
«Il nostro è un paese senza memoria e verità,
ed io per questo cerco di non dimenticare»
(Leonardo Sciascia)
Di solito non mi piacciono le ricorrenze, gli anniversari, i giorni dedicati ad un evento particolare.
Ma per un grande uomo come Giovanni Falcone l’eccezione è d’obbligo. Così come per Paolo Borsellino.
Due grandi uomini, due grandi servitori dello stato, due grandi italiani, ma soprattutto due grandi siciliani.
Esattamente quindici anni fa, il 23 maggio 1992, venivano uccisi a Palermo il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, con una bomba piazzata sull’autostrada, nei pressi di Capaci.
Ricordo esattamente dove mi trovavo e cosa facevo nel momento in cui appresi la notizia terribile, la rabbia, lo sgomento, la paura. Quando ancora oggi vedo le immagini e i filmati di repertorio di quell’evento mi sale un nodo in gola. L’emozione è ancora vivissima.
Occorre ricordarlo e sottolinearlo: la Sicilia ha generato un fenomeno terribile come la mafia, ma ha generato anche uomini valorosi che hanno sacrificato la loro vita per combatterla, come Falcone, Borsellino, l’ispettore di polizia Boris Giuliano, Peppino Impastato, il giudice istruttore Cesare Terranova, Pio La Torre, il giudice Rocco Chinnici, e tanti altri. Una lunghissima scia di sangue che continua fino ai nostri giorni.
Ricordo molto bene Giovanni Falcone, quello che lui ha rappresentato per una generazione di giovani siciliani. L’impegno, la determinazione, il coraggio, la voglia di riscatto di un popolo, la voglia di combattere e sconfiggere definitivamente la mafia. Era quello il periodo in cui a Palermo nasceva Il Movimento per la Democrazia – La Rete, fondato nel 1991 da Leoluca Orlando. Da giovane universitario ricordo bene il fermento vitale che si respirava in quegli anni in Sicilia.
Falcone rappresentava l’incarnazione vivente di quello spirito illuminista, razionalista, lucido, scettico, pragmatico, fatalisticamente coraggioso, quasi incosciente, che costituisce uno degli aspetti meno noti, ma più originali, del carattere del popolo siciliano. Lo scrittore Leonardo Sciascia ne è un altro degno rappresentante.
Falcone ha detto una volta una frase, che da allora mi è sempre rimasta scolpita in mente, per la sua disarmante semplicità, ma al contempo talmente rivoluzionaria nella sua essenza da costituire un cambiamento epocale:
«La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.»
Qualche anno fa ho visto su Raitre una puntata del programma Blu Notte, curato da Carlo Lucarelli, sulla storia della mafia dagli anni sessanta fino ai giorni nostri.
C’era un’intervista a Giovanni Falcone, fatta quando ricopriva l’incarico di Direttore degli Affari Penali a Roma, poco prima di essere ucciso. Lo stralcio della breve intervista è sconvolgente. Mostra un uomo che è quasi consapevole della morte imminente, si intuisce una tremenda ed eroica rassegnazione al suo destino. Mentre Falcone ribadisce ancora una volta all’intervistatore la sua ferrea determinazione nella lotta contro la mafia, il suo volto, la sua espressione, i suoi occhi tradiscono invece una grande stanchezza, un senso di solitudine, di abbandono, di scoramento.
Di seguito trascrivo le brevi frasi dell’intervista, e i fotogrammi con il volto di Falcone. Sull’ultima domanda dell’intervistatore, la sua risposta e la sua espressione sono quelle di un uomo che sa di dover morire, che sente la morte immininente, ma che non per questo demorde o ha dei ripensamenti.
Intervistatore: «Ma chi glielo fa fare?»
Falcone: «Soltanto lo spirito di servizio»
Intervistatore: «Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?»
Falcone: «No, mai.»

Alla morte di Falcone, il suo testimone fu raccolto da Paolo Borsellino. Gli rimasero solo altri 57 giorni di vita. E li visse tutti come se ognuno dovesse essere l’ultimo.
Anche lui, come Giovanni Falcone, aveva intuito quale passaggio epocale fosse stato segnato dall’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo di quell’anno: un sistema di equilibri di potere, durato decenni, si era infranto.
E anche Borsellino sacrificò la sua vita nelle lotta contro la mafia.
Mi piace concludere con alcune frasi dette da Giovanni Falcone nel corso della sua vita, che sintetizzano bene il suo pensiero, il suo modo di agire, e che ne prefigurano in modo inquietante il destino:
«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini»
«In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere»
«Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno»
«La cosa più rivoluzionaria che puoi pensare di fare in Sicilia, è semplicemente applicare la legge e punire il colpevole»
Giovanni Falcone – Magistrato
18 maggio 1939
23 maggio 1992