Questa non è una recensione. È la pregustazione di un’aspettativa, il sogno di una promessa fatta baluginare dalla foto di copertina e da poche note, l’immaginazione di una storia che non è stata ancora letta e che come tale è ancora potenzialmente infinita.
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E nemmeno un rimpianto
martedì, 27 dicembre 2011Un primo maggio da Eternauta
lunedì, 2 maggio 2011Il primo titolo che mi è venuto in mente per questo post era “Un primo maggio di merda”.
Poi, complice la stanchezza e un certo senso di apatico distacco e di serena rassegnazione che man mano nel corso della giornata si andavano insinuando in me, ma soprattutto grazie a uno di quei magici momenti in cui veniamo all’improvviso fulminati da una visione che dura pochi attimi ma che nella mente si staglia fulgida come un lampo che rischiara la notte, ho deciso di cambiarlo in “Un primo maggio da Eternauta”.
“L’età del dubbio” – Andrea Camilleri
sabato, 1 novembre 2008
Sto leggendo L’età del dubbio (Sellerio), il nuovo romanzo del commissario Montalbano, scritto da Andrea Camilleri.
Convivo ormai con Montalbano da quasi dieci anni, da quando l’ho scoperto.
Lessi il mio primo libro di Montalbano alle Isole Eolie nell’estate 1999. Ricordo ancora le sensazioni della prima lettura, disteso sul letto, dopo pranzo, al ritorno dal mare, davanti ad un albero di fico in un bellissimo orto eoliano, a Canneto.
Un incontro memorabile. Da allora non mi ha più abbandonato.
Ho comprato tutti i libri di Camilleri, di solito sempre alla loro uscita, cosa che di solito non faccio mai per nessun altro autore.
Basta dire che ho comprato Gomorra di Roberto Saviano solo una settimana fa.
Di solito faccio così per cercare di mantenere uno spirito quanto più possibile vergine di fronte alla lettura, ed evitare di venire influenzato nelle mie aspettative dalle critiche e recensioni lette. Ma con Montalbano è diverso.
Da subito è scattata un’empatia quasi totale.
Il particolare pastiche linguistico usato da Camilleri nei suoi romanzi – un particolare miscuglio di siciliano e italiano - il carattere meteopatico del protagonista, il suo atteggiamento scettico nei confronti della vita e il suo metodo assolutamente non convenzionale d’indagine, le sue intuizioni improvvise scatenate da eventi apparentemente privi di senso, le sue idiosincrasie, le sue debolezze, la sua indolenza, il suo rapporto carnale e al tempo stesso “sacro” con il cibo, il suo rapporto conflittuale con il potere costituito e l’autorità, mi hanno subito affascinato fin dal primo incontro.
Da ultimo, ha giocato un ruolo fondamentale in questo amore a prima vista il fatto che gli episodi della fortunata trasposizione televisiva de “Il commissario Montalbano“, per la regia di Alberto Sironi e con Luca Zingaretti, assolutamente perfetto nel ruolo di Montalbano, siano stati girati nei luoghi in cui sono nato e dove ho vissuto la mia giovinezza.
Da domani, domenica 2 novembre, vanno in onda su RaiUno gli episodi della nuova serie di film tv del Commissario Montalbano, per i quali interromperò la mia astinenza televisiva:
- domenica 2 novembre 2008 ore 21:30 La vampa d’agosto
- lunedì 3 novembre 2008 ore 21:10 Le ali della sfinge
- lunedì 10 novembre 2008 ore 21:10 La pista di sabbia
- lunedì 17 novembre 2008 ore 21:10 La luna di carta
Sono cresciuto con Montalbano, e sto invecchiando con lui.
Ne condivido la sempre più crescente stanchezza, il cinico ma dolente disincanto nei confronti della vita, l’uso dell’autoironia per esorcizzare i propri demoni interiori e del sarcasmo più feroce per sbeffeggiare i potenti e gli arroganti, quasi una necessità interiore per rendere meno insopportabile il dolore per il «mondo offeso», come lo chiamava Elio Vittorini nel romanzo Conversazione in Sicilia.
E il Montalbano di quest’ultimo romanzo di Camilleri, L’età del dubbio, è un Montalbano diverso dal solito, più stanco, più rassegnato, più tormentato, anch’egli sempre più «in preda ad astratti furori», come il protagonista di Conversazione in Sicilia.
Il romanzo si apre con quello che è uno degli incipit più belli e divertenti di Camilleri, permeato di irresistibile umorismo nero e da oniriche premonizioni di morte sbeffeggiate ed esorcizzate come solo un conterraneo di Pirandello è capace di fare.
Ve lo propongo qui di seguito, ne vale la pena.
Da L’età del dubbio di Andrea Camilleri:
Aviva appena pigliato sonno doppo ’na nuttata che pejo d’accussì nella sò vita ne aviva avute rare, quanno l’arrisbigliò di colpo un trono che fu come ’na cannonata sparata a cinco centilimetri dal sò oricchio. Satò susuto a mezzo del letto, santianno. E accapì che il sonno non sarebbi cchiù tornato, inutili ristarisinni corcato.
Si susì, annò alla finestra, taliò fora. Era un timporali con tutte le carti in regola, celo uniformementi pittato di nìvuro, lampi agghiazzanti, cavalloni quattro metri d’altizza, che s’avvintavano scotenno la granni criniera bianca. La mariggiata si era mangiata la pilaja, l’acqua arrivava sutta alla verandina. Taliò il ralogio, erano appena le sei del matino.
Annò in cucina, si priparò il cafè e, aspittanno che passasse, s’assittò. A picca a picca gli assumò alla memoria il sogno che aviva fatto. Che grannissima camurria che gli era pigliata da qualichi anno! Pirchì gli era vinuta questa, d’arricordarisi di tutte le minchiate che sognava? Per quanto ne sapiva, non tutti, arrisbigliannosi, si portavano appresso la memoria dei sogni. Raprivano l’occhi e tutto quello che gli era capitato in sonno, sonno, piacevoli o spiacevoli, scompariva. Lui inveci, no. E il pejo era che si trattava di sogni problematici, che gli facivano nasciri dintra ’na gran quantità di dimanne alla maggior parti delle quali non sapiva dari risposta. E accussì finiva coll’essiri pigliato dal nirbùso.
La sira avanti si era annato a corcare di umori bono. Da ’na simanata in commissariato non capitava nenti d’importanti e lui aviva ’n menti di approfittarisinni per fari ’na sorpresa a Livia comparennole all’improvviso davanti a Boccadasse. Astutò la luci, si stinnicchiò nella posizione del sonno e s’addrummiscì squasi subito. E immediato accomenzò a sognari.
«Catarè, stasera vado a Boccadasse» diciva trasenno in commissariato.
«Vengo anch’io!».
«No, tu no».
«Ma perché?».
«Perché no!».
A questo punto ’ntirviniva Fazio.
«Dottore, mi scusasse, ma taliasse che vossia non può andare a Boccadasse».
«Perché?».
Fazio pariva tanticchia restio.
«Ma dottore, se lo scordò?».
«Che cosa?».
«Che vossia è morto aieri matino alle 7 e un quarto pricise».
E tirava fora dalla sacchetta un pizzino.
«Vossia è Montalbano Salvo fu…».
«Lassa perdiri l’anagrafe! Davero morsi?! E come fu?».
«Ci vinni un colpo apoplettico».
«E indove?».
«Qua in commissariato».
«E quanno?».
«Mentri parlava al tilefono col signori e guistori» precisava Catarella.
Si vede che quel grannissimo cornuto di Bonetti-Alderighi l’aviva fatto arraggiare al punto tale da…
«Se vuole viniri a vedersi…» diciva Fazio. «La camera ardente è stata allestita nel suo ufficio».
Avivano fatto largo tra le muntagne di carte che c’erano supra alla scrivania e ci avivano posato la cascia aperta. Si taliò. Non aviva l’aspetto di un morto. Ma di subito si faciva persuaso che il catafero dintra alla cascia era il sò.
«Avete avvertito Livia?».
«Sì» diciva Mimì Augello, avvicinannoglisi.
Po’ l’abbrazzava forti e gli faciva, chiangenno: «Condoglianze vivissime».
E ’na speci di coro arripitiva:
«Condoglianze vivissime». Il coro era formato da Bonetti-Alderighi, dal sò capo di gabinetto, il dottor Lattes, da Jacomuzzi, dal preside Burgio, e da dù beccamorti.
«Grazie» diciva.
A questo punto si faciva avanti il dottor Pasquano.
«Come sono morto?» gli spiava.
Pasquano s’incazzava.
«Macari da morto mi deve scassare i cabasisi? Aspetti i risultati dell’autopsia!».
«Ma non mi può anticipare niente?».
«Parrebbe un colpo apoplettico fulminante, ma ci sono alcuni elementi che non mi persua…».
«Eh, no!» ’nterviniva il questore. «Il dottor Montalbano non può indagare sulla sua stessa morte!».
«Perché?».
«Non sarebbe corretto. Troppo coinvolto personalmente. E poi una cosa così non è prevista dal regolamento. Mi dispiace. L’indagine è affidata al nuovo capo della mobile!».
A questo punto gli viniva un pinsero e chiamava sparte a Mimì.
«Livia quanno arriva?».
Mimì pariva a disagio.
«Disse che…».
«Beh?».
Mimì si taliava la punta delle scarpi.
«Ha detto che non sa».
«Non sa che cosa?».
«Se fa a tempo a venire per il funerale».
Nisciva arraggiato dalla càmmara, annava in cortili, indove c’erano ’na quantità di corone mortuarie e il carro funebre pronto, tirava fora il cellulare.
«Pronto, Livia? Salvo sono».
«Ciao, come stai? Ah, scusa, non volevo…».
«Cos’è ’sta storia che non sai se fai a tempo a…».
«Salvo, senti. Se tu fossi vissuto, io avrei cercato in tutti i modi di continuare a stare con te. Forse ti avrei anche sposato. D’altra parte, alla mia età e dopo aver perso la vita dietro di te, che altro avrei potuto fare? Ma dato che mi si presenta all’improvviso quest’occasione unica, tu capisci bene che…».
Astutava il cellulare e tornava dintra. Attrovava che avivano già mittuto il coperchio alla cascia e che il corteo principiava a cataminarisi.
«Lei viene?» gli spiava Bonetti-Alderighi.
«Beh, sì» arrispunniva. Ma appena arrivati nel cortile, uno dei portatori cadiva e la cascia annava a sbattiri ’n terra con un botto che l’arrisbigliò.
I demoni di Gödel. Logica e follia
lunedì, 6 ottobre 2008
«L’adesione al pensiero razionale
non preserva la psiche di chi lo esercita»
Ho comprato una settimana fa il libro I demoni di Gödel. Logica e follia, di Pierre CassouNoguès, edito da Mondadori.
Hanno attratto la mia attenzione il titolo e la foto di copertina, oltre alle reminiscenze liceali e universitarie.
Kurt Gödel (1906–1978) è stato forse uno dei più grandi geni che la Logica e la Matematica abbiano mai avuto, sicuramente il più grande del Novecento, che ha chiarito in modo sconcertante la differenza che esiste fra verità e dimostrabilità.
Al tempo stesso la sua vita è la dimostrazione di come un genio possa essere del tutto smarrito e in estrema difficoltà di fronte ai problemi pratici della vita quotidiana.
Kurt Gödel fu infatti ossessionato tutta la vita dal timore di essere avvelenato e da altre paranoie e finì per morire dopo aver deciso di smettere di alimentarsi.
Egli credeva inoltre nell’esistenza di demoni, angeli ed extraterrestri e nell’ultima parte della sua vita si sforzò di darne una dimostrazione razionale, usando i raffinati strumenti della Logica.
Arrivò fino al punto di elaborare una dimostrazione puramente logica, detta anche prova ontologica, dell’esistenza di Dio, una dimostrazione matematicamente rigorosa, basata sul concetto di ultrafiltro, forzando e contraddicendo le sue stesse scoperte.
Gödel iniziò a lavorare alla dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio prima del 1941 e la ultimò nel 1970, anche se non la pubblicò mai da vivo per il timore di fraintendimenti sui suoi interessi teologici. Venne pubblicata soltanto nel 1987, nove anni dopo la sua morte.
Alla base del libro I demoni di Gödel. Logica e follia, appassionante come un romanzo anche se a volte ostico per la densità della materia trattata, che si presenta al lettore come un viaggio tra logica e follia, vi è lo studio delle migliaia di pagine inedite di Gödel, dove si trovano l’applicazione del teorema di incompletezza al diavolo, tentativi teorici stravaganti e credenze deliranti.
La lettura di questo libro mi ha convinto ancora di più del fatto che la matematica, nei suoi risultati più alti e nei suoi protagonisti più eccelsi, sia più simile all’arte che alle scienze. O forse, ancor più, sia paragonabile alle visioni profetiche e sciamaniche che si hanno negli stati alterati di coscienza.
L’intuizione della verità giunge improvvisa come un lampo, con una vertigine dello spirito. La visione di questa realtà è talmente intensa da rischiare di bruciare la salute mentale del predestinato, che passerà poi il resto della sua vita a cercare di dimostrare con i miseri strumenti della logica e della matematica la verità che ha percepito in modo assoluto in un attimo.
Vita che dopo quella incommensurabile visione sarà sempre misera e inadeguata.
Credo anche che l’adesione estrema ai principi razionali, al rigore della logica possa in parte essere interpretato come un tentativo di autodifesa della nostra psiche per cercare di esorcizzare i demoni che ribollono nel nostro inconscio ed illudersi di tenerli sotto controllo.
Come dimostra bene la vicenda personale di Gödel, e di tanti altri illustri matematici, il confine fra logica e follia è molto labile, incerto.
Kurt Gödel è passato alla storia per i due famosi teoremi di incompletezza dimostrati nel 1931 a soli 25 anni, discutendo la sua tesi di laurea in Matematica.
Il primo teorema di incompletezza di Gödel dice che “se un sistema assiomatico è coerente, ovvero da esso non si possono dedurre un’affermazione e la sua negazione contemporaneamente, allora sotto certe condizioni il sistema è incompleto, ovvero esistono affermazioni che non sono né dimostrabili né confutabili“.
Il secondo teorema di incompletezza dice che “se un sistema assiomatico è coerente allora la coerenza del sistema non è dimostrabile all’interno del sistema stesso. Sostanzialmente non è possibile dimostrare l’assenza di contraddizioni logiche restando all’interno del sistema assiomatico“.
La portata di queste scoperte ha avuto conseguenze importantissime nel campo della logica, della matematica, della linguistica, dell’intelligenza artificiale, dell’informatica in generale.
Sulle tracce di Montalbano
mercoledì, 16 luglio 2008
Da alcuni giorni è online il portale Sulle tracce di Montalbano dedicato agli episodi televisivi del Commissario Montalbano.
Devo dire che il portale è fatto veramente bene, molto ricco di contenuti multimediali e aggiornato con frequenza settimanale con filmati dal backstage girati appositamente per il sito, diari di lavorazione, sceneggiature, interviste, foto, notizie e curiosità.
Farà sicuramente la felicità dei tanti appassionati – e io sono fra questi – del celebre commissario nato dalla penna dello scrittore Andrea Camilleri e interpretato sul piccolo schermo con grande bravura e successo dall’attore Luca Zingaretti. Tutti gli episodi televisivi sono diretti dal regista Alberto Sironi.
Nella sezione Collezione è possibile vedere in streaming video tutti i 14 episodi finora trasmessi in televisione, in versione integrale.
Nella sezione Backstage, forse la più bella e interessante di tutte, è possibile vedere e seguire il backstage delle riprese dei nuovi episodi de il Commissario Montalbano, attualmente in corso nella provincia di Ragusa in Sicilia.
Filmati inediti di notevole fattura e qualità, quasi delle piccole storie o episodi a sè, mostrano il dietro le quinte delle riprese, fanno conoscere i protagonisti e i luoghi, le comparse, l’atmosfera e gli aspetti più affascinanti, curiosi e divertenti che si celano dietro il lavoro del cinema o della fiction televisiva. Ma anche gli aspetti più faticosi e frustranti, come quelli dedicati al maltempo, con i tecnici addetti alla fotografia sempre con la faccia in alto a scrutare le nuvole e misurare la luce, o l’addetta al guardaroba sempre pronta a stirare subito una camicia per il protagonista, o i tecnici che montano e smontano il set in una giornata.
Sarà perché sono nato e cresciuto nella provincia di Ragusa, in quei posti che sono diventati celebri come set televisivo degli episodi del Commissario Montalbano; sarà perché ho la casa a mare distante solo una decina di chilometri da quella che nella finzione televisiva è l’abitazione del commissario Montalbano, e mi bagno da decenni nello stesso mare; sarà perché quando vedo o leggo le storie di Montalbano risento gli odori e i profumi della mia terra, rivivo delle emozioni profonde, provo delle sensazioni molto forti; sarà perché in questo periodo sto lavorando molto intensamente e ho voglia di evasione e libertà; o forse sarà più semplicemente perché fra tre giorni vado in Sicilia, anche se solo per un fine settimana, proprio in quei posti dove sono ambientate le storie di Montalbano, che sento il richiamo della terra farsi sentire, forte e arcaico, misterioso e irresistibile.
Mi farò una lunga, lunghissima nuotata, al largo, pensando a nulla, facendo il vuoto dentro di me, in quello stesso mare che ormai tutti conoscono come “il mare del Commissario Montalbano”.
Vivere, vedersi, agire
mercoledì, 13 giugno 2007«Chi vive, quando vive, non si vede: vive…
Se uno può vedere la propria vita, è segno
che non la vive più: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina.
Perchè ogni forma è una morte»
(Luigi Pirandello)
Pirandello è uno scrittore che ho sempre amato, sia per una certa affinità spirituale – una sorta di empatia profonda dovuta al fatto di essere entrambi siciliani, per cui il mondo lo si vede e lo si vive in un certo modo, e nemmeno centomila parole potranno spiegarne le ragioni, più che il fatto di essere nati nella stessa terra, intrisi degli stessi umori, sentimenti, passioni, odori, colori… - sia per i temi da lui trattati, lo stile, la profonda suggestione che viene dalle sue opere, e non per ultima la sua ironia dissacrante, lucida, spietata.
Sarà anche per via del fatto che siamo nati nello stesso anno (il 67), seppur ad un secolo di distanza, che lo sento molto vicino.
Pirandello, come pochi altri nella letteratura contemporanea, ha raccontato il paradosso che la vita o la si vive o la si racconta, ma egli con il suo concreto agire ha di fatto cercato di far coincidere vita e racconto, teoria e prassi, forma ed agire.
Sto leggendo le sue “Novelle per un anno” in questo periodo. Ne conoscevo i racconti più famosi. Riscoprirlo di nuovo, ad anni di distanza dal periodo universitario, me ne ha fatto apprezzare ancora di più la grandezza.
Ho rivisto anche il film Kaos (1984) dei fratelli Taviani girato all’epoca nelle mie zone, in provincia di Ragusa, nell’altopiano ibleo. Ho rivisto l’episodio finale di quel film, Colloquio con la madre: pura poesia, puro incanto delle immagini e della musica.
Avevo 17 anni quando vidi la prima volta quel film, e alla scena dei ragazzi che salgono sulla grande duna bianca di pietra pomice a picco sul mare, di un blu accecante, e arrivati in cima guardano il panorama mozzafiato e poi si lasciano cadere giù fino a mare, rimasi ammaliato.
Quando 7 anni dopo, nel 1991, andai per la prima volta nell’isola di Lipari, nelle Eolie, località Canneto, e riuscii a trovare quella spiaggia e quella duna immensa e bianca creata dal lavoro della cava di pomice, e poi mi affacciai da sopra, a circa 50 metri di altezza, prima di lasciarmi andare giù saltellando nella sabbia finissima, con le gambe che affondavano fino alle ginocchia, e guardai il panorama, il mare blu, provai una fortissima emozione che ancora adesso mi riempie di felicità immensa.
Una comunione piena con la natura e la vita. Un’esperienza panica. La sensazione di annullarsi e fondersi con la natura, di svanire come persona e fluire in un’armonia più grande.
Vita piena, agire primordiale, senza quasi controllo razionale. Innocente e selvaggio come la natura.
Le regole del giallo secondo Camilleri e Lucarelli
venerdì, 20 aprile 2007Sono un appassionato lettore di romanzi gialli, e un cultore di film noir. Dal presunto capostipite del genere giallo I delitti della via Morgue di Edgar Allan Poe (grande e visionario genio della letteratura mondiale contemporanea), per passare a Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, ai romanzi di Agatha Christie (con quel classico insuperabile che è Dieci piccoli indiani) per continuare con i film di Hitchcock, i classici con Humphrey Bogart e, omettendone tanti altri per questioni di spazio, finire con Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli.
Ho letto tutti i romanzi di Camilleri, conosco un po’ meno Lucarelli.
Questo lunedi 16 aprile è andato in onda su Rai 3, alle 23.50, un documentario molto bello e affascinante imperniato sul rapporto che due tra i migliori scrittori italiani contemporanei – Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli - hanno con la scrittura e l’atto creativo, e sulle regole e i meccanismi narrativi del giallo.
Il documentario, della durata di 52 minuti e prodotto dalla minimum fax, si chiama A quattro mani e la regia è curata da Matteo Raffaelli.
Dall’esperienza di questo documentario è nato anche l’esperimento di un “romanzo epistolare a quattro mani“, che probabilmente sarà pubblicato a fine 2007, in cui i due scrittori si cimentano in una sorta di jam session narrativa che ruota attorno ad un delitto misterioso su cui vengono chiamati ad indagare i due personaggi simbolo di Camilleri e Lucarelli: il commissario Salvo Montalbano e l’ispettrice Grazia Negro.
Ma a parte questa uscita letteraria che non mancherà di attrarre i numerosi fan degli scrittori (io sono fra questi), il documentario era molto interessante per il modo in cui i due autori confessavano davanti alla camera da presa episodi inediti della loro infanzia, estremamente significativi per la comprensione del loro stile e del loro universo narrativo, e svelavano il loro modo personale di approcciare il lato creativo della scrittura.
Di questo documentario trascrivo alcune parti che mi hanno particolarmente colpito, ricavandone il testo da qui.
Lucarelli: «Cominci a scrivere perché hai in testa una storia e questa storia non te la sta raccontando nessuno. Io ho cominciato a scrivere esattamente per questo motivo».
Camilleri: «Negli ultimi trent’anni il giallo considera il delitto un elemento scatenante, ma non determinante ai fini del racconto. Oggi non è tanto il chi ha ucciso che interessa in un romanzo giallo, ma il perché è stato ucciso. Questo perché è stato ucciso uno, fa sì che si esca dal romanzo giallo, dallo schema trito del giallo, per diventare un romanzo qualsiasi, senza possibilità di catalogazione, poiché tutto il contesto, vale a dire il perché, diventa alla pari con l’elemento scatenante».
Lucarelli: «Il romanzo giallo non diciamo che ha delle regole, perché tutti gli anni esce fuori uno scrittore di gialli che dà le sue dieci regole che contraddicono le altre dieci dell’anno prima. Non parliamo di regole, diciamo che ha una grammatica.
Ha una grammatica ben precisa che è una grammatica narrativa, cioè racconti le cose in un certo modo, ottenendo certi effetti, e alla fine tutto quello che racconti deve tornare in un certo modo. All’interno a questa grammatica devi fare quella cosa che è tipica dello scrittore, che è meravigliare. Devo, all’interno di questa grammatica, trovare un mio spazio, questo vuol dire che devo romperla scardinarla, rifarla, trovarne le contraddizioni, e riscriverla. Questa cosa si chiama sperimentare».
Camilleri: «Non credo che la letteratura serva a nulla, nel modo più assoluto, è una necessità di racconto mia, di raccontare qualche cosa che, per dieci minuti, possa divertire gli altri, interessare, ma non oltre questo tempo».
Particolarmente interessante anche la testimonianza di Lucarelli, quando descrive la sua “crisi narrativa” una volta arrivato a circa un terzo di un nuovo romanzo: crisi profonda, angosciante, spossante, che dura tre giorni come l’influenza, e che subito dopo, una volta “guarito” permette di riordinare e reincastrare tutti i tasselli del puzzle in modo corretto e di portare a termine il romanzo, riscrivendolo da capo.
Molto bello anche il ricordo di Andrea Camilleri sulla sua infanzia trascorsa in collegio (l’episodio delle uova tirate al gigantesco crocifisso nel refettorio e la conseguente cacciata dal collegio, con l’incubo ricorrente per circa quarant’anni è un vero pezzo d’antologia), illuminanti i dialoghi fra lui e Leonardo Sciascia, bellissimi i momenti in cui lo stesso Camilleri legge brani tratti dal suo romanzo storico “Il birraio di Preston”.
Per concludere, un documentario veramente ben fatto e degno di nota. Peccato che come sempre in Rai le cose più belle e interessanti vengano trasmesse sempre ad ora tarda, quasi si trattasse di film porno.


