
Ho sempre avuto una naturale, viscerale, direi quasi atavica repulsione e refrattarietà per tutto ciò che sapesse vagamente di marketing, profilazione utenti, segmentazione clienti, indagini conoscitive di mercato, sondaggi di opinione.
Questo è il motivo per cui faccio raramente acquisti con carta di credito, non ho il telepass, rispondo di proposito in modo fantasioso ed inventato alle solerti intervistatrici (che tra l’altro non hanno nessuna colpa) che fanno telemarketing, possiedo un modello di telefonino vecchio di 5 anni, non ho l’abbonamento alla TV via satellite (già non guardo la TV normale, il calcio non mi interessa), odio i viaggi organizzati, le “partenze intelligenti”, la stagione dei saldi, le offerte promozionali.
Non mi piace essere classificato, etichettato, “profilato”, “targettizzato”. Non sopporto che le mie abitudini vengano studiate e analizzate, come fossi una cavia da laboratorio. Voglio far parte della “percentuale irrilevante” che è statisticamente ininfluente ai fini del mercato, essere la scheggia impazzita che sfugge alle maglie del sistema, la variabile non prevista. La battaglia per la libertà dell’individuo oggi si gioca anche, e soprattutto, su questo terreno insidioso.
Non metto certo in discussione la validità delle tecniche usate e dei principi teorici che vi sono alla base – in parte li conosco e ho anche lavorato a progetti web nati proprio per rispondere ad esigenze di questo tipo – ma è il modo in cui vengono usati che critico, il fine per cui vengono utilizzati.
Le metodologie di marketing sempre più aggressive, le tecniche di profilazione degli utenti sempre più avanzate e raffinate rese possibile da Internet, stanno rivoluzionando le nostre abitudini, i nostri comportamenti, la nostra stessa vita in un modo che non è più possibile ignorare.
Ormai non si fa più un progetto se non c’è prima dietro un’analisi di mercato, non si finanzia un’idea se non c’è un business plan con un piano di rientro economico, non si lancia un nuovo prodotto (film, videogioco, programma televisivo, libro, detersivo, mangime per cani, telefonino…) se prima non si sono sondate con cura le aspettative dei consumatori per dare loro esattamente quello che vogliono, o meglio, quello che si crede che essi vogliano.
Giusto, in teoria, in un mondo perfetto. Peccato che il mondo non lo sia.
Peccato che il mercato libero di fatto non esista, che le persone che stanno dietro alla decisione di lanciare un progetto siano spesso poco competenti, che il capo voglia sempre sentirsi dire solo quello che gli piace sentire, che la torta degli affari venga spartita sempre fra i soliti noti, peccato che la natura umana, specie quella degli imprenditori, tenda sempre ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo (dove “massimo risultato=profitto” e “minimo sforzo=costi“).
Assistiamo così a uno scadimento generale della qualità, a una omologazione verso il basso di tutto ciò che ci viene proposto, a una messa al bando delle idee e delle persone originali, innovative, scomode. Tutto deve tendere a una mediocrità rassicurante, ad un piattume desolante, con l’unico scopo di rimbambire la massa e di riempire le casse delle aziende. Gli strumenti e le tecniche sofisticatissime del marketing vengono usate esclusivamente per creare e proporre cloni riciclati, scadenti variazioni sul tema, brutte copie dell’esistente. Non esistono quasi più piani industriali basati sull’innovazione, né produttori o editori intraprendenti che scommettono su un’idea valida, anche se rischiosa.
L’avvento di Internet, e in particolare l’esplosione dei motori di ricerca degli ultimi cinque anni, ha complicato ulteriormente la questione, portando a livelli inimmaginabili le tecniche di profilazione degli utenti e quindi la possibilità di tracciare e conoscere ogni singolo comportamento e azione di ognuno di noi.
A questo proposito riporto alcuni brani, che mi sono sembrati particolarmente significativi ed inquietanti, tratti da un articolo segnalatomi alcuni mesi fa da un amico, e che è oggi quanto mai attuale. L’articolo in questione è intitolato ”La minaccia fantasma” ed è scritto da un esperto che si occupa da anni di sicurezza informatica e difesa della privacy. L’articolo è abbastanza lungo, molto ben fatto, e alla fine della lettura vi avrà insinuato dei dubbi su Google che non vi abbandoneranno più. Eccone alcuni estratti:
Pensate alla navigazione in Internet di un utente. Forum, siti di informazione, motori di ricerca, webmail, mailing list, newsgroup. In tutti questi luoghi virtuali spargiamo delle informazioni che ci riguardano.
Su “maporama” lasciamo indicazione di un luogo dove vogliamo recarci e del quale ci serve una mappa.
Sul forum chiediamo quale prodotto comprare, perché il vecchio non ci ha convinti.
Sul motore di ricerca cerchiamo informazioni riguardo a quello cui lavoriamo, per vedere se altri hanno già fatto qualcosa di simile, ne hanno già discusso o se già esiste quello che vogliamo realizzare. Sicuramente non cerchiamo informazioni che non ci interessano.
Se ci fosse un servizio statale in grado di offrire e-mail veloci, forum gratuiti, motore di ricerca internazionale, servizi di consultazione conti correnti… ci fideremmo? Probabilmente di meno.
Si capirebbe troppo chiaramente che facendo affidamento ad un sito solo, questo sito saprebbe tutto di noi.
Si capirebbe troppo chiaramente che, se perdessimo la nostra login e la password di un sito così importante, un malintenzionato potrebbe sapere tutto di noi.
La percezione di “diffondere” informazioni, anche obiettivamente sensibili, sotto uno pseudonimo scelto a caso, con altri pseudonimi più o meno conosciuti, ci dà la sensazione di stare tra un gruppo di persone più o meno fidate, con le quali perlomeno possiamo parlare senza filtri in un determinato contesto.
Ma cosa potrebbe succedere, se qualcuno, o qualcosa, fosse in grado di mettere insieme tutti i pezzetti di informazioni che ci riguardano e che sparpagliamo per la rete?
Se quello che abbiamo scritto in una e-mail, i siti visitati l’altro ieri e l’annuncio su un blog fossero tutti riconducibili a noi?
Sarebbe un incubo? Ma non lo è. O almeno i prerequisiti tecnici perché non sia solo un brutto incubo ci sono. Sta quindi alla buona fede dell’entità non sfruttare questi dati contro di noi.
Chi e cos’è quest’entità?
Sono i motori di ricerca, l’unico strumento su Internet davvero insostituibile. Insostituibile perché svolge una funzione di “unione” tra il bisogno dell’utente di accedere ad un archivio unico e centralizzato e la necessità della rete di essere decentralizzata e sparsa.
L’analisi che segue verte per lo più su Google, tecnicamente il migliore secondo molti aspetti, e di conseguenza anche il più inquietante.
Il cookie “eterno”: Google è l’unica entità che usa i cookie impostati per spirare domenica 17 Gennaio del 2038, cioè la massima data esprimibile attualmente con 32 bit. Se avessero potuto mettere 2100 l’avrebbero fatto, e perché? Basta pensare all’utilità di un cookie. Agli albori del web, i cookie aiutavano ad ottimizzare la trasmissione. Quando mi collegavo ad un sito scaricavo con il modem macinino a 56k tutte le pesanti immagini e un piccolo cookie. La volta successiva la presenza di quel cookie nel mio browser mi consentiva di sapere che non avrei dovuto riscaricare le immagini, le avevo già nella cache. In seguito le vecchie e statiche pagine HTML sono diventate dinamiche, si sono trasformate in applicazioni, è stato necessario identificare gli utenti ed i cookie hanno preso la funzione di “riconoscere” un utente che si era autenticato con una certa coppia username/password tempo prima, in modo da togliergli la pesantezza di rifare login. I cookie attualmente, vista la quantità di web application che usiamo, prendono significato per il server consentendogli di lasciare informazioni sul nostro computer (lingua, identificativo univoco che gli consente di farci autenticare senza login e password, date di accesso, preferenze,…). È una feature a tutti gli effetti.
L’”immagine” degli interessi della massa. La massa è il target per eccellenza, se vendo lavatrici non cerco di conquistare la massaia 90enne che lava al fosso con il sapone di marsiglia, perché rappresenta una minoranza. Ma tutte le famiglie, i single e le massaie rimanenti, loro sono un target succulento per le mie lavatrici. Supponi ora di sapere cosa le persone CERCANO, come resistere all’opportunità di dar loro il suggerimento che si aspettano? Come poi resistere quando posso rivendere questo servizio pubblicitario?
Quello che un motore di ricerca può offrire è ancora meglio. La “profilazione”, ovvero la tecnica con la quale raccogliendo informazioni su una persona si può descrivere il suo profilo comportamentale, di interessi e di cultura dà spazio ad attacchi ancora più seducenti. Quando il nostro profilo è collegato al nostro cookie, quando la nostra storia può essere presa a riferimento per il suggerimento adeguato, otteniamo una pubblicità mirata su quello che ci interessa in un determinato momento e contestualizzato per chi siamo. Pubblicità su misura per ogni utente, esiste qualcosa più irresistibile?
Capisco che nella mia analisi possa sembrare davvero negativo, ma se penso all’infinità di tecnologia a disposizione di Google, alle ricerche di personale che effettuano, alle capacità richieste ai loro collaboratori, mi chiedo quanti nonni ricchi deve avere per finanziare un’opera così filantropica e pura, per di più: GRATIS!
Quanto vale la prima posizione nella pagina dei risultati di una ricerca? In un motore di ricerca, essa dovrebbe essere legata all’attinenza della fonte con l’argomento cercato, valutata in relazione a quanti altri siti la usano come “riferimento”. Ci sono decine di algoritmi pensati per gestire il “ranking” (la rilevanza associata ad un link in modo da assegnargli una posizione più alta nella pagina dei risultati rispetto ad uno di rilevanza inferiore) nel modo più obiettivo possibile.
In un mondo perfetto infatti, il tasto “mi sento fortunato” che ti manda automaticamente al primo link dei risultati, sarebbe davvero una soluzione magica: inserisci una domanda e ti appare la risposta. In un mondo perfetto l’informazione sarebbe corretta, obiettiva, imparziale, in modo da indottrinarci senza volerci trasmettere una visione parziale dell’argomento di nostro interesse. Il mondo perfetto non esiste, tutti siamo parziali e soggettivi. Anche i primi 5-6 link che appaiono in risposta ad una ricerca. Ho detto 5-6 volutamente, perché “normalmente” non si aprono più di 5 siti alla ricerca di una risposta, se non la si è trovata è molto più facile affinare i criteri ed eseguire una nuova ricerca ottenendo per risultato altri siti.
Cosa implica questo? Normalmente se leggiamo una descrizione che riguarda un argomento che conosciamo sappiamo dire se essa è in linea con quello che sappiamo a riguardo. Meglio ancora sarebbe possedere un’esperienza personale da usare come metro di paragone per valutare la bontà dell’informazione che riceviamo, ma in mancanza di altro, conoscenze bilaterali possono già dare una buona base. Quando invece apprendiamo qualcosa di nuovo, ci viene naturale credere all’informazione ed acquisirla così com’è.
Tutti siamo rimasti stupiti da quanto sia facile apprendere nuove informazioni con Internet! Inserisci una domanda, una curiosità, la radice per un chiarimento e lo trovi sempre! Ma ci siamo mai interrogati riguardo l’imparzialità dell’informazione ottenuta? Sicuramente. La risposta sta nel sito che abbiamo visualizzato. Un’università, un blog con commenti seri e sensati, un sito di un professionista. Ma la risposta non deve stare in chi, genuinamente, mette a disposizione la propria conoscenza, ma piuttosto nella domanda: “perché sto leggendo solo questo e non consulto le altre fonti?”
Il motivo non è il controllo. Purtroppo no.
Verosimilmente un colosso come Google non potrebbe mai prendere esplicitamente parte a cospirazioni censorie e mantenere la cosa segreta. Casi diplomatici come Google.cn non sono un esempio valido. Ma basti pensare alla quantità di personale che vi lavora sopra, un’informazione di tale delicatezza trapelerebbe decuplicando la visibilità dell’oggetto censurato. Mentre è meno segreto che il potere di google è LA PUBBLICITÀ.
E qui entra in gioco la profilazione. Se prima si poteva presupporre, nonostante l’antitrust, che un colosso fosse in grado di controllare il mercato del proprio settore, ora non è più così. Certo, se cercherai “router” Cisco sarà sempre presente in 9 risultati su 10, ma più specifiche saranno le parole chiave inserite più troverai qualcosa di adeguato alla tua ricerca. Questa è la profilazione: sapere cosa vuoi e proporti il link di chi ha pagato per apparire sul tuo monitor in quel preciso momento.
La profilazione cresce, si perfeziona, si avvicina a te, conoscendoti in aspetti che tu stesso ignori. Questo è il rischio: che ti vengano propinati prodotti, idee, concetti, nel modo per cui sei più vulnerabile.
Guarda caso, quando si sottoscrive qualche servizio Google si accetta una delle tante licenze liquidate con un “accetto e proseguo”.
In quella licenze non si dice “tutto e nulla” come si teme. Dicono apertamente che Google analizza i dati raccolti a fini statistici. Ma i dati raccolti non sono solo “le 10 parole più ricercate nel mondo”, sono i nostri cookie, i nostri referrer, le ricerche ad essi correlate, ecc.
Ma supponiamo questo articolo venga letto da molte persone. Cosa cambia? Nulla. Nulla perché uno strumento simile ha come finalità l’attacco alle MASSE. Anzi, sono una porzione di informazioni che seguono condizioni ferree, alle quali non possiamo sottrarci.
Singolamente possiamo proteggerci, ma ci sono informazioni che prendono valore in relazione al numero di persone che le stanno richiedendo, e la maggior parte degli utenti non usa alcuna protezione a riguardo. A quel punto, che ci si sia protetti o meno, le azioni intraprese saranno le stesse nei confronti della massa, noi compresi.