Da quando lo vidi la prima volta da adolescente mi rimase indelebilmente impresso, per sempre. Complice anche una colonna sonora straordinaria, opera del genio di Ennio Morricone.
Ho già parlato in precedenza del film su questo blog, dedicandovi un post.
Ma adesso mi premeva parlare della colonna sonora, bellissima, che mi porto dentro nel cuore e nella mente da circa 25 anni.
Ho trovato su youtube una recente versione live del 2005, andata in scena a Monaco di Baviera in Germania, in cui Ennio Morricone dirige l’orchestra nell’esecuzione del brano che è il leitmotif del film.
La versione dal vivo permette di apprezzare, grazie alle immagini, tutta la ricchezza timbrica del brano, l’utilizzo originale e sapiente degli strumenti musicali più inusuali e la straordinaria capacità di composizione e arrangiamento di Ennio Morricone.
Il brano in questione è stato più volte reinterpretato da molti artisti e gruppi musicali contemporanei.
Mi vengono in mente una versione molto bella realizzata dai Subsonica, che non trovo su youtube, e un’altra molto astratta e distorta elettronicamente, quasi metal, realizzata dai Fantomas, che vi propongo di seguito.
Fantomas – Investigation of a Citizen Above Suspicion
Per chi volesse fare un confronto, questa è invece la versione originale della colonna sonora del film.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – Colonna sonora originale
Mentre questa è una versione “purista” e solista, pensata ed eseguita come un “tango militare” con il solo pianoforte dal compositore Luis Enriquez Bacalov, l’autore della colonna sonora del film “Il Postino” con Massimo Troisi.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – Morricone Tango (Luis Enriquez Bacalov)
Alcuni film ti rimangono impressi dentro per sempre per una sequenza, una scena, un personaggio, una musica. O per il luogo e il momento particolare in cui li hai visti.
Interamente girato in una Lampedusa poco turistica, aspra, scabra, ruvida, con attori del luogo non professionisti, ragazzi e pescatori, il film racconta di Grazia (Valeria Golino), una donna ribelle e disubbidiente, apparentemente affetta da disturbi psicologici, e del suo rapporto fortissimo con i figli, della difficile relazione con il marito e la gente del posto, del suo rapporto intenso e simbiotico con la natura, e il mare in particolare.
Il film inizia con toni realistici per poi trascolorare lentamente nei giallo e infine nei toni della fiaba e del mito. Una sorta di riflessione fantastica sull’amore e il rapporto con la natura selvaggia. Per certi versi ricorda l’Avventura di Antonioni. Anche qui una donna, misteriosamente sparisce, in un isola, come per incanto.
La sequenza che mi ha colpito maggiormente è quella finale, girata interamente sott’acqua. Una sequenza onirica e inquietante, in cui la potenza e la forza oscura dell’archetipo femminile vengono ben esemplificate dalle immagini sommerse, dalla presenza preponderante dell’acqua, dal capovolgimento del punto di vista, dalla mancanza di un punto di appoggio solido.
“L’uomo si sente più al sicuro quando può poggiare i piedi per terra, buttarsi in acqua e nuotare rappresenta un totale abbandono delle proprie certezze. Così il mare, di tutti e di nessuno, è soltanto il riflesso del cielo: gettarvisi è come volare.” (Movie’s Home)
La bellezza della sequenza è magistralmente amplificata dalla musica di John Surman, un sassofonista e clarinettista jazz dal percorso artistico molto originale.
Il brano della sequenza è Nestor’s Saga (The Tale of the Ancient) tratto dall’album The Amazing Adventures of Simon Simon del 1981.
La sonorità cavernosa e oscura del clarinetto basso, il tappeto sonoro ipnotico creato dai sintetizzatori ben si adattano all’ambientazione misteriosa ed enigmatica della sequenza, al suo essere sfuggente, liquida e inafferrabile.
Uno dei casi emblematici in cui una sequenza di un film sembra essere stata costruita a posteriori su una musica precedentemente realizzata.
«Maffei, ma lo sa che in certi particolari momenti
la “tinca” mi fa piangere? Mi commuove?
Anche le tette, eh!
Il culo invece mi fa ridere!» Temistocle Orimbelli (Ugo Tognazzi)
L’avevo visto la prima volta da adolescente sulle tv private, tanti anni fa.
Mi era rimasta impressa la sua particolare atmosfera tra il decadente e l’onirico e i paesaggi sul Lago Maggiore, le scorribande godereccie in barca a vela a caccia di avventure erotiche dei due protagonisti, l’indimenticabile personaggio di Temistocle Orimbelli, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi, e alcune scene di seduzione con Ornella Muti che ai tempi mi avevano particolarmente turbato.
Dino Risi riesce perfettamente a cogliere l’atmosfera di elegante maliconia del romanzo di Piero Chiara che il lago ci comunica. La stanza del vescovo è, prima che un giallo provinciale, la descrizione di un vagabondaggio a vela sul lago Maggiore, dove due amici improvvisati vanno a caccia di donne e di avventure nel 1946, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma poi l’anziano incastra il giovane in un tenebroso intrigo di amore e di morte.
Trama: Marco Maffei, un ragazzo che ama passare il tempo navigando senza meta sul Lago Maggiore con una barca acquistata d’occasione, viene avvicinato dallo stravagante Temistocle Mario Orimbelli che lo invita alla propria villa ove gli presenta la moglie Cleofe e la cognata Matilde, presunta vedova di marito disperso in Abissinia…
La prima parte del film è quella più bella, dove Risi ha ritrovato temi e paesaggi che gli sono cari e il tono del racconto è azzeccatissimo, tra malinconico e sfrontato, anche per la presenza di un Tognazzi in stato di grazia. Un po’ meno azzeccata è forse la seconda parte, quella in cui la vicenda e il giallo mostrano il loro meccanismo.
Le scene del vagabondaggio a vela sul Lago Maggiore sono veramente molto belle, hanno un sapore di favola boccaccesca, una sorta di Odissea lacustre a caccia di avventure erotiche, ma venata di malinconia, ironia amara e da un presentimento di morte.
La breve sequenza che ho riportato all’inizio di questo articolo ne è un chiaro esempio.
Io che sono nato e cresciuto sulle rive assolate del Mediterraneo, di fronte all’Africa, mai mi sarei immaginato di innamorarmi della particolare atmosfera dei laghi lombardi, soprattutto in autunno e d’inverno.
Eppure adesso che per lavoro mi sono trovato a vivere per gran parte del giorno in quei posti, a pochi metri dal lago, devo confessare che quell’atmosfera decadente, malinconica, mi ha stregato.
Mi piace come cambia il colore del lago a seconda della luce, della stagione della nebbia, della pioggia, e vi ritrovo intatta l’atmosfera tipica dei romanzi di Piero Chiara.
Piero Chiara, nato 1913 a Luino sul Lago Maggiore, e morto nel 1986 a Varese, è stato uno dei maggiori scrittori italiani del secondo dopoguerra.
I piccoli paesi sulle rive del Lago Maggiore e le zone dell’Alta Lombardia ai confini con la Svizzera sono lo scenario dei suoi romanzi dove ritrae sapientemente una vita di frontiera ormai scomparsa, fatta di contrabbandieri, truffatori, fuggiaschi, ma soprattutto la realtà di una piccola borghesia di provincia con i suoi segreti, i suoi misfatti, le sue meschinità, le sue trasgressioni.
«Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari.» (da Wikipedia)
Venerdi 24 ottobre esce finalmente in Italia il film Control – The Life of Ian Curtis, ispirato alla tormentata figura di Ian Curtis, leader dei Joy Division che si suicidò il 18 maggio 1980 a soli 23 anni dopo aver consegnato alla storia due album memorabili.
Il film, girato in uno splendido bianco e nero, è diretto da Anton Corbijn il grande fotografo olandese autore delle foto e dei videoclip più famosi di gruppi come Depeche Mode, New Order, U2, Nirvana, Red Hot Chili Peppers, Metallica, Nick Cave, Coldplay e tanti altri.
Alcuni dei videoclip realizzati da Anton Corbijn, sono fra i più belli in assoluto nella storia dei video musicali:
“Heart-Shaped Box“, Nirvana (1993), winner MTV Video Music Award for Best Alternative Video
Anton Corbijn, ancora giovane, conobbe all’epoca i Joy Division e Ian Curtis realizzando per loro alcune foto divenute poi celebri. All’uscita del film ha dichiarato in un’intervista:
“Pensa alla mia foto dei Joy Division più famosa, quella che li ritrae nel tunnel della metropolitana: ecco, per me quello è uno scatto che simboleggia la loro musica.
“I Joy Division”, aggiunge Anton, “mi piacquero subito. Intuitivamente, perché all’epoca non parlavo bene l’inglese e non capivo di cosa cantasse Ian. C’era un che di deprimente nella loro musica, una disperazione che mi risultava familiare, allora: avevo 24 anni ma mi comportavo come un diciottenne.
Per questo il film che ho realizzato su Ian Curtis, ‘Control’, è così importante per me. Parla di cose che mi riguardano perché ho vissuto personalmente quel periodo. E’ stato anche un bel modo di chiudere un ciclo, oggi dopo 29 anni sono tornato a vivere in Olanda. [...] Gli stati depressivi hanno questo di strano: che in qualche modo ti recano conforto.”
Ho visto il film Control ad aprile di quest’anno in lingua originale.
Mi ha scosso, colpito fortemente, soprattutto nella sequenza in cui il protagonista, mentre canta l’inquietante e splendida Dead Souls (poi inserita anche nella colonna sonora del film Il Corvo nell’altrettanto bella interpretazione dei Nine Inch Nails) viene colto da una crisi epilettica sul palcoscenico. L’attore Sam Riley, cantante anch’egli, che interpreta in modo straordinario Ian Curtis è talmente credibile e intenso nella parte, che sembra quasi di vedere un video originale dell’epoca.
La colonna sonora del film è ovviamente interamente composta da canzoni dei Joy Division (tra cui la celebre Love Will Tear Us Apartil cui video fu girato tre settimane prima che Ian Curtis si impiccasse, She’s Lost Control, Disorder), spesso eseguite e reinterpretate dal vivo con filologico rigore dall’attore Sam Riley e dal gruppo.
Ma il film mi ha colpito anche per motivi molto personali.
I Joy Division erano uno dei gruppi più amati di Annemieke, anche lei olandese come Anton Corbijn, il suo fotografo preferito. Le sarebbe piaciuto molto vedere questo film e immergersi nell’atmosfera del tempo.
«The greatest trick the Devil ever pulled
was convincing the world he didn’t exist.
And like that… he is gone.
(Kevin Spacey, nel film The Usual Suspects)
Ho visto la prima volta il film I soliti sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer al cinema, al tempo della sua uscita, nel 1995, e ne rimasi fortememte impressionato: un film perfetto, con uno dei finali più belli, forse in assoluto, nella storia del cinema.
Ieri l’ho rivisto. E l’emozione è sempre la stessa.
Una trama con un intreccio narrativo perfetto, un’atmosfera torbida e sulfurea, attori straordinari, dialoghi e battute memorabili, sequenze che ti rimangono dentro per sempre, un finale, come già detto, da antologia.
La forma narrativa attorno alla quale è organizzato il film è quella del cosiddetto “narratore inattendibile“, che racconta le gesta terribili del misterioso e demoniaco Keyser Soze.
Noi vediamo e sentiamo il film attraverso la voce e i flash-back di uno dei personaggi, Roger “Verbal” Kint (interpretato in modo superlativo da Kevin Spacey), un nome che è già un’esca (Verbal), e siamo portati a solidarizzare con lui, identificarci con lui, per scoprire poi alla fine che niente è come sembra e che siamo stati vittime di un grande inganno.
Il finale riorganizza una serie di frammenti sparsi dando loro un senso narrativo che prima non avevano: configura insomma un disegno che scopriamo presente per tutto il film. Una serie di segnali, di esche, che ci dicono che la cosiddetta realtà non è altro che una finzione, che la verità è uno smacco della conoscenza.
Il narratore (Kevin Spacey) ci offre per tutta la durata del fim, le informazioni necessarie per farci stare in guardia contro le cose che non sono quelle che sembrano. Il narratore insiste su quelli che sembrano eventi marginali della vicenda, ma noi, come il poliziotto del film che indaga sulla vicenda, semplicemente non ce ne accorgiamo, pur avendole sotto gli occhi.
Tra le altre cose ho fatto caso solo stasera che le iniziali di Kevin Spacey (KS) sono le stesse del fantomatico personaggio Keyser Soze. Un ulteriore indizio che non viene colto.
Sia lo spettatore che i personaggi (i complici involontari di Keyser Soze, e in particolare l’agente di polizia doganale David Kujan, interpretato da Chazz Palminteri) hanno la verità sotto gli occhi, semplicemente non sanno leggerla nei segni premonitori con cui essa si manifesta.
E questo è il grande inganno, la grande beffa (“the greatest trick“): “La beffa piu grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste. E come niente… sparisce.”
Ma al di là di tutte le letture e le analisi, I soliti sospetti rimane un film memorabile che emoziona e turba sempre, come fosse ogni volta la prima volta.
Per chi volesse vedere la sequenza riportata in apertura dell’articolo nella versione italiana, ecco il link.
«Tu puoi anche esse’ un principe, ma ricordete sempre
che er nonno der nonno der nonno de tu’ nonno
prima d’esse nominato nobile
… era solo nò stronzo come l’artri!»
(Vittorio Gassman, nel film Il conte Tacchia)
Ho sempre avuto una particolare predilezione e passione per Vittorio Gassman, una passione che nel tempo è cresciuta sempre di più, animata da una certa empatia, affinità spirituale, che soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, quando il male oscuro della depressione lo avvolse in modo inesorabile, me ne fecero scoprire il lato più intimo e vulnerabile.
Lo ritengo l’attore più grande che il teatro e il cinema italiano abbiano probabilmente mai avuto.
Un genio assoluto, popolare e aristocratico al tempo stesso. Una forza della natura, irruenta, passionale, generosa, irridente, sarcastica. Animato sempre da un rigore intellettuale e una passione ardente. Un grande uomo.
Adesso, dagli archivi della moglie Diletta, sono state mostrate per la prima volta al pubblico le lettere, le riflessioni più intime, le note scritte su pagine di quaderno e pizzini dal grande attore.
Devo riconoscere che vedendo questo filmato, mi sono commosso. L’idea che mi ero fatto di Vittorio Gassman ne esce rafforzata. Me lo ha reso ancora più vicino e intimo se possibile.
Da adolescente conoscevo a memoria intere sequenze dei suoi film più belli e famosi: I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), L’Armata Brancaleone (1966), solo per citarne alcuni.
A metà anni 90, registrai su videocassetta le sue famose letture della Divina Commedia di Dante. Un capolavoro assoluto, da brividi.
Possiedo il cofanetto di cd audio dell’Antologia personale di Vittorio Gassman, una raccolta delle poesie fra i maggiori poeti italiani dell’Ottocento e del Novecento, uscita nel 2000 per Luca Sossella editore e realizzato con le voci di Vittorio Gassman e altri grandi attori di teatro italiani.
Ogni tanto riascolto qualcuna delle poesie lette da Gassman, è ogni volta è un’emozione profonda.
Un paio di settimane fa, in occasione della morte del regista Dino Risi, ho rivisto il film I mostri, con Gassman e Ugo Tognazzi. In particolare il finale dell’ultimo episodio, La nobile arte, quello ambientato nel mondo del pugilato tra due poveri falliti, mi lascia ogni volta senza parole.
Il campo lungo sulla spiaggia desolata con Ugo Tognazzi che cerca di far volare goffamente un aquilone, sotto un cielo livido, per far divertire il suo amico Vittorio Gassman, che applaude scompostamente sulla sedia a rotelle, ridotto ad un bambino a causa dei danni cerebrali subiti nell’incontro di pugilato, è una delle sequenze più belle e amare del cinema italiano.
Ascenseur pour l’échafaud (1958) – Ascensore per il patibolo, nella versione italiana - è lo stupendo film d’esordio del regista francese Louis Malle.
Si tratta di un classico noir francese dal ritmo incalzante, un thriller psicologico dal sapore hitchcockiano e dall’atmosfera così tipicamente nouvelle vague, con degli straordinari personaggi (prima fra tutte una splendida e bellissima Jeanne Moreau, l’indimenticabile protagonista di film come Les amants e Jules e Jim) ambientato nella Parigi di fine anni cinquanta.
Ascenseur pour l’échafaud è un film con una bellissima fotografia in bianco e nero, un ritmo incalzante e un finale perfetto, beffardo e ineluttabile, come il destino.
Ma quello che mi interessa adesso è segnalare la magistrale e leggendaria colonna sonora realizzata dal trombettista Miles Davis. Si dice che l’abbia improvvisata sul momento direttamente a casa di Jeanne Moreau, durante un party, bevendo drink mentre su uno schermo scorrevano le immagini del film.
La musica del film è fortemente notturna, intrisa di umori malinconici, di una bellezza severa e struggente, impregnata di quel “blue mood” che avrebbe caratterizzato lo stile di Miles Davis nei decenni a venire. Musica che dà i brividi, a chi è capace e predisposto a coglierne la bellezza.
Quando come in questi giorni mi sento malinconico, ripiegato su me stesso, mi rivolgo ad ascoltare quegli album di Miles Davis o John Coltrane che mi accompagnano da decenni e che mi danno conforto.
Comprai l’album in vinile della colonna sonora per la prima volta venti anni fa, poi successivamente comprai anche il cd-audio con numerosi bonus tracks e alternate takes.
«Buonciorno. Me manda.. alle Caddinale… al, Sucando. Dice io deve parlare con loro. Sucando. Caddinale, sì. Deve parlare con loro. Dice, ide-didantemente deve parlare con loro. Sucando. E chi è questo caddinale? Il caddinale, deve parlare con loro, non posso parlare… noi, di loro deve parlare, caddinale. Didantemente. Grazie, grazie, grazie..»
Dopo quasi una settimana di influenza e di umore pessimo avevo voglia di tirarmi su, avevo bisogno di una salutare sferzata rigeneratrice.
In questi casi la cosa migliore è quella di volgersi alle proprie radici, alla parte di sè più impregnata di umori terragni e grevi, e suscitare nuovamente la risata grassa, risvegliare il plebeo che è in noi, così poco incline alle buone maniere, e farci contagiare dalla sua carnale vitalità.
Mi sono così rivisto il film Il ritorno di Cagliostro (2003) di Ciprì e Maresco, gli autori di Cinico TV, il geniale e dissacrante programma televisivo andato in onda su Rai Tre nei primi anni novanta.
Mi riprometto di tornare a scrivere in seguito di Ciprì e Maresco; nel frattempo ecco un breve articolo di Enrico Ghezzi e un’intervista realizzata al tempo dell’uscita del film Il ritorno di Cagliostro.
Per adesso, visto che lo scopo è ridere, vi propongo l’esilarante sequenza iniziale del film, che vi invito caldamente di vedere.
Il cortometraggio in questione è stato realizzato nel 1990 da Ciprì e Maresco, per il programma “Isole Comprese”, su Italia Uno.
Non verrà mai mandato in onda.
Dopo l’esperienza con Mediaset Ciprì e Maresco approdano alla RAI e iniziano la collaborazione con Blob e Fuori Orario.
Nel 1992 Ciprì e Maresco realizzano le quarantanove puntate di Blob Cinico TV, uno dei più innovativi, irriverenti e rivoluzionari programmi televisivi degli ultimi venti anni.
Irriverenza, cinismo e una desolante e brutale visione della realtà siciliana sono le marche stilistiche che li contraddistinguono.
Una fotografia straordinaria, l’uso ‘disturbante’ e straniante di persone prese dalla strada, la mancanza di rispetto per le autorità costituite e religiose, i tabù e le convenzioni sociali li rendono dei discepoli perfetti del cinema ‘crudele’ e surreale di Luis Buñuel.
Semplicemente dei geni.
Provocatori.
Tremendamente ‘inattuali’.
Disturbanti.
Dei siciliani doc.
Su Repubblica on line di stamane c’è un clamoroso errore, di quelli veramente che fanno pensare che ormai nei giornali nessuno controlli piu’ nulla e le notizie e le foto vadano in linea come capita prima.