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El Gaucho: the song

sabato, 13 febbraio 2010

Un paio di giorni fa, mentre tornavo in auto, ho sentito alla radio un brano di folgorante bellezza che mi ha letteralmente stregato e catapultato all’improvviso dall’altra parte del mondo, agli antipodi, in un paesaggio fatto di pianure sterminate, cieli sovrumani e pascoli immensi, sudore e fatica.

El Gaucho“ è un film, diretto da Andrés Retamal, che narra di un viaggio attraverso l’Argentina rurale, la pampa, i rodei, i cavalli i Gauchos e la loro musica.

La musica del film è composta e prodotta da Christoph Müller e Eduardo Makarof  due dei membri del Gotan Project che per l’occasione hanno chiamato a raccolta musicisti del calibro di Melingo e i fratelli Flores e Gustavo Beytelmann, una vera esplorazione dellla realtà rurale dell’Argentina e della musica tradizionale passando per tango, milonga e zamba.

La canzone che sentite,  ”Andrés Retamal” è cantata per l’appunto da Daniel MelingoA questo indirizzo potete ascoltare un’anteprima dei i brani della colonna sonora del film.

Ho sempre avuto il sogno di fare un viaggio in Argentina, nella pampa sterminata, giù fino alla Patagonia, complici la passione per i romanzi di Bruce Chatwin e i racconti del grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, l’amore per il tango e il fascino che in me hanno avuto da sempre la canzone “Alle Prese Con Una Verde Milonga” di Paolo Conte e la musica di Gato Barbieri.

Chissà che adesso, non mi decida una buona volta a partire.

Paranormal Activity - Trailer

mercoledì, 28 ottobre 2009

Parananormal Activity è il titolo del film horror d’esordio del regista israeliano Oren Peli che sta sbancando i botteghini in America e che si appresta a diventare il nuovo caso cinematografico di marketing virale del decennio dopo The Blair Witch Project.

Girato nel 2007 con soli 15.000 dollari di budget, quasi interamente all’interno di un’abitazione con due soli attori protagonisti, il film narra le avventure di una coppia di giovani sposi alle prese con una nuova casa popolata da presenze paranormali.

Sembra che il film, uscito in sordina, abbia catturato l’attenzione di Steven Spielberg che avendone visto il video su DVD sia rimasto letteralmente terrorizzato da alcune sequenze, decretandone il rilancio e il successo su larga scala.

Vedendo il trailer, e i tanti altri filmati più o meno ufficiali che girano in rete, credo che una capatina al cinema, da parte di chi è appassionato di film horror, lo meriti.

L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 5 febbraio 2010.

Public Enemies (2009) - Michael Mann

domenica, 12 luglio 2009

Public Enemies (Nemico pubblico) del regista Michael Mann con Johhny Depp e Christian Bale è un film che voglio sicuramente andare a vedere al cinema.

Il film narra la storia del celebre rapinatore di banche John Dillinger (interpretato da Johnny Depp), considerato il “pericolo pubblico n. 1” dall’FBI di J. Edgar Hoover, e della grande caccia all’uomo che fu messa in atto per catturarlo dall’agente Melvin Purvis (Cristian Bale), che alla fine uccise Dillinger nel 1934.

Dillinger si guadagnò la fama di moderno Robin Hood del crimine “quando, al termine delle abituali rapine, prese l’abitudine di dare alle fiamme i registri su cui erano annotati i debiti e le ipoteche, riuscendo ad attirare su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro in quegli anni di crisi economica e la simpatia di buona parte dell’opinione pubblica.” (fonte: Wikipedia)

Ambientato nella Chicago della Grande Depressione Public Enemies sembra avere tutte le carte in regola per essere un gran bel film: la storia, l’ambientazione, il regista (Mann è uno dei miei preferiti) e gli attori Johnny Depp e Cristian Bale.

Johnny Depp, in particolare, ha dimostrato ancora una volta con questa interpretazione di essere uno dei migliori attori degli ultimi 15-20 anni.

Straordinario, camaleontico (provate a vedere quanto assomiglia fisicamente al vero Dillinger), eclettico come pochi, Johnny Depp è capace di passare con estrema facilità e bravura da Jack Sparrow della saga dei Pirati dei Caraibi, al diabolico barbiere di Sweeney Todd, dal bizzarro Willy Wonka de La fabbrica di cioccolato al Cappellaio Matto nell’attesissimo Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton.

Mi ha colpito molto una dichiarazione di Johhny Depp riguardo al lavoro da lui fatto per aderire al personaggio di John Dillinger: “Recitando nei suoi panni mi è sembrato di avere il suo stesso sangue, la sua figura mi ha ricordato quelle di mio padre e di mio nonno, e credo che lo stesso sentimento fosse vissuto dalla gente di allora. Era uno di quei personaggi che hanno vissuto senza compromessi, nel tempo in cui un uomo era un uomo“.

Ecco, questa frase finale più che un invito mi suona come un irresistibile richiamo ad andare a vedere il film.

Pinocchio di Luigi Comencini (1972)

mercoledì, 15 aprile 2009

Ho due figlie nell’età di Pinocchio. E io, mi sento ormai un po’ Geppetto.

Ero un Pinocchio anch’io prima, e forse lo sono rimasto nello spirito. Ma i tempi cambiano.

«Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.» (da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi).

Ho sempre amato, sin da piccolo, le avventure picaresche di Pinocchio, quello spirito di ribellione anarchica che trapela da ogni pagina del libro e che allora non percepivo se non nel suo lato più esteriore e divertente.

Quando vidi la prima volta lo sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) diretto da Luigi Comencini rimasi folgorato, come solo un bambino sa esserlo.

Tutto mi rimase impresso per sempre: la splendida colonna sonora di Fiorenzo Carpi, la sublime interpretazione di Nino Manfredi (un eccelso e commovente Mastro Geppetto), l’irrequietezza veramente pinocchiesca del piccolo protagonista Andrea Balestri, gli straordinari il Gatto e la Volpe interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i magnifici paesaggi del centro Italia, l’atmosfera fiabesca.

Un capolavoro, forse la migliore trasposizione filmica in assoluto di una fiaba. Quando la RAI produceva e realizzava opere di qualità a dir poco eccezionale.

Ancora oggi quando lo rivedo, ritorno bambino.

E adesso lo sto rivedendo con le mie bambine, le mie due pinocchiette.

Stasera sono tornato bambino anch’io.

Ecco l’indimenticabile sigla iniziale della prima delle sei puntate dello sceneggiato.

Psycho: sequenza doccia rifatta col Lego

martedì, 24 marzo 2009

Ieri sera stavo mettendo ordine nei film su DVD dalla mia collezione e inevitabilmente, tra i tanti classici a cui sono affezionato, l’occhio è stato attratto da Psycho, il celebre film di Alfred Hitchcock.

Non ho potuto fare a meno di rivederne alcune sequenze che conosco ormai a memoria, avendole viste centinaia di volte, ma che ogni volta mi emozionano come fosse la prima volta.

La famosa scena dell’omicidio sotto la doccia, in cui la protagonista interpretata da Janet Leigh viene assassinata a pugnalate da Norman Bates (Anthony Perkins) non poteva mancare ovviamente.

Una sequenza talmente famosa da essere entrata nell’immaginario collettivo ed essere analizzata, sezionata e studiata nelle scuole di cinema.

Costruita in modo geniale da Hitchcock con un accurato studio delle inquadrature e degli angoli di ripresa, enfatizzata dal serrato ritmo visivo del montaggio e amplificata dagli archi della musica di Bernard Herrmann, è veramente un capolavoro di cinema puro.

Esistono molti remake della sequenza dell’omicidio ’sotto la doccia’ e su Internet  se ne trovano parecchi, alcuni chiaramente amatoriali, altri più professionali.

Ma uno su tutti mi ha entusiasmato per l’attenzione ai dettagli, la precisione quasi filologica della ricostruzione, a cominciare dai titoli di testa, e al tempo stesso la creatività e il tono surreale della messa in scena.

Un rifacimento fatto con i famosi mattoncini Lego!

È veramente geniale, e la cosa straordinaria è che riesce a comunicare ugualmente la tensione della sequenza originale.

Se volete fare il confronto, la sequenza originale è qui:


 

Salma Hayek allatta al seno un bimbo africano

giovedì, 19 febbraio 2009

Salma Hayek 

È di alcuni giorni fa la notizia che l’attrice messicana Salma Hayek ha allattato al seno un bambino africano mentre si trovava in Africa.

Durante la visita di alcuni poveri villaggi l’attrice ha incontrato un bambino che era rimasto senza latte della madre.

Salma Hayek, che ha una figlia della stessa età del bambino africano, non ha esitato un momento, davanti al piccolo che piangeva, ad allattarlo al suo seno. E ha poi raccontato che la sua bisnonna aveva fatto lo stesso per un bimbo affamato in un villaggio del Messico.

Questa storia mi ha colpito e mi ha fatto riflettere su quanto siano limitate le nostre idee, direi i pregiudizi, su tutto ciò che attiene alla sfera familiare.

Questo istinto arcaico materno di allattare un cucciolo, anche non proprio, di prendersi cura “intimamente” del bambino di un’altra donna, spazza via di colpo tutte le nostre convinzioni riguardo alla famiglia tradizionale, la famiglia classica, la famiglia “allargata”, le adozioni e tutte le costruzioni ideologiche, sociali e religiose che ipocritamente ci appiccichiamo di sopra.

La realtà è diversa. Le donne si sono sempre prese cura dei figli degli altri nelle società contadine, in una sorta di grande famiglia allargata o clan. E questo senza provocare nessun trauma o confusione nei bambini o su di esse.

La testimonianza che anche la sua bisnonna aveva fatto lo stesso ne è la prova. E credo che nel passato delle nostre nonne e bisnonne storie del genere fossero normali.

Adesso analizziamo e giudichiamo ogni cosa alla luce di schemi e paradigmi ideologici, politici, culturali e religiosi che ci stanno veramente alienando dalla realtà e dall’umanità nel suo senso più profondo.

Basta vedere il volto radioso e pieno di gioia di Salma Hayek mentre allatta il bambino non suo. È il sorriso di chi sta donando disinteressatamente qualcosa di prezioso, di chi sta rendendo felice un altro essere, anche se per poche ore. È gioia pura.

La prima volta che vidi Salma Hayek fu nell’inverno del 1996. Mi trovavo a Rimini per un corso e vidi il film al cinema, da solo. La situazione migliore per vedere un film.

Il film era Dal tramonto all’alba diretto da Robert Rodriguez e interpretato da George Clooney, Quentin Tarantino, Harvey Keitel e Juliette Lewis.
Salma Hayek vi interpretava una piccola parte, ma folgorante. Quella scena mi rimase impressa per sempre. Si esibiva in una conturbante danza con il serpente, seducendo un attonito Quentin Tarantino.

Adesso mi fa particolarmente piacere scoprire che quella donna, che ha la mia stessa età, sia stata capace di un gesto così bello e generoso.

Ennio Morricone dirige “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (Concerto in Munich, 2005)

venerdì, 9 gennaio 2009

Ho sempre considerato Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), diretto da Elio Petri e interpretato da uno strepitoso Gian Maria Volonté, uno dei migliori e più bei film in assoluto del cinema italiano.

Da quando lo vidi la prima volta da adolescente mi rimase indelebilmente impresso, per sempre. Complice anche una colonna sonora straordinaria, opera del genio di Ennio Morricone.

Ho già parlato in precedenza del film su questo blog, dedicandovi un post.

Ma adesso mi premeva parlare della colonna sonora, bellissima, che mi porto dentro nel cuore e nella mente da circa 25 anni.

Ho trovato su youtube una recente versione live del 2005, andata in scena a Monaco di Baviera in Germania, in cui Ennio Morricone dirige l’orchestra nell’esecuzione del brano che è il leitmotif del film.

La versione dal vivo permette di apprezzare, grazie alle immagini, tutta la ricchezza timbrica del brano, l’utilizzo originale e sapiente degli strumenti musicali più inusuali e la straordinaria capacità di composizione e arrangiamento di Ennio Morricone.

Il brano in questione è stato più volte reinterpretato da molti artisti e gruppi musicali contemporanei.

Mi vengono in mente una versione molto bella realizzata dai Subsonica, che non trovo su youtube, e un’altra molto astratta e distorta elettronicamente, quasi metal, realizzata dai Fantomas, che vi propongo di seguito.

Fantomas - Investigation of a Citizen Above Suspicion

Per chi volesse fare un confronto, questa è invece la versione originale della colonna sonora del film.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto - Colonna sonora originale

Mentre questa è una versione “purista” e solista, pensata ed eseguita come un “tango militare” con il solo pianoforte dal compositore Luis Enriquez Bacalov, l’autore della colonna sonora del film “Il Postino” con Massimo Troisi.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto - Morricone Tango (Luis Enriquez Bacalov)

 

Respiro (2001) - Emanuele Crialese

mercoledì, 10 dicembre 2008

Alcuni film ti rimangono impressi dentro per sempre per una sequenza, una scena, un personaggio, una musica. O per il luogo e il momento particolare in cui li hai visti.

È il caso di Respiro, un film di Emanuele Crialese del 2001 con un’intensa e magnetica Valeria Golino come protagonista.

Interamente girato in una Lampedusa poco turistica, aspra, scabra, ruvida, con attori del luogo non professionisti, ragazzi e pescatori, il film racconta di Grazia (Valeria Golino), una donna ribelle e disubbidiente, apparentemente affetta da disturbi psicologici, e del suo rapporto fortissimo con i figli, della difficile relazione con il marito e la gente del posto, del suo rapporto intenso e simbiotico con la natura, e il mare in particolare.

Il film inizia con toni realistici per poi trascolorare lentamente nei giallo e infine nei toni della fiaba e del mito. Una sorta di riflessione fantastica sull’amore e il rapporto con la natura selvaggia. Per certi versi ricorda l’Avventura di Antonioni. Anche qui una donna, misteriosamente sparisce, in un isola, come per incanto.

La sequenza che mi ha colpito maggiormente è quella finale, girata interamente sott’acqua. Una sequenza onirica e inquietante, in cui la potenza e la forza oscura dell’archetipo femminile vengono ben esemplificate dalle immagini sommerse, dalla presenza preponderante dell’acqua, dal capovolgimento del punto di vista, dalla mancanza di un punto di appoggio solido.

L’uomo si sente più al sicuro quando può poggiare i piedi per terra, buttarsi in acqua e nuotare rappresenta un totale abbandono delle proprie certezze. Così il mare, di tutti e di nessuno, è soltanto il riflesso del cielo: gettarvisi è come volare.” (Movie’s Home)

La bellezza della sequenza è magistralmente amplificata dalla musica di John Surman, un sassofonista e clarinettista jazz dal percorso artistico molto originale.

Il brano della sequenza è Nestor’s Saga (The Tale of the Ancient) tratto dall’album The Amazing Adventures of Simon Simon del 1981.

La sonorità cavernosa e oscura del clarinetto basso, il tappeto sonoro ipnotico creato dai sintetizzatori ben si adattano all’ambientazione misteriosa ed enigmatica della sequenza, al suo essere sfuggente, liquida e inafferrabile.

Uno dei casi emblematici in cui una sequenza di un film sembra essere stata costruita a posteriori su una musica precedentemente realizzata.

Qui c’è invece il trailer del film Respiro.

La stanza del vescovo (1977) - Dino Risi

martedì, 18 novembre 2008

«Maffei, ma lo sa che in certi particolari momenti
la “tinca” mi fa piangere? Mi commuove?
Anche le tette, eh!
Il culo invece mi fa ridere!
»
Temistocle Orimbelli (Ugo Tognazzi) 

Ho rivisto di recente il film La stanza del vescovo (1977) di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Ornella muti, tratto dal romanzo omonimo di Piero Chiara.

L’avevo visto la prima volta da adolescente sulle tv private, tanti anni fa.

Mi era rimasta impressa la sua particolare atmosfera tra il decadente e l’onirico e i paesaggi sul Lago Maggiore, le scorribande godereccie in barca a vela a caccia di avventure erotiche dei due protagonisti, l’indimenticabile personaggio di Temistocle Orimbelli, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi, e alcune scene di seduzione con Ornella Muti che ai tempi mi avevano particolarmente turbato.

Dino Risi riesce perfettamente a cogliere l’atmosfera di elegante maliconia del romanzo di Piero Chiara che il lago ci comunica. La stanza del vescovo è, prima che un giallo provinciale, la descrizione di un vagabondaggio a vela sul lago Maggiore, dove due amici improvvisati vanno a caccia di donne e di avventure nel 1946, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma poi l’anziano incastra il giovane in un tenebroso intrigo di amore e di morte.

Trama: Marco Maffei, un ragazzo che ama passare il tempo navigando senza meta sul Lago Maggiore con una barca acquistata d’occasione, viene avvicinato dallo stravagante Temistocle Mario Orimbelli che lo invita alla propria villa ove gli presenta la moglie Cleofe e la cognata Matilde, presunta vedova di marito disperso in Abissinia…

La prima parte del film è quella più bella, dove Risi ha ritrovato temi e paesaggi che gli sono cari e il tono del racconto è azzeccatissimo, tra malinconico e sfrontato, anche per la presenza di un Tognazzi in stato di grazia. Un po’ meno azzeccata è forse la seconda parte, quella in cui la vicenda e il giallo mostrano il loro meccanismo.

Le scene del vagabondaggio a vela sul Lago Maggiore sono veramente molto belle, hanno un sapore di favola boccaccesca, una sorta di Odissea lacustre a caccia di avventure erotiche, ma venata di malinconia, ironia amara e da un presentimento di morte.

La breve sequenza che ho riportato all’inizio di questo articolo ne è un chiaro esempio.

Io che sono nato e cresciuto sulle rive assolate del Mediterraneo, di fronte all’Africa, mai mi sarei immaginato di innamorarmi della particolare atmosfera dei laghi lombardi, soprattutto in autunno e d’inverno.
Eppure adesso che per lavoro mi sono trovato a vivere per gran parte del giorno in quei posti, a pochi metri dal lago, devo confessare che quell’atmosfera decadente, malinconica, mi ha stregato.
Mi piace come cambia il colore del lago a seconda della luce, della stagione della nebbia, della pioggia, e vi ritrovo intatta l’atmosfera tipica dei romanzi di Piero Chiara.

Piero Chiara, nato 1913 a Luino sul Lago Maggiore, e morto nel 1986 a Varese, è stato uno dei maggiori scrittori italiani del secondo dopoguerra.
I piccoli paesi sulle rive del Lago Maggiore e le zone dell’Alta Lombardia ai confini con la Svizzera sono lo scenario dei suoi romanzi dove ritrae sapientemente una vita di frontiera ormai scomparsa, fatta di contrabbandieri, truffatori, fuggiaschi, ma soprattutto la realtà di una piccola borghesia di provincia con i suoi segreti, i suoi misfatti, le sue meschinità, le sue trasgressioni.

«Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari.
» (da Wikipedia)

Control - The Life of Ian Curtis (2007)

martedì, 21 ottobre 2008

Venerdi 24 ottobre esce finalmente in Italia il film Control - The Life of Ian Curtis, ispirato alla tormentata figura di Ian Curtis, leader dei Joy Division che si suicidò il 18 maggio 1980 a soli 23 anni dopo aver consegnato alla storia due album memorabili.

Il film, girato in uno splendido bianco e nero, è diretto da Anton Corbijn il grande fotografo olandese autore delle foto e dei videoclip più famosi di gruppi come Depeche Mode, New Order, U2, Nirvana, Red Hot Chili Peppers, Metallica, Nick Cave, Coldplay e tanti altri.

Alcuni dei videoclip realizzati da Anton Corbijn, sono fra i più belli in assoluto nella storia dei video musicali:

Anton Corbijn, ancora giovane, conobbe all’epoca i Joy Division e Ian Curtis realizzando per loro alcune foto divenute poi celebri. All’uscita del film ha dichiarato in un’intervista:

Pensa alla mia foto dei Joy Division più famosa, quella che li ritrae nel tunnel della metropolitana: ecco, per me quello è uno scatto che simboleggia la loro musica.

Joy Division - Corbijn

“I Joy Division”, aggiunge Anton, “mi piacquero subito. Intuitivamente, perché all’epoca non parlavo bene l’inglese e non capivo di cosa cantasse Ian. C’era un che di deprimente nella loro musica, una disperazione che mi risultava familiare, allora: avevo 24 anni ma mi comportavo come un diciottenne.
Per questo il film che ho realizzato su Ian Curtis, ‘Control’, è così importante per me. Parla di cose che mi riguardano perché ho vissuto personalmente quel periodo. E’ stato anche un bel modo di chiudere un ciclo, oggi dopo 29 anni sono tornato a vivere in Olanda. [...] Gli stati depressivi hanno questo di strano: che in qualche modo ti recano conforto.”

Ho visto il film Control ad aprile di quest’anno in lingua originale.

Mi ha scosso, colpito fortemente, soprattutto nella sequenza in cui il protagonista, mentre canta l’inquietante e splendida Dead Souls (poi inserita anche nella colonna sonora del film Il Corvo nell’altrettanto bella interpretazione dei Nine Inch Nails) viene colto da una crisi epilettica sul palcoscenico. L’attore Sam Riley, cantante anch’egli, che interpreta in modo straordinario Ian Curtis è talmente credibile e intenso nella parte, che sembra quasi di vedere un video originale dell’epoca.

La colonna sonora del film è ovviamente interamente composta da canzoni dei Joy Division (tra cui la celebre Love Will Tear Us Apart il cui video fu girato tre settimane prima che Ian Curtis si impiccasse, She’s Lost Control, Disorder), spesso eseguite e reinterpretate dal vivo con filologico rigore dall’attore Sam Riley e dal gruppo.

Ma il film mi ha colpito anche per motivi molto personali.

I Joy Division erano uno dei gruppi più amati di Annemieke, anche lei olandese come Anton Corbijn, il suo fotografo preferito. Le sarebbe piaciuto molto vedere questo film e immergersi nell’atmosfera del tempo.

Io l’ho visto anche per lei.