Bosch – Il giardino dei sogni

Ci sono opere d’arte che per motivi inspiegabili e insondabili esercitano su di noi un fascino e un’attrazione irresistibile che in alcuni casi può arrivare ad assumere la misteriosa forza di un potente incantesimo, una malìa seducente alla quale non ci si può sottrarre, una magnifica ossessione che ci possiede, si impadronisce di noi e ci pervade totalmente, come una grande passione amorosa.

Così è stato per me, sin da quando ero piccolo, con Il Giardino delle delizie, l’opera più celebre del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, uno degli artisti più enigmatici e visionari della tradizione occidentale. Si tratta di un trittico a olio su tavola (220×389 cm), databile 1480-1490 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid.

Mio padre, ormai da anni in pensione, insegnava Disegno e Storia dell’Arte e così da piccolo sono cresciuto passando il tempo a sfogliare  e a curiosare su centinaia di libri d’arte, affascinato soprattutto dalle riproduzioni delle opere d’arte medievali e rinascimentali, che per la naturale curiosità e fantasia di un bambino costituivano una sorgente inesauribile di spunti fantastici sulle quali si è plasmato il mio immaginario.

La mia memoria visiva, il mio immaginario, la mia personale costellazione di riferimenti artistici si sono formati sulle opere di Jan van Eyck, Albrecht Dürer, Pieter Bruegel, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Antonello da Messina, Giorgione, Tiziano; e più tardi Caravaggio, Goya, i pittori romantici, Friedrich, Füssli, Turner, i pittori surrealisti

Ma un autore in particolare si impose da subito su tutti per potenza evocativa, fascino visivo, ricchezza e complessità simbolica: Hieronymus Bosch, per l’appunto.

Ricordo i tanti pomeriggi trascorsi a osservare e analizzare, incantato e completamente immerso in quel mondo fantastico e misterioso, con la concentrazione e l’attenzione totale che solo un bambino è capace di riservare agli oggetti che suscitano la sua attenzione, i minimi e i più incredibili dettagli delle sue opere visionarie. Mi perdevo in quelle figure antropomorfe, in quelle singolari creature fantastiche, chimere metà umane e metà animali, in quei paesaggi surreali con una flora e una vegetazione mai vista, eguagliata forse solo da quella illustrata nell’enigmatico manoscritto Voynich, un misterioso codice illustrato risalente al XV secolo. Trascorrevo ore a fantasticare su quelle innumerevoli «cose viventi simili a celenteranti, a ostriche, a ranocchie, a pesci ansiosi, a gechi iracondi» che brulicavano e popolavano i dipinti di Bosch. Mi affascinavano gli scorci tenebrosi e apocalittici dei suoi paesaggi infernali, gli unici forse capaci di competere, per potenza e capacità visionaria, con quelli evocati in poesia da Dante Alighieri; i suoi paesaggi paradisiaci e quasi alieni; la fantasia inarrivabile e la complessità simbolica di tutte quelle allegorie di cui oggi stentiamo a comprendere il senso.

E ricordo perfettamente il mio incontro, al quale seguirono tante riletture, con un libro in particolare: L’opera completa di Bosch della Rizzoli Editore, con la presentazione di Dino Buzzati. Fu quello anche il mio primo incontro ravvicinato con l’opera letteraria del grande scrittore di origine bellunese.

Ero ancora poco più che ragazzo, affascinato e sedotto dall’opera di Bosch, e cercavo di penetrare nei misteri della sua arte inquieta e conturbante leggendo i saggi e le note critiche di corredo ai libri. E così mi imbattei nello straordinario scritto di Buzzati, che in realtà non era un saggio critico ma un racconto fantastico di una potenza evocativa unica: inquietante, onirico, allucinatorio come solo i migliori racconti di Poe e Lovecraft sanno essere. Quel racconto, che io credevo un saggio critico, mi turbò per anni. Credevo fosse il resoconto di fatti reali. Ed effettivamente la maestria di Buzzati nel passare dall’iniziale registro realistico a quello fantastico e terrificante, attraverso impercettibili slittamenti, piccoli dettagli stranianti, salti temporali e visioni oniriche è davvero insuperabile.

Per me, da allora Bosch e Buzzati si sono fusi per sempre in un connubio fantastico e irripetibile.

Bosch ha continuato a essere un punto di riferimento essenziale per me. In seguito ho comprato parecchi libri su di lui, compreso un monumentale volume in grande formato in inglese, edito dalla Taschen, ricco di straordinarie fotografie.

E oggi scopro che arriva nelle sale italiane – solo il 7 e 8 novembre, nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema – il film evento Bosch – Il giardino dei sogni (El Bosco. El jardín de los sueños) diretto da José Luís López Linares. Bosch è l’artista che più di ogni altro seppe fondere mostruoso e macabro, fantastico e demoniaco, coniugando la cultura figurativa fantastica ed esotica del Medioevo con le nuove istanze del rinascimento fiammingo.

Ho visto il trailer e mi ha davvero profondamente colpito, emozionato. Mi ha riportato indietro negli anni, alla mia infanzia. Andrò a vedere il film e mi abbandonerò al fascino e alla potenza delle immagini, lascerò che le immagini e i ricordi lontani riaffiorino dai meandri più nascosti della mia memoria e mi avvolgano, che le emozioni mi invadano lentamente e prendano il sopravvento sulla parte cosciente.

Quando lo stato di controllo della veglia si allenta e cede il passo al ribollire tumultuoso delle immagini che si agitano nel nostro inconscio, ci predisponiamo a una modalità di ascolto profondo, recuperando quella capacità atavica e primordiale di intuire e conoscere la realtà e noi stessi in modo più profondo e completo.

L’inconscio si esprime per immagini – sosteneva Jung – e bisogna saperlo ascoltare.

Tanto si è scritto su Bosch e sul tema degli straordinari parallelismi con la pittura novecentesca (il surrealismo, in particolare) e le scoperte della psicoanalisi sull’inconscio, i simboli, le immagini archetipiche.

Negli ultimi cinquant’anni sono state date molteplici interpretazioni relative ai quadri del pittore, che è stato presentato alternativamente come membro di una setta esoterica, come alchimista oppure come artista così raffinato da includere nelle sue opere messaggi complessi e giochi di parole visivi basati sui testi biblici e della tradizione.

Il documentario è arricchito dagli interventi di artisti, scrittori, filosofi, musicisti e scienziati sui significati personali, storici e artistici dell’opera. Nel corso del film lasciano la loro testimonianza su “Il Giardino delle Delizie Terrene” scrittori come Salman Rushdie, Orhan Pamuk, Cees Nooteboom; artisti come Miquel Barceló; musicisti come Ludovico Einaudi, storici dell’arte come Pilar Silva (curatore della mostra “Bosch, l’esposizione cinquecentenaria” al Museo Nazionale del Prado) e Xavier Salomon.

Colgo l’occasione per segnalare questo straordinario sito web olandese (ma c’è anche la versione in lingua inglese) interamente dedicato al trittico ‘Il Giardino delle delizie’ di Bosch, che permette di vivere un’esperienza multisensoriale veramente unica dando la possibilità, grazie all’altissima risoluzione e alla possibilità di zoomare praticamente fino ad osservare da vicino le screpolature del legno, di immergersi all’interno del dipinto e quasi di penetrare all’interno di esso.

Il sito è: Jheronimus Bosch – the Garden of Earthly Delights – NTR

Pubblico qui di seguito ampi stralci del racconto di Dino Buzzati:

IL MAESTRO DEL GIUDIZIO UNIVERSALE

di Dino Buzzati

Poiché mi ero sempre molto interessato del pittore Hieronymus Bosch, durante un viaggio in Olanda andai a visitare la sua città, cioè ‘s-Hertogenbosch, detta anche Bois-le-Duc, che noi chiamiamo Boscoducale. E qui l’albergatore, persona abbastanza colta, mi disse: “Se non altro per curiosità, signore, perché non va a trovare il vecchio Peter van Teller? È un tipo un po’ strambo, un orologiaio che vive di una piccola rendita dopo aver ceduto la sua bottega al nipote. Credo sia il decano di ‘s-Hertogenbosch. Per tutta la vita si è occupato di Bosch, è convinto anzi che Bosch sia un suo antenato da parte di madre. Su Bosch ha scritto anche un libretto, tanti anni fa, che a quei tempi fece un certo scandalo. Ha certe sue idee curiose. Chissà, un incontro potrebbe esserle utile…” Dicendo questo però sorrideva con una certa ironia, e io mi chiedevo se parlasse sul serio o invece intendesse prendermi benevolmente in giro.

All’indirizzo indicatomi, in una piccola strada dietro il palazzo municipale, trovai una casetta a due piani, di classico stile vecchia Olanda […] Tirai, al cancello, la maniglia della campanella e dopo poco venne ad aprirmi una donnetta sui sessant’anni, straordinariamente linda, con una gentile cuffia bianca. Siccome parlava soltanto in olandese, non capii bene se fosse una donna di servizio oppure una parente del vecchio orologiaio. Per fortuna intervenne in aiuto un passante che conosceva il tedesco. Seppi così che van Teller era uscito per la passeggiata pomeridiana e non sarebbe rientrato che fra un’ora. Però, se non volevo aspettarlo, potevo raggiungerlo al giardino pubblico; van Teller sedeva sempre sulla terza panchina a destra entrando. E non potevo sbagliare: era l’uomo più vecchio di ‘s-Hertogenbosch e portava un cappello d’altri tempi a tesa larghissima. Un passante mi indicò la strada e dopo pochi minuti vidi il curioso personaggio. […] Quanti anni avrà avuto? Ottanta? novanta? duecento? Impressionante il numero di rughe che solcavano il volto scarno, eppure era ancora una fisionomia viva e in certo modo battagliera.

Come mi avvicinai e lui mi guardò, avvertii subito, vedendolo di faccia, una straordinaria rassomiglianza con l’unico sicuro ritratto di Hieronymus Bosch che si conosca, il disegno cioè che si conserva ad Arras; gli stessi occhi penetranti e maliziosi di falco, la stessa bocca perentoria che finisce in due pieghe alquanto beffarde. […] Era lo stesso uomo, pareva arrivato alle soglie della decrepitezza.

Mi presentai e fui lieto di constatare che anche van Teller conosceva abbastanza bene il tedesco. In compenso bisognava quasi urlargli nelle orecchie, tanto era sordo. “Chi le ha detto di rivolgersi a me?” domandò per prima cosa. E come lo ebbe saputo fece un breve sogghigno, quasi che stimasse l’albergatore persona poco raccomandabile. Poi tacque e riprese a guardare la gente, come se io non esistessi. […] Si riscosse, mi guardò, sorrise (aveva ancora i suoi denti): “Lei è venuto a cercarmi per il grande Hieronymus? Eh, eh. Innanzi tutto è mio dovere avvertirla, signore, che qui in città mi considerano un matto”. E fece una stridula risata da cornacchia.

Intanto mi ero seduto al suo fianco. Con una mano scheletrica ma tutt’altro che tremante, strinse una delle mie. “Ma lei, signore, viene da lontano, lei non può sapere di questi pettegolezzi di provincia, a lei non possono interessare, però lei mi è simpatico, signore. A lei, se crede, posso dire alcune cose. Eh, eh. Avrà notato immagino, che io assomiglio a qualcuno!”. “In modo sorprendente”, dissi: “Una coincidenza quasi incredibile”. “Coincidenza, amico mio? Crede proprio si tratti di coincidenza?”. “Intende dire, signor van Teller, che si tratta di sangue?”. “Chissà, chissà”, fece lui enigmatico: “Certe cose noi non le potremo mai sapere”. Dopodiché non si fece pregare per raccontarmi la sua storia.

Figlio di un orologiaio, aveva seguito umilmente le orme paterne, occupandosi sempre del negozio ma, fin da ragazzo, una fortissima attrazione lo portava verso tutto ciò che riguardava il famoso pittore, ritenuto, in famiglia, un antenato di sua mamma, nata van Aken. […] Poi, fattosi uomo, era riuscito a vederli pressoché tutti, i celebri dipinti; era stato a Vienna, a Berlino, a Parigi, a Venezia, a Lisbona e più di una volta a Madrid. […]

Mentre van Teller mi parlava, ebbi un piccolo soprassalto: con la coda dell’occhio mi era parso di vedere una cosa scura uscire da una siepe alle mie spalle e saltellare a scatti sull’erba; ma, come guardai, tutto era normale e tranquillo. […] Mi diceva come nessuno dei tanti critici che avevano scritto su Bosch, anche firme autorevoli e reputatissime, lo avessero persuaso. “Parlano dell’inferno, parlano della dannazione eterna, parlano di sant’Agostino, delle eresie, della riforma di Lutero, vanno a frugare nella vita privata di Hieronymus, che nessuno di loro può conoscere, riempiono centinaia di pagine con interpretazioni gigantesche. E la psicanalisi! E l’angoscia esistenziale con quattro secoli di anticipo! E il surrealismo con quattro secoli di anticipo! … C’è stato uno, perfino, che ha registrato uno per uno i mostri – eh, eh, li chiamano mostri – e li ha classificati come fossero tanti coleotteri, e per ciascuno ha trovato il tipo di nevrosi corrispondente. E poi il manicheismo immancabile. E i refoulements sessuali… i complessi aberranti… la componente sodomitica… l’esoterismo negromantico… Quanta fatica inutile!”. Si era fermato, ora batteva per terra con rabbia la punta del sottile bastone: “Ma se è così semplice; così limpido! Se non è mai esistito un pittore più realista e chiaro di lui! Altro che fantasie, altro che incubi, altro che magia nera… La realtà nuda e cruda che gli stava davanti… Solo che lui era un genio che vedeva quello che nessuno, prima di lui e dopo di lui, è stato capace di vedere. Tutto qui il suo segreto: era uno che vedeva e ha dipinto quello che vedeva…”.

Io dissi: “Capisco. Certo, in sede letteraria, non si può negare . […] Però lei non mi dirà che quegli esseri orrendi, rettili antropomorfi, osceni meccanismi, utensili trasformati in membra, gnomi e insetti abominevoli, lui li vedesse veramente, che quattro secoli fa girassero per le strade dell’Olanda”.

“Non li vedeva?” fece lui, arrogante: “Non giravano per le nostre strade? Oh, non mi faccia parlare!”. A questo punto non ebbe più riserve. Confessò che pure lui, non tutti i giorni ma abbastanza spesso, “vedeva” il mondo come Bosch […] Cominciavo a capire perché l’albergatore, dandomi l’indirizzo di van Teller, sorridesse in modo insinuante. […] “Ma a lei”, domandai, “non è mai venuta la voglia di dipingere?”. “Aspetti”, disse van Teller con aria di complicità: “Aspetti. Le farò vedere”. […]

Mi accorsi che eravamo giunti alla sua casa. Mi fece strada. Entrammo. Non si fermò al primo piano dove era presumibile fossero le stanze da letto… Si uscì nell’androne sommitale ricavato dallo scrimolo del tetto spiovente. Egli accese. Un getto di vivida luce cadde su una grande tavola poggiata a un cavalletto e dipinta per metà. Sotto, su un tavolo, pennelli, colori e tavolozza.

Era, per quello che se ne potevo capire, un quadro incompiuto di Bosch. […] Io rimasi là, di pietra. Era uno dei più crudeli e disperati Bosch che avessi mai visto. Eppure mai, in nessun libro o raccolta, lo avevo riscontrato. “Ma è un Bosch autentico, questo, no? E’ suo? Dove l’ha trovato? E perché è dipinto solo a metà?” Van Teller mi guardò sorridendo: “No, no, una semplice imitazione…”. “Eppure, eppure mi ricorda…”. Van Teller sembrò felice: “L’ha riconosciuto? Il Giudizio universale che andò distrutto nell’incendio del Prado? Lei ricorda la relativa stampa di Hameel, vero?” Sì, ora ricordavo perfettamente. Di quel prezioso dipinto, incenerito dalle fiamme, restava una sola testimonianza [..] ma ora qui, dinanzi a me, il capolavoro era per metà risuscitato. “E come è possibile?” feci io. […]

“Qualche volta”, disse (van Teller) “mi viene a trovare”. Chi?”. “Lui, il grande Hieronymus”. “E come?”.

Corse a un tavolo pieno di carte e vi sedette. Prese una matita, poggiò la punta della matita su un foglio di carta, la matita si muoveva da sola. “E’ qui, è qui. Stasera è venuto”, annunciò con voce spiritata: “Lei è fortunato, signore”. Dunque il vecchio orologiaio era un medium? E adesso mi proponeva le liturgie del caso? […]

Nello stesso tempo, e la luce era tale che non poteva esserci trucco, due pennelli, da soli, si levarono lievitando dal tavolo, come due addomesticate bestioline tuffarono il ciuffo nella tavolozza, quindi puntarono verso il quadro … […]

La scena era piuttosto allucinante. Van Teller, per quanto rapito in quella specie di trance, poté dire “Guardi, guardi dalla finestra”. Guardai dalla finestra. E capii ciò che il vecchio orologiaio aveva prima cercato di spiegarmi. Sì, Hieronymus Bosch non aveva inventato nulla, aveva dipinto tale e quale lo spettacolo offerto quotidianamente ai suoi occhi. Di lassù non potevo scorgere che la casa di fronte e una fetta di quelle adiacenti. Ma, per incantesimo di quella notte, esse apparivano come scoperchiate e nell’interno si distingueva la gente che mangiava, dormiva, litigava […] Erano uomini e donne e bambini, tali e quali il nostro prossimo quotidiano, ma frammisti a loro, con supremazia di maggioranza, si agitavano brulicando innumerevoli cose viventi simili a celenteranti, a ostriche, a ranocchie, a pesci ansiosi, a gechi iracondi, simili ai cosiddetti mostri di Hieronymus Bosch; e che non erano altro che creature umane, la vera essenza dell’umanità che ci circonda. […] Latravano, vomitavano, addentavano, sbavavano. Così come noi ci sbraniamo giorno e notte, a vicenda, magari senza saperlo.

Poi di colpo la rivelazione cessò. […]

Il silenzio della notte, l’immobilità delle cose. Tutto come quando ero entrato: tranne quella schifosa forma metà salamandra e metà uccello dipinta sulla tavola, che quando io ero entrato non c’era. […]

Guardai attentamente il dipinto. Era eseguito con la perfezione dell’antico maestro, si notavano perfino le screpolature del colore che soltanto i secoli sanno dare. “Nessuno l’ha visto?”, chiesi. “Nessuno”. “E dopo?”. “Dopo la mia morte, lei intende dire? No, signore, nessuno mai lo vedrà. Io sono un matto, un povero matto. Questo è il mio segreto. Ho dato disposizioni. Con me scomparirà”.

(da L’opera completa di Bosch, Rizzoli Editore, presentazione di Dino Buzzati, apparati critici e filologici di Mia Cinotti)

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Sono un Project Manager con quasi 20 anni di esperienza nel settore web. Dal 2007 lavoro a Lugano, in Svizzera. Mi sono laureato in Lettere Moderne all'Università di Padova nel 1995, con una tesi in Storia e Critica del Cinema sul film 'Full Metal Jacket' di Stanley Kubrick. Sono un appassionato di musica jazz, blues e rock. Mi interesso di fotografia, cinema, psicologia e filosofia.

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