Archivi per la categoria ‘Cinema’

The Hollow Men (T.S. Eliot) letta da Marlon Brando in Apocalypse now

mercoledì, 13 aprile 2011


«We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw…
»
The Hollow Men (T.S. Eliot)

Apocalypse Now di Francis Ford Coppola è sicuramente uno dei dieci film più importanti della mia vita. Quando lo vidi al cinema la prima volta avrò avuto al massimo quindici anni e fu un’esperienza fortissima, quasi traumatica.

La musica dei Doors, il viaggio onirico e reale al tempo stesso del capitano Willard alla ricerca del misterioso colonnello Kurtz in un Vietnam devastato dalla follia della guerra, risalendo “un fiume grandissimo che appariva sulla carta come un immenso serpente con la testa nel mare, mentre il corpo in riposo formava un’ampia curva su una vasta regione e la coda si perdeva nella profondità della terra” (da Cuore di tenebra, di Joseph Conrad), il finale psichedelico e allucinatorio, violento e surreale con uno straordinario Marlon Brando nel ruolo di Kurtz, mi hanno per sempre catturato e quelle sequenze si sono fissate in modo indelebile nella mia memoria, plasmando il mio immaginario.

Fu grazie alle sequenze finali di Apocalypse Now che feci la conoscenza della poesia The Hollow Men di Thomas Stearns Eliot, uno dei capolavori della poesia del Novecento.  Nell’ultima parte del film i versi iniziali della poesia vengono letti da Marlon Brando-Kurtz poco prima di essere ucciso da Willard, in una sorta di omicidio rituale sacro. Pochi versi, giusto l’incipit, che mi avevano ammaliato nella straordinaria prova d’attore di Marlon Brando.

«Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia…»

(continua…)

Shining, Borges e il labirinto (2/2)

martedì, 8 marzo 2011

 

[Leggi la prima parte dell'analisi del film Shining di Kubrick]

Il labirinto è il luogo in cui la soluzione deve essere tentata ad ogni svolta, senza occhi e senza memoria: è il simbolo della ricerca istintiva, anteriore alla ragione e alla scienza.

La sua struttura complessa - frutto dell’elaborazione di una mente intelligente - è finalizzata a sconfiggere un’altra intelligenza, quella di chi si avventura dentro il labirinto.
Al suo interno la ragione non è più in grado di risolvere da sola il problema e la soluzione deve essere tentata istintivamente, ad ogni nuova svolta, affidandosi all’intuito e alla buona sorte, allo stratagemma e all’astuzia.

Il concetto di labirinto racchiude così in sé una duplice, se non addirittura contraddittoria, valenza simbolica.

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Shining, Borges e il labirinto (1/2)

mercoledì, 2 marzo 2011

«Sotto alberi inglesi meditai su quel labirinto perduto: lo immaginai inviolato e perfetto sulla cima segreta d’una montagna. Pensai a un labirinto di labirinti, a un labirinto sinuoso e crescente che abbracciasse il passato e l’avvenire, e che implicasse in qualche modo anche gli astri»
(J.L. Borges – Il giardino dei sentieri che si biforcano

Ci sono dei film che rimangono impressi per sempre dentro di noi, lasciano una traccia duratura, modificano il nostro modo di vedere e interpretare la realtà, continuano ad agire nell’inconscio in modo latente con la potenza delle loro immagini.

Shining (1980) di Stanley Kubrick è per me uno di questi film. Lo vidi la prima volta a quattordici anni, e costituì per me un’esperienza indimenticabile. Da allora l’ho rivisto decine di altre volte, e ogni visione è stata sempre un’esperienza diversa: è uno di quei film che non mi stancherei mai di rivedere e di cui avevo parlato a suo tempo nel mio post I dieci film della mia vita.

Esistono centinaia di saggi e articoli, in rete e nella carta stampata, dedicati all’analisi di Shining. Quello che segue vuole essere un tentativo di delineare un punto di vista interpretativo nuovo e più ampio a partire da certe affinità tematiche riscontrate fra l’opera di Kubrick e quella di Borges.

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Shutter Island – Martin Scorsese

lunedì, 15 marzo 2010

 

Ieri sono andato al cinema a vedere Shutter Island, diretto da Martin Scorsese e interpretato da Leonardo DiCaprio.

Shutter Island è un thriller psicologico tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane, autore anche di quel Mystic River che nell’adattamento cinematografico el 2003 diretto da Clint Eastwood ha ottenuto l’Oscar per i suoi attori protagonista, Sean Penn e non protagonista, Tim Robbins.

Nel 1954, in piena epoca maccartista, i due agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est degli Stati Uniti, per investigare sull’improvvisa scomparsa di una pericolosa paziente che aveva ucciso i suoi tre figli, ricoverata presso l’istituto mentale Ashecliffe.

Il direttore dell’istituto, il dottor Cawley (Ben Kingsley) e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l’agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l’ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring (Max von Sydow).

Un uragano costringe i due agenti a prolungare il soggiorno sull’isola, durante il quale emergono particolari sempre più inquietanti, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti.

La ricerca della verità condurrà il protagonista, e lo spettatore, a scoprire una realtà assolutamente impensabile e sconvolgente, in un susseguirsi di colpi di scena e rivelazioni.

Shutter Island è un noir visionario e cupo che omaggia le atmosfere claustrofobiche alla Fritz Lang e certo cinema espressionista tedesco.

Shutter Island ci fa fare un viaggio sconcertante e tragico nei meandri più insondabili delle psiche umana, nelle pieghe più oscure  dell’animo, alle radici della follia, dove la violenza, la sofferenza e il dolore si stagliano in tutta la loro devastante potenza distruttiva.

D’altronde il film è ricco di soluzioni figurative e rappresentative che rimandano all’inconscio e ai suoi simboli: l’isola, il faro, il doppio, l’acqua, la scala a chiocciola che il protagonista risale nel finale rivelatore.

Il film è dominato, sin dalla sequenza iniziale, dalla presenza ossessiva e minacciosa dell’acqua che si estrinseca in varie forme: la pioggia incessante e violenta, le onde del mare in tempesta, l’inquietante tranquillità del laghetto che nasconde appena sotto la sua superficie una verità terribile e mostruosa, i rivoli e lo stillicidio delle tubature all’interno dei claustrofobici locali del manicomio, l’acqua scura delle pozzanghere.

Leonardo DiCaprio interpreta con grande bravura e sofferta identificazione lo smarrimento del protagonista perseguitato dai tremendi fantasmi del suo passato (gli orrori della guerra e del campo di concentramento nazista prima, e la tragica morte della giovane moglie dopo) dandogli credibilità e spessore.

Erano quasi due anni che non andavo al cinema, il che per uno che ha studiato Storia e Critica del Cinema e la cui aspirazione era di fare il regista non è per niente male. L’ultimo film che avevo visto al cinema è stato La ragazza del lago.

Mi sono preparato a questo evento speciale pregustandone il piacere come si fa per una cosa rara, quasi proibita.

L’occasione mi si è presentata all’improvviso per una serie di coincidenze (una festa di compleanno di bambini inaspettata a cui erano invitate le mie due figlie accompagnate dalla babysitter, che si è spostata di orario) e l’ho colta subito al volo, non me la sono lasciata scappare.

Sono andato al cinema emozionato come se stessi andando ad un appuntamento galante.

Da solo, nella fascia pomeridiana, con poca gente. Le condizioni ideali per immergersi completamente e senza distrazioni nell’atmosfera del film e assaporarne, nel buio della sala, ogni minima sfumatura.

Sono state due ore di grande cinema, due ore di grande piacere ed emozioni.

Il cinema, il grande cinema, deve essere vissuto con questa predisposizione d’animo affinchè possa regalare grandi emozioni da centellinare, assaporare, e poi conservare nel cuore per poter essere rivissute nel ricordo.

El Gaucho: the song

sabato, 13 febbraio 2010

Un paio di giorni fa, mentre tornavo in auto, ho sentito alla radio un brano di folgorante bellezza che mi ha letteralmente stregato e catapultato all’improvviso dall’altra parte del mondo, agli antipodi, in un paesaggio fatto di pianure sterminate, cieli sovrumani e pascoli immensi, sudore e fatica.

El Gaucho“ è un film, diretto da Andrés Retamal, che narra di un viaggio attraverso l’Argentina rurale, la pampa, i rodei, i cavalli i Gauchos e la loro musica.

La musica del film è composta e prodotta da Christoph Müller e Eduardo Makarof  due dei membri del Gotan Project che per l’occasione hanno chiamato a raccolta musicisti del calibro di Melingo e i fratelli Flores e Gustavo Beytelmann, una vera esplorazione dellla realtà rurale dell’Argentina e della musica tradizionale passando per tango, milonga e zamba.

La canzone che sentite,  ”Andrés Retamal” è cantata per l’appunto da Daniel MelingoA questo indirizzo potete ascoltare un’anteprima dei i brani della colonna sonora del film.

Ho sempre avuto il sogno di fare un viaggio in Argentina, nella pampa sterminata, giù fino alla Patagonia, complici la passione per i romanzi di Bruce Chatwin e i racconti del grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, l’amore per il tango e il fascino che in me hanno avuto da sempre la canzone “Alle Prese Con Una Verde Milonga” di Paolo Conte e la musica di Gato Barbieri.

Chissà che adesso, non mi decida una buona volta a partire.

Paranormal Activity – Trailer

mercoledì, 28 ottobre 2009

Parananormal Activity è il titolo del film horror d’esordio del regista israeliano Oren Peli che sta sbancando i botteghini in America e che si appresta a diventare il nuovo caso cinematografico di marketing virale del decennio dopo The Blair Witch Project.

Girato nel 2007 con soli 15.000 dollari di budget, quasi interamente all’interno di un’abitazione con due soli attori protagonisti, il film narra le avventure di una coppia di giovani sposi alle prese con una nuova casa popolata da presenze paranormali.

Sembra che il film, uscito in sordina, abbia catturato l’attenzione di Steven Spielberg che avendone visto il video su DVD sia rimasto letteralmente terrorizzato da alcune sequenze, decretandone il rilancio e il successo su larga scala.

Vedendo il trailer, e i tanti altri filmati più o meno ufficiali che girano in rete, credo che una capatina al cinema, da parte di chi è appassionato di film horror, lo meriti.

L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 5 febbraio 2010.

Public Enemies (2009) – Michael Mann

domenica, 12 luglio 2009

Public Enemies (Nemico pubblico) del regista Michael Mann con Johhny Depp e Christian Bale è un film che voglio sicuramente andare a vedere al cinema.

Il film narra la storia del celebre rapinatore di banche John Dillinger (interpretato da Johnny Depp), considerato il “pericolo pubblico n. 1” dall’FBI di J. Edgar Hoover, e della grande caccia all’uomo che fu messa in atto per catturarlo dall’agente Melvin Purvis (Cristian Bale), che alla fine uccise Dillinger nel 1934.

Dillinger si guadagnò la fama di moderno Robin Hood del crimine “quando, al termine delle abituali rapine, prese l’abitudine di dare alle fiamme i registri su cui erano annotati i debiti e le ipoteche, riuscendo ad attirare su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro in quegli anni di crisi economica e la simpatia di buona parte dell’opinione pubblica.” (fonte: Wikipedia)

Ambientato nella Chicago della Grande Depressione Public Enemies sembra avere tutte le carte in regola per essere un gran bel film: la storia, l’ambientazione, il regista (Mann è uno dei miei preferiti) e gli attori Johnny Depp e Cristian Bale.

Johnny Depp, in particolare, ha dimostrato ancora una volta con questa interpretazione di essere uno dei migliori attori degli ultimi 15-20 anni.

Straordinario, camaleontico (provate a vedere quanto assomiglia fisicamente al vero Dillinger), eclettico come pochi, Johnny Depp è capace di passare con estrema facilità e bravura da Jack Sparrow della saga dei Pirati dei Caraibi, al diabolico barbiere di Sweeney Todd, dal bizzarro Willy Wonka de La fabbrica di cioccolato al Cappellaio Matto nell’attesissimo Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton.

Mi ha colpito molto una dichiarazione di Johhny Depp riguardo al lavoro da lui fatto per aderire al personaggio di John Dillinger: “Recitando nei suoi panni mi è sembrato di avere il suo stesso sangue, la sua figura mi ha ricordato quelle di mio padre e di mio nonno, e credo che lo stesso sentimento fosse vissuto dalla gente di allora. Era uno di quei personaggi che hanno vissuto senza compromessi, nel tempo in cui un uomo era un uomo“.

Ecco, questa frase finale più che un invito mi suona come un irresistibile richiamo ad andare a vedere il film.

Pinocchio di Luigi Comencini (1972)

mercoledì, 15 aprile 2009

Ho due figlie nell’età di Pinocchio. E io, mi sento ormai un po’ Geppetto.

Ero un Pinocchio anch’io prima, e forse lo sono rimasto nello spirito. Ma i tempi cambiano.

«Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.» (da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi).

Ho sempre amato, sin da piccolo, le avventure picaresche di Pinocchio, quello spirito di ribellione anarchica che trapela da ogni pagina del libro e che allora non percepivo se non nel suo lato più esteriore e divertente.

Quando vidi la prima volta lo sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) diretto da Luigi Comencini rimasi folgorato, come solo un bambino sa esserlo.

Tutto mi rimase impresso per sempre: la splendida colonna sonora di Fiorenzo Carpi, la sublime interpretazione di Nino Manfredi (un eccelso e commovente Mastro Geppetto), l’irrequietezza veramente pinocchiesca del piccolo protagonista Andrea Balestri, gli straordinari il Gatto e la Volpe interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i magnifici paesaggi del centro Italia, l’atmosfera fiabesca.

Un capolavoro, forse la migliore trasposizione filmica in assoluto di una fiaba. Quando la RAI produceva e realizzava opere di qualità a dir poco eccezionale.

Ancora oggi quando lo rivedo, ritorno bambino.

E adesso lo sto rivedendo con le mie bambine, le mie due pinocchiette.

Stasera sono tornato bambino anch’io.

Ecco l’indimenticabile sigla iniziale della prima delle sei puntate dello sceneggiato.

Psycho: sequenza doccia rifatta col Lego

martedì, 24 marzo 2009

Ieri sera stavo mettendo ordine nei film su DVD dalla mia collezione e inevitabilmente, tra i tanti classici a cui sono affezionato, l’occhio è stato attratto da Psycho, il celebre film di Alfred Hitchcock.

Non ho potuto fare a meno di rivederne alcune sequenze che conosco ormai a memoria, avendole viste centinaia di volte, ma che ogni volta mi emozionano come fosse la prima volta.

La famosa scena dell’omicidio sotto la doccia, in cui la protagonista interpretata da Janet Leigh viene assassinata a pugnalate da Norman Bates (Anthony Perkins) non poteva mancare ovviamente.

Una sequenza talmente famosa da essere entrata nell’immaginario collettivo ed essere analizzata, sezionata e studiata nelle scuole di cinema.

Costruita in modo geniale da Hitchcock con un accurato studio delle inquadrature e degli angoli di ripresa, enfatizzata dal serrato ritmo visivo del montaggio e amplificata dagli archi della musica di Bernard Herrmann, è veramente un capolavoro di cinema puro.

Esistono molti remake della sequenza dell’omicidio ‘sotto la doccia’ e su Internet  se ne trovano parecchi, alcuni chiaramente amatoriali, altri più professionali.

Ma uno su tutti mi ha entusiasmato per l’attenzione ai dettagli, la precisione quasi filologica della ricostruzione, a cominciare dai titoli di testa, e al tempo stesso la creatività e il tono surreale della messa in scena.

Un rifacimento fatto con i famosi mattoncini Lego!

È veramente geniale, e la cosa straordinaria è che riesce a comunicare ugualmente la tensione della sequenza originale.

Se volete fare il confronto, la sequenza originale è qui:

Salma Hayek allatta al seno un bimbo africano

giovedì, 19 febbraio 2009

Salma Hayek 

È di alcuni giorni fa la notizia che l’attrice messicana Salma Hayek ha allattato al seno un bambino africano mentre si trovava in Africa.

Durante la visita di alcuni poveri villaggi l’attrice ha incontrato un bambino che era rimasto senza latte della madre.

Salma Hayek, che ha una figlia della stessa età del bambino africano, non ha esitato un momento, davanti al piccolo che piangeva, ad allattarlo al suo seno. E ha poi raccontato che la sua bisnonna aveva fatto lo stesso per un bimbo affamato in un villaggio del Messico.

Questa storia mi ha colpito e mi ha fatto riflettere su quanto siano limitate le nostre idee, direi i pregiudizi, su tutto ciò che attiene alla sfera familiare.

Questo istinto arcaico materno di allattare un cucciolo, anche non proprio, di prendersi cura “intimamente” del bambino di un’altra donna, spazza via di colpo tutte le nostre convinzioni riguardo alla famiglia tradizionale, la famiglia classica, la famiglia “allargata”, le adozioni e tutte le costruzioni ideologiche, sociali e religiose che ipocritamente ci appiccichiamo di sopra.

La realtà è diversa. Le donne si sono sempre prese cura dei figli degli altri nelle società contadine, in una sorta di grande famiglia allargata o clan. E questo senza provocare nessun trauma o confusione nei bambini o su di esse.

La testimonianza che anche la sua bisnonna aveva fatto lo stesso ne è la prova. E credo che nel passato delle nostre nonne e bisnonne storie del genere fossero normali.

Adesso analizziamo e giudichiamo ogni cosa alla luce di schemi e paradigmi ideologici, politici, culturali e religiosi che ci stanno veramente alienando dalla realtà e dall’umanità nel suo senso più profondo.

Basta vedere il volto radioso e pieno di gioia di Salma Hayek mentre allatta il bambino non suo. È il sorriso di chi sta donando disinteressatamente qualcosa di prezioso, di chi sta rendendo felice un altro essere, anche se per poche ore. È gioia pura.

La prima volta che vidi Salma Hayek fu nell’inverno del 1996. Mi trovavo a Rimini per un corso e vidi il film al cinema, da solo. La situazione migliore per vedere un film.

Il film era Dal tramonto all’alba diretto da Robert Rodriguez e interpretato da George Clooney, Quentin Tarantino, Harvey Keitel e Juliette Lewis.
Salma Hayek vi interpretava una piccola parte, ma folgorante. Quella scena mi rimase impressa per sempre. Si esibiva in una conturbante danza con il serpente, seducendo un attonito Quentin Tarantino.

Adesso mi fa particolarmente piacere scoprire che quella donna, che ha la mia stessa età, sia stata capace di un gesto così bello e generoso.