Shining, Borges e il labirinto (2/2)

Tappeto labirinto - Shining

[Leggi la prima parte dell’analisi del film Shining di Kubrick]

Il labirinto è il luogo in cui la soluzione deve essere tentata ad ogni svolta, senza occhi e senza memoria: è il simbolo della ricerca istintiva, anteriore alla ragione e alla scienza.

La sua struttura complessa – frutto dell’elaborazione di una mente intelligente – è finalizzata a sconfiggere un’altra intelligenza, quella di chi si avventura dentro il labirinto.
Al suo interno la ragione non è più in grado di risolvere da sola il problema e la soluzione deve essere tentata istintivamente, ad ogni nuova svolta, affidandosi all’intuito e alla buona sorte, allo stratagemma e all’astuzia.

Il concetto di labirinto racchiude così in sé una duplice, se non addirittura contraddittoria, valenza simbolica.

Da un lato simboleggia il trionfo della ragione, la costruzione razionale perfetta costituita da un unico modulo compositivo elementare ripetuto potenzialmente all’infinito; dall’altro lato allude inevitabilmente alla sconfitta della ragione stessa e delle sue armi dialettiche che si rivelano inefficaci a districarsi in un contesto in cui la parzialità della visione, la completa ignoranza della propria posizione nello spazio e la conseguente incapacità di orientarsi impediscono l’elaborazione di una strategia razionale e vincente.

Il labirinto è quindi il luogo costruito dalla ragione per annientare e mettere in scacco se stessa; è lo spazio simbolico, l’arena in cui si consuma il dramma della ragione che per salvarsi è costretta a negare se stessa, a ridursi furbizia e puro istinto animale.

Nel centro del labirinto – che simbolicamente è anche il Centro del mondo, lo spazio sacro dove convergono tutte le serie infinite di piani spaziali e temporali – si confrontano i due volti della natura umana: quello solare, “umano”, razionale e creativo contro quello oscuro, bestiale, irrazionale e distruttivo.

Il labirinto, con la sua simbologia e la sua intricata struttura che ricorda le impenetrabili circonvoluzioni del cervello, rinvia così inevitabilmente ai grovigli della psiche, ai mostri inquietanti che si nascondono al suo interno, agli enigmi che celano verità terribili e spaventose.

In Shining Kubrick ha rappresentato l’energia distruttrice, il furore primigenio e l’istinto di morte che si annidano all’interno della cellula fondamentale della società, la famiglia. Ma l’enorme ricchezza e complessità del film non si riduce soltanto alla messa in scena didascalica di teorie psicoanalitiche e antichi miti.

Con Shining Kubrick  ha costruito un testo dalla superficie lucida, luccicante (come suggerisce il significato del titolo in inglese), apparentemente inattaccabile, impenetrabile.
Ha costruito il suo labirinto perfetto in cui facilmente ci si smarrisce, in cui il centro – ammesso che esista – e il senso del testo sembrano sfuggirci di continuo nell’inestricabile stratificazione di sensi, in un vertiginoso gioco di interpretazioni.

L’enigma, come in un altro famoso film, Quarto Potere (1941) di Orson Welles, rimane indecifrato, senza soluzione, e si finisce a vagare incessantemente da un capo all’altro del testo-labirinto alla ricerca di un significato e di una risposta soddisfacente che non arriva mai, per poi tornare al punto di partenza con un percorso perfettamente circolare, in un processo ermeneutico infinito.

La struttura e la forma di Shining hanno chiaramente molti aspetti in comune con Quarto Potere, a cominciare dall’epilogo, in cui – come scrive T. A. Nelson  – “memore del viaggio wellesiano nell’incendio di Xanadu e del significato di Rosebud, la macchina da presa di Kubrick riafferma la sua onniscienza e la sua libertà, la sua indipendenza muovendosi attraverso lo spazio con una sicurezza e una risolutezza prima intraviste nella sequenza dei titoli di testa”.

Tutte vere per questo le interpretazioni, come tutti veri i sensi dell’Overlook Hotel“, scrive Enrico Ghezzi a proposito dell’inesauribile ricchezza visiva e concettuale di questo film.

Il personaggio di Jack Torrance sarebbe così un vero e proprio doppio dell’autore Kubrick, un’immagine riflessa da uno specchio impietosamente deformante che mostra il modo in cui il regista vede e percepisce se stesso: un artista isolato e in crisi, ossessionato – come l’erudito governatore cinese giocatore di scacchi e costruttore di enigmatici testi-labirinto del racconto di Borges – dall’abissale problema del tempo, più a suo agio con i fantasmi della sua immaginazione che con gli esseri umani reali, incantato e attratto in modo inspiegabile dalla struttura del labirinto e dalla possibilità (o dall’illusione) di trovarne il Centro.

Shining oltre a tutti i vari sensi che la critica ha già messo in luce, sarebbe così una sorta di enorme e vertiginoso indovinello-labirinto sulla personalità e l’inconscio del suo autore, sui fantasmi della sua immaginazione e le sue ossessioni: un’originale ed inquietante riflessione sulla genesi e il significato dell’opera d’arte, sul rapporto tra l’artista e la sua creazione, tra l’uomo e il mondo.

Un’opera di straordinaria bellezza e di grande lucidità espressiva che, come in un labirintico gioco di specchi o in una infinita serie di scatole cinesi, racconta di un autore in crisi creativa e di un’opera che non riesce a venire alla luce.

Un indovinello-labirinto che sembra avvertirci ancora una volta che non c’è nessuna verità da cercare, nessun senso o soluzione da trovare, nessun simbolico centro da raggiungere.

Nel centro del labirinto c’è solo posto per la follia, il ghiaccio della morte, l’immobilità perfetta del non-essere.

E l’enigma rimane…

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

2 Comments

  • Reply March 10, 2011

    ermeneuta

    Ciao Carlo,
    scusami per non averti risposto prima.
    L’elemento soprannaturale dello shining del bambino (che nel romanzo è molto più evidente) si collega all’elemento soprannaturale di tutta la storia che è presente anche nel fim di Kubrick.
    Il film ha diversi livelli di lettura, che non si escludono l’un l’altro.
    Ad esempio c’è una sequenza molto bella e inquietante (quella di quando Jack osserva il modellino del labirinto – trovi la foto all’inizio del mio primo post – che si raccorda immediatamente dopo allo stesso labirinto osservato, salvo che poi una lenta zoomata ci fa vedere che si tratta del vero labirinto, con mamma e figlio che ci passeggiano dentro) che fa intravedere l’ipotesi che il protagonista Jack sia dotato di poteri paranormali.
    Oppure nelle sequenze finali, in cui ci sono tutte quelle strane apparizioni di personaggi, o la sequenza dell’incontro con la donna-strega nel bagno..
    Fantasmi veri o fantasmi dell’immaginazione del protagonista? Realtà o allucinazione?
    Il bello è che puoi vedere il film quante volte vuoi, ma alla fine non c’è un’interpretazione che riassume e comprende tutte le altre.
    Appunto interpretazioni che si intersecano e si congiungono…

  • Reply March 8, 2011

    Carlo

    Complimenti, trovo che tu abbia riletto il film da un’angolazione molto interessante.
    La tua suggestiva argomentazione in alcuni punti mi ha fatto pensare a un altro film labirintico, “L’anno scorso a Marienbad”, le cui circonvoluzioni a suo tempo avevo interpretato come una sorta di allegoria del cervello umano (non so se hai presente il film ma il tuo discorso sul paradosso ragione-irrazionale insita nel labirinto forse fornisce uno ulteriore spunto per interpretare lo “scacco della ragione” messo in scena nelle sequenze sul giochino dei fiammiferi).

    Vorrei condividere con te una perplessità che ho sempre avuto guardando Shining. Nel quadro che hai desfritto, come collochi l’elemento soprannaturale rappresentato appunto dallo “shining”, la capacità del bambino? Ovvio che lo spunto della storia resta di genere, il genere del romanzo da cui è tratta, ma la domanda è: tu ritieni che nella radicale ristrutturazione che ne dà kubrick, la sovrumana capacità del ragazzino sia del tutto risolta?

    Ciao.

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