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Ballata delle madri - Pier Paolo Pasolini

martedì, 4 maggio 2010

Per una volta, non ho parole.

Il testo de La ballata delle madri di Pier Paolo Pasolini è fin troppo eloquente, straordinariamente attuale nella sua classica inattualità.

E la vibrante e appassionata interpretazione di Vittorio Gassman, grande amico di Pasolini, non può che lasciare annichiliti.

Quanto ci sarebbe bisogno di uomini veri, di grandi italiani come Pasolini e Gassman con la loro spietata, lucida eppur poetica capacità di analisi nella povera Italia di oggi.

Ballata delle madri - Pier Paolo Pasolini

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Stabat nuda aestas

mercoledì, 19 agosto 2009

meriggio

Non so cosa ci possa essere di più “inattuale“, antimoderno, rivoluzionario e contrastante con i valori dominanti di questo tempo - o l’assenza di valori che dir si voglia - che prendere in mano un libro di poesie italiane in una calda notte di agosto, sfogliarlo guidato dai ricordi universitari, soffermarsi ora su quell’autore ora su quell’altro e iniziare a leggere le poesie che abbiamo sempre amato per trarvi conforto, piacere e oblio dall’aridità della vita di tutti i giorni, riscoprendovi intatta la potenza dirompente e la forza evocatrice del verso.

Ho sempre amato il D’Annunzio poeta dell’Alcyone, il poema dell’Estate, il libro di liriche dove viene celebrata la comunione dell’uomo con la natura colta al culmine della sua potenza vitale, la pagana, selvaggia e ancora innocente capacità dell’uomo di immedesimarsi con il pulsare della vita e fluire in essa come parte del tutto.

Il senso di ebbrezza panica, il naturalismo gioioso, il senso di abbandono alla vita, la profonda musicalità evocatrice del verso che D’Annunzio riesce ad esprimere nelle migliori liriche dell’Alcyone costituiscono uno dei momenti fondamentali della poesia italiana.

Stabat nuda aestas, il cui titolo è un omaggio al grande poeta latino Ovidio, è una delle mie preferite da sempre.

Il sottile erotismo di cui è pervasa tutta la lirica, il silenzio del paesaggio nell’immobilità della gran calura estiva, il senso di trepidante attesa, gli splendidi squarci descrittivi del corpo della dea, culminano nel finale con l’immagine indimenticabile della Dea che incespica al termine dell’inseguimento e cade distesa fra le sabbie e l’acqua, col vento di ponente che fa schiumare l’onda marina fra i suoi capelli scomposti.

Per un attimo, prima di rifluire nuovamente nel paesaggio inondato di luce del meriggio, la dea si svela al poeta nella sua immensa nudità.

Dedico questa poesia, in un giorno che per me ha un significato molto particolare, a colei di cui primamente intravidi il piè stretto e alla fine raggiunsi esattamente diciott’anni fa, e che adesso appartiene a quella dimensione ineffabile e misteriosa preclusa a noi viventi.

Stabat nuda aestas (Gabriele D’Annunzio)

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la rèsina gemette giù pè fusti.
Riconobbi il colúbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea mèsse nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò ne’ suoi capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.

La stanza del vescovo (1977) - Dino Risi

martedì, 18 novembre 2008

«Maffei, ma lo sa che in certi particolari momenti
la “tinca” mi fa piangere? Mi commuove?
Anche le tette, eh!
Il culo invece mi fa ridere!
»
Temistocle Orimbelli (Ugo Tognazzi) 

Ho rivisto di recente il film La stanza del vescovo (1977) di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Ornella muti, tratto dal romanzo omonimo di Piero Chiara.

L’avevo visto la prima volta da adolescente sulle tv private, tanti anni fa.

Mi era rimasta impressa la sua particolare atmosfera tra il decadente e l’onirico e i paesaggi sul Lago Maggiore, le scorribande godereccie in barca a vela a caccia di avventure erotiche dei due protagonisti, l’indimenticabile personaggio di Temistocle Orimbelli, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi, e alcune scene di seduzione con Ornella Muti che ai tempi mi avevano particolarmente turbato.

Dino Risi riesce perfettamente a cogliere l’atmosfera di elegante maliconia del romanzo di Piero Chiara che il lago ci comunica. La stanza del vescovo è, prima che un giallo provinciale, la descrizione di un vagabondaggio a vela sul lago Maggiore, dove due amici improvvisati vanno a caccia di donne e di avventure nel 1946, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma poi l’anziano incastra il giovane in un tenebroso intrigo di amore e di morte.

Trama: Marco Maffei, un ragazzo che ama passare il tempo navigando senza meta sul Lago Maggiore con una barca acquistata d’occasione, viene avvicinato dallo stravagante Temistocle Mario Orimbelli che lo invita alla propria villa ove gli presenta la moglie Cleofe e la cognata Matilde, presunta vedova di marito disperso in Abissinia…

La prima parte del film è quella più bella, dove Risi ha ritrovato temi e paesaggi che gli sono cari e il tono del racconto è azzeccatissimo, tra malinconico e sfrontato, anche per la presenza di un Tognazzi in stato di grazia. Un po’ meno azzeccata è forse la seconda parte, quella in cui la vicenda e il giallo mostrano il loro meccanismo.

Le scene del vagabondaggio a vela sul Lago Maggiore sono veramente molto belle, hanno un sapore di favola boccaccesca, una sorta di Odissea lacustre a caccia di avventure erotiche, ma venata di malinconia, ironia amara e da un presentimento di morte.

La breve sequenza che ho riportato all’inizio di questo articolo ne è un chiaro esempio.

Io che sono nato e cresciuto sulle rive assolate del Mediterraneo, di fronte all’Africa, mai mi sarei immaginato di innamorarmi della particolare atmosfera dei laghi lombardi, soprattutto in autunno e d’inverno.
Eppure adesso che per lavoro mi sono trovato a vivere per gran parte del giorno in quei posti, a pochi metri dal lago, devo confessare che quell’atmosfera decadente, malinconica, mi ha stregato.
Mi piace come cambia il colore del lago a seconda della luce, della stagione della nebbia, della pioggia, e vi ritrovo intatta l’atmosfera tipica dei romanzi di Piero Chiara.

Piero Chiara, nato 1913 a Luino sul Lago Maggiore, e morto nel 1986 a Varese, è stato uno dei maggiori scrittori italiani del secondo dopoguerra.
I piccoli paesi sulle rive del Lago Maggiore e le zone dell’Alta Lombardia ai confini con la Svizzera sono lo scenario dei suoi romanzi dove ritrae sapientemente una vita di frontiera ormai scomparsa, fatta di contrabbandieri, truffatori, fuggiaschi, ma soprattutto la realtà di una piccola borghesia di provincia con i suoi segreti, i suoi misfatti, le sue meschinità, le sue trasgressioni.

«Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari.
» (da Wikipedia)

Gabbiani - Vincenzo Cardarelli

venerdì, 22 agosto 2008

Gabbiani

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace
io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca

(Vincenzo Cardarelli)

Spleen - Charles Baudelaire

giovedì, 19 giugno 2008

Charles Baudelaire

Il termine spleen, in francese, rappresenta la tristezza meditativa o la melancolia. Il temine venne reso famoso durante il Decadentismo dal poeta francese Charles Baudelaire.

È così che mi sento da un paio di settimane a questa parte.

Il ricordo è andato subito alla poesia di Charles Baudelaire, uno dei miei poeti preferiti.

L’ho studiata ai tempi dell’università, rimeditata e pasteggiata tante volte negli anni successivi. Adesso la sento mia veramente.

Per chi volesse approfondire un poco l’analisi della poesia segnalo questo link interessante come punto di partenza.

Spleen 
C. Baudelaire

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l’Espérance, comme une chauve-souris,
S’en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

- Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Spleen 
C. Baudelaire

Quando come un coperchio il cielo pesa
grave e basso  sull’anima gemente
in preda a lunghi affanni, e quando versa
su noi, dell’orizzonte tutto il giro
abbracciando, una luce nera e triste
più delle notti; e quando si è mutata
la terra in una cella umida, dove
se ne va su pei muri la Speranza
sbattendo la sua timida ala, come
un pipistrello che la testa picchia
su fradici soffitti; e quando imita
la pioggia, nel mostrare le sue striscie
infinite, le sbarre di una vasta
prigione, e quando un popolo silente
di infami ragni tende le sue reti
in fondo ai cervelli nostri, a un tratto
furiosamente scattano campane,
lanciando verso il cielo un urlo atroce
come spiriti erranti, senza patria,
che si mettano a gemere ostinati.
E lunghi funerali lentamente
senza tamburi sfilano né musica
dentro l’anima: vinta, la Speranza
piange, e l’atroce Angoscia sul mio cranio
pianta, despota, il suo vessillo nero.

Da I fiori del male

Alla mia nazione - Pasolini

domenica, 30 dicembre 2007

Pasolini

Alla mia nazione - Pier Paolo Pasolini

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini

La poesia può essere ascoltata nella vibrante recitazione di Vittorio Gassman, in questo sito.

Il file audio della poesia Alla mia nazione è tratto dall’Antologia personale di Vittorio Gassman, una raccolta delle poesie fra i maggiori poeti italiani dell’Ottocento e del Novecento, uscita nel 2000 per Luca Sossella editore e realizzato con le voci di Vittorio Gassman, Franca Nuti, Roberto Herlitzka, Lina Sastri e tanti altri grandi attori di teatro italiani.
Ne posseggo il cofanetto di sei cd audio, accompagnato da un libretto con i testi delle poesie lette, come una delle cose più preziose che ho.

Nel presentare le poesie di Pasolini, Vittorio Gassman ricordava:

«[…] È certo che, almeno per noi, Pier Paolo rappresenta forse l’assenza più pesante nel tessuto della cultura contemporanea. Ci mancano, sì, la sua sterminata vitalità, il suo coraggio irriducibile.
Per quel tanto, non tantissimo, che era possibile credo di averlo conosciuto abbastanza bene. Capii per esempio la sua iniziale riluttanza quando ai tempi del Teatro Popolare Italiano, che dirigevo insieme a Lucignani, gli chiedemmo di tradurre per noi l’Orestiade di Eschilo.  Disse, brutalmente, che il teatro non rientrava nei suoi interessi; disse e scrisse che lo disgustavano sia il teatro della magniloquenza retorica sia quello della futilità, della chiacchiera, diceva.
Bene, dopo poco più di di mesi mi telefonò, e mi disse che aveva già terminato la traduzione - primo suo lavoro per la scena - che noi rappresentammo a Siracusa nel ’60  e che per la sua potenza e modernità entusiasmò il pubblico almeno quanto scandalizzò i professori e i critici pecoroni.
Con la stessa rapidità e lo stesso fervore creativo Pasolini scrisse, non molto tempo dopo, tutto il suo teatro, e devo dire, fra i ricordi più belli della mia carriera, restano le due rappresentazioni che feci a distanza di anni della sua Affabulazione
[…]»

Uomini d’altri tempi, di una statura morale e di un rigore intellettuale che oggi sembrano smarriti per sempre.

Natale - Giuseppe Ungaretti

giovedì, 13 dicembre 2007

Mare Olanda

Ho sempre sentito una particolare affinità spirituale con Giuseppe Ungaretti, con la sua desolata visione del mondo, la sua dolorosa esperienza, la sofferta e al tempo stesso virile testimonianza di uomo, il verso scarno ed essenziale, la parola nuda, asciutta, scabra come un sasso levigato dal tempo.

A volte mi sembra che tutto sia stato già detto, che non ci sia più nulla da aggiungere di nuovo, se non ricercare nelle parole dei grandi del passato verità e sentimenti eterni, immutabili, universali.

La parola è sacra, preziosa. Ormai abbiamo da tempo smarrito questa consapevolezza che trovava nella poesia la sua espressione più alta, la sua laica liturgia. La parola è stata umiliata, ridotta a meno che futile chiacchiera, a balbettio sbilenco e sgrammaticato, privo di senso.

Adesso più che mai, sento una consonanza perfetta con il sentire del poeta, affratellati dal dolore e dalla stanchezza, e riemergono improvvisi dal profondo versi che non ricordavo più da decenni.

NATALE
Napoli il 26 dicembre 1916.

Non ho voglia
Di tuffarmi
In un gomitolo
Di strade

Ho tanta
Stanchezza
Sulle spalle

Lasciatemi così
Come una
Cosa
Posata
In un angolo
E dimenticata

Qui
Non si sente
Altro
Che il caldo buono
Sto
Con le quattro
Capriole
Di fumo
Del focolare.

Giuseppe Ungaretti, L’Allegria, 1931