Archivio di giugno 2010

Buena Vista Social Club – Chan Chan (1997)

lunedì, 28 giugno 2010

«Cuando Juanica y Chan Chan
En el mar cernían arena,
Como sacudia el ‘jibe’
A Chan Chan le daba pena.»

Per uno di quei percorsi strani del pensiero che mi sono familiari, fatti di assonanze, libere associazioni, analogie, derive, immagini dal profondo, suoni ed emozioni che si sedimentano e ne richiamano altre, sono arrivato a riprendere in mano e ascoltare nuovamente il cd Buena Vista Social Club, passando attraverso Roberto Murolo, le tradizioni della musica popolare antica napoletana, la musica popolare siciliana, Rosa Balistreri, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Ultimo Tango a Parigi…

Un bel viaggio, non c’è che dire.

Ricordo che comprai quello straordinario disco che è Buena Vista Social Club nel 1999, poco dopo la sua uscita e la visione del film documentario di Wim Wenders, ammaliato dalla bellezza struggente di quella musica e dai suoi protagonisti cubani: Compay Segundo, Eliades Ochoa, Ibrahim Ferrer, Rubén González.

Mi colpì sopra tutte la canzone Chan Chan che racconta della storia di Chan Chan e Juanica, due personaggi immaginari della tradizione popolare cubana, due innamorati che in questa canzone sono presi come modello di una giovane coppia che si ama e bisticcia.

Chan Chan e Juanica vanno in spiaggia per prendere la sabbia necessaria a costruire la loro povera casa. Il modo sensuale in cui Juanica ancheggia e muove il sedere (“jibe“) durante il percorso infastidisce e ingelosisce il povero Chan Chan.

Compay Segundo dice testualmente: “Io non ho composto Chan Chan. L’ho sognata. Io sogno la musica. A volte mi sveglio con una melodia in testa, sento gli strumenti in modo molto chiaro. Allora guardo fuori dal balcone e non vedo nessuno, ma sento la musica come se fosse suonata in strada. Non so cosa fosse. Un giorno mi sono svegliato sentendo quelle quattro note, quei quattro accordi, allora ho messo giù un testo ispirato alla mia infanzia.

Una musica ipnotica e sensuale, basata su quattro accordi, un testo poetico e bellissimo che mi ha nuovamente rapito, e che mi ha fatto prendere in mano la chitarra…

Chan Chan (Lyrics)
 
De Alto Cedro voy para Marcané
Luego a Cuerto voy para Mayarí

El cariño que te tengo
Yo no lo puedo negar
Se me sale la babita
Yo no lo puedo evitar

Cuando Juanica y Chan Chan
En el mar cernían arena
Como sacudia el ‘jibe’
A Chan Chan le daba pena.

Limpia el camino de paja
Que yo me quiero sentar
En aquel tronco que veo
Y así no puedo llegar.

De Alto Cedro voy para Marcané
Luego a Cuerto voy para Mayarí

Chan Chan (Trad)

Sto andando da Alto Cedro a Marcané
E passando per Cuerto arriverò a Mayarí

Il mio amore per te
Non lo posso negare
Se mi viene l’acquolina
Non lo posso evitare

Quando Juanica e Chan Chan
Sulla riva del mare setacciavano la sabbia
Lei come muoveva il sedere
E come questo dava fastidio a Chan Chan

Pulisci il sentiero dalle foglie di canna
In modo che possa andare a sedermi
Su quel tronco che vedo
E che così non riesco a raggiungere.

Sto andando da Alto Cedro a Marcané
E passando per Cuerto arriverò a Mayarí

Patti Smith – Smells Like Teen Spirit (2007)

lunedì, 14 giugno 2010

Non so se vi è mai capitato di venire folgorati all’improvviso e in modo del tutto inaspettato dalla bellezza di un brano musicale e di non potervene più liberare per giorni e giorni, come in preda ad una vera e propria malìa incantatrice.

Quella musica occupa la vostra mente, la vostra anima, ogni fibra del vostro corpo, non vi dà tregua. Andate a letto e mentre scivolate nel dormiveglia la sua melodia riecheggia dentro di voi. Vi svegliate e la prima cosa che pensate è di mettervi le cuffie e andare subito ad ascoltarla.

Una vera e propria passione amorosa, con tutti i sintomi classici dell’innamoramento. Se poi strimpellate uno strumento musicale, come capita a me con la chitarra, e vi mettete in testa di cercare di suonarla per possederla ancora più intimamente e farla ancora più vostra il quadro diventa più serio.

Se poi il brano in questione è una strepitosa cover di Patti Smith della celebre Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, beh, allora siete proprio persi, senza via di scampo. Vi conviene arrendervi, come me, e lasciarvi invadere dalla passione. Sono tre giorni ormai che ho ceduto le armi e lasciato via libera alla musica.

Questa versione di Smells Like Teen Spirit  è contenuta nell’album Twelve di Patti Smith, del 2007, che raccoglie per l’appunto dodici cover di brani a cui la cantante americana è particolarmente legata.

Manco a dirlo che sabato mattina la prima cosa che ho fatto è stata quella di catapultarmi subito in un negozio di dischi a comprare l’album, con il timore di non trovarlo. C’era l’ultima copia :-)

La cosa strana è che avevo distrattamente sentito questa versione di Smells Like Teen Spirit di Patti Smith poco dopo la sua uscita, nella seconda metà del 2007, ma complice forse la mia situazione particolare di quel periodo, non ne ero rimasto particolarmente colpito, anzi a dire il vero l’avevo dimenticata, mentre ricordo tuttora molto bene l’appassionata e sensuale versione ad opera di Tori Amos.

L’ho riascoltata venerdi, e stavolta è stato un colpo di fulmine. Sono tre giorni che ascolto il brano e che ci suono sopra con la chitarra, tanto che le mie figlie ormai la cantano anche loro.

L’arrangiamento di Smells Like Teen Spirit nella versione di Patti Smith è interamente acustico, impreziosito da banjo, violini, fisarmoniche, contrabbasso, chitarra acustica,  trasportato su una tonalità più alta, mentre il ritmo è molto più lento, reso quasi danzante e ipnotico. E su tutto svetta la voce eccezionale e l’interpretazione appassionata di Patti Smith, che alla fine, in un crescendo dionisiaco da brividi recita anche dei versi di una una sua poesia.

Nelle note di copertina Patti Smith scrive che originariamente voleva registrare Heart Shaped Box dei Nirvana (che tra l’altro ha per me il più bel video in assoluto della storia musicale recente), ma che poi una sera, mentre stava andando a teatro a Los Angeles a vedere una rappresentazione del Parsifal, rimasta imbottigliata nel traffico fra Malibu e Beverly Hills, improvvisamente alla radio passarono Smells Like Teen Spirit, e fu un’illuminazione.

Nella performance live che ho inserito all’inizio del video non ci sono i banjo, ma comunque il livello è strepitoso ugualmente. Per chi vuole fare un raffronto questa è la versione originale contenuta nell’album.

Patti Smith a sessant’anni sa ancora sedurre come poche, con una presenza scenica magnetica e un modo di muoversi che ipnotizza, una sciamana che celebra i suoi riti sul palcoscenico. La sacerdotessa “maudit” del rock graffia ancora. “È capace di generare più intensità con un solo movimento della mano di quella che la maggior parte degli artisti rock saprebbero produrre nel corso di un intero concerto“, scrisse Charles Shaar Murray su “New Musical Express”.

L’album intero è di livello molto alto.  I brani che mi sono piaciuti di più, oltre a Smells Like Teen Spirit, sono Gimme Shelter (Rolling Stones), White Rabbit (Jefferson Airplane) e Soul Kitchen  (The Doors), di cui allego i video.

L’arrangiamento della versione di White Rabbit riesce a ricreare molto bene, seppure in modo diverso, il carattere ipnotico e lisergico della bellissima versione originale dei Jefferson Airplane in cui era protagonista la grande voce di Grace Slick. A suo tempo ho dedicato un post nel mio blog proprio a White Rabbit, canzone che adoro da sempre.

Patti Smith – Twelve (2007)

1. Are You Experienced – 4:46 – (Jimi Hendrix)
2. Everybody Wants To Rule The World – 4:07 – (Tears for Fears)
3. Helpless – 4:02 – (Neil Young)
4. Gimme Shelter – 5:01 – (Rolling Stones)
5. Within You Without You – 4:51 – (The Beatles)
6. White Rabbit – 3:54 – (Jefferson Airplane)
7. Changing Of The Guards – 5:48 – (Bob Dylan)
8. The Boy In The Bubble – 4:30 – (Paul Simon)
9. Soul Kitchen – 3:45 – (The Doors)
10. Smells Like Teen Spirit – 6:31 – (Nirvana)
11. Midnight Rider – 4:02 – (The Allman Brothers Band)
12. Pastime Paradise – 5:26 – (Stevie Wonder)

È tempo di tornare a scrivere

lunedì, 7 giugno 2010

valle-ippari

«L’umanità, bella parola piena di vento,
la divido in cinque categorie: gli uomini,
i mezz’uomini, gli ominicchi,
i pigliainculo e i quaquaraquà
»
(Leonardo Sciascia – Il giorno della civetta) 

È tempo di tornare a scrivere.

Scrivere per fare chiarezza. Scrivere per analizzare, sintetizzare, cogliere l’essenziale, fissare quello che sfugge, fermare quello che fugge.

Scrivere per scrutare dentro me stesso senza ipocrisie ed eliminare quello che di superfluo si è andato stratificando nel corso del tempo, mirare all’essenziale con cristallina lucidità e ritrovare il senso che era andato smarrito. 

Scrivere per vivere. Vivere da uomo e da padre.

Scrivere per delineare una mia personale tavola dei valori, ritrovare i punti cardinali necessari ad orientarmi e trasmettere alle mie figlie la forza, la tenacia, l’umiltà e il coraggio necessari ad affrontare la vita con dignità.

Giacchè, come diceva Nietzsche: «Il mondo è divenuto ancora una volta per noi “infinito”: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite». (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882).

Scrivere, infine, per reagire alla barbarie, al vuoto totale di valori e al degrado morale, sociale, politico e culturale che ci sommerge in tutti i settori, dal lavoro alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni.

Scrivere come atto individuale e solitario di ribellione, se vogliamo come atto politico, nei confronti di una società che celebra l’ignoranza, l’egoismo sfrenato, l’arroganza e la sopraffazione come valori supremi. Una società in cui, per usare le parole di Sciascia, ”gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà” dominano incontrastati.

Sono rimasto per mesi ammutolito, nauseato dall’inverecondo e grottesco teatro di una scena politica italiana dominata da un guitto di teatro malamente imbellettato, un vecchio satiro di scarso intelletto e grande capacità delinquenziale che ha ammaliato e soggiogato quel che rimane delle menti di gran parte degli italiani.

Preoccupato dalla gravità della crisi economica internazionale e delle sue pesantissime ripercussioni a livello sociale soprattutto sui giovani, turbato e amareggiato dalle ferite gravissime inferte all’ambiente causate dalla sfrenata ricerca del profitto a tutti i costi, sono rimasto a lungo incapace di commentare qualunque fatto politico o di attualità senza evitare di usare il turpiloquio più greve e volgare, e per questo rinunciandoci a priori.

Adesso, ho deciso reagire, di ripartire da me. L’occasione della svolta, troppo a lungo nell’aria e rimandata, mi è stata offerta ancora una volta da un breve ma intenso periodo di  malessere fisico, da un corto circuito fisico e psichico, un blackout che costringe a recidere tutti i legami col mondo esterno, lavoro, famiglia, doveri. E rimani solo, a fare i conti con te stesso, in modo duro e spietato.

Due giorni di febbre a 40 passati nel letto, in quasi totale solitudine, senza mangiare, in una sorta di stato alterato della coscienza, un dormiveglia continuo inframmezzato da sogni, immagini ipnagogiche, deliri febbrili, ragionamenti lucidi e visioni psichedeliche.

Sono sempre stato convinto del grande valore terapeutico e riequilibratore che la malattia ha sulla nostra psiche. Non è infatti un caso che questa società psicotica tenda proprio a rimuovere la malattia e ridurre i tempi di convalescenza. Per evitare che uno si fermi a pensare e riflettere sulla vita che fa.

La malattia ha in sè qualcosa di profondamente rivoluzionario e destabilizzante per la società, un po’ come l’amore. Manda in frantumi tutto. E ben lo sanno i malati di malattie gravi, come i tumori. Paradossalmente la malattia può anche curare, ti aiuta a vivere in modo più genuino e autentico.

Durante quei due giorni di febbre alta, la seconda notte mi sono svegliato col cuore in gola perché avevo una sorta di allucinazione psichedelica talmente forte che credevo di essere preda di qualche effetto collaterale di interazione tra farmaci (antibiotici, antistaminici per l’allergia e paracetamolo): un puzzle caleidoscopico dai colori vivissimi e lucenti, continuamente trascoloranti che si aggrovigliavano in un vortice inarrestabile davanti a  me che mi impediva di dormire, una roba che credo nemmeno Jimi Hendrix sotto gli effetti dell’LSD avrebbe dimenticato, una visione talmente forte che anche da sveglio mi faceva dubitare di esserlo.

Sono riuscito a riprendere sonno solo all’alba. All’indomani, provato dalla febbre e dalla notte insonne, ad un certo punto mi sono detto: “Ma unni minchia stai iennu, Turi? Ma chi minchia stai faciennu? Ma pirchì nun ti fiermi? Ma chi ti cridi di esseri? ‘Na machina? Ma u sai ca magari i miegghiu machini si rumpunu? Di buottu?”

Per fuggire al vuoto dell’esistenza  mi son rifugiato nel lavoro, nella musica, nello studio della chitarra, come altri si attaccano alla bottiglia. In tanti, in troppi lo fanno. Io mi sono stufato.

Sono nauseato dal chiacchiericcio petulante e inconcludente dei tanti che su Facebook cercano di esorcizzare il proprio vuoto esistenziale nascondendosi dietro frasi banali e stereotipate che girano come micidiali catene di Sant’Antonio, mi sono rotto i coglioni di una società la cui massima espressione di creatività ed espressione individuale è fare lo ”Share” o l’”I like” su Facebook di qualunque cazzata venga proposta dal primo imbecille, voci che urlano inascoltate nella tempesta. Mi sono fracassato i cabbasisi.

È tempo di tornare a riappropriarmi degli spazi della mia vita per troppo tempo oppressi e soffocati dai falsi doveri e obblighi sociali che ci costruiamo come un’ipocrita corazza protettiva per evitare di rispondere alle domande che emergono dal nostro profondo.

So quello che voglio fare e come farlo, ce l’ho chiaro da un bel po’ di tempo. Adesso si tratta di mettere in pratica i progetti a cui tengo veramente, approfittando del fatto che quest’estate avrò un po’ più di tempo libero, visto che le bambine saranno al mare dai miei in vacanza.

In fondo, visto che di lavoro faccio il Project Manager, mi viene anche fin troppo facile: ho un progetto, ho degli obiettivi ben determinati e specifici da raggiungere, mi faccio un piano e lo eseguo con tenacia e determinazione fino alla fine. Anche quello che si fa di lavoro può risultare utile nella vita…

Mi viene in mente un’espressione che usai più di tre anni fa, quando aprii questo blog, giocando sull’assonanza e contaminazione di senso fra Ermeneuta e Eternauta:

L’ermeneuta è “il vagabondo delle infinite e sempre possibili interpretazioni, il triste e solitario pellegrino delle descrizioni provvisorie, delle ipotesi temporanee“.

Da oggi riprendo il mio vagabondare per tornare ad essere uomo.

Concludo con le parole di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta (1961).

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»