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Control - The Life of Ian Curtis (2007)

martedì, 21 ottobre 2008

Venerdi 24 ottobre esce finalmente in Italia il film Control - The Life of Ian Curtis, ispirato alla tormentata figura di Ian Curtis, leader dei Joy Division che si suicidò il 18 maggio 1980 a soli 23 anni dopo aver consegnato alla storia due album memorabili.

Il film, girato in uno splendido bianco e nero, è diretto da Anton Corbijn il grande fotografo olandese autore delle foto e dei videoclip più famosi di gruppi come Depeche Mode, New Order, U2, Nirvana, Red Hot Chili Peppers, Metallica, Nick Cave, Coldplay e tanti altri.

Alcuni dei videoclip realizzati da Anton Corbijn, sono fra i più belli in assoluto nella storia dei video musicali:

Anton Corbijn, ancora giovane, conobbe all’epoca i Joy Division e Ian Curtis realizzando per loro alcune foto divenute poi celebri. All’uscita del film ha dichiarato in un’intervista:

Pensa alla mia foto dei Joy Division più famosa, quella che li ritrae nel tunnel della metropolitana: ecco, per me quello è uno scatto che simboleggia la loro musica.

Joy Division - Corbijn

“I Joy Division”, aggiunge Anton, “mi piacquero subito. Intuitivamente, perché all’epoca non parlavo bene l’inglese e non capivo di cosa cantasse Ian. C’era un che di deprimente nella loro musica, una disperazione che mi risultava familiare, allora: avevo 24 anni ma mi comportavo come un diciottenne.
Per questo il film che ho realizzato su Ian Curtis, ‘Control’, è così importante per me. Parla di cose che mi riguardano perché ho vissuto personalmente quel periodo. E’ stato anche un bel modo di chiudere un ciclo, oggi dopo 29 anni sono tornato a vivere in Olanda. [...] Gli stati depressivi hanno questo di strano: che in qualche modo ti recano conforto.”

Ho visto il film Control ad aprile di quest’anno in lingua originale.

Mi ha scosso, colpito fortemente, soprattutto nella sequenza in cui il protagonista, mentre canta l’inquietante e splendida Dead Souls (poi inserita anche nella colonna sonora del film Il Corvo nell’altrettanto bella interpretazione dei Nine Inch Nails) viene colto da una crisi epilettica sul palcoscenico. L’attore Sam Riley, cantante anch’egli, che interpreta in modo straordinario Ian Curtis è talmente credibile e intenso nella parte, che sembra quasi di vedere un video originale dell’epoca.

La colonna sonora del film è ovviamente interamente composta da canzoni dei Joy Division (tra cui la celebre Love Will Tear Us Apart il cui video fu girato tre settimane prima che Ian Curtis si impiccasse, She’s Lost Control, Disorder), spesso eseguite e reinterpretate dal vivo con filologico rigore dall’attore Sam Riley e dal gruppo.

Ma il film mi ha colpito anche per motivi molto personali.

I Joy Division erano uno dei gruppi più amati di Annemieke, anche lei olandese come Anton Corbijn, il suo fotografo preferito. Le sarebbe piaciuto molto vedere questo film e immergersi nell’atmosfera del tempo.

Io l’ho visto anche per lei.

I soliti sospetti - The Usual Suspects (1995)

domenica, 6 luglio 2008

«The greatest trick the Devil ever pulled
was convincing the world he didn’t exist.
And like that… he is gone.

(Kevin Spacey, nel film The Usual Suspects

Ho visto la prima volta il film I soliti sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer al cinema, al tempo della sua uscita, nel 1995, e ne rimasi fortememte impressionato: un film perfetto, con uno dei finali più belli, forse in assoluto, nella storia del cinema.

Ieri l’ho rivisto. E l’emozione è sempre la stessa.

Una trama con un intreccio narrativo perfetto, un’atmosfera torbida e sulfurea, attori straordinari, dialoghi e battute memorabili, sequenze che ti rimangono dentro per sempre, un finale, come già detto, da antologia.

La forma narrativa attorno alla quale è organizzato il film è quella del cosiddetto “narratore inattendibile“, che racconta le gesta terribili del misterioso e demoniaco Keyser Soze.

Noi vediamo e sentiamo il film attraverso la voce e i flash-back di uno dei personaggi, Roger “Verbal” Kint (interpretato in modo superlativo da Kevin Spacey), un nome che è già un’esca (Verbal), e siamo portati a solidarizzare con lui, identificarci con lui, per scoprire poi alla fine che niente è come sembra e che siamo stati vittime di un grande inganno.

Il finale riorganizza una serie di frammenti sparsi dando loro un senso narrativo che prima non avevano: configura insomma un disegno che scopriamo presente per tutto il film. Una serie di segnali, di esche, che ci dicono che la cosiddetta realtà non è altro che una finzione, che la verità è uno smacco della conoscenza.

Il narratore (Kevin Spacey) ci offre per tutta la durata del fim, le informazioni necessarie per farci stare in guardia contro le cose che non sono quelle che sembrano. Il narratore insiste su quelli che sembrano eventi marginali della vicenda, ma noi, come il poliziotto del film che indaga sulla vicenda, semplicemente non ce ne accorgiamo, pur avendole sotto gli occhi.

Tra le altre cose ho fatto caso solo stasera che le iniziali di Kevin Spacey (KS) sono le stesse del fantomatico personaggio Keyser Soze. Un ulteriore indizio che non viene colto.

Sia lo spettatore che i personaggi (i complici involontari di Keyser Soze, e in particolare l’agente di polizia doganale David Kujan, interpretato da Chazz Palminteri) hanno la verità sotto gli occhi, semplicemente non sanno leggerla nei segni premonitori con cui essa si manifesta.

E questo è il grande inganno, la grande beffa (”the greatest trick“): “La beffa piu grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste. E come niente… sparisce.”

Ma al di là di tutte le letture e le analisi, I soliti sospetti rimane un film memorabile che emoziona e turba sempre, come fosse ogni volta la prima volta.

Per chi volesse vedere la sequenza riportata in apertura dell’articolo nella versione italiana, ecco il link.

Questo è il trailer originale.

Questo invece è il memorabile finale del film.

Gassman segreto

domenica, 22 giugno 2008

«Tu puoi anche esse’ un principe, ma ricordete sempre
che er nonno der nonno der nonno de tu’ nonno
prima d’esse nominato nobile
… era solo nò stronzo come l’artri!
»
(Vittorio Gassman, nel film Il conte Tacchia

Ho sempre avuto una particolare predilezione e passione per Vittorio Gassman, una passione che nel tempo è cresciuta sempre di più, animata da una certa empatia, affinità spirituale, che soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, quando il male oscuro della depressione lo avvolse in modo inesorabile, me ne fecero scoprire il lato più intimo e vulnerabile.

Lo ritengo l’attore più grande che il teatro e il cinema italiano abbiano probabilmente mai avuto.

Un genio assoluto, popolare e aristocratico al tempo stesso. Una forza della natura, irruenta, passionale, generosa, irridente, sarcastica. Animato sempre da un rigore intellettuale e una passione ardente. Un grande uomo.

Adesso, dagli archivi della moglie Diletta, sono state mostrate per la prima volta al pubblico le lettere, le riflessioni più intime, le note scritte su pagine di quaderno e pizzini dal grande attore.

Devo riconoscere che vedendo questo filmato, mi sono commosso. L’idea che mi ero fatto di Vittorio Gassman ne esce rafforzata. Me lo ha reso ancora più vicino e intimo se possibile.

Da adolescente conoscevo a memoria intere sequenze dei suoi film più belli e famosi: I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), L’Armata Brancaleone (1966), solo per citarne alcuni.

A metà anni 90, registrai su videocassetta le sue famose letture della Divina Commedia di Dante. Un capolavoro assoluto, da brividi.

Possiedo il cofanetto di cd audio dell’Antologia personale di Vittorio Gassman, una raccolta delle poesie fra i maggiori poeti italiani dell’Ottocento e del Novecento, uscita nel 2000 per Luca Sossella editore e realizzato con le voci di Vittorio Gassman e altri grandi attori di teatro italiani.

Ogni tanto riascolto qualcuna delle poesie lette da Gassman, è ogni volta è un’emozione profonda.

Un paio di settimane fa, in occasione della morte del regista Dino Risi, ho rivisto il film I mostri, con Gassman e Ugo Tognazzi. In particolare il finale dell’ultimo episodio, La nobile arte, quello ambientato nel mondo del pugilato tra due poveri falliti, mi lascia ogni volta senza parole.

Il campo lungo sulla spiaggia desolata con Ugo Tognazzi che cerca di far volare goffamente un aquilone, sotto un cielo livido, per far divertire il suo amico Vittorio Gassman, che applaude scompostamente sulla sedia a rotelle, ridotto ad un bambino a causa dei danni cerebrali subiti nell’incontro di pugilato, è una delle sequenze più belle e amare del cinema italiano.

Ecco la prima parte dell’episodio La nobile arte:

Ed ecco l’ultima parte:

Ascenseur pour l’échafaud

martedì, 8 aprile 2008

Ascenseur pour l’échafaud (1958) - Ascensore per il patibolo, nella versione italiana - è lo stupendo film d’esordio del regista francese Louis Malle.

Si tratta di un classico noir francese dal ritmo incalzante, un thriller psicologico dal sapore hitchcockiano e dall’atmosfera così tipicamente nouvelle vague, con degli straordinari personaggi (prima fra tutte una splendida e bellissima Jeanne Moreau, l’indimenticabile protagonista di film come Les amants e Jules e Jim) ambientato nella Parigi di fine anni cinquanta.

Ascenseur pour l’échafaud è un film con una bellissima fotografia in bianco e nero, un ritmo incalzante e un finale perfetto, beffardo e ineluttabile, come il destino.

Ma quello che mi interessa adesso è segnalare la magistrale e leggendaria colonna sonora realizzata dal trombettista Miles Davis. Si dice che l’abbia improvvisata sul momento direttamente a casa di Jeanne Moreau, durante un party, bevendo drink mentre su uno schermo scorrevano le immagini del film.

Ascenseur pour l'échafaud  Jeanne Moreau e Miles Davis  Jeanne Moreau e Miles Davis durante la registrazione della colonna sonora  Miles Davis  Miles Davis 2

La musica del film è fortemente notturna, intrisa di umori malinconici, di una bellezza severa e struggente, impregnata di quel “blue mood” che avrebbe caratterizzato lo stile di Miles Davis nei decenni a venire. Musica che dà i brividi, a chi è capace e predisposto a coglierne la bellezza.

Quando come in questi giorni mi sento malinconico, ripiegato su me stesso, mi rivolgo ad ascoltare quegli album di Miles Davis o John Coltrane che mi accompagnano da decenni e che mi danno conforto.

La colonna sonora di Ascenseur pour l’échafaud è appunto uno di questi.

Comprai l’album in vinile della colonna sonora per la prima volta venti anni fa, poi successivamente comprai anche il cd-audio con numerosi bonus tracks e alternate takes.

Il ritorno di Cagliostro

giovedì, 3 aprile 2008


«Buonciorno. Me manda.. alle Caddinale… al, Sucando. Dice io deve parlare con loro. Sucando. Caddinale, sì. Deve parlare con loro. Dice, ide-didantemente deve parlare con loro. Sucando. E chi è questo caddinale? Il caddinale, deve parlare con loro, non posso parlare… noi, di loro deve parlare, caddinale. Didantemente. Grazie, grazie, grazie..»  

Dopo quasi una settimana di influenza e di umore pessimo avevo voglia di tirarmi su, avevo bisogno di una salutare sferzata rigeneratrice.

In questi casi la cosa migliore è quella di volgersi alle proprie radici, alla parte di sè più impregnata di umori terragni e grevi, e suscitare nuovamente la risata grassa, risvegliare il plebeo che è in noi, così poco incline alle buone maniere, e farci contagiare dalla sua carnale vitalità.

Mi sono così rivisto il film Il ritorno di Cagliostro (2003) di Ciprì e Maresco, gli autori di Cinico TV, il geniale e dissacrante programma televisivo andato in onda su Rai Tre nei primi anni novanta.

Mi riprometto di tornare a scrivere in seguito di Ciprì e Maresco; nel frattempo ecco un breve articolo di Enrico Ghezzi e un’intervista realizzata al tempo dell’uscita del film Il ritorno di Cagliostro.

Per adesso, visto che lo scopo è ridere, vi propongo l’esilarante sequenza iniziale del film, che vi invito caldamente di vedere.

A Silvio - di Ciprì e Maresco

martedì, 11 marzo 2008

Il cortometraggio in questione è stato realizzato nel 1990 da Ciprì e Maresco, per il programma “Isole Comprese”, su Italia Uno.

Non verrà mai mandato in onda.

Dopo l’esperienza con Mediaset Ciprì e Maresco approdano alla RAI e iniziano la collaborazione con Blob e Fuori Orario.

Nel 1992 Ciprì e Maresco realizzano le quarantanove puntate di Blob Cinico TV, uno dei più innovativi, irriverenti e rivoluzionari programmi televisivi degli ultimi venti anni.

Irriverenza, cinismo e una desolante e brutale visione della realtà siciliana sono le marche stilistiche che li contraddistinguono.
Una fotografia straordinaria, l’uso ‘disturbante’ e straniante di persone prese dalla strada, la mancanza di rispetto per le autorità costituite e religiose, i tabù e le convenzioni sociali li rendono dei discepoli perfetti del cinema ‘crudele’ e surreale di Luis Buñuel.

Semplicemente dei geni.
Provocatori.
Tremendamente ‘inattuali’.
Disturbanti.
Dei siciliani doc.

I cento film italiani da salvare: grossolano errore su Repubblica

giovedì, 28 febbraio 2008

Luca Barbareschi

Su Repubblica on line di stamane c’è un clamoroso errore, di quelli veramente che fanno pensare che ormai nei giornali nessuno controlli piu’ nulla e le notizie e le foto vadano in linea come capita prima.

Hanno pubblicato un articolo su I cento film italiani da salvare con tanto di foto dei film piu’ famosi e hanno clamorosamente toppato quella del Il Gattopardo (1963) di Visconti con Burt Lancaster, pubblicando una foto che non c’entra niente che ritrae Luca Barbareschi nell’adattamento teatrale Il Sogno del Principe di Salina, l’Ultimo Gattopardo (2006).

Roba da non credere!

Aggiornamento dell’ultima ora (12:58). Se ne sono accorti. Adesso le foto sbagliate non sono presenti e i link puntano ad altro.

Mi immagino la scena e le risate negli uffici della redazione del giornale.

The Way Of The Samurai

martedì, 26 febbraio 2008

The world as a dream

«È un’utile prospettiva vedere il mondo alla stregua di un sogno.
Quando abbiamo un incubo ci svegliamo
e diciamo a noi stessi che abbiamo solo sognato.
Si dice che il mondo in cui viviamo non è affatto diverso
»
(Hagakure) 

Sto forse vivendo come un antico samurai, ispirandomi inconsciamente all’antica regola dell’Hagakure, il codice segreto del samurai?

Me lo sono chiesto stamane, mentre andavo in auto al lavoro ascoltando la colonna sonora del film Ghost Dog.

Dalla prima volta in cui ho visto al cinema il film Ghost Dog (1999) di Jim Jarmusch, ho sempre nutrito una particolare predilezione per esso.

Ne ho parlato anche in uno dei miei primi post di questo blog. È un film che mi ha letteralmente stregato: per la regia sapiente di Jim Jarmusch, l’interpretazione strepitosa di Forest Whitaker, la colonna sonora di RZA, cupa, minacciosa, uno strano miscuglio di hip hop e sonorità orientali.

Ma i veri punti di forza del film sono l’ambientazione quasi metafisica in una New York notturna e surreale, le scorribande solitarie del protagonista e le sue meditazioni, ossessive, ripetitive, quasi una sorta di mantra, sull’Hagakure, il codice segreto del samurai.

Ghost Dog è un tipo solitario e misterioso, seguace delle rigide regole di un antico testo orientale, l’Hagakure, il codice segreto del samurai. Si muove come un rapper e si allena, medita e agisce con il senso dell’onore degli antichi samurai.

Stamane, diversamente dal solito, ho dovuto prendere l’auto anziché il treno per andare al lavoro a Lugano, perché avevo prima una riunione in un altro posto, sempre sul lago di Lugano, ma in territorio italiano.

C’era una fitta nebbia di mattina presto, e tra i cd audio che mi sono portato ce n’era anche uno che avevo realizzato esportando vari brani musicali, estratti di dialoghi e monologhi dal film Ghost Dog.

Mentre procedevo nella pianura sommersa dalla nebbia, ascoltando la musica e i brani di parlato, mi sono reso conto che avevo talmente metabolizzato il film, che adesso la mia vita in pratica si ispira alla regola dei Samurai, una filosofia zen tanto semplice da essere spiazzante nella sua essenza.

Per questo motivo pubblico di seguito alcune massime estratte dall’Hagakure tratte dal film Ghost Dog, che vi suggerisco vivamente di vedere.

Queste massime fanno ormai parte integrante del mio essere e del mio modo di vivere:

«Secondo gli antichi una decisione andrebbe presa nello spazio di sette respiri. È necessario essere determinati e avere il coraggio di gettarsi al di là dello steccato».

«I nostri corpi ricevono la vita dal profondo del nulla. Esistere là dove non vi è nulla è il significato della frase “la forma è vuoto”. E il fatto che ogni cosa trae sostentamento dal nulla è il significato della frase “il vuoto è forma”. Sarebbe errato pensare che si tratti di due concetti distinti».

«Di certo non esiste altro che il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita di un uomo è fatta di momenti che si susseguono. Chi sa comprendere pienamente il momento presente non dovrà fare altro, né dovrà porsi altri scopi».

«Il codice del samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba  il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti: è questa l’essenza del Codice del Samurai».

«Tra le massime scolpite sul muro del signore Naoshiga ce n’era una che diceva: “le questioni di maggiore gravità vanno trattate con leggerezza“. Il maestro Ittai commentò: “le questioni di minore gravità vanno trattate seriamente».

«Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando ci sorprende un acquazzone cerchiamo di non bagnarci affrettando il cammino. Ma anche sforzandoci di passare sotto i cornicioni delle case ci bagnamo ugualmente. Agendo con risolutezza fin dal principio eviteremo dunque ogni perplessità e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose».

«Nella regione di Kamigata è diffuso una specie di cestino da pranzo intrecciato che si usa un solo giorno, nelle passeggiate campestri.
Al ritorno i gitanti se ne liberano calpestandolo.
La fine è importante in tutte le cose
»

Hagakure

Into the Wild

sabato, 16 febbraio 2008

Into the Wild

«I now walk into the wild»

«Happiness is not real if it is not shared».

«La felicità non è reale se non è condivisa» è la frase che Christopher McCandless annotò sul suo diario poco prima di morire nel 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, all’interno di un vecchio autobus abbandonato, alla fine del suo breve, ma straordinario percorso di conoscenza ed esperienza di vita.

Cris McCandless

Gli ultimi due anni della sua vita sono raccontati in modo mirabile nel bellissimo film Into the Wild (2007) che Sean Penn, dopo circa dieci anni di trattative con i familiari del ragazzo, è riuscito a girare ambientandolo tra gli scenari e i paesaggi più selvaggi e incontaminati degli USA, di una bellezza talmente accecante da mozzare il fiato, e con l’ausilio di una colonna sonora quanto mai felice realizzata da Eddie Vedder, carismatico leader del gruppo grunge Pearl Jam.


Into the Wild - Trailer


Into The Wild O.S.T - Eddie Vedder - Hard Sun - Music Video

Into the Wild (2007), basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, racconta la vera storia di Chris McCandless, un giovane ventiduenne americano di buona famiglia che dopo aver conseguito la laurea a pieni voti nel 1990 decise di abbandonare ogni cosa, donò in beneficenza tutti i suoi risparmi (25.000 dollari), bruciò i suoi documenti, le carte di credito e la sua auto , cambiò il suo nome in Alexander Supertramp e sparì dalla circolazione per andare a vivere nelle terre selvagge e i ghiacci dell’Alaska, dopo aver vagabondato per due anni in lungo e in largo per l’America. Morì di fame 16 settimane dopo il suo arrivo in Alaska.

Il suo corpo privo di vita venne ritrovato da un cacciatore di alci nell’estate del 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, all’interno di un vecchio autobus abbandonato. Accanto al suo corpo c’erano alcuni vecchi libri di Tolstoj, Kerouac, Jack London, Thoreau con delle frasi sottolineate e un diario all’interno del quale Chris aveva annotato i suoi appunti personali fino a poche ore prima di morire.

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Ho visto il film il 26 gennaio, un giorno dopo la sua uscita in Italia, e ne sono rimasto profondamente colpito, l’identificazione con i sentimenti e le  motivazioni del protagonista è stata talmente forte che solo adesso, dopo averlo lasciato sedimentare per quasi un mese dentro di me, ne riesco a parlare in modo obiettivo e distaccato. Le musiche e le canzoni del film, composte da Eddie Vedder, sono state per circa un mese la colonna sonora della mia vita. Le ho ascoltate ogni giorno, mentre in treno, la mattina presto mi recavo per lavoro a Lugano, inondandomi di emozioni.

Cosa spinge un ragazzo benestante di ventidue anni ad abbandonare tutto, averi, famiglia, per andare a vivere la sua vita lontano da tutti, a stretto contatto con la natura, nelle terre estreme e selvagge dell’Alaska?

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Eddie Vedder, autore della musica - grezza, intima ed emozionante - e delle canzoni del film, ha rivelato che mentre stava scrivendo la musica, suo fratello minore, anche lui di nome Chris, era partito per il Sud Africa e aveva perso contatto con la famiglia. “Nessuno di noi aveva sue notizie da due mesi e all’improvviso mi sono sentito come la sorella di Chris, nel film. C’erano cose che accadevano nella mia vita reale e che erano davvero parallele alla storia.

È quello che è accaduto a me. Coincidenze particolari, sincronie indecifrabili tra gli eventi della mia vita, le mie emozioni, il mio stato d’animo e la storia raccontata nel film che mi hanno particolarmente colpito. Sarà perché da sempre ho desiderato vivere un’avventura simile, così estrema, a contatto con la natura selvaggia e il proprio io, senza nessun altro ostacolo a frapporsi nel mezzo. O forse perché simili sensazioni di contatto diretto, esaltante e pericoloso con la natura le ho in parte vissute, facendo apnea o nuotando a centinaia e centinaia di metri dalla riva, quasi non vedendo più la costa, e sentendo l’attrazione pericolosa di andare ancora oltre, alla ricerca della libertà più estrema, del rischio, dell’avventura…

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Gli interpreti del film sono tutti straordinari, a partire da Emile Hirsch, che interpreta il difficile ruolo del protagonista Chris McCandless, che per immedesimarsi e aderire ”fisicamente” alla parte è dimagrito di una ventina di chili, interpretando in estreme condizioni di reale disagio fisico, al freddo o nel deserto, le scene più belle del film, rifiutando controfigure anche nelle scene più pericolose.

Sito ufficiale del film: Into the Wild

Alcune recensioni in rete:
Roma Film Festival Anteprima
Yahoo movies
Repubblica

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

domenica, 10 febbraio 2008

 

«La repressione è il nostro vaccino!
La repressione è civiltà!
»

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) è probabilmente il film più politico del cinema italiano e certamente uno dei più significativi sotto l’aspetto storico e sociale. Nel 1970 vinse l’Oscar per il miglior film straniero.

Il film diretto da Elio Petri e sceneggiato dallo stesso Petri con Ugo Pirro (morto di recente, il 18 gennaio 2008, una data che per me avrà sempre un significato particolare, per motivi personali) era accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone e si avvalse della straordinaria interpretazione di Gian Maria Volonté, sicuramente uno dei più grandi attori che il nostro cinema abbia mai avuto, che in questo film diede una magistrale prova di recitazione che gli valse il David di Donatello.

Vidi la prima volta il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto a sedici anni e ne rimasi impressionato, profondamente turbato e affascinato. Da allora la musica, le sequenze, le frasi del film, la gestualità e l’interpretazione di Volonté mi accompagnano sempre. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è uno dei miei 10 film preferiti in assoluto.

In tempo di elezioni politiche vicine, di demagogia imperante, di richiami oscuri e torbidi all’ordine, alla legge, alla repressione vale la pena rivedere la celeberrima sequenza del film che vede l’insediamento del “dottore”, interpretato da Volonté, a alla direzione dell’ufficio politico e il suo discorso “programmatico”. Sono passati quasi quarant’anni dal film, ma la sua attualità (o inattualità) è veramente sconcertante. Vengono i brividi a rivedere la sequenza.

Riporto di seguito la trascrizione fedele del discorso di Gian Maria Volonté, desunta direttamente dal film e che potete ascoltare e vedere nella sequenza riportata all’inizio di questo articolo.

TRASCRIZIONE DAL FILM

Gian Maria Volonté: 

«Da oggi assumo la direzione dell’ufficio politico. Voi saprete tutti che io fino a ieri mi sono occupato di assassinii, e con un certo successo.
Non è senza significato che abbiano destinato proprio me, in questo momento, alla direzione dell’Ufficio Politico.

Ciò è stato deciso poiché tra i reati comuni e i reati politici sempre più si assottigliano le distinzioni, che tendono addirittura a scomparire. Questo scrivetevelo bene nella memoria: sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo; sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.

Nella città che ci è stata affidata in custodia, sovversivi e criminali hanno già steso i loro fili invisibili che spetta a noi di recidere.

Che differenza passa tra una banda di rapinatori che assaltano un istituto bancario e la sovversione organizzata, istituzionalizzata, legalizzata? Nessuna. Le due azioni tendono allo stesso obiettivo, sia pure con mezzi diversi, e cioè al rovesciamento dell’attuale ordine sociale.

  • Seimila prostitute schedate.
  • Un aumento del 20% di scioperi e di occupazioni di edifici pubblici e privati.
  • Duemila case d’appuntamento accertate.
  • In un anno trenta attentati dimostrativi contro la proprietà dello stato.
  • Duecento stupri in un anno.
  • Cinquantamila studenti delle scuole medie in corteo per le vie delle città.
  • Un aumento del 30% delle rapine e degli assalti alle banche.
  • Diecimila schedati in più fra le file dei sovversivi.
  • Seicento omosessuali schedati.
  • Più di settanta gruppi di giovani sovversivi che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari.
  • Un aumento del 50% delle bancarotte fraudolente e dei protesti cambiari.
  • Un numero indescrivibile di riviste politiche che invitano alla rivolta.

L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite. L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.

Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo…

Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere.

La repressione è il nostro vaccino!

Repressione è civiltà!»