, americani, europei, pakistani, africani, arabi, indiani… non c’è un’area geografica di cui non abbia esplorato la cultura musicale. Da ultimo anche la tradizione europea medievale e rinascimentale di musica sacra.

Ma quello che mi affascina, mi stordisce letteralmente è il suono del suo sax, il suo particolarissimo timbro musicale: Jan Garbarek è probabilmente il sassofonista che ha maggiormente lavorato sulla respirazione, le variazioni timbriche, la modulazione del suono, quel particolarissimo impasto di voce e fiato che dà vita al suono del sassofono.

Il brano che potete ascoltare nel video è tratto dall’album Ragas and Sagas del 1992 realizzato assieme a musicisti e cantanti pakistani. Un’album, se possiamo definirlo così, di musica sacra sulle tradizioni musicali di quella particolarissima area a cavallo fra India, Pakistan, Afghanistan e Tibet.

Pasqua sotto la neve

lunedì, 5 aprile 2010

cover1

Sono stato due giorni in montagna con le bambine. Sabato e domenica di Pasqua.

Non avevo idea di dove andare. La prospettiva di trascorrere il periodo delle feste pasquali in casa con le bambine non era certo delle più allettanti. Avrebbe messo seriamente a rischio la mia salute mentale. Due piccole donne contro un uomo solo, non c’è partita. Persa in partenza.

Per cui venerdi mattina stavo cercando ispirazione su internet per la “fuga”. Nessuna meta in mente, solo il desiderio di andare via da qualche parte. Mare o montagna? Nord o sud? Sapevo che il tempo sarebbe stato brutto qui al nord, era prevista pioggia in abbondanza, per cui cercavo un posto vicino senza poi costringermi a rimanere intrappolato nel traffico per ore.

Mentre mi barcamenavo fra questi dilemmi esistenziali senza venirne fuori, ad un certo punto becco on  line sulla chat di Facebook il mio amico Gaetano – ecco che serve a qualcosa, in fondo, Facebook  :-) – che visto il mare di incertezza in cui annaspavo mi lancia subito un salvagente inaspettato.

Destinazione Campodolcino, un paesino di mille abitanti in Valle Spluga, provincia di Sondrio, a poco più di mille metri di altezza, poco prima di Madesimo, famosa per gli sport invernali.

Mi sembra l’ideale. Distante appena 120 km, fuori dalle direttrici principali del traffico, posto tranquillo e dalle descrizioni molto bello. La prospettiva di pranzare a base di pizzoccheri, bresaola, funghi porcini e selvaggina mi toglie ogni altro indugio.

Riesco a prenotare in meno di dieci minuti una camera in un bell’hotel che mi ispira subito per le foto che vedo sul sito web. Problema risolto. Lo dico subito alle bambine che sono entusiaste.

Nel pomeriggio di venerdi, mentre preparo la valigia (poche cose, ma con due bambine bisogna essere previdenti ed essenziali al tempo stesso) mi chiedo:
Ma non è che devo portarmi le catene da neve? Ma no! Siamo già ad Aprile! Mica stiamo andando al Polo Nord!”

Per avere informazioni certe e in tempo reale telefono nuovamente al gestore dell’hotel che mi risponde:
Guardi, oggi è una splendida giornata, c’è stata giusto una spruzzatina di neve nella notte sulle cime, ma niente di particolare“.

Mi tranquillizzo,  ma alla fine, come in balìa di un presentimento, complice sicuramente la mia natura di uomo del sud, anzi di isolano cresciuto al mare, mi decido a portare lo stesso le catene. Mai decisione si rivelò più saggia!

Partiamo sabato mattina in auto, fra la pioggia, e arriviamo a Campodolcino verso le undici, con una pioggerellina insistente. Verso ora di pranzo la pioggia si è trasformata in una nevicata lieve lieve, che dona un fascino e un’atmosfera particolare al paese, quasi natalizia. Andiamo a mangiare in un “crotto” un ristorante tipico.

Nel primo pomeriggio smette di nevicare e vado in giro nei sentieri a fare delle foto. Il paesaggio è spettacolare, con le rocce scure e i dirupi selvaggi. L’albergo, che sta un po’ fuori dal paese in posizione isolata, ma sulla strada principale, sorge ai piedi di una montagna che incute timore per le sue alte cime, minacciose e coperte dalle nubi. Noto che l’albergo, da una certa angolazione, ricorda un poco l’Overlook Hotel del film Shining. Scatto delle foto.

Il laghetto di Prestone Vette fra i boschi L'hotel da un'insolita prospettiva

Dopo saliamo fino a Madesimo, 1.500 metri, dove nevica un po’ di più e la gente scia sulle piste. Torniamo giù a Campodolcino.

La sera, poco prima della cena in albergo, ricomincia a nevicare. Nevica fittamente, a falde larghe che ricoprono rapidamente tutto il paesaggio e le cose.

Sentieri fra i boschi Comincia a nevicare Abeti sotto la neve

Sono tranquillo perché ceneremo sul posto, e non devo muovermi in auto. Ma inizio a pensare all’indomani. Al ritorno. La strada fino a Chiavenna ha circa 10 km di ripidi tornanti in discesa, con dirupi e precipizi ai lati. Non propriamente il percorso ideale da fare in auto quando nevica.

Dopo cena la neve continua a cadere ancora, ma in fondo non in modo preoccupante. Le strade sono ancora praticabili. Usciamo con le bambine a fare delle foto, e poi alla fine, dopo essere stati un’oretta a giocare a carte nella “Stube” dell’albergo (un caratteristico ambiente con tipico arredamento di montagna in legno) le bambine a bere tisane e io a bere grappa, andiamo a letto.

Giocando sotto la neve fuori dall'hotel Paesaggio innevato Abeti sotto la neve

La notte non dormo molto bene, ho un presentimento. Mi sveglio alle 5 di mattina, apro la finestra del bagno e mi trovo davanti ad uno spettacolo mozzafiato. Tutto è ricoperto da una spessa coltre di neve. Nella notte saranno caduti 60 cm di neve fresca, e nevica ancora. Ritorno a letto sperando che per le dieci tutto sia finito.

Vana speranza. Alle 10 nevica ancora fortemente.

Rimaniamo nella calda e accogliente hall dell’albergo, dalla cui vetrata assisto alle scenette di automobilisti imprudenti che, pur dotati di pneumatici da neve, rimangono impantanati fra la neve. La strada, tra l’altro, è in discesa.

Fuori dall'hotel auto in panne Auto bloccate fra la neve Ci si prepara a partire

Alla fine, verso mezzogiorno, vedendo che non smette di nevicare, mi decido. Il termometro fuori indica una temperatura di-2 gradi. Tutto è ricoperto di neve. Lo scenario perfetto per un bel Natale in montagna. Solo che è Pasqua!

Ripulisco ben bene la mia auto, praticamente sommersa dalla neve (le ruote nemmeno si vedevano e non riuscivo nemmeno ad aprire gli sportelli) e mi apro con la pala un sentiero fino all’imbocco nella strada. Monto le catene da neve, imbarco le bambine e,  fradicio di neve e acqua e un po’ nervoso, con lo stesso spirito di avventura dei pionieri delle prime esplorazioni del Polo Sud, parto.

La strada è quasi deserta sotto la fitta nevicata, solo qualche mezzo dotato di catene va avanti, alcune auto sono ferme ai bordi. Io, lentamente procedo, e man mano acquisto maggiore fiducia nelle capacità di controllo del mezzo.

Finalmente, dopo 5-6 km di tornanti, una volta arrivati più a bassa quota, smette di nevicare. Solo nevischio misto a pioggia, e la strada è di nuovo praticabile. Pericolo scampato. Tolgo le catene in uno spiazzo ai lati di un antico santuario e riparto. Mai la prospettiva di arrivare in pianura mi è sembrata tanto attraente.

In viaggio sotto la neve Ormai fuori dalla nevicata Paesaggio a valle sotto la pioggia

Dopo una mezzora ci fermeremo a mangiare a valle, in un caratteristico ristorante. Nessuna traccia di neve, solo pioggia che bagna il verde brillante dei prati.

Ripenso al paesaggio invernale e alla tormenta di neve di appena mezzora prima e mi sembra tutto un sogno. Un bel sogno in fondo.

Oggi lunedi di Pasqua splende un bel sole.

Jimi Hendrix – Valleys of Neptune

venerdì, 2 aprile 2010

«I have plans that are unbelievable,
but then wanting to be a guitar player
seemed unbelievable at one time.»

(Jimi Hendrix)

Il 5 marzo è uscito l’album “Valleys of Neptune” che raccoglie 12 brani inediti di Jimi Hendrix, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Il più grande in assoluto, secondo il mio parere.

Valley Of Neptune illustra la straordinaria evoluzione creativa di Jimi Hendrix durante il 1969, l’anno più tumultuoso della sua celebre vita e carriera.

Questi 12 brani, mai pubblicati fino ad ora, includono le registrazioni finali effettuate in studio dall’originale trio “Jimi Hendrix Experience“, e testimoniano l’obiettivo perseguito da Hendrix di creare un seguito all’album Electric Ladyland, così come come i primi tentativi di Hendrix di intraprendere un nuovo corso musicale con Mitch Mitchell alla batteria e il bassista Billy Cox al posto di Noel Redding.  Da lì a poco infatti, verso la fine del 1969, Jimi Hendrix formerà la Band of Gypsys, costituita da soli musicisti neri: Jimi Hendrix (chitarra), Billy Cox (basso) e Buddy Miles (batteria).

Sono due settimane che non faccio altro che ascoltare questo straordinario album e la sensazione è come di trovarsi di fronte per la prima volta ad un nuovo album di Jimi Hendrix, come poteva essere a fine anni Sessanta. L’energia, la bellezza, la potenza visionaria che emanano da questo album mi hanno letteralmente rapito.

Preciso subito quali sono i miei brani preferiti, anche se è difficile:

Valleys Of Neptune

Si tratta del brano che dà il titolo all’album. Una stupenda dimostrazione di “rock psichedelico” alla Jimi Hendrix. Brano di grande complessità e ricchezza armonica e allo stesso tempo di una struggente bellezza melodica e di un ritmo irresistibile. Un capolavoro.

“Valleys Of Neptune” cominciò a prendere forma durante le sessioni del febbraio 1969 all’Olympic Studios. Jimi effettuò diverse registrazioni ed era desideroso di sviluppare questo eccezionale brano al suo pieno potenziale.
Hendrix continuò a raffinare ulteriormente la canzone lungo l’estate del 1969, registrando anche una sessione con solo Mitchell e il percussionista Juma Sultan.
Fu in un’animata sessione di registrazione del 15 Maggio 1970 alla Record Plant che prese forma la versione attuale. La take 5 di questa sessione combina la parte vocale di Jimi e le percussioni di Juma Sultan del 23 Settembre 1969.
Il lavoro su Valley of Neptune continuò negli studi della “Electric Lady Studios” di Jimi nel giugno 1970, ma un master finale non fu mai raggiunto prima della sua morte, avvenuta tre mesi più tardi.

Stone Free

Una nuova straordinaria versione del grande classico. Pubblicata nel mercato internazionale come lato B di Hey Joe nel dicembre 1966, la canzone non era mai stata pubblicata negli US, perchè la casa discografica non lo aveva incluso nella versione originale dell’album “Are you expereinced” nell’Agosto 1967.

Hear My Train A Comin’

Registrata in un singolo take il 7 aprile 1969, impreziosita dalla voce evocativa di Jimi e dal suo lavoro stimolante alla chitarra, questa versione riesce effettivamente a trasmettere l’energia incandescente che veniva fuori dai concerti del gruppo.
A dispetto della sua ovvia promessa, Hear My A Train Comin’ rimase tra i brani registrati in studio e mai pubblicati da Hendrix al tempo della sua morte nel settembre 1970.
Purtroppo questa registrazione fu più tardi montata e sovraincisa nel 1975 da musicisti che Hendrix non aveva mai incontrato e fu inclusa nel controverso album postumo “Midnight Lightning”. Adesso la registrazione originale del gruppo è stata restaurata e fa il suo debutto qui come parte dell’album.

Sunshine Of Your Love

Il grande classico dei Cream. I membri del gruppo di Hendrix ammiravano i Cream, e Sunshine Of Your Love era uno dei loro brani preferiti.
Per questa registrazione il gruppo di Hendrix utilizzò un arrangiamento esclusivamente strumentale come per le performance live del brano.
Adrenalina pura!

Red House

Una straordinaria reinterpretazione del grande classico blues di Hendrix pubblicato nel primo album “Are you Experienced?” Da brividi! Lenta, sensuale, ammiccante: l’essenza stessa del blues.

Crying Blue Rain

Un altro grande blues dalle sonorità quasi funky, impreziosito stavolta anche dalle percussioni.

11 delle 12 canzoni di “Valleys Of Neptune” furono registrate subito dopo la pubblicazione del celebre doppio album Electric Ladyland, le cui lunghe sessioni di registrazione, troppo estese per gli standard dell’epoca, allontanarono lo storico produttore (ed ex-bassista degli AnimalsChas Chandler dal progetto e incrinarono irrimediabilmente il rapporto tra Hendrix e il bassista Noel Redding.

Il tour europeo del Gennaio 1969 rivelò infatti la crescente disarmonia all’interno del gruppo, specialmente tra Hendrix e Redding, il cui rapporto si era ulteriormente deteriorato nei mesi precedenti.

Fu in questo contesto che Jimi Hendrix registrò nel corso del 1969, in diverse sessioni di registrazione, i brani raccolti per la prima volta in quest’album.

Per Hendrix lo studio di registrazione aveva assunto ormai un ruolo principale nello sviluppo di nuovo materiale e nella sua visione progettuale.
All’interno di questo ambiente creativo – sfuggendo alle incessanti richieste delle esibizioni dal vivo nei concerti – Jimi intendeva esplorare e sperimentare nuovi pattern ritmici da inserire poi all’interno della struttura formale di nuove canzoni.

Questo cambio fondamentale nella strategia confondeva Redding. Il bassista non condivideva la filosofia di Hendrix e considerava eccessive le molte registrazioni di versioni alternative (takes) che il chitarrista richiedeva durante le sessioni.

Fu per questo che nel Giugno 1969 Jimi Hendrix contattò il bassista Billy Cox, sperando che il suo vecchio amico potesse essergli di aiuto in questo periodo difficile della sua carriera.

Nello stesso perido Hendrix continuava a perseguire una serie di intriganti alleanze creative, sperimentando con gli ottoni, sitar elettrico, tastiere e percussioni.

Le prime sessioni di Jimi con Cox e Mitch Mitchell furono armoniose e produttive, una benvenuta trasformazione dalla tensione che aveva pervaso il lavoro in studio del gruppo nell’anno precedente.

Tracklist (ogni brano richiama il relativo video su youtube con la traccia musicale)

 1. Stone Free
 2. Valleys Of Neptune
 3. Bleeding Heart
 4. Hear My Train A Comin’
 5. Mr. Bad Luck
 6. Sunshine Of Your Love
 7. Lover Man
 8. Ships Passing Through The Night
 9. Fire
10. Red House
11. Lullaby For The Summer
12. Crying Blue Rain

Una curiosità. Il video e anche il progetto grafico dell’album prendono spunto da un acquerello originale di Jimi Hendrix ancora adolescente.