Bombardamenti in Libia e ruolo dell’Italia nel Mediterraneo

Lybia-under-attack

Che credibilità può avere nello scenario internazionale una nazione come l’Italia, primo partner commerciale della Libia, quando il suo presidente del consiglio Berlusconi, dopo aver firmato il 30 agosto 2008 assieme a Gheddafi un trattato di Amicizia e Cooperazione fra i due paesi, aver tributato grandi onori al limite del ridicolo e del grottesco al leader libico Gheddafi durante le sue due visite a Roma (giugno 2009 e agosto 2010), quando scoppia la rivolta in Libia mantiene un imbarazzante silenzio, non condanna le stragi di civili (Berlusconi ha dichiarato di non voler “disturbare” Gheddafi), non interviene diplomaticamente facendo valere il suo peso, si mantiene distante, salvo poi effettuare un clamoroso voltafaccia una volta che Francia, Gran Bretagna e USA hanno deciso di attaccare, offrendo le sue basi militari, e addirittura i suoi aerei da combattimento?

Nessuna credibilità e affidabilità evidentemente. Adesso siamo impegnati in un’azione di guerra, checchè se ne voglia dire, a due passi dai nostri confini e di cui è difficile prevedere gli esiti.

Personalmente ero favorevole alla costituzione di una No-fly zone sui cieli della Libia per impedire agli aerei di Gheddafi di alzarsi in volo e colpire le città in rivolta e i civili. Ma per l’appunto una No-fly zone, cioé una zona di interdizione aerea, in attesa che la questione libica fosse decisa al loro interno, senza stragi di civili, fra fazioni opposte, con l’aiuto internazionale.

«A no-fly zone (or no-flight zone) is a territory over which aircraft are not permitted to fly. Such zones are usually set up in a military context, somewhat like a demilitarized zone in the sky, and usually prohibit military aircraft of a belligerent nation from operating in the region.» (Fonte: Wikipedia)

Invece qui stiamo attaccando e bombardando in modo massiccio e pericoloso, con aerei e missili lanciati dalle portaerei.

I nostri politici voltafaccia adesso sfoggiano ridicole pose muscolari, primo fra tutti il nostro spiritato Ministro della Difesa La Russa, eccitato all’inverosimile e al quale non pare vero di trovarsi in una simile situazione; invece l’elegante nulla chiamato Frattini si esibisce in dichiarazioni prive di senso, l’esatto contrario di quanto diceva meno di un mese fa.

Quello che mi preoccupa di questo conflitto non è tanto il fatto improbabile che i missili di Gheddafi possano arrivare in Italia, quanto che la situazione possa sfuggire di mano, e ci si impantani in una sorta di nuovo Iraq sotto casa con il paese libico dilaniato da una guerra civile e i paesi occidentali coinvolti.

Se Gheddafi non si arrende o sceglie l’esilio sarà difficile stanarlo. E Gheddafi è uno molto vendicativo e ha già dichiarato di considerare l’Italia un paese “traditore”. E dal suo punto di vista non ha tutti i torti, come abbiamo visto.

Ricordiamo che solo l 30 agosto 2008 Gheddafi e Berlusconi hanno firmato un trattato di Amicizia e Cooperazione, nella città di Bengasi, ratificato poi dall’Italia il 6 febbraio 2009 e dalla Libia il 2 marzo. Il trattato comportava notevoli oneri finanziari a carico dell’Italia, e offriva una cornice di partenariato tra i due paesi.

«In base al trattato di Bengasi, l’Italia pagherà 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione per l’occupazione militare. In cambio, la Libia prenderà misure per combattere l’immigrazione clandestina dalle sue coste, e favorirà gli investimenti nelle aziende italiane.» (Fonte: Wikipedia)

Il fatto che possa decidere di vendicarsi con atti terroristici a cui egli non è nuovo, vedi l’attentato di Lockerbie, è una eventualità che deve essere seriamente presa in considerazione. E sinceramente mi preoccupa molto.

E non dimentichiamo tutti gli interessi che l’Italia e la Libia hanno insieme. (Fonte: Wikipedia)

Il 16 ottobre 2007 l’ENI e la Lybian National Corporation hanno firmato un accordo che prolunga la presenza della società energetica italiana in Libia fino al 2042 e al 2047 rispettivamente per l’estrazione del petrolio e del gas.

Tra 2008 e 2010, quasi 40 miliardi di euro sono stati scambiati tra Italia e Libia:

  • la banca centrale libica e la Lybian Investment Authority (fondo sovrano) hanno investito 2,5 miliardi di euro per acquisire circa il 7% di Unicredit, divenendo il primo azionista del primo gruppo bancario italiano
  • il 7,5% detenuto da Lafico nel capitale azionario della Juventus ne fanno il quinto investitore per dimensioni sulla borsa di Milano
  • l’1% dell’ENI è stato acquisito dai libici, che hanno allungano di 25 anni le concessioni energetiche, in cambio di investimenti Eni per 28 miliardi
  • Lafitrade, insieme a Fininvest, controllano il 10% di Quinta Communications, società di Tarak Ben Ammar
  • Cesare Geronzi, patron di Generali, ha accolto anni fa la Libia nel patto di società di Banca di Roma (poi Capitalia), così come in banca Ubae
  • il 14,8% di Retelit, società di telecomunicazioni, è controllato dalle finanziarie libiche.

Il trattato di Bengasi del 2008 ha inoltre aperto le porte a commesse da distribuire tra gli investitori italiani:

  • 2,3 miliardi di euro per la costruzione dei 1.700 chilometri dell’autostrada costiera libica
  • costruzione di un centro congressi (Impregilo) e commesse di elicotteri (Finmeccanica) e segnalamento ferroviario (Ansaldo) sono stati affidati a ditte italiane.

Dal 2005 al 2009 l’Italia ha rilasciato licenze per l‘esportazione di armi verso la Libia per un valore di 276,7 milioni di euro in progressione crescente, di cui tre quarti del valore nel solo biennio 2008-2009. L’Italia è stata così il primo paese UE per esportazioni di armi verso la Libia, coprendo un terzo del totale nel quinquennio. Il valore delle esportazioni è coperto principalmente da aerei militari, ma comprende anche missili ed attrezzature elettroniche.

L’Italia avrebbe in questo scenario caotico e convulso la possibilità di svolgere un ruolo centrale nella diplomazia internazionale per guidare ad una soluzione pacifica della situazione, facendo valere il suo peso economico, la storia dei suoi rapporti con la Libia e, perché no, la sua amicizia col popolo libico.

Ma per fare questo servono politici di classe, uomini che abbiano una chiara visione strategica e pensino al futuro e al bene del proprio popolo. Noi abbiamo solo una classe politica di ridicoli buffoni e voltagabbana, forti con i deboli e zerbini con i potenti. Il mondo ci sta cambiando sotto la sedia e non ce ne stiamo accorgendo.

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

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