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The Way Of The Samurai

martedì, 26 febbraio 2008

The world as a dream

«È un’utile prospettiva vedere il mondo alla stregua di un sogno.
Quando abbiamo un incubo ci svegliamo
e diciamo a noi stessi che abbiamo solo sognato.
Si dice che il mondo in cui viviamo non è affatto diverso
»
(Hagakure) 

Sto forse vivendo come un antico samurai, ispirandomi inconsciamente all’antica regola dell’Hagakure, il codice segreto del samurai?

Me lo sono chiesto stamane, mentre andavo in auto al lavoro ascoltando la colonna sonora del film Ghost Dog.

Dalla prima volta in cui ho visto al cinema il film Ghost Dog (1999) di Jim Jarmusch, ho sempre nutrito una particolare predilezione per esso.

Ne ho parlato anche in uno dei miei primi post di questo blog. È un film che mi ha letteralmente stregato: per la regia sapiente di Jim Jarmusch, l’interpretazione strepitosa di Forest Whitaker, la colonna sonora di RZA, cupa, minacciosa, uno strano miscuglio di hip hop e sonorità orientali.

Ma i veri punti di forza del film sono l’ambientazione quasi metafisica in una New York notturna e surreale, le scorribande solitarie del protagonista e le sue meditazioni, ossessive, ripetitive, quasi una sorta di mantra, sull’Hagakure, il codice segreto del samurai.

Ghost Dog è un tipo solitario e misterioso, seguace delle rigide regole di un antico testo orientale, l’Hagakure, il codice segreto del samurai. Si muove come un rapper e si allena, medita e agisce con il senso dell’onore degli antichi samurai.

Stamane, diversamente dal solito, ho dovuto prendere l’auto anziché il treno per andare al lavoro a Lugano, perché avevo prima una riunione in un altro posto, sempre sul lago di Lugano, ma in territorio italiano.

C’era una fitta nebbia di mattina presto, e tra i cd audio che mi sono portato ce n’era anche uno che avevo realizzato esportando vari brani musicali, estratti di dialoghi e monologhi dal film Ghost Dog.

Mentre procedevo nella pianura sommersa dalla nebbia, ascoltando la musica e i brani di parlato, mi sono reso conto che avevo talmente metabolizzato il film, che adesso la mia vita in pratica si ispira alla regola dei Samurai, una filosofia zen tanto semplice da essere spiazzante nella sua essenza.

Per questo motivo pubblico di seguito alcune massime estratte dall’Hagakure tratte dal film Ghost Dog, che vi suggerisco vivamente di vedere.

Queste massime fanno ormai parte integrante del mio essere e del mio modo di vivere:

«Secondo gli antichi una decisione andrebbe presa nello spazio di sette respiri. È necessario essere determinati e avere il coraggio di gettarsi al di là dello steccato».

«I nostri corpi ricevono la vita dal profondo del nulla. Esistere là dove non vi è nulla è il significato della frase “la forma è vuoto”. E il fatto che ogni cosa trae sostentamento dal nulla è il significato della frase “il vuoto è forma”. Sarebbe errato pensare che si tratti di due concetti distinti».

«Di certo non esiste altro che il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita di un uomo è fatta di momenti che si susseguono. Chi sa comprendere pienamente il momento presente non dovrà fare altro, né dovrà porsi altri scopi».

«Il codice del samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba  il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti: è questa l’essenza del Codice del Samurai».

«Tra le massime scolpite sul muro del signore Naoshiga ce n’era una che diceva: “le questioni di maggiore gravità vanno trattate con leggerezza“. Il maestro Ittai commentò: “le questioni di minore gravità vanno trattate seriamente».

«Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando ci sorprende un acquazzone cerchiamo di non bagnarci affrettando il cammino. Ma anche sforzandoci di passare sotto i cornicioni delle case ci bagnamo ugualmente. Agendo con risolutezza fin dal principio eviteremo dunque ogni perplessità e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose».

«Nella regione di Kamigata è diffuso una specie di cestino da pranzo intrecciato che si usa un solo giorno, nelle passeggiate campestri.
Al ritorno i gitanti se ne liberano calpestandolo.
La fine è importante in tutte le cose
»

Hagakure

Into the Wild

sabato, 16 febbraio 2008

Into the Wild

«I now walk into the wild»

«Happiness is not real if it is not shared».

«La felicità non è reale se non è condivisa» è la frase che Christopher McCandless annotò sul suo diario poco prima di morire nel 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, all’interno di un vecchio autobus abbandonato, alla fine del suo breve, ma straordinario percorso di conoscenza ed esperienza di vita.

Cris McCandless

Gli ultimi due anni della sua vita sono raccontati in modo mirabile nel bellissimo film Into the Wild (2007) che Sean Penn, dopo circa dieci anni di trattative con i familiari del ragazzo, è riuscito a girare ambientandolo tra gli scenari e i paesaggi più selvaggi e incontaminati degli USA, di una bellezza talmente accecante da mozzare il fiato, e con l’ausilio di una colonna sonora quanto mai felice realizzata da Eddie Vedder, carismatico leader del gruppo grunge Pearl Jam.


Into the Wild – Trailer


Into The Wild O.S.T – Eddie Vedder – Hard Sun – Music Video

Into the Wild (2007), basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, racconta la vera storia di Chris McCandless, un giovane ventiduenne americano di buona famiglia che dopo aver conseguito la laurea a pieni voti nel 1990 decise di abbandonare ogni cosa, donò in beneficenza tutti i suoi risparmi (25.000 dollari), bruciò i suoi documenti, le carte di credito e la sua auto , cambiò il suo nome in Alexander Supertramp e sparì dalla circolazione per andare a vivere nelle terre selvagge e i ghiacci dell’Alaska, dopo aver vagabondato per due anni in lungo e in largo per l’America. Morì di fame 16 settimane dopo il suo arrivo in Alaska.

Il suo corpo privo di vita venne ritrovato da un cacciatore di alci nell’estate del 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, all’interno di un vecchio autobus abbandonato. Accanto al suo corpo c’erano alcuni vecchi libri di Tolstoj, Kerouac, Jack London, Thoreau con delle frasi sottolineate e un diario all’interno del quale Chris aveva annotato i suoi appunti personali fino a poche ore prima di morire.

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Ho visto il film il 26 gennaio, un giorno dopo la sua uscita in Italia, e ne sono rimasto profondamente colpito, l’identificazione con i sentimenti e le  motivazioni del protagonista è stata talmente forte che solo adesso, dopo averlo lasciato sedimentare per quasi un mese dentro di me, ne riesco a parlare in modo obiettivo e distaccato. Le musiche e le canzoni del film, composte da Eddie Vedder, sono state per circa un mese la colonna sonora della mia vita. Le ho ascoltate ogni giorno, mentre in treno, la mattina presto mi recavo per lavoro a Lugano, inondandomi di emozioni.

Cosa spinge un ragazzo benestante di ventidue anni ad abbandonare tutto, averi, famiglia, per andare a vivere la sua vita lontano da tutti, a stretto contatto con la natura, nelle terre estreme e selvagge dell’Alaska?

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Eddie Vedder, autore della musica - grezza, intima ed emozionante – e delle canzoni del film, ha rivelato che mentre stava scrivendo la musica, suo fratello minore, anche lui di nome Chris, era partito per il Sud Africa e aveva perso contatto con la famiglia. “Nessuno di noi aveva sue notizie da due mesi e all’improvviso mi sono sentito come la sorella di Chris, nel film. C’erano cose che accadevano nella mia vita reale e che erano davvero parallele alla storia.

È quello che è accaduto a me. Coincidenze particolari, sincronie indecifrabili tra gli eventi della mia vita, le mie emozioni, il mio stato d’animo e la storia raccontata nel film che mi hanno particolarmente colpito. Sarà perché da sempre ho desiderato vivere un’avventura simile, così estrema, a contatto con la natura selvaggia e il proprio io, senza nessun altro ostacolo a frapporsi nel mezzo. O forse perché simili sensazioni di contatto diretto, esaltante e pericoloso con la natura le ho in parte vissute, facendo apnea o nuotando a centinaia e centinaia di metri dalla riva, quasi non vedendo più la costa, e sentendo l’attrazione pericolosa di andare ancora oltre, alla ricerca della libertà più estrema, del rischio, dell’avventura…

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Gli interpreti del film sono tutti straordinari, a partire da Emile Hirsch, che interpreta il difficile ruolo del protagonista Chris McCandless, che per immedesimarsi e aderire ”fisicamente” alla parte è dimagrito di una ventina di chili, interpretando in estreme condizioni di reale disagio fisico, al freddo o nel deserto, le scene più belle del film, rifiutando controfigure anche nelle scene più pericolose.

Sito ufficiale del film: Into the Wild

Alcune recensioni in rete:
Roma Film Festival Anteprima
Yahoo movies
Repubblica

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

domenica, 10 febbraio 2008

 

«La repressione è il nostro vaccino!
La repressione è civiltà!
»

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) è probabilmente il film più politico del cinema italiano e certamente uno dei più significativi sotto l’aspetto storico e sociale. Nel 1970 vinse l’Oscar per il miglior film straniero.

Il film diretto da Elio Petri e sceneggiato dallo stesso Petri con Ugo Pirro (morto di recente, il 18 gennaio 2008, una data che per me avrà sempre un significato particolare, per motivi personali) era accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone e si avvalse della straordinaria interpretazione di Gian Maria Volonté, sicuramente uno dei più grandi attori che il nostro cinema abbia mai avuto, che in questo film diede una magistrale prova di recitazione che gli valse il David di Donatello.

Vidi la prima volta il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto a sedici anni e ne rimasi impressionato, profondamente turbato e affascinato. Da allora la musica, le sequenze, le frasi del film, la gestualità e l’interpretazione di Volonté mi accompagnano sempre. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è uno dei miei 10 film preferiti in assoluto.

In tempo di elezioni politiche vicine, di demagogia imperante, di richiami oscuri e torbidi all’ordine, alla legge, alla repressione vale la pena rivedere la celeberrima sequenza del film che vede l’insediamento del “dottore”, interpretato da Volonté, a alla direzione dell’ufficio politico e il suo discorso “programmatico”. Sono passati quasi quarant’anni dal film, ma la sua attualità (o inattualità) è veramente sconcertante. Vengono i brividi a rivedere la sequenza.

Riporto di seguito la trascrizione fedele del discorso di Gian Maria Volonté, desunta direttamente dal film e che potete ascoltare e vedere nella sequenza riportata all’inizio di questo articolo.

TRASCRIZIONE DAL FILM

Gian Maria Volonté: 

«Da oggi assumo la direzione dell’ufficio politico. Voi saprete tutti che io fino a ieri mi sono occupato di assassinii, e con un certo successo.
Non è senza significato che abbiano destinato proprio me, in questo momento, alla direzione dell’Ufficio Politico.

Ciò è stato deciso poiché tra i reati comuni e i reati politici sempre più si assottigliano le distinzioni, che tendono addirittura a scomparire. Questo scrivetevelo bene nella memoria: sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo; sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.

Nella città che ci è stata affidata in custodia, sovversivi e criminali hanno già steso i loro fili invisibili che spetta a noi di recidere.

Che differenza passa tra una banda di rapinatori che assaltano un istituto bancario e la sovversione organizzata, istituzionalizzata, legalizzata? Nessuna. Le due azioni tendono allo stesso obiettivo, sia pure con mezzi diversi, e cioè al rovesciamento dell’attuale ordine sociale.

  • Seimila prostitute schedate.
  • Un aumento del 20% di scioperi e di occupazioni di edifici pubblici e privati.
  • Duemila case d’appuntamento accertate.
  • In un anno trenta attentati dimostrativi contro la proprietà dello stato.
  • Duecento stupri in un anno.
  • Cinquantamila studenti delle scuole medie in corteo per le vie delle città.
  • Un aumento del 30% delle rapine e degli assalti alle banche.
  • Diecimila schedati in più fra le file dei sovversivi.
  • Seicento omosessuali schedati.
  • Più di settanta gruppi di giovani sovversivi che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari.
  • Un aumento del 50% delle bancarotte fraudolente e dei protesti cambiari.
  • Un numero indescrivibile di riviste politiche che invitano alla rivolta.

L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite. L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.

Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo…

Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere.

La repressione è il nostro vaccino!

Repressione è civiltà!»

Ultimo Tango a Parigi

mercoledì, 25 luglio 2007

Ultimo Tango a Parigi 

Ultimo Tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci è uno di quei film che hanno plasmato in modo indelebile il mio immaginario culturale ed emotivo, prima ancora che cinematografico: è un film storico, uno di quei casi in cui la definizione di capolavoro irripetibile è assolutamente calzante.

La regia è perfetta, con movimenti essenziali, la fotografia di Vittorio Storaro è splendida, le inquadrature e le angolazioni hanno fatto scuola.
Marlon Brando che recita se stesso raggiunge l’apice della sua arte intrepretativa maledetta e ribelle.
La musica di Gato Barbieri è bellissima, passionale, perfetta sintesi di Europa e Sudamerica, come suggerisce anche il titolo del film.

La prima volta che lo vidi al cinema fu nel 1987, subito dopo che era stato dissequestrato, mi trovavo a Padova. Stavo frequentando il primo anno di Lettere all’Università. Ricordo che andai a vederlo da solo. Fu un’emozione indimenticabile, a partire dagli splendidi titoli di testa, con le immagini dei quadri di Francis Bacon e la musica di Gato Barbieri.

Il primo titolo del soggetto, scritto da Bertolucci, si intitolava “Un giorno e una notte e un giorno”. Bertolucci rivelò alla rivista di cinema “Positif”, del marzo 1973, quale fu l’ispirazione segreta del film:

«Ho sempre desiderato incontrare una donna in un appartamento deserto, e fare l’amore con lei senza sapere chi sia, e ripetere con lei all’infinito quest’atto sessuale».

Le vicende legate al film sono note: Ultimo Tango a Parigi fu condannato per oscenità al rogo per quindici anni e rimesso in circolazione solo nel febbraio del 1987.
Bertolucci fu condannato a due mesi di prigione (con la condizionale) ed impedito per cinque anni dei suoi diritti di cittadino (come votare, ad esempio).

Il film narra di una passione folle. È la storia di un incontro, quella tra Jeanne (Maria Schneider) una giovane ragazza parigina di vent’anni e Paul (Marlon Brando) un quarantacinquenne americano trapiantato a Parigi.

Il film si apre con un magnifico dolly che dal ponte della metropolitana ci porta giù per le strade sul corpo intero di Brando prima, e sul primo piano di lui disperato con le mani davanti agli occhi.

L’uomo, rimasto vedovo della moglie suicida, si aggira per Parigi in preda a una irrefrenabile malinconia, dovuta, oltre che alla perdita della sua compagna, a un passato confuso e alla perdita della giovinezza.
L’incontro con la giovane donna sconosciuta e il loro fulmineo rapporto sessuale cambierà la vita di entrambi. Gli incontri si susseguiranno frequentemente, sempre all’interno dell’appartamento sfitto, semivuoto.

Paul non vuole assolutamente conoscere il nome della ragazza, come lei non deve conoscere il suo. All’interno di quell’appartamento saranno fuori dal mondo, dalle convenzioni sociali, guidati solo dall’istinto e dalla passione, imprigionati in una sorta di ossessione erotica.

Ma poi un giorno per strada, Paul la ferma e le parla di sé, chiedendole di sposarlo e di vivere insieme. Trascorrono la serata in uno squallido locale dove bevono champagne e ballano il tango.
Nonostante la bella serata, lei gli dice che è finita e fugge all’alba dal locale ormai deserto.
Paul, ubriaco, la insegue in strada fino a casa della madre di lei. Quando riesce ad abbracciarla e le domanda il suo nome. Lei gli spara e lo uccide.

Il finale, stupendo, del primo piano di Marlon Brando, che incredulo e colpito a morte, si toglie la chewing-gum dalla bocca e la attacca sotto la ringhiera del balcone, quasi a voler lasciare ancora una parte di sé attaccata alla vita, e poi si volta a guardare per l’ultima volta la magnifica vista dei tetti di Parigi dall’alto, è da antologia.

Un finale tragico, un rifiuto dell’identità, della personificazione che la società fa delle persone. Quasi un’approvazione alla carnalità erotica come unica forma di comunicazione sincera tra i due sessi, anche se distruttiva. Un film sulla potenza rivoluzionaria e sovversiva dell’eros, che distrugge e abbatte tutte le barriere e convenzioni sociali.

Significativo il fatto che alla fine, fra i due sessi, abbia la meglio la donna, mentre l’uomo soccombe.

300 di Frank Miller: dal fumetto al film

mercoledì, 25 aprile 2007

Leonida film 300 

Dopo averne sentito molto parlare ho visto finalmente il fim 300, diretto da Zack Snyder e tratto dall’omonimo fumetto di Frank Miller, che si era ispirato a sua volta a un altro film, The 300 Spartans, che egli aveva visto da piccolo.

Il film narra la famosa storia delle battaglia delle Termopili svoltasi nel 480 a.C., in cui il re spartano Leonida a capo di un manipolo di 300 suoi uomini, scelti fra i più forti e valorosi opliti, riuscì per ben tre giorni a fermare l’avanzata del poderoso esercito persiano comandato da Serse I, infliggendo grandi perdite al nemico nonostante l’enorme disparità delle forze in campo.

Questo fu reso possibile, oltre che dalle straordinarie capacità di combattenti degli spartani, anche dal fatto di avere attirato astutamente i persiani a combattere all’imboccatura di una stretta gola, quelle delle Termopili appunto, vanificando in questo modo la grande forza d’impatto dell’esercito di Serse e riducendo la battaglia a dei combattimenti corpo a corpo, in cui gli spartani eccellevano nel mondo antico per il loro valore.

Opliti   Dettaglio sguardo Leonida   Serse urlo

Il film, pur essendo pieno di inesattezze storiche, in molte sequenze ricalca fedelmente alcuni passi riportati dallo storico greco Erodoto. Ad esempio, il fatto che nel primo giorno di battaglia, quando Serse intimò ai Greci di gettare le armi, Leonida abbia risposto “Venite a prenderle“, o che il terzo e ultimo giorno Leonida esortò i suoi uomini a fare una colazione abbondante, perché quella notte avrebbero cenato nell’Ade.

Ma qui non mi preme sottolineare la presunta aderenza o meno del film alla verità storica dei fatti. Un film è un testo che si propone principalmente un fine estetico, e non la testimonianza documentaristica dei fatti, soprattutto quando questi si perdono nella notte dei tempi e sono avvolti dalla luce del mito.

Sono stati già scritti molti articoli, più o meno sensati, che vanno in questa direzione, e che si perdono in disamine sterili sulle inesattezze storiche del film.

Certo, Serse non era un uomo di colore, e nemmeno i suoi messaggeri, ma piuttosto un uomo di razza ariana, come le popolazioni che vivono nell’attuale Iran, e non era certo alto 3 metri; sappiamo anche come la civiltà persiana, pur essendo capace di atrocità e orrori assai comuni a quei tempi in tutte le latitudini, era in realtà molto avanzata e tollerante verso le popolazioni e le etnie che dominava.

Messaggero buco film  Messaggero buco fumetto  Messaggero buco film  Messaggero buco fumetto

Gli efori non erano certo quei mostri orripilanti raffigurati nel film, ma erano i 5 magistrati più importanti nelle istituzioni di Sparta, e avevano potere e competenze in fatto di politica estera e difesa della patria.

Ma questi sono solo dettagli.

A me il film è piaciuto molto per il suo notevole fascino visivo e per la straordinaria forza iperrealistica con cui mette in scena i combattimenti: l’uso accorto dell’accelerazione e del ralenti, le zoomate vertiginose e le riprese in movimento rese possibili dalla computer graphics, la fotografia dai colori ultrasaturi e scuri, virata in una sorta di bianco e nero colorato a mano (come nei fumetti), la rappresentazione straordinaria degli ambienti nelle scene panoramiche e di massa (penso alla tempesta che si abbatte sulle navi persiane).

Navi film   Navi fumetto   Rupe film

Tutti questi elementi contribuscono a coinvolgere lo spettatore e a trascinarlo “dentro la storia”, a fargli assaporare la forza barbara, la voluttà di morte, la bellezza terribile e il fascino tremendo dei combattimenti ad armi bianche, la laconica ed eroica determinazione con cui trecento uomini si sacrificarono per la salvezza della loro patria.

Sotto un cielo scuro e rossastro, attraversato da bagliori corruschi, assistiamo ai tremendi combattimenti fra uomini che sanno di essere predestinati a morire, sentiamo il tremendo cozzare delle spade sugli scudi, il clangore delle armi sulle corazze, rimaniamo colpiti dal guizzo atletico dei muscoli, dalla bellezza plastica del gesto un attimo prima che questo dia la morte, dal tendersi del corpo come un arco prima di scagliare una lancia, osserviamo la bellezza scultorea dei corpi plasmati dall’addestramento, il sangue sprizzare a fiumi, teste ed arti troncati volare nell’aria.

Opliti sulla rupe film      Opliti sulla rupe fumetto      Serse fumetto

Serse nel film    Serse nel fumetto   Serse e Leonida nel film

Uno spettacolo barbaro e violento certo, ma affascinante, che lambisce da vicino gli istinti più profondi e oscuri dell’animo maschile, quelli meno addomesticati dalla ragione e dal vivere civile. Chi non ha mai sognato nelle proprie ardenti fantasie di ragazzo, di far parte di un manipolo di uomini forti e coraggiosi come i 300 spartani, guidati da un comandante intrepido e sprezzante del pericolo come Leonida, coinvolti in una battaglia già persa in partenza contro un nemico enormemente più forte, ma che ugualmente, contro ogni logica e previsione, oppongono il loro valore di guerrieri e la loro dignità di uomini liberi fino a sacrificare la propria vita, in un atto supremo di ribellione al destino e agli dei?

Messaggero a cavallo film  Messaggero a cavallo fumetto   Leonida

Ma al di là dei significati e delle corrispondenze che ognuno trova nel proprio animo, forse a molti è sfuggito il fatto che il film 300 è la fedele riproduzione cinematografica del fumetto da cui è tratto. Certo, in molti hanno sottolineato il fatto che il film fosse tratto dal fumetto, ma nell’epoca del rapido e furtivo copia e incolla a cui internet ci ha abituati, in pochi sono andati a verificare la fonte, cioè il fumetto, per trarre dei giudizi più equilibrati e sensati.

Quella che vi propongo di seguito è una breve panoramica di inquadrature e immagini tratte dal film, messe a confronto con le analoghe immagini del fumetto, sempre di Frank Miller. Il risultato è veramente sbalorditivo. Il fumetto è in pratica lo storyboard fedele del film, financo nei dettagli e nelle battute, nelle fisionomie dei personaggi, nella messa in scena dei combattimenti, nei vestiti, nelle armature. Anche l’atmosfera del film riproduce fedelmente i colori e i toni del fumetto.

Lupo - confronto film e fumetto    Lupo - uccisione   Immortali

Battaglia   Opliti - fumetto   Opliti film

Ci troviamo di fronte ad un’operazione unica, simile per certi versi al rigore filologico con cui il regista Gus Van Sant ha rifatto nel 1998 il film Psycho di Hitchcock, discostandosene solo per l’uso del colore e per certe licenze che si è preso nella rappresentazione di alcune scene chiave.

Il film 300 è il tentativo estremo, e molto più riuscito di Sin City, di “filmare e animare un fumetto“, mantenendosi in un continuo, precario e instabile equilibrio fra cinema e fumetto, alternando e mischiando i codici espressivi, gli stilemi e le modalità di rappresentazione di entrambe le arti.

Credo che rimarrà un caso unico, legato com’è, in modo indissolubile, al genio visionario del suo autore Frank Miller.

I 10 film della mia vita

sabato, 14 aprile 2007

 Apocalypse Now

Qualche anno fa – mi sembra fosse il 2001 – ero andato al cinema con un gruppo di amici in uno di quei colossali multisala anonimi e tristi dell’hinterland milanese, che sembrano tanto un incrocio mal riuscito fra un centro commerciale e un gigantesco McDonald’s, a vedere il film Apocalypse Now Redux, la versione di Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, restaurata ed allungata con circa un’ora di scene che non erano state incluse nella versione originale uscita all’epoca.

All’uscita, pur avendo apprezzato certe sequenze inedite (come quella dell’incontro tra Willard e la vedova francese e quella della tavola da surf), rimanevo dell’idea che la prima versione del film fosse la migliore: più onirica, più ambigua, più opaca alla comprensione, più disturbante.

Ho visto la prima volta Apocalypse Now al cinema pochi anni dopo la sua uscita – avrò avuto forse quindici anni – ed è stata una delle emozioni più intense e indelebili della mia vita. Quel film mi aveva letteralmente scioccato. Ed ancora adesso quando lo vedo, l’emozione è sempre intensa, profonda.

Quella sera, mentre andavo al letto, mi misi a riflettere su quali fossero i film che in assoluto erano stati più significativi per me, e da lì nacque l’idea, come per gioco, di stilare una classifica, una sorta di “top ten” dei dieci film più importanti della mia vita.

Da allora devo dire che la mia top ten è rimasta quasi immutata, salvo l’eccezione di un’uscita (L’angelo sterminatore – El Angel Exterminador - 1962 di Luis Buñuel) e l’entrata di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci.

Ecco la mia “top ten” (in ordine rigorosamente casuale):

  1. Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola
  2. Psycho (1960) di Alfred Hitchcock
  3. The Shining (1980) di Stanley Kubrick
  4. Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese
  5. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri
  6. Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) 1956 di Ingmar Bergman
  7. Rashômon (1950) di Akira Kurosawa
  8. Ultimo tango a Parigi (Last Tango in Paris) 1972 di Bernardo Bertolucci
  9. Nosferatu il vampiro (Eine Symphonie des Grauens) 1922 di Friedrich Wilhelm Murnau
  10. Amarcord (1973) di Federico Fellini.

Il criterio che ho adottato è stato quello di scegliere i dieci film che non mi stancherei mai di vedere, quelli che salverei sopra tutti, quelli che ho visto e rivisto decine di volte e che rivedrei sempre con immutata emozione.

Le esclusioni sono state dolorose, ma si tratta di un gioco, e come si sa i giochi sono una cosa “seria” e hanno regole ferree. Solo 10 film.

Il fatto che tutti questi film li abbia visti per la prima volta da ragazzino, rafforza la mia idea che il nostro immaginario si forma da piccoli, e che tutto il resto della nostra vita non è altro che un andare alla ricerca delle stesse forti emozioni provate allora, ma che difficilmente riusciamo a ritrovare e replicare in età adulta.

A questo punto chiedo a voi:

Quali sono i dieci film che hanno plasmato il vostro immaginario in modo indelebile e che hanno forgiato la vostra personalità a tal punto che pur avendoli visti decine di volte provate sempre nuove emozioni profonde e trovate inattese suggestioni ogni volta che rivedete anche solo una sequenza di essi?

Ghost Dog – Il codice del samurai

venerdì, 30 marzo 2007

Ghost Dog

Ghost Dog è uno straordinario film di Jim Jarmusch del 1999.

È la storia di un killer della mafia, Ghost Dog (interpretato da uno strepitoso e monumentale Forest Whitaker) che vive su un tetto abbandonato di un edificio di New York in compagnia dei suoi unici amici, i piccioni viaggiatori.

Ghost Dog è un tipo solitario e misterioso, seguace delle rigide regole di un antico testo orientale, l’Hagakure, il codice segreto del samurai. Si muove come un rapper e si allena, medita e agisce con il senso dell’onore degli antichi samurai.

Nessuno conosce la sua faccia e la sua identità, tranne Louie un membro della gang mafiosa che gli ha salvato la vita e al quale Ghost Dog è devoto come un samurai al suo padrone.

Ghost Dog è un uomo solitario, di poche parole, che si è autoemarginato da un mondo che egli vede ostile. Pur essendo un killer egli mantiene una purezza e un’onestà di fondo simile a quella di un bambino (non a caso diventerà amico di una bambina, nel film).

Tutti i personaggi del film, i piccoli mafiosi italo-americani della periferia di New York sono rappresentati in modo antieroico, antiepico, lontano mille miglia dalle rappresentazioni della mafia a cui siamo abituati dai film di Coppola e Scorsese. Questi personaggi sono miserabili, mediocri, spesso ridicoli. Sono dei perdenti anche loro, dei falliti.

Ghost Dog ha un unico amico, un ambulante nero di Haiti venditore di gelati che parla solo francese, e con cui egli intrattiene dei dialoghi assurdi, visto che nessuno comprende la lingua dell’altro, come a ribadire che la lingua non è un elemento indispensabile per instaurare un’amicizia e una comunicazione “vera” fra uomini.

Altro personaggio fondamentale, tratteggiato con tocco leggero ma efficace, è quello della figlia del boss (Tricia Vessey) che rimane fedele al suo uomo fino alla morte, in un misto di rassegnazione, fatalismo, obbedienza.

Il tema della morte aleggia continuamente su Ghost Dog come sui samurai del passato, scandita dai passi letti dal protagonista (in voce off) e tratti dall’Hagakure – il libro dei samurai.

La morte in questa particolare visione della vita costituisce un approdo naturale, quasi un premio, poiché è la logica conclusione del fatto che si è agito nel migliore dei modi; nella logica dei samurai aver paura della morte è un grave errore  perché può inficiare l’efficienza del servitore nei confronti del suo padrone a cui egli deve totale obbedienza e fedeltà. Il vero samurai non ha scelta, il suo destino è segnato.

Di seguito riporto alcune sequenze del film particolarmente affascinanti.


La sequenza d’apertura, effettuata a volo d’uccello sulla città di New York.


La sequenza dell’esercitazione con la katana (la tipica spada dei samurai) sul terrazzo di casa, resa ancora più affascinante dall’uso dello slow-motion e dalla dissolvenza incrociata, su una base musicale ipnotica (la colonna sonora è opera di RZA membro fondatore del Wu Tang Clan, uno dei gruppi più innovativi dell’hip hop);


L’addestramento dei piccioni viaggiatori nella sua terrazza abbandonata, una sequenza onirica che trasmette un grande senso di libertà e serenità.

Altre sequenze sono particolarmente affascinanti, come quelle in cui l’hip-hop accompagna le sue missioni di morte in una New York tetra e notturna, in sequenze che ricordano da vicino, per l’atmosfera e il senso di degrado e solitudine, il film Taxi Driver di Scorsese.

Una menzione particolare va fatta per la musica, opera di RZA, fondatore del Wu Tang Clan, che rappresenta il lato più oscuro e inquietante dell’hip hop.

Titolo: Ghost Dog – Il codice del Samurai (Ghost Dog)
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Robby Muller
Interpreti: Forest Whitaker, John Tormey, Henry Silva, Isaach de Bankolé, Tricia Vessey, Victor Argo
Nazionalità: USA, 1999
Durata: 1h. 56′