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Gli inceneritori provocano il cancro

martedì, 27 maggio 2008

Inceneritore

Uno recente studio francese reso pubblico dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, rivela che “nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.”

Ben 435 ricerche scientifiche internazionali provano un aumento di tumori e nascite malformi spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.

Stasera non ho voglia di argomentare né di citare le soluzioni alternative agli inceneritori, tanto gli imbecilli non capiscono e non capiranno mai, e chi è in grado di capire non deve essere certo convinto.

In questa Italia alla deriva e allo sfascio sono bastate tre settimane di governo Berlusconi per far sparire l’opposizione parlamentare (Veltroni e tutta la classe dirigente del PD farebbero meglio a togliersi per sempre dalle palle ed andare a cavare patate dai campi), ammorbidire i mezzi di informazione più tradizionalmente ostili a Berlusconi (basta leggere Repubblica, arrivata al punto di celebrarne le doti di statista), far baluginare parole roboanti come “ordine”, “tolleranza zero“, “espulsione dei clandestini”, “nucleare sicuro di terza generazione” (che cazzo vuol dire “sicuro”?), “ponte sullo stretto di Messina” (ancora?) per rincoglionire ulteriormente un’opinione pubblica nazionale già rincoglionita di suo, impaurita, incattivita e impoverita culturalmente, spiritualmente e materialmente.

Stasera sono stanco, faccio quello che di solito faccio di rado: cito e riporto un articolo di altri, e precisamente di Jacopo Fo e pubblicato sul blog di Beppe Grillo:

E’ ormai chiaro che dentro i giornali italiani si combatte una battaglia durissima tra i direttori e un pugno di giornalisti che si rifiutano di tacere sempre e comunque.
Così abbiamo delle piccole soddisfazioni: alcune notizie bomba finalmente vengono pubblicate. Non le vedete in prima pagina, non hanno titoli a 9 colonne, non sono correlate da interviste e commenti. Però le notizie escono.
Ad esempio vengono pubblicate sul numero 1052 del Venerdì di Repubblica (16 maggio) a pagina 90 (coincidenza o magia alchemica il fatto che la paura nella Smorfia napoletana corrisponde al numero novanta?).
Ecco l’articoletto, secco secco. Un grande pezzo di sintesi giornalistica, probabilmente contrattato parola per parola in riunioni infuocate dei caporedattori, oppure sfuggito per errore alla penna rossa dei censori… Questo articolo credo che alla fine sia uscito perchè protetto dalla Divina Provvidenza in persona, è comunque stato stampato, nero su bianco, e ci dice che 435 (QUATTROCENTO TRENTACINQUE) ricerche scientifiche internazionali provano un aumento di tumori e nascite malformi spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.
Senza commento. Senza due righe di scuse verso il povero Beppe Grillo accusato con ogni tipo di cattiveria dalle colonne dello stesso giornale per essersi permesso di dire esattamente la stessa cosa: gli inceneritori puoi anche chiamarli termovalorizzatori ma ti ammazzano comunque.
Una nota stilistica che permette di capire appieno il meccanismo perverso utilizzato dai media per rendere di scarso interesse notizie di importanza capitale.
Il titolo può essere un modo per indurre le persone a leggere un articolo oppure a non leggerlo.
Se questo articolo fosse stato: “Aveva ragione Grillo gli inceneritori uccidono!” avrebbe destato grande curiosità. Allora lo hanno intitolato in modo tale da tagliargli le gambe: “Emissioni: Una ricerca francese sottolinea il rapporto diossina-cancro
QUANDO LA SALUTE SE NE VA IN FUMO (TOSSICO).
Capisci l’astuzia: non ti dice che le ricerche sono 435, come viene specificato poi nell’articolo. Non si pronuncia la parola proibita INCENERITORE. Si parla di EMISSIONI… Termine vago come la melma.
Questa tattica in effetti funziona. I lettori accorti dicono: “Però alla fine Repubblica le notizie le dà!” E continuano a comprarla. Mentre il 95 per cento dei lettori, un po’ meno attenti, non si accorge di quella notizia così imbarazzante.
Prova ne è che sono passati 5 giorni dall’uscita del Venerdì e se cerchi sul web: “diossina istituto statale di sorveglianza sanitaria francese”, non trovi niente a proposito di questa colossale notizia!
E non trovi niente neanche se digiti “diossina 435 ricerche PubMed”
Comunque giudica tu: ecco il testo integrale:
“Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.
Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435 ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica internazionale
PubMed che rilevano danni alla salute causati dai termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale azione ala capacità di concentrarsi negli organismi viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a “inceppare” uno dei principali meccanismi di controllo del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi portano il cancro e le malformazioni neonatali.”
(Il pezzo non è firmato ma sta all’interno di una specie di box dentro un articolo di Arnaldo D’Amico.)
Spero ci si renda conto dell’importanza dell’ufficializzazione di una simile notizia: e ti invito quindi a farla girare e ripubblicarla sul tuo sito. Se riusciamo a far sapere a molti italiani come funziona questo giochetto dell’informazione ridimensionata (non censurata, non libera, omogenizzata) potremmo creare qualche altro problema ai signori dei giornali. Loro ormai lo sanno che chi legge i quotidiani poi va su internet…”

Jacopo Fo

Basilico da Israele

martedì, 4 marzo 2008

Basilico da Israele

Sabato sono andato a fare la spesa al supermercato e fra le altre cose ho comprato tre vaschette di basilico per fare il pesto fatto in casa, che alle mie bambine piace tanto.

Purtroppo l’unico basilico che c’era negli scaffali proveniva da Israele. Sì, avete capito bene: da Israele!

Ma la cosa più assurda e paradossale è che questo basilico importato dal Medio Oriente viene distribuito in Italia da un’azienda che ha sede ad Albenga, provincia di Savona, in Liguria: cioè la patria mondiale del basilico e del pesto!

Questa per me è follia pura.

Il fatto che un’azienda, situata nel cuore della regione d’Italia che nel mondo è sinonimo di basilico e pesto, vanto del made in Italy gastronomico, trovi più conveniente economicamente importare basilico da Israele per poi distribuirlo nei canali che alimentano la rete della grande distribuzione organizzata, anziché rivendere il prodotto di straordinaria qualità che cresce nel territorio rappresenta per me uno dei casi più emblematici dello sfascio culturale e sociale e del rincoglionimento collettivo e progressivo causati dalla globalizzazione economica e dalla folle rincorsa alla diminuzione dei costi per le imprese.

Faccio subito due conti: una vaschetta di 30 grammi di basilico costa a me – consumatore finale - 1,55 euro. Teoricamente, diecimila vaschette garantiscono al supermercato un ricavo di 15.500 euro. Ma dubito fortemente che ne saranno state vendute così tante.

Inoltre la filiera economica dei passaggi intermedi fra il produttore israeliano e me è molto lunga: produttore locale, grossista israeliano, trasportatore con cargo aereo, importatore italiano, trasportatore italiano, grande distribuzione organizzata.

Mi chiedo: ma quanto cazzo l’avranno mai pagato questo basilico all’origine per essere tanto conveniente da ripagare il carburante per l’aereo e garantire dei margini economici di profitto per tutti gli intermediari?

E non trovo una risposta logica. Nemmeno se avessero usato gli schiavi per lavorare il prodotto all’origine e spedirlo. Tutto ciò non ha senso.

E se poi penso che…

… il cargo aereo proveniente da Israele, dopo un lungo volo (e tanto carburante) è probabilmente atterrato a Milano Malpensa…

… che da lì il basilico è stato messo su dei tir e trasportato via autostrada in Liguria, aumentando il traffico su ruote e l’inquinamento…

… che in  Liguria l’azienda distributrice, usando della manodopera ‘locale’, lo ha poi impacchettato in tante vaschette di plastica inquinanti e non biodegradabili…

… e che poi lo hanno di nuovo messo su dei camion per ritrasportarlo a Milano…

… per arrivare alla fine nel supermercato vicino casa mia, dove io consumatore alla fine lo acquistato…

.. ebbene, se penso tutto questo i ‘cabasisi’ mi iniziano a girare più velocemente delle lame del frullatore usato per fare il pesto.

Sì, lo so che per fare il pesto il basilico va ‘pestato’ lentamente nel mortaio e che frullarlo è una barbarie, ma capirete che dopo queste riflessioni illuminanti me ne stavo ormai altamente catafottendo del rituale di preparazione del pesto e avrei voluto gettare nell’immondizia il basilico, le vaschette e il resto della spesa fatta al supermercato.

Mi sono sentito preso per i fondelli. Come nel caso della ‘bresaola dop della Valtellina‘ che si è saputo ultimamente essere fatta non di carne di manzo italiana, bensì con carne di zebù proveniente dal Brasile. Perchè chiamarla allora ‘bresaola dop della Valtellina’? Dove sta la veridicità del marchio ‘dop’ (denominazione di origine protetta)? Questa non è truffa bella e buona?

Chiamatela allora: ‘Bresaola dop di Zebù del Mato Grosso‘!

Di solito faccio molta attenzione alla provenienza dei prodotti che acquisto e agli ingredienti presenti nella composizione, perché sono ormai certo che la nostra principale fonte di avvelenamento, oltre all’aria inquinata e agli ambienti saturi di sostanze tossiche, è costituita proprio dalle sostanze artificiali (coloranti, conservanti, esaltatori di sapidità, disinfettanti, antiparassitari, acidi, metalli pesanti) presenti negli alimenti che mangiamo ogni giorno. Per questo cerco di scegliere quanto più possibile alimenti freschi, frutta di stagione, prodotti locali e poco lavorati.

Ma stavolta vi giuro che per un siciliano come me, comprare il basilico importato da Israele, impacchettato in Liguria e venduto in Lombardia è stata, oltre che un’esperienza ai limiti dell’assurdo, la dimostrazione evidente che questo sistema economico è ormai arrivato veramente al capolinea.

Mi consolo amaramente pensando che in Israele magari comprano i pompelmi coltivati nel Sud Italia.

Stop trivelle in Val di Noto: ennesima buffonata?

martedì, 19 giugno 2007

Trinacria

Come mi ha fatto notare il mio amico Alessandro in un suo commento al mio post sull’apparente vittoria e lo stop alle trivellazioni petrolifere in Val di Noto, sembra che le cose non stiano proprio così.

Sembra che lo stop riguardi solo l’ 11% del territorio del Val di Noto (equivalente a 86 kmq su 746,37),e in particolare solo le zone cuscinetto imposte per regolamento dall’Unesco, nonché le zone sotto vincolo totale archeologico e ambientale, come l’area di Noto Antica e la Riserva Naturale di Vendicari.

E che già l’8 luglio inizieranno con la prima trivella a Ragusa

Sento che i cabasisi mi stanno iniziando a sfirriari a velocità incredibile, per usare un modo di dire tipico di Camilleri e del suo Montalbano. E mi sto veramente incazzando per questa ennesima buffonata.

Se le cose stanno veramente così, bisogna ribellarsi a questa presa per i fondelli della popolazione locale e dell’opinione pubblica, occorre far continuare il tam-tam mediatico dei vari blog, far conoscere all’opinione pubblica la verità. Bisogna far sentire la propria voce.

I media non ne stanno parlando, ma hanno fatto credere che la rinuncia e lo stop fossero totali, non so fino a che punto per mancanza di approfondimento e quanto invece per malafade. Prodi ha inaugurato la Cattedrale di Noto, restaurata dopo una decina d’anni, mentre fuori i manifestanti NoTRiv esponevano i loro striscioni di protesta.

Leggo sul sito del comitato NoTRiv e sul sito L’isola possibile:

Non chiamatela vittoria del Val di Noto e della sua gente! Il Val di Noto è in pericolo oggi più che mai.

Il Comitato NoTRiv ritiene un insulto e un’offesa vergognosa l’annuncio di Cuffaro, dallo stesso presentato come una vittoria del Governo Regionale, della rinuncia dalla Panther Eureka a trivellare nei siti Unisco della Sicilia Sud Orientale.

Rinunciare all’ 11% del territorio del Val di Noto (equivalente a 86 kmq su 746,37), percentuale che corrisponde ai territori dei centri abitati e delle zone cuscinetto imposte per regolamento dall’Unesco, nonchè a zone sotto vincolo totale archeologico e ambientale, come l’area di Noto Antica e la Riserva Naturale di Vendicari, dove comunque mai e poi mai la Panther Eureka avrebbe potuto aprire pozzi gas petroliferi, PER POTER CONTINUARE INDISTURBATI A TRIVELLARE A LATO, appare l’ennesimo atto di violenza amministrativa e politica nei confronti di un intero territorio e della sua gente.

Annunciare questa “pseudo” rinuncia come una vittoria del Val di Noto, è una bugia che i media hanno l’obbligo morale e civile di smentire immediatamente e categoricamente: siamo di fronte ad una totale presa in giro e ad una trappola in cui il Comitato No-triv non cadrà !! Questo miserevole e indegno tentativo di Cuffaro e del Governo regionale, determinati oggi più che mai a difendere gli interessi delle compagnie petrolifere contro gli interessi del popolo siciliano, non sposta di un millimetro la nostra lotta e il nostro obiettivo: L’ANNULLAMENTO TOTALE E IRREVOCABILE DI TUTTI I PERMESSI DI RICERCA CONCESSI NEL VAL DI NOTO E IN SICILIA!

Val di Noto – Texas: 3-0

venerdì, 15 giugno 2007

Cattedrale di Noto

Alla fine, saranno state le ottantamila firme raccolte in pochi giorni dall’appello lanciato da Andrea Camilleri sul sito di Repubblica, sarà stato il fatto che all’estero ne hanno parlato molto, sarà stato il fatto che ormai l’operazione risultava indecente e non più difendibile agli occhi degli stessi texani possessori della compagnia petrolifera, fatto sta che il pericolo è stato sventato.

I texani rinunciano alle trivellazioni nel sito Unesco del Val di Noto. Per dirla in termini calcistici:

Val di Noto batte Texas 3-0!!!

Come direbbe in questo caso il buon Alex Drastico (Antonio Albanese): “Sono soddisfazioni, va! I cosi giusti s’anu a ddiri!”

Questa è la dimostrazione di quanto può essere oggi potente ed efficace la rete internet come strumento di democrazia dal basso. Cambiare si può, modificare la realtà è possibile: oggi abbiamo uno strumento dalle potenzialità incredibili.

Il tam-tam dei blog nella rete ha costretto in poche settimane la Rai a trasmettere il documentario censurato e osteggiato dalle gerarchie vaticane sui preti pedofili, e adesso ha costretto una compagnia petrolifera a fare marcia indietro.

Questo mi fa ben sperare per il futuro.

Dal sito di Repubblica di oggi:

ROMA – “La Panther Oil ha comunicato oggi alla Regione di aver rinunciato alle trivellazioni in tutto l’abitato della città di Noto, in tutto il sito Unesco e nell’intera area di Noto Antica, oltre alla porzione di area vicina alla zona sud-est della riserva di Vendicari”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, a Palazzo Chigi, nel corso della conferenza stampa di presentazione della riapertura della Cattedrale di Noto. Ma il wwf avverte: “Attenzione ai facili entusiasmi”.

A lanciare un forte appello per la salvaguardia della zona era stato Andrea Camilleri dalle pagine di Repubblica lo scorso sette giugno. L’appello, dopo essere stato sottoscritto da molti esponenti politici regionali e nazionali e da legambiente, era stato ripreso anche dal ministro dell’Ambiente e da ottantamila nostri lettori. Una settimana dopo l’articolo è stato anche tradotto dal francese Le Monde, dal Times e da Guardian. Il papà del commissario Montalbano chiedeva che venisse definitivamente e “irreversibilmente” stoppata la concessione data qualche anno fa alla società americana.

Per il governatore siciliano, “è un risultato del quale siamo fieri perché – ha sottolineato – in questi anni abbiamo lavorato e insistito moltissimo. Il governo regionale della Sicilia è sempre stato contrario alle trivellazioni nei siti dell’Unesco, che riguardavano comunque la ricerca di metano e non di petrolio, per la quale siamo contrari per tutto il territorio dell’isola”.
Nella lettera inviata dalla ‘Panther’ alla Regione Sicilia, a firma del presidente Jim Smitherman, si precisa che “la tematica che la città di Noto fosse patrimonio Unesco è stata utilizzata per avviare una campagna contro la ‘Panther’, come se la compagnia avesse davvero intenzione di perforare all’interno dei siti del Val di Noto. A tal proposito – continua la missiva – si ritiene che l’unico modo di eludere in maniera inequivocabile il problema sia quello di rilasciare l’area attorno alla città di Noto, vasta 8.600 ettari e che interessa l’intero centro abitato della città di Noto, l’intero sito Unesco del Val di Noto con annessa ‘buffer zone’, l’intera area di Noto antica e la porzione di area vicino alla costa sudorientale vicina alla riserva naturale di Vendicari”.

La ‘Panther’, in ogni caso, prima della dichiarazione finale premetteva che “la scelta dei siti da perforare sarebbe stata sempre puntuale e sarebbe stata quindi ovviamente indirizzata verso zone non interessate da qualità o pregi ambientali, paesaggistici e tantomeno nel centro di abitato della città di Noto”.

In realtà le ricerche sono bloccate dal 2003, ma la società americana ha reagito ricorrendo alle vie legali e la controversia è aperta. Secondo lo scrittore, un’eventuale ripresa delle trivellazioni avrebbe significato “distruggere in un colpo solo totalmente paesaggio e storia, cultura e identità bellezza e armonia a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi”.

Ma il Wwf non crede che la vicenda sia chiusa. “Attenzione agli entusiasmi – dice Anna Giordano dell’associazione ambientalista – guardiamo con estrema cautela alla decisione della Panther Oil di rinunciare alle ricerche petrolifere in un’area del Val di Noto. Una rinuncia che riguarda poco più del 10% (praticamente la superficie abitata) dei 746 chilometri quadri destinati alla ricerca”. “Del resto – aggiunge la Giordano – la società ha comunicato che già l’8 luglio è pronta a trivellare un pozzo a Ragusa, equivocando sull’istituto del silenzio-assenso (rispetto allo studio d’impatto ambientale che dicono di aver presentato), assolutamente non previsto sulle questioni che interessano l’ambiente”.

Fermiamo la trivellazione petrolifera in Val di Noto: firma anche tu!

giovedì, 7 giugno 2007

Noto - La Cattedrale

Il Val di Noto è la zona dove sono nato e cresciuto, una delle più belle e ancora incontaminate della Sicilia, un gioiello di inestimabile valore paesaggistico, artistico e culturale.

Basti pensare ai capolavori architettonici del Barocco di Noto e di tutta la provincia di Ragusa (Modica, Ragusa Ibla…)

Per intenderci è la zona che fa da set cinematografico alla serie televisiva del Commissario Montalbano.

Adesso vogliono farci delle trivellazioni petrolifere (una società texana).
Non entro qui nel merito delle responsabilità politiche della scelta scellerata, altrimenti rischio una querela, ma pubblico solo l’articolo che appare oggi su Repubblica, ad opera dello scrittore Andrea Camilleri.

Se andate sul sito di Repubblica, c’è una pagina apposta per la raccolta delle firme per bloccare questo disastro.

Se andate in fondo alla pagina segnata sul link trovate i campi da compilare per aderire alla petizione.

Sul sito di Arcoiris TV è possibile scaricare gratuitamente un bel documentario13 Variazioni su un tema barocco, Ballata ai petrolieri in Val di Noto” che è stato interamente autoprodotto dagli abitanti della zona.

Dal sito Arcoiris TV: “Nel marzo 2004 l’Assessore all’Industria della Regione Siciliana autorizza quattro giganti del petrolio ad effettuare ricerche di idrocarburi in quattro zone differenti della Sicilia. Una di queste è il Val di Noto, nella Sicilia sud-orientale, talmente bello e culturalmente importante da essere inserito nella World Heritage List dell’UNESCO.
Questo film-inchiesta racconta la storia della gente del Val di Noto che da due anni si oppone con determinazione a questo progetto di devastazione.
Un film-inchiesta che agli strumenti giornalistici affianca quelli sensoriali: 13 variazioni di tema su un territorio che deve rimanere Patrimonio di tutti e non bottino di alcuni.”

Dal sito di Repubblica, l’appello dello scrittore Andrea Camilleri:

In difesa del Val di Noto 

di ANDREA CAMILLERI

I milanesi come reagirebbero se dicessero loro che c’è un progetto avanzato di ricerche petrolifere proprio davanti al Duomo? Rifarebbero certo le cinque giornate.

E i veneziani, se venissero a sapere che vorrebbero cominciare a carotare a San Marco?

E i fiorentini, sopporterebbero le trivelle a Santa Croce?

I rispettivi abitanti che ne direbbero di scavi per la ricerca del petrolio a Roma tra i Fori imperiali e il Colosseo, a piazza Di Grado a Genova, sulle colline di Torino, a piazza delle Erbe, a piazza Grande, lungo le rive del Garda?

Non si sentirebbero offesi e scempiati nel più profondo del loro essere?
Ebbene, in Sicilia, e precisamente in una zona che è stata dichiarata dall’Unesco “patrimonio mondiale dell’umanità”, il Val di Noto, dove il destino e la Storia hanno voluto radunare gli inestimabili, irrepetibili, immensi capolavori del tardo barocco, una società petrolifera americana, la “Panther Eureka”, è stata qualche anno fa autorizzata, dall’ex assessore all’industria della Regione Sicilia, a compiervi trivellazioni e prospezioni per la ricerca di idrocarburi nel sottosuolo. In caso positivo (positivo per la “Panther Eureka”, naturalmente) è già prevista la concessione per lo sfruttamento dell’eventuale giacimento.

In parole povere, questo significa distruggere, in un sol colpo e totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia, il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e indispensabile per tutti. E inoltre si darebbe un colpo mortale al rifiorente turismo, rendendo del tutto vane opere (come ad esempio l’aeroporto Pio La Torre di Comiso) e iniziative sorte in appoggio all’industria turistica, che in Sicilia è ancora tutta da sviluppare.

Poi l’inizio dei lavori è stato fermato, nel 2003, dal Governatore Cuffaro su proposta dell’allora assessore ai Beni Culturali Fabio Granata, di Alleanza nazionale, in prima fila in questa battaglia.

Ma è cominciato quel balletto tutto italiano fatto di ricorsi all’ineffabile Tar, rigetti, annullamenti, rinnovi, sospensioni temporanee, voti segreti, vizi di forma e via di questo passo ( ma anche di sotterranee manovre politiche che hanno sgombrato il campo dagli oppositori più impegnati).

E si sa purtroppo come in genere questi balletti vanno quasi sempre tristemente a concludersi da noi: con la vittoria dell’economicamente più forte a danno degli onesti, dei rispettosi dell’ambiente, di coloro che accettano le leggi. E i texani, dal punto di vista del denaro da spendere per ottenere i loro scopi, non scherzano.

Vogliamo, una volta tanto, ribaltare questo prevedibile risultato e far vincere lo sdegno, il rifiuto, la protesta, l’orrore (sì, l’orrore) di tutti, al di là delle personali idee politiche?

Per la nostra stessa dignità di italiani, adoperiamoci a che sia revocata in modo irreversibile quella contestata concessione e facciamo anche che sia per sempre resa impossibile ogni ulteriore iniziativa che possa in futuro violentare e distruggere, in ogni parte d’Italia, i nostri piccoli e splendidi paradisi. Nostri e non alienabili.