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Ultimo Tango a Parigi

mercoledì, 25 luglio 2007

Ultimo Tango a Parigi 

Ultimo Tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci è uno di quei film che hanno plasmato in modo indelebile il mio immaginario culturale ed emotivo, prima ancora che cinematografico: è un film storico, uno di quei casi in cui la definizione di capolavoro irripetibile è assolutamente calzante.

La regia è perfetta, con movimenti essenziali, la fotografia di Vittorio Storaro è splendida, le inquadrature e le angolazioni hanno fatto scuola.
Marlon Brando che recita se stesso raggiunge l’apice della sua arte intrepretativa maledetta e ribelle.
La musica di Gato Barbieri è bellissima, passionale, perfetta sintesi di Europa e Sudamerica, come suggerisce anche il titolo del film.

La prima volta che lo vidi al cinema fu nel 1987, subito dopo che era stato dissequestrato, mi trovavo a Padova. Stavo frequentando il primo anno di Lettere all’Università. Ricordo che andai a vederlo da solo. Fu un’emozione indimenticabile, a partire dagli splendidi titoli di testa, con le immagini dei quadri di Francis Bacon e la musica di Gato Barbieri.

Il primo titolo del soggetto, scritto da Bertolucci, si intitolava “Un giorno e una notte e un giorno”. Bertolucci rivelò alla rivista di cinema “Positif”, del marzo 1973, quale fu l’ispirazione segreta del film:

«Ho sempre desiderato incontrare una donna in un appartamento deserto, e fare l’amore con lei senza sapere chi sia, e ripetere con lei all’infinito quest’atto sessuale».

Le vicende legate al film sono note: Ultimo Tango a Parigi fu condannato per oscenità al rogo per quindici anni e rimesso in circolazione solo nel febbraio del 1987.
Bertolucci fu condannato a due mesi di prigione (con la condizionale) ed impedito per cinque anni dei suoi diritti di cittadino (come votare, ad esempio).

Il film narra di una passione folle. È la storia di un incontro, quella tra Jeanne (Maria Schneider) una giovane ragazza parigina di vent’anni e Paul (Marlon Brando) un quarantacinquenne americano trapiantato a Parigi.

Il film si apre con un magnifico dolly che dal ponte della metropolitana ci porta giù per le strade sul corpo intero di Brando prima, e sul primo piano di lui disperato con le mani davanti agli occhi.

L’uomo, rimasto vedovo della moglie suicida, si aggira per Parigi in preda a una irrefrenabile malinconia, dovuta, oltre che alla perdita della sua compagna, a un passato confuso e alla perdita della giovinezza.
L’incontro con la giovane donna sconosciuta e il loro fulmineo rapporto sessuale cambierà la vita di entrambi. Gli incontri si susseguiranno frequentemente, sempre all’interno dell’appartamento sfitto, semivuoto.

Paul non vuole assolutamente conoscere il nome della ragazza, come lei non deve conoscere il suo. All’interno di quell’appartamento saranno fuori dal mondo, dalle convenzioni sociali, guidati solo dall’istinto e dalla passione, imprigionati in una sorta di ossessione erotica.

Ma poi un giorno per strada, Paul la ferma e le parla di sé, chiedendole di sposarlo e di vivere insieme. Trascorrono la serata in uno squallido locale dove bevono champagne e ballano il tango.
Nonostante la bella serata, lei gli dice che è finita e fugge all’alba dal locale ormai deserto.
Paul, ubriaco, la insegue in strada fino a casa della madre di lei. Quando riesce ad abbracciarla e le domanda il suo nome. Lei gli spara e lo uccide.

Il finale, stupendo, del primo piano di Marlon Brando, che incredulo e colpito a morte, si toglie la chewing-gum dalla bocca e la attacca sotto la ringhiera del balcone, quasi a voler lasciare ancora una parte di sé attaccata alla vita, e poi si volta a guardare per l’ultima volta la magnifica vista dei tetti di Parigi dall’alto, è da antologia.

Un finale tragico, un rifiuto dell’identità, della personificazione che la società fa delle persone. Quasi un’approvazione alla carnalità erotica come unica forma di comunicazione sincera tra i due sessi, anche se distruttiva. Un film sulla potenza rivoluzionaria e sovversiva dell’eros, che distrugge e abbatte tutte le barriere e convenzioni sociali.

Significativo il fatto che alla fine, fra i due sessi, abbia la meglio la donna, mentre l’uomo soccombe.

300 di Frank Miller: dal fumetto al film

mercoledì, 25 aprile 2007

Leonida film 300 

Dopo averne sentito molto parlare ho visto finalmente il fim 300, diretto da Zack Snyder e tratto dall’omonimo fumetto di Frank Miller, che si era ispirato a sua volta a un altro film, The 300 Spartans, che egli aveva visto da piccolo.

Il film narra la famosa storia delle battaglia delle Termopili svoltasi nel 480 a.C., in cui il re spartano Leonida a capo di un manipolo di 300 suoi uomini, scelti fra i più forti e valorosi opliti, riuscì per ben tre giorni a fermare l’avanzata del poderoso esercito persiano comandato da Serse I, infliggendo grandi perdite al nemico nonostante l’enorme disparità delle forze in campo.

Questo fu reso possibile, oltre che dalle straordinarie capacità di combattenti degli spartani, anche dal fatto di avere attirato astutamente i persiani a combattere all’imboccatura di una stretta gola, quelle delle Termopili appunto, vanificando in questo modo la grande forza d’impatto dell’esercito di Serse e riducendo la battaglia a dei combattimenti corpo a corpo, in cui gli spartani eccellevano nel mondo antico per il loro valore.

Opliti   Dettaglio sguardo Leonida   Serse urlo

Il film, pur essendo pieno di inesattezze storiche, in molte sequenze ricalca fedelmente alcuni passi riportati dallo storico greco Erodoto. Ad esempio, il fatto che nel primo giorno di battaglia, quando Serse intimò ai Greci di gettare le armi, Leonida abbia risposto “Venite a prenderle“, o che il terzo e ultimo giorno Leonida esortò i suoi uomini a fare una colazione abbondante, perché quella notte avrebbero cenato nell’Ade.

Ma qui non mi preme sottolineare la presunta aderenza o meno del film alla verità storica dei fatti. Un film è un testo che si propone principalmente un fine estetico, e non la testimonianza documentaristica dei fatti, soprattutto quando questi si perdono nella notte dei tempi e sono avvolti dalla luce del mito.

Sono stati già scritti molti articoli, più o meno sensati, che vanno in questa direzione, e che si perdono in disamine sterili sulle inesattezze storiche del film.

Certo, Serse non era un uomo di colore, e nemmeno i suoi messaggeri, ma piuttosto un uomo di razza ariana, come le popolazioni che vivono nell’attuale Iran, e non era certo alto 3 metri; sappiamo anche come la civiltà persiana, pur essendo capace di atrocità e orrori assai comuni a quei tempi in tutte le latitudini, era in realtà molto avanzata e tollerante verso le popolazioni e le etnie che dominava.

Messaggero buco film  Messaggero buco fumetto  Messaggero buco film  Messaggero buco fumetto

Gli efori non erano certo quei mostri orripilanti raffigurati nel film, ma erano i 5 magistrati più importanti nelle istituzioni di Sparta, e avevano potere e competenze in fatto di politica estera e difesa della patria.

Ma questi sono solo dettagli.

A me il film è piaciuto molto per il suo notevole fascino visivo e per la straordinaria forza iperrealistica con cui mette in scena i combattimenti: l’uso accorto dell’accelerazione e del ralenti, le zoomate vertiginose e le riprese in movimento rese possibili dalla computer graphics, la fotografia dai colori ultrasaturi e scuri, virata in una sorta di bianco e nero colorato a mano (come nei fumetti), la rappresentazione straordinaria degli ambienti nelle scene panoramiche e di massa (penso alla tempesta che si abbatte sulle navi persiane).

Navi film   Navi fumetto   Rupe film

Tutti questi elementi contribuscono a coinvolgere lo spettatore e a trascinarlo “dentro la storia”, a fargli assaporare la forza barbara, la voluttà di morte, la bellezza terribile e il fascino tremendo dei combattimenti ad armi bianche, la laconica ed eroica determinazione con cui trecento uomini si sacrificarono per la salvezza della loro patria.

Sotto un cielo scuro e rossastro, attraversato da bagliori corruschi, assistiamo ai tremendi combattimenti fra uomini che sanno di essere predestinati a morire, sentiamo il tremendo cozzare delle spade sugli scudi, il clangore delle armi sulle corazze, rimaniamo colpiti dal guizzo atletico dei muscoli, dalla bellezza plastica del gesto un attimo prima che questo dia la morte, dal tendersi del corpo come un arco prima di scagliare una lancia, osserviamo la bellezza scultorea dei corpi plasmati dall’addestramento, il sangue sprizzare a fiumi, teste ed arti troncati volare nell’aria.

Opliti sulla rupe film      Opliti sulla rupe fumetto      Serse fumetto

Serse nel film    Serse nel fumetto   Serse e Leonida nel film

Uno spettacolo barbaro e violento certo, ma affascinante, che lambisce da vicino gli istinti più profondi e oscuri dell’animo maschile, quelli meno addomesticati dalla ragione e dal vivere civile. Chi non ha mai sognato nelle proprie ardenti fantasie di ragazzo, di far parte di un manipolo di uomini forti e coraggiosi come i 300 spartani, guidati da un comandante intrepido e sprezzante del pericolo come Leonida, coinvolti in una battaglia già persa in partenza contro un nemico enormemente più forte, ma che ugualmente, contro ogni logica e previsione, oppongono il loro valore di guerrieri e la loro dignità di uomini liberi fino a sacrificare la propria vita, in un atto supremo di ribellione al destino e agli dei?

Messaggero a cavallo film  Messaggero a cavallo fumetto   Leonida

Ma al di là dei significati e delle corrispondenze che ognuno trova nel proprio animo, forse a molti è sfuggito il fatto che il film 300 è la fedele riproduzione cinematografica del fumetto da cui è tratto. Certo, in molti hanno sottolineato il fatto che il film fosse tratto dal fumetto, ma nell’epoca del rapido e furtivo copia e incolla a cui internet ci ha abituati, in pochi sono andati a verificare la fonte, cioè il fumetto, per trarre dei giudizi più equilibrati e sensati.

Quella che vi propongo di seguito è una breve panoramica di inquadrature e immagini tratte dal film, messe a confronto con le analoghe immagini del fumetto, sempre di Frank Miller. Il risultato è veramente sbalorditivo. Il fumetto è in pratica lo storyboard fedele del film, financo nei dettagli e nelle battute, nelle fisionomie dei personaggi, nella messa in scena dei combattimenti, nei vestiti, nelle armature. Anche l’atmosfera del film riproduce fedelmente i colori e i toni del fumetto.

Lupo - confronto film e fumetto    Lupo - uccisione   Immortali

Battaglia   Opliti - fumetto   Opliti film

Ci troviamo di fronte ad un’operazione unica, simile per certi versi al rigore filologico con cui il regista Gus Van Sant ha rifatto nel 1998 il film Psycho di Hitchcock, discostandosene solo per l’uso del colore e per certe licenze che si è preso nella rappresentazione di alcune scene chiave.

Il film 300 è il tentativo estremo, e molto più riuscito di Sin City, di “filmare e animare un fumetto“, mantenendosi in un continuo, precario e instabile equilibrio fra cinema e fumetto, alternando e mischiando i codici espressivi, gli stilemi e le modalità di rappresentazione di entrambe le arti.

Credo che rimarrà un caso unico, legato com’è, in modo indissolubile, al genio visionario del suo autore Frank Miller.

I 10 film della mia vita

sabato, 14 aprile 2007

 Apocalypse Now

Qualche anno fa - mi sembra fosse il 2001 - ero andato al cinema con un gruppo di amici in uno di quei colossali multisala anonimi e tristi dell’hinterland milanese, che sembrano tanto un incrocio mal riuscito fra un centro commerciale e un gigantesco McDonald’s, a vedere il film Apocalypse Now Redux, la versione di Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, restaurata ed allungata con circa un’ora di scene che non erano state incluse nella versione originale uscita all’epoca.

All’uscita, pur avendo apprezzato certe sequenze inedite (come quella dell’incontro tra Willard e la vedova francese e quella della tavola da surf), rimanevo dell’idea che la prima versione del film fosse la migliore: più onirica, più ambigua, più opaca alla comprensione, più disturbante.

Ho visto la prima volta Apocalypse Now al cinema pochi anni dopo la sua uscita - avrò avuto forse quindici anni - ed è stata una delle emozioni più intense e indelebili della mia vita. Quel film mi aveva letteralmente scioccato. Ed ancora adesso quando lo vedo, l’emozione è sempre intensa, profonda.

Quella sera, mentre andavo al letto, mi misi a riflettere su quali fossero i film che in assoluto erano stati più significativi per me, e da lì nacque l’idea, come per gioco, di stilare una classifica, una sorta di “top ten” dei dieci film più importanti della mia vita.

Da allora devo dire che la mia top ten è rimasta quasi immutata, salvo l’eccezione di un’uscita (L’angelo sterminatore - El Angel Exterminador - 1962 di Luis Buñuel) e l’entrata di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci.

Ecco la mia “top ten” (in ordine rigorosamente casuale):

  1. Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola
  2. Psycho (1960) di Alfred Hitchcock
  3. The Shining (1980) di Stanley Kubrick
  4. Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese
  5. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri
  6. Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) 1956 di Ingmar Bergman
  7. Rashômon (1950) di Akira Kurosawa
  8. Ultimo tango a Parigi (Last Tango in Paris) 1972 di Bernardo Bertolucci
  9. Nosferatu il vampiro (Eine Symphonie des Grauens) 1922 di Friedrich Wilhelm Murnau
  10. Amarcord (1973) di Federico Fellini.

Il criterio che ho adottato è stato quello di scegliere i dieci film che non mi stancherei mai di vedere, quelli che salverei sopra tutti, quelli che ho visto e rivisto decine di volte e che rivedrei sempre con immutata emozione.

Le esclusioni sono state dolorose, ma si tratta di un gioco, e come si sa i giochi sono una cosa “seria” e hanno regole ferree. Solo 10 film.

Il fatto che tutti questi film li abbia visti per la prima volta da ragazzino, rafforza la mia idea che il nostro immaginario si forma da piccoli, e che tutto il resto della nostra vita non è altro che un andare alla ricerca delle stesse forti emozioni provate allora, ma che difficilmente riusciamo a ritrovare e replicare in età adulta.

A questo punto chiedo a voi:

Quali sono i dieci film che hanno plasmato il vostro immaginario in modo indelebile e che hanno forgiato la vostra personalità a tal punto che pur avendoli visti decine di volte provate sempre nuove emozioni profonde e trovate inattese suggestioni ogni volta che rivedete anche solo una sequenza di essi?

Ghost Dog - Il codice del samurai

venerdì, 30 marzo 2007

Ghost Dog

Ghost Dog è uno straordinario film di Jim Jarmusch del 1999.

È la storia di un killer della mafia, Ghost Dog (interpretato da uno strepitoso e monumentale Forest Whitaker) che vive su un tetto abbandonato di un edificio di New York in compagnia dei suoi unici amici, i piccioni viaggiatori.

Ghost Dog è un tipo solitario e misterioso, seguace delle rigide regole di un antico testo orientale, l’Hagakure, il codice segreto del samurai. Si muove come un rapper e si allena, medita e agisce con il senso dell’onore degli antichi samurai.

Nessuno conosce la sua faccia e la sua identità, tranne Louie un membro della gang mafiosa che gli ha salvato la vita e al quale Ghost Dog è devoto come un samurai al suo padrone.

Ghost Dog è un uomo solitario, di poche parole, che si è autoemarginato da un mondo che egli vede ostile. Pur essendo un killer egli mantiene una purezza e un’onestà di fondo simile a quella di un bambino (non a caso diventerà amico di una bambina, nel film).

Tutti i personaggi del film, i piccoli mafiosi italo-americani della periferia di New York sono rappresentati in modo antieroico, antiepico, lontano mille miglia dalle rappresentazioni della mafia a cui siamo abituati dai film di Coppola e Scorsese. Questi personaggi sono miserabili, mediocri, spesso ridicoli. Sono dei perdenti anche loro, dei falliti.

Ghost Dog ha un unico amico, un ambulante nero di Haiti venditore di gelati che parla solo francese, e con cui egli intrattiene dei dialoghi assurdi, visto che nessuno comprende la lingua dell’altro, come a ribadire che la lingua non è un elemento indispensabile per instaurare un’amicizia e una comunicazione “vera” fra uomini.

Altro personaggio fondamentale, tratteggiato con tocco leggero ma efficace, è quello della figlia del boss (Tricia Vessey) che rimane fedele al suo uomo fino alla morte, in un misto di rassegnazione, fatalismo, obbedienza.

Il tema della morte aleggia continuamente su Ghost Dog come sui samurai del passato, scandita dai passi letti dal protagonista (in voce off) e tratti dall’Hagakure - il libro dei samurai.

La morte in questa particolare visione della vita costituisce un approdo naturale, quasi un premio, poiché è la logica conclusione del fatto che si è agito nel migliore dei modi; nella logica dei samurai aver paura della morte è un grave errore  perché può inficiare l’efficienza del servitore nei confronti del suo padrone a cui egli deve totale obbedienza e fedeltà. Il vero samurai non ha scelta, il suo destino è segnato.

Di seguito riporto alcune sequenze del film particolarmente affascinanti.


La sequenza d’apertura, effettuata a volo d’uccello sulla città di New York.


La sequenza dell’esercitazione con la katana (la tipica spada dei samurai) sul terrazzo di casa, resa ancora più affascinante dall’uso dello slow-motion e dalla dissolvenza incrociata, su una base musicale ipnotica (la colonna sonora è opera di RZA membro fondatore del Wu Tang Clan, uno dei gruppi più innovativi dell’hip hop);


L’addestramento dei piccioni viaggiatori nella sua terrazza abbandonata, una sequenza onirica che trasmette un grande senso di libertà e serenità.

Altre sequenze sono particolarmente affascinanti, come quelle in cui l’hip-hop accompagna le sue missioni di morte in una New York tetra e notturna, in sequenze che ricordano da vicino, per l’atmosfera e il senso di degrado e solitudine, il film Taxi Driver di Scorsese.

Una menzione particolare va fatta per la musica, opera di RZA, fondatore del Wu Tang Clan, che rappresenta il lato più oscuro e inquietante dell’hip hop.

Titolo: Ghost Dog - Il codice del Samurai (Ghost Dog)
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Robby Muller
Interpreti: Forest Whitaker, John Tormey, Henry Silva, Isaach de Bankolé, Tricia Vessey, Victor Argo
Nazionalità: USA, 1999
Durata: 1h. 56′