Conosco e ascolto la musica di Jan Garbarek, straordinario sassofonista norvegese, dal 1986. Ne possiedo la discografia completa.
L’ho visto tre volte in concerto. L’ultima volta è stata all’interno del Duomo di Monza, il 17 giugno 2005: un’emozionante performance dal vivo dell’album di musica sacra medievale e rinascimentale Officium, eseguita con l’Hilliard Ensemble, un quartetto vocale di voci maschili inglese specializzato nell’esecuzione di musica antica.
Una delle poche volte in cui mi è sembrato di esperire il senso del sacro e del divino, per quanto questi termini possano avere senso per uno agnostico come me, complice forse anche la particolare situazione personale ed emotiva in cui mi trovavo, assieme alla mia compagna. Un’esperienza che porto ben viva dentro di me come fosse ancora oggi.
Jan Garbarek decise di suonare il sax a 12 anni, dopo aver ascoltato alla radio il brano Countdown di John Coltrane, che lo sconvolse letteralmente. Ha iniziato suonando con i musicisti scandinavi di free jazz per poi esplorare tutte le tradizioni musicali del globo, acquistando uno stile personalissimo. Ha suonato con musicisti scandinavi, americani, europei, pakistani, africani, arabi, indiani… non c’è un’area geografica di cui non abbia esplorato la cultura musicale. Da ultimo anche la tradizione europea medievale e rinascimentale di musica sacra.
Ma quello che mi affascina, mi stordisce letteralmente è il suono del suo sax, il suo particolarissimo timbro musicale: Jan Garbarek è probabilmente il sassofonista che ha maggiormente lavorato sulla respirazione, le variazioni timbriche, la modulazione del suono, quel particolarissimo impasto di voce e fiato che dà vita al suono del sassofono.
Il brano che potete ascoltare nel video è tratto dall’album Ragas and Sagas del 1992 realizzato assieme a musicisti e cantanti pakistani. Un’album, se possiamo definirlo così, di musica sacra sulle tradizioni musicali di quella particolarissima area a cavallo fra India, Pakistan, Afghanistan e Tibet.
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