Stintino, Castelsardo e Alghero

Adesso che sono passati più di due mesi dalla fine delle mie vacanze in Sardegna, e i ricordi più immediati ed effimeri del viaggio sono volati via, evaporati come sogni che si dissolvono al mattino, posso accingermi con un certo distacco a descrivere i luoghi che più mi hanno colpito, rievocando le sensazioni e le immagini che si sono sedimentate nella mia memoria e che a distanza di tempo hanno assunto forme e toni diversi da quelli iniziali.

Con il passare degli anni ho maturato la convinzione della necessità di una rielaborazione lenta e meditata delle proprie esperienze e riflessioni, prima di condividerle in forma durevole per mezzo della scrittura o della fotografia. Sono tanti gli articoli del mio blog iniziati e poi abbandonati a metà, tante le fotografie non pubblicate, dimenticate e poi riscoperte a mesi o anni di distanza.  Scrivere mi impegna molto più di una volta, sia nella fase di scrittura, che è sempre travagliata, impulsiva e frenetica, sia nel controllo della forma e nella revisione del testo, che si è fatta severa, intransigente, a tratti anche spietata, mai indulgente o consolatoria, al punto che preferisco cancellare del tutto un articolo su cui ho lavorato anche dei giorni, se il risultato finale non mi soddisfa pienamente.

Credo però che ci siano altri fattori, oltre all’insoddisfazione e alla perenne ricerca di perfezione che mi assalgono quando mi accingo a scrivere, che contribuiscono ad accrescere questa forma di ritrosia che si manifesta principalmente con la netta diminuzione dei miei interventi sui social network e con la progressiva rarefazione della frequenza di aggiornamento del mio blog.

Un ruolo fondamentale è sicuramente giocato dalla mia crescente insofferenza verso i social network, nei quali, nel bene e nel male, mi trovo anch’io inevitabilmente coinvolto. Un coinvolgimento che mi crea un disagio sempre maggiore e che mi spinge a cercare di stare fuori, quanto più possibile, dalla caciara di questo rutilante circo equestre del narcisismo digitale, dalla tendenza generale sempre più dilagante per cui ogni abbozzo informe di riflessione, ogni aspetto della propria vita intima e privata, viene condiviso, ostentato e reso pubblico in tempo reale – senza alcun filtro, mediazione o rielaborazione – con una superficialità, un’incoscienza e una sottovalutazione delle implicazioni e delle conseguenze che mi lasciano basito. Questo presenzialismo invadente, rumoroso ed eccessivo mi ha portato a riconsiderare e apprezzare il valore del silenzio, a coltivare un ritrovato senso della sobrietà, della riservatezza, della lentezza e – non ultimo – anche del pudore.

Un secondo elemento, strettamente collegato al primo, che condiziona questa mia ricerca di sintesi e di essenzialità, è quello che, per usare una felice definizione coniata dal critico e storico dell’arte Gillo Dorfles, potremmo chiamare “horror pleni”: uno stato d’animo, un sentimento, una condizione che spinge ad aborrire il “troppo pieno”, la confusione, il rumore di fondo, il chiacchiericcio inutile, l’incontinenza comunicativa tipica di questi tempi e a privilegiare il vuoto, l’ordine, la pausa, l’assenza, il procedere per sottrazione anziché per accumulo.

Viviamo in una società in cui l’eccesso di informazione genera sempre più rumore e distrazione e si tende a privilegiare il contesto rispetto al testo. Siamo distratti da troppe informazioni non necessarie, assordati dal brusio di fondo che rende ogni cosa omogenea e interscambiabile, per cui sembra che tutte le opinioni si equivalgano. Di fonte a questo scenario che conduce alla perdita totale di significato e all’azzeramento del senso, avverto la necessità forte di tornare a discernere e selezionare, separare l’essenziale dal superfluo, rielaborare e raffinare le mie idee in relazione alla realtà. Anche perché – e qui veniamo al terzo elemento – l’interpretazione dei fatti e i nostri stessi ricordi mutano con il passare del tempo.

La rielaborazione e il racconto del viaggio, o della memoria

Ogni volta che ricordiamo un evento e lo richiamiamo alla memoria, modifichiamo il ricordo stesso, ne cambiamo impercettibilmente le caratteristiche, applichiamo correzioni e aggiustamenti, alteriamo il contesto e lo svolgersi degli eventi, rimoduliamo i fatti e le impressioni sulla base dello stato emotivo del momento. Aggiungiamo dettagli inediti e ne eliminiamo altri, creiamo concatenazioni logiche e associazioni emotive nuove, in quello che si configura a tutti gli effetti come un circolo creativo continuo. Così, la volta successiva richiameremo alla memoria un ricordo che è il ricordo modificato di un fatto, una ricostruzione narrativa in cui facciamo sempre più fatica a discernere quello che è accaduto da quello che abbiamo aggiunto successivamente, in modo più o meno conscio: una rielaborazione in gran parte fittizia che diventa sempre più distante dall’evento originario, fino a vivere quasi di vita propria. La memoria è un meccanismo dinamico di trasformazione dei contenuti che opera incessantemente. I fatti ricordati vengono riplasmati e reinterpretati ogni volta in modo diverso.

Quando, nella prima decade di agosto, sono tornato dal mio breve viaggio nel nord-ovest della Sardegna con ancora ben vivi dentro di me la luce e i colori del mare, i profumi e le sensazioni di quella bellissima terra, ero animato dall’intenzione di selezionare alcune fra le centinaia di fotografie che avevo scattato e scrivere per il mio blog il classico articolo estivo che parlasse di vacanze.

Ma, sia per mancanza di tempo, sia perché – come tutti – ero quotidianamente inondato da centinaia di foto di mare e vacanze pubblicate su Facebook, continuavo a rimandare la stesura dell’articolo e a chiedermi in cosa le mie fotografie e le mie riflessioni avrebbero dovuto differenziarsi per distinguersi dalle altre.

Mentre mi perdevo con indolenza in queste riflessioni e le settimane scorrevano, mi rendevo conto, non senza stupore, che il ricordo di quella che era stata una normale vacanza al mare era nel frattempo mutato. Nella mia memoria, i luoghi che avevo visitato avevano perso parte delle loro caratteristiche originarie, almeno per come le ricordavo prima: adesso mi sembrava tutto più sfumato, semplificato, privo di dettagli inutili e ridondanti. Nei miei ricordi anche la luce si era fatta meno dura e intensa: era diventata morbida e soffusa, aveva assunto le tonalità calde e dorate del sole di settembre. Il blu e il verde del mare avevano perso i toni accesi, puri e squillanti da cartolina caraibica, ed erano diventati meno saturi e brillanti; perfino le spiagge e i paesi mi sembravano ora molto meno affollati, come se si fossero lentamente svuotati con il finire dell’estate.

Alla fine, nella mia memoria, rimanevano dei luoghi archetipici e simbolici, delle sensazioni che non ero più certo di avere provato e vissuto nel modo in cui adesso riaffioravano e rivivevano lentamente dentro di me, mutevoli e cangianti, facendosi narrazione.

Ho dovuto affidarmi alle fotografie che avevo scattato, alla loro incontrovertibile oggettività ed evidenza, per ripristinare un equilibrio incerto tra la realtà e la memoria.

Quella che segue è quindi la rielaborazione tardiva di un viaggio, giocata sul filo del ricordo, dell’immaginazione e della suggestione narrativa innescata dalla riflessione sui meccanismi psicologici della memoria. O forse, è solo il sogno di un viaggio.

Stintino e la torre della Pelosa

Poco dopo l’arrivo in Sardegna, mentre procedevo con l’auto lungo la strada provinciale che dall’aeroporto di Alghero conduce a Stintino, e mi addentravo nella campagna arida e illuminata dalla calda luce del pomeriggio agostano, avvertivo un’insolita sensazione di déjà vu. Il paesaggio circostante, nonostante mi fosse nuovo e sconosciuto, suscitava in me una vaga sensazione di familiarità di cui non riuscivo a comprendere pienamente le ragioni. Ci dovevano essere evidentemente delle caratteristiche nell’ambiente, dei dettagli impercettibili che colpivano in modo subliminale la mia immaginazione e mi richiamavano alla memoria elementi noti e familiari.

Soltanto dopo una ventina di minuti di viaggio ho preso coscienza del fatto che il colore e la conformazione del terreno, il tipo di suolo che si intravedeva tra le stoppie riarse, le colline basse e quasi di prive di vegetazione, le solitarie case di campagna attorniate da sporadici alberi, l’inclinazione della luce solare e perfino l’orientamento delle ombre nel paesaggio, mi ricordavano i luoghi familiari della campagna siciliana tra le province di Ragusa e Catania.

Questa sensazione di straniamento, di disorientamento, di spaesamento al contrario – nel senso che un ambiente nuovo e sconosciuto mi provocava sensazioni di familiarità e di già visto – sarà un elemento ricorrente che mi accompagnerà durante tutto il periodo del mio soggiorno in Sardegna.

Prima di partire mi ero ovviamente documentato, tramite internet e riviste di viaggi, sulle principali attrazioni paesaggistiche della zona, creandomi una mappa mentale dei luoghi che avrei visitato e costruendomi una sorta di immaginario virtuale basato sulle foto che illustravano le bellezze di quell’angolo di Sardegna.

Ma quando mi sono trovato di persona nei luoghi che avevo visto in fotografia, ne ho ricevuto un’impressione ben diversa da quella su cui avevo fantasticato. C’era come una sorta di impercettibile dissonanza, un disallineamento impalpabile fatto di leggeri slittamenti fra la realtà immaginata sulla base delle foto e la realtà esperita di persona. Così è stato, in particolare, per la celebre torre della Pelosa, fotografatissima e onnipresente su qualunque guida turistica della Sardegna, al punto che il suo iconico profilo è diventato l’emblema stesso di Stintino e del suo paesaggio.

La torre della Pelosa, che prende il nome dalla spiaggia antistante, chiamata in origine “sa palosa” per la presenza di un particolare tipo di alga (paglia marina) che si deposita sulla riva, è situata sull’isolotto posto tra l’Isola Piana e il promontorio di capo Falcone, all’ingresso dello stretto dell’Asinara. Fu edificata nella seconda metà del Cinquecento a fini difensivi per l’avvistamento delle imbarcazioni provenienti da ovest che, dal cosiddetto “mare di fuori”, perennemente battuto dal forte vento di maestrale e caratterizzato da un cupo blu cobalto e da scogliere a strapiombo, cercavano di dirigersi a est verso le coste basse del “mare di dentro”, riparato dai venti e dalle acque limpide e chiare.

La prima volta che l’ho vista erano quasi le otto di sera ed eravamo da poco arrivati a Stintino: il cielo era velato da nuvole sfilacciate, il sole non era ancora tramontato ma era già calato dietro il promontorio roccioso di Capo Falcone, diffondendo nell’aria una strana luce lattiginosa e opalescente che si riverberava nell’ambiente circostante, generando un’atmosfera di sospensione e di attesa, come se da un momento all’altro una pioggia purificatrice avesse dovuto lavar via quella foschia, ripulendo l’aria dall’umidità e da quell’insolita tonalità alabastrina. Il mare, sebbene fosse calmo, era plumbeo, livido. Sulla spiaggia, poche persone, quasi indistinguibili, piccole macchie scure di colore, come figure astratte in un quadro di Turner.

Non c’era nulla in quel paesaggio che ricordasse la tipica estate mediterranea, i suoi colori caldi e accesi. Dopo una decina di minuti di spaesamento – e anche di delusione, lo ammetto – mi sono reso conto che avevo già visto una scena simile, avevo già vissuto un’esperienza del genere in un posto lontanissimo e molto diverso dalla Sardegna: in Scozia, nelle Highlands, quando mi ero fermato a contemplare la calma irreale di un loch solitario, attorniato da verdi e cupe colline, attardandomi a rimirare il fascino misterioso di una torre diroccata che, dalla cima rocciosa di un isolotto, si rifletteva sulle acque fredde e scure del lago.

Nei giorni successivi, nell’intensa luce del mezzogiorno, ho ritrovato più volte la torre della Pelosa solare e apollinea che avevo imparato a conoscere dalle foto dei siti di viaggi: quella che si staglia, altera e solitaria, dalla cima del suo isolotto, sullo sfondo dell’Isola Piana e del maestoso profilo dell’Asinara. Ho nuotato fra le acque limpide e cristalline del suo mare, raggiungendola più volte. Mi sono immerso nei suoi fondali ancora straordinariamente integri e brulicanti di vita, fra le secche che risalgono dal fondo e le praterie ondeggianti di posidonie. Ho osservato da vicino, a meno di tre metri di profondità, un magnifico esemplare di Pinna nobilis, il più grande bivalve presente nel Mar Mediterraneo – considerato in via di estinzione e specie protetta – dai cui filamenti, secreti dal mollusco per ancorarsi al suolo, si produceva anticamente il “bisso marino”, una sorta di seta naturale marina che veniva utilizzata per la tessitura di preziosi e costosissimi indumenti. Mi sono inebriato dei colori di un mare di bellezza ineguagliabile, che attraversa tutte le tonalità che vanno dal blu al verde, passando dal turchese chiaro al lapislazzuli più intenso.

Ma dentro di me rimarrà sempre forte e viva l’impressione fantasmatica di quel primo incontro, sotto un cielo cupo e un mare livido e scuro, che ha associato indelebilmente la Torre della Pelosa all’atmosfera gotica di un castello scozzese che sorge dalle fredde acque di un loch delle Highlands.

Castelsardo

Avevo sentito parlare più volte del fascino particolare del borgo medievale di Castelsardo, situata al centro del Golfo dell’Asinara, e così, una mattina, abbiamo deciso di andare a visitarla, allontanandoci per un giorno dalle spiagge affollate di Stintino.

Per arrivare al paese abbiamo percorso la strada costiera che da Porto Torres passa per Platamona, Marina di Sorso e Lu Bagnu, e che, approssimandosi a Castelsardo, si inerpica per le colline attraverso una serie di curve che offrono degli scorci con viste mozzafiato sulle scogliere e il mare.

Castelsardo ci è apparsa all’improvviso in tutta la sua incantevole maestosità, dopo l’ennesima curva, incastonata sul promontorio a picco sul mare, con le sue case variopinte adagiate lungo i fianchi della collina, e la rocca del Castello che si erge superba sulla cima di uno sperone roccioso, a dominare il mare.

Parcheggiata l’auto sul lungomare che confina con il porticciolo, nei pressi della minuscola spiaggia di Castelsardo, ci siamo avviati verso la parte più alta e antica del paese. Giunti ai piedi del basamento roccioso su cui sorge il Castello, abbiamo preso il sentiero che conduce alla sommità del promontorio. Dopo una breve ma erta salita, costeggiando l’imponente parete di roccia che si innalzava alla nostra destra e ammirando il magnifico panorama delle scogliere a picco sul mare che si dispiegava alla nostra sinistra, siamo arrivati alla Concattedrale di Sant’Antonio Abate, posta in posizione dominante su uno dei bastioni che cingono Castelsardo, a strapiombo sul mare.

La chiesa, a cui si arriva dopo aver percorso un’ultima serie di ripidi scalini, si è offerta a noi con un colpo d’occhio spettacolare e inaspettato. Fino ad allora, mentre ci stavamo avvicinando ad essa lungo il sentiero in salita, l’avevo vista costantemente dal basso verso l’alto, ammirandone il perfetto equilibrio armonico derivante dalla contrapposizione tra lo sviluppo orizzontale della facciata, semplice e lineare, che sembrava un tutt’uno con la parete di roccia, e il guizzo verticale del campanile, che si stagliava superbo contro l’azzurro del cielo. Poi, superata l’ultima rampa di scale che nell’ultimo tratto, con un effetto scenografico e teatrale, ne escludeva quasi interamente la vista, lo spettacolo è improvvisamente cambiato, i punti di vista si sono invertiti: eravamo noi, adesso, a trovarci in posizione sopraelevata e a dominare con lo sguardo la cattedrale che si protendeva verso il blu del mare.

Quando siamo scesi nella piazzetta antistante, piccola e incantevole, avevamo la sensazione di trovarci sulla prua di una nave, magicamente sospesi tra cielo e mare, respirando la fresca brezza del maestrale che scompigliava i capelli e inebriava lo spirito. La facciata esterna della chiesa, essenziale, scabra, nuda, realizzata con una particolare varietà di pietra locale di colore marrone dalle meravigliose tonalità calde e dorate che contrastano felicemente con il blu del mare, mi ha subito rapito con la sua preziosa semplicità.

La Cattedrale, che fonde elementi del gotico catalano e del classicismo rinascimentale, fu costruita sui resti di una preesistente chiesa romanica, e divenne poi sede dell’antica Diocesi di Ampurias nel 1503. La torre del campanile che svetta al suo fianco, costruita dalla famiglia genovese dei Doria e originariamente pensata con funzioni di torre e di faro, è coronata da una piccola cupola ricoperta di maioliche policrome seicentesche che ne ingentiliscono l’aspetto marinaresco e militare.

L’interno della chiesa, che è di origine gotica ma ha subito diversi rifacimenti nel corso dei secoli, mi ha colpito quasi esclusivamente per una peculiarità che mi lasciato senza respiro: dal buio del suo interno, rivolgendo le spalle all’abside e guardando in direzione del portale d’ingresso principale, si viene rapiti dalla visione inaspettata della luce intensa che penetra dalla porta spalancata, incorniciando scenograficamente uno spicchio di cielo azzurro e una porzione di mare blu che sembrano poggiare sulla pietra del muro esterno dei bastioni e sull’ocra del selciato. Ammaliato da tale spettacolo, come una falena dalla luce della lampada, ho scattato diverse fotografie in successione, sperando di catturare le sensazioni e l’atmosfera di incanto e di magia di quell’attimo eterno dalla bellezza immensa.

Una volta usciti dalla chiesa ci siamo poi incamminati per le strade strette e i vicoli del centro, la cui impronta urbana risente fortemente della dominazione genovese e aragonese. In alcuni punti sembrava di respirare l’atmosfera tipica dei carrugi di Genova. Salendo verso il Castello, siamo rimasti incantati dal fascino allegro e leggero delle case silenziose e colorate, dalla compostezza delle vecchie signore sedute dietro una finestra o davanti l’uscio di casa, intente a ricamare scialli e centrini, dall’intima tranquillità delle piazzette che si presentavano inaspettate dopo una ripida salita o una rampa di scale, dalla cura e dal decoro dei piccoli cortili, dal vezzo antico di ornare balconi, davanzali e l’ingresso delle abitazioni con una variegata moltitudine di piante grasse riposte in piccoli vasi e contenitori colorati, tutti di fogge e origini diverse, dalla sorpresa di imbattersi in panoramici scorci prospettici sul golfo dell’Asinara e inquadrature del mare racchiuse fra i vicoli e le case.

Dalla cima del Castello, che fu edificato dalla famiglia genovese dei Doria nel XII secolo e sorge sulla sommità del promontorio a dominare il golfo, si gode di una vista a trecentosessanta gradi sulla costa settentrionale della Sardegna e l’isola dell’Asinara che lascia davvero senza fiato. Per la particolare posizione del promontorio e la conformazione geografica dell’insenatura sembra di essere circondati dal mare da ogni direzione.

All’interno del Castello abbiamo visitato anche il bellissimo Museo dell’Intreccio Mediterraneo, dedicato all’antica tradizione sarda di utilizzare le piante e gli arbusti del territorio (come la palma nana, la rafia, il giunco e l’asfodelo) per realizzare oggetti di uso quotidiano secondo antiche tecniche di intreccio manuale: cestini, nasse da pesca, imbarcazioni lacustri, setacci e altri utensili per fare il pane. Quando ho visto da vicino la caratteristica barca su fassoni, tipica degli stagni oristanesi di Cabras, realizzata con fasci di fieno palustre, corde di giunco e chiodi di canne, così straordinariamente simile alle imbarcazioni usate dalle popolazioni del lago Titicaca in Perù e alle barche di papiro degli antichi, ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di unico, qualcosa di così arcaico e profondamente diverso per cultura, storia e tradizioni, che mi è sembrato di toccare con mano il carattere autoctono di popolo e l’alterità dei Sardi rispetto al resto d’Italia e d’Europa.

Baia delle Mimose

Lasciato il borgo di Castelsardo, nel primo pomeriggio, abbiamo deciso di procedere a est, in direzione della Gallura. Dopo una ventina di chilometri ci siamo diretti verso la spiaggia di Baia delle Mimose, in località Badesi, nei pressi del fiume Coghinas. Dopo essere usciti dalla strada statale ed esserci districati fra un dedalo di incroci e rotatorie, abbiamo imboccato una strada di campagna non asfaltata, al termine della quale siamo arrivati in uno spiazzo in prossimità del litorale, oltre il quale non era più possibile proseguire in auto. Ci siamo incamminati a piedi lungo i sentieri che si addentravano fra le dune di sabbia e il verde della macchia mediterranea. Dopo alcuni minuti di cammino, abbiamo iniziato prima a percepire, poi a sentire distintamente il rumore delle onde e, finalmente, a intravedere il mare, agitato dal forte vento di maestrale, che faceva capolino fra il giallo delle dune e il verde della vegetazione costiera.

La spiaggia, una distesa lunghissima di sabbia candida, si estendeva a perdita d’occhio: a ovest torreggiava inconfondibile la sagoma del promontorio di Castelsardo, a est si intravedeva in lontananza l’Isola Rossa.

Il vento di maestrale era molto forte, e gonfiava il mare che ribolliva di onde bianche e spumeggianti. Si capiva chiaramente che sarebbe stato molto pericoloso fare il bagno. C’era pochissima gente sulla spiaggia, quasi esclusivamente nel piccolo lido privato del residence alla nostra sinistra, mentre alla nostra destra, in direzione dell’Isola Rossa, non si intravedeva anima viva per una decina di chilometri.

Una volta poggiate le nostre cose in un angolo della spiaggia riparato dal vento, mi sono diretto verso la riva e, arrivato in prossimità del bagnasciuga, con i piedi ben piantati nella sabbia bagnata, mi sono messo a contemplare il mare di fronte a me, vasto e sconfinato, respirando a pieni polmoni il vento fresco e umido che soffiava dall’orizzonte. Inebriato dall’odore della salsedine, dalla vista di quel mare e dalla luce accecante del meriggio, ho iniziato lentamente a perdermi in fantasie marinaresche senza tempo, storie di antiche battaglie e assedi navali, incursioni saracene ed eroiche resistenze, storie di mercanti levantini senza scrupoli e traffici esotici con terre lontane. Dopo un po’ che ero immerso in questi sogni lucidi – avendo perso la cognizione del tempo non sarei in grado di quantificarne con esattezza la durata – ad un certo punto ho avuto la netta sensazione di trovarmi nella “mia spiaggia” di Randello, nell’estremo lembo sud-orientale della costa siciliana, tra Punta Braccetto e il promontorio dove sorgeva l’antica colonia greca di Kamarina, nei pressi di Scoglitti. Mi sembrava di sentire gli stessi odori, percepire la stessa luce. Poi, all’improvviso, le voci di alcuni bambini che giocavano a rincorrersi sulla spiaggia mi hanno svegliato da quella rêverie, e mi sono reso conto che di fronte a me, oltre l’orizzonte di quel mare che mi sembrava africano, non c’era l’Africa, ma Nizza e Marsiglia. Quel mare guardava a nord, non a sud: e fronteggiava la Francia.

Sono rimasto per alcuni minuti attonito, immerso in uno smarrimento che era prima di tutto interiore e fisico, legato al piacevole inganno giocato dai miei sensi e alla falsata percezione del mio essere, e poi secondariamente, anche spaziale e geografico. La presa di coscienza della realtà mi aveva svegliato dalle mie peregrinazioni immaginarie e fantastiche, e mi aveva riportato con i piedi per terra. Mentre mi assaliva un senso vago e indefinibile di nostalgia, venivo sommerso dai ricordi della mia terra e del mio mare, dalle impressioni, ancora ben vive in me, di una terra idealizzata e mitizzata, introiettata e rielaborata, nel corso dei tanti anni di lontananza da essa, sulla base delle mie letture e delle tante suggestioni letterarie, artistiche e cinematografiche, e infine ridotta all’essenziale, a quei pochi elementi fisici, paesaggistici e simbolici, che mi porto dentro, come bagaglio immaginifico del mio mondo interiore.

Una volta tornato in me sentivo che quell’incanto magico di comunione fra il mio io e la natura circostante si era incrinato. Adesso sapevo di trovarmi in Sardegna, sapevo che quello era il Mar Tirreno, che di fronte a me, in linea d’aria, c’erano la Corsica e più lontano ancora, la Francia. Sapevo che l’isola sulla quale poggiavo i piedi, affondandoli nella sabbia bagnata, era la Sardegna, e non la mia Sicilia.

Era ormai tempo di andare via, di riprendere la strada di ritorno verso Stintino. Mi rimaneva dentro l’emozione, che non dimenticherò mai, di quella forte esperienza di ebbrezza panica, di massima esaltazione dei sensi e della coscienza, seguita dallo smarrimento e dallo spaesamento del ritorno alla realtà. La nostalgia di quel momento mi accompagna ancora, e mi sovviene nei momenti di ripiegamento interiore e nei miei sogni.

Alghero

«Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo.»
(Claudio Magris, L’infinito viaggiare)

Mi è difficile, ancora adesso, trovare le parole adatte per descrivere le impressioni suscitate in me dalla visita ad Alghero. Me ne sono innamorato da subito, appena ho iniziato a percorrere in auto i viali alberati del lungomare che conducono al cuore della città vecchia. Ampio, luminoso, ornato da palme alte ed eleganti, il lungomare di Alghero è costeggiato da sontuose ville liberty costruite tra fine Ottocento e inizi del Novecento, alcune delle quali ospitarono spesso i regnanti di Casa Savoia.

Non saprei bene spiegare perché mentre attraversavo questo lungo viale, ammirando le palme alte che si slanciavano verso il cielo, gli alberghi e le ricche dimore sulla sinistra e il panorama del porto turistico sulla destra, mi è venuta in mente la celebre “promenade des Anglais” di Nizza, città che non ho mai visitato di persona ma che, per quegli strani giochi associativi della memoria e dell’immaginario, mi sembra di conoscere da sempre.

Quando siamo arrivati ad Alghero era ancora pomeriggio, non faceva eccessivamente caldo e l’aria era rinfrescata da una piacevole brezza marina. Il sole era ancora alto sull’orizzonte e la sua luce dorata illuminava le facciate dei palazzi del lungomare. Parcheggiata l’auto poco distante dal centro storico, ci siamo avviati a piedi in direzione della città vecchia, l’Alguer Vella, come ancora oggi viene chiamata in catalano dai suoi abitanti. Alghero, infatti, è conosciuta anche come Barceloneta, la piccola Barcellona, per aver conservato ben vivo l’uso del catalano, di cui è un’isola linguistica – di fatto, un’isola dentro un’altra isola – che nella variante algherese è parlato ancora da oltre un quinto dei suoi abitanti.

Di fronte a noi, il profilo della città vecchia si stagliava netto in controluce, disegnando nel cielo una linea complessa fatta di tetti, torri, campanili e mura secolari che per secoli hanno fatto da cerniera tra la terra e il mare. All’orizzonte, la sagoma scura e imponente del promontorio di Capo Caccia si allungava sulla rada del porto di Alghero, abbracciando gran parte dell’insenatura e vegliando sulla città come un benevolo animale preistorico, protettivo, placido e indolente.

Attraversate le massicce mura dal lato dell’antica dogana, siamo sbucati nella splendida Piazza Civica (Plaça Civica), uno dei salotti della città, sulla quale si affacciano i palazzi prestigiosi che un tempo furono le sedi istituzionali più rappresentative dell’Alghero catalana. Passeggiando tra i vicoli in acciottolato del centro storico di Alghero, ammirando le magnifiche facciate in pietra color miele degli edifici civili tardo-rinascimentali, osservando l’originale commistione di stili architettonici diversi – romanico, gotico-catalano e neoclassico – che caratterizza le sue chiese, si percepiva chiaramente la sua peculiare natura di città eclettica che ha saputo integrare, elaborare e metabolizzare, nel corso dei secoli e delle sue diverse fasi storiche, lingue e culture diverse: sarda, genovese, catalana e sabauda.

Negli angoli delle strade del centro storico, tra le botteghe che esponevano preziose collane e monili di rosso corallo e i tanti ristoranti e caffè che animavano le vie, il mio sguardo è stato più volte attratto dalle targhe toponomastiche recanti i nomi delle vie e delle piazze con la doppia dicitura, in italiano e in catalano, ad attestare l’identità bilingue, ancora ben viva.

Ogni angolo della città ha riservato sorprese. Quando ho sollevato lo sguardo verso l’alto, mi si è rivelata una dimensione nascosta e inedita della città, borghese e popolare al tempo stesso: ho intravisto facciate di palazzi dalle linee indecifrabili – ora arabeggianti, ora spagnole, ora lussuose ora decadenti – che racchiudevano storie personali e familiari a me ignote sulle quali ho fantasticato a lungo, indugiandovi; ho scorto persiane di legno dipinte di verde smeraldo, con le ante aperte sui vicoli sottostanti che brulicavano di passanti, lasciando trapelare l’eco di voci e suoni smorzati dall’interno delle abitazioni; ho ammirato balconi e davanzali ornati di gerani coloratissimi che si offrivano generosi allo sguardo; ho fotografato terrazze bellissime, impreziosite da pergolati di ferro battuto in stile liberty, sulle quali si arrampicavano bouganville e roseti; sono rimasto incantato da scorci prospettici inaspettati che si aprivano su archi, bifore e cupole, in una trama complessa di cui era arduo distinguere i singoli elementi; ho osservato lampioni dalle linee eleganti e balconi preziosamente decorati; sono rimasto incantato ad osservare i panni stesi ad asciugare da un balcone all’altro che attraversavano le strade strette della città vecchia, quasi a testimoniare la vitalità e la resistenza della sua anima più popolare.

Sospesa tra le mura e il mare, fra la sua identità sarda e quella catalana, Alghero è sicuramente una delle città più belle, vivaci e affascinanti del Mediterraneo. Passeggiare nell’ora del tramonto sui bastioni spagnoli cinquecenteschi che la cingono dal mare, è un’esperienza dal fascino unico che regala emozioni indimenticabili. La via, animata da caffè e ristoranti tipici, è uno dei luoghi preferiti da algheresi e turisti e non si può non rimanere incantati dal colpo d’occhio prospettico offerto dagli antichi camminamenti sulle mura e dalle numerose torri che facevano di Alghero una fortezza imprendibile.

Ed è stato in questo posto di indicibile e antica bellezza, ammirando il sole che tramontava dietro il promontorio di Capo Caccia, mentre il cielo si accendeva di rosso e il mare trascolorava in una tonalità indefinibile, morbida e vellutata, e dal profondo della mia memoria riaffiorava, nitido e potente, il verso di Omero “navigando sul mare color del vino, verso genti straniere”, che ho avvertito netta la sensazione di essere già stato infinite volte in quel luogo, in epoche e tempi diversi: tutte le volte che, specchiandomi nel mare, mi è sembrato che le cose rivelassero il loro segreto e ho percepito lo stupore primigenio dell’uomo di fronte al mondo, avvertendo forte il richiamo irresistibile del viaggio verso l’ignoto.

«[…] Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore
(Ulisse, Umberto Saba)

E mentre le prime luci si accendevano sulla sommità di Capo Caccia, ho promesso a me stesso che sarei ritornato ad Alghero. Per rivederla e riconoscerla. Non d’estate, quando i turisti l’affollano, snaturandone l’identità, ma nella placida quiete dell’autunno, o nel solitario ripiegamento dell’inverno, quando la furia del maestrale gonfia il mare e spazza le strade, ed è bello rifugiarsi al caldo tra quattro mura ospitali, trovando ristoro in un bicchiere di buon vino, ascoltando storie antiche di marinai. Antiche come il mondo.

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

2 Comments

  • Reply October 27, 2016

    siu

    Che grande regalo.
    E non saprei dire se ti sono più grata per la sacrosanta e fondamentale premessa di cui condivido, profondamente, ogni riga e fino all’ultima virgola, o per il reportage davvero notevole e godibilissimo del tuo viaggio sardo.
    Sento comunque il bisogno di rileggere ancora, con calma, tutto quanto… di continuare a deliziarmi gli occhi e lo spirito perdendomi ancora nelle tue -come sempre- bellissime foto.
    Ma intanto ti dico quanto piacevole sia stata la sorpresa di scoprire che citi, uno dopo l’altro, tre (da me molto amati) miei concittadini: Dorfles, Magris e Saba. Singolare e bel triangolo, Sardegna-Sicilia-Trieste; quadrato, se ci aggiungiamo la Francia, di cui anche riesci a far percepire la presenza. Per tutto: grazie!

    • Reply October 27, 2016

      ermeneuta

      Grazie a te per il tuo bel commento! Non ho mai visitato Trieste, ed è una di quelle (tante) città che ho visto solo in fotografia e di cui ho letto o sentito parlare sempre come un luogo incantevole. Prima o poi la visiterò. Sinceramente, pur conoscendo bene sia Magris, che Dorfles e Saba, e sapendo che sono triestini, non avevo fatto caso alla singolare coincidenza di averli citati tutti e tre all’interno di un singolo articolo. Che poi, a parte Omero, sono gli unici tre autori che ho citato. 🙂

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