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Elezioni amministrative Sicilia: spot elettorali

mercoledì, 18 giugno 2008

Ecco com’è andata veramente la campagna elettorale delle elezioni amministrative del 15 e 16 giugno in Sicilia che ha visto un clamoroso 8-0 per il PDL.

Gli spot elettorali che non avete visto.

P.S. Sì, i video sono di qualche anno fa, ad opera di Ciprì e Maresco, ma la sostanza non cambia.

La realtà è più tragica della satira più feroce, purtroppo.

Imprese, politici e camorra: ecco i colpevoli della peste

sabato, 5 gennaio 2008

Roberto Saviano

Roberto Saviano ha pubblicato oggi su Repubblica un articolo durissimo che è un’analisi spietata, lucida, terribile, con nomi e cognomi sulla tragedia di Napoli e di tutto il sud, e sul perverso intreccio fra mafie, imprenditoria, politica, tra nord e sud italia.

Roberto Saviano è l’autore di Gomorra, il best-seller che racconta un viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra. 

Il suo articolo è un’analisi inquietante che svela i collegamenti fra l’avvelenamento lento da inquinamento e l’aumento vertiginoso di casi di tumore e malformazioni fetali. Si tratta di una lettura che consiglio vivamente a tutti quello che hanno voglia e coraggio di addentrarsi nel male oscuro della realtà italiana.

Ne trascrivo di seguito alcuni passaggi particolarmente significativi. L’articolo di Roberto Saviano, nella sua interezza, lo potete trovare cliccando qui.

[...]Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici[...]

[...]Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.[...]

[...]I rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo.[...]

[...]Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia.[...]

[...]Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. [...]

[...]Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.
Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche.[...]

[...]Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.[...]

[...]Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.[...]

[...]Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla“.[...]

“In un altro Paese”: documentario sulla lotta alla mafia

domenica, 22 luglio 2007

Falcone e Borsellino

Lunedi sera, 23 luglio, alle 21,05 su RaiTre andrà in onda il film-documentario “In un altro Paese“, diretto da Marco Turco e tratto dal libro Excellent cadavers. The Mafia and the Death of the First Italian Republic (Cadaveri eccellenti. La mafia e la morte della prima Repubblica italiana) del giornalista americano Alexander Stille.

Si tratta di un documentario sulla storia recente della lotta alla mafia, a partire dal maxiprocesso di Palermo, il più grande processo mai celebrato contro la mafia, che fu reso possibile grazie al grande lavoro dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il documentario “In un altro Paese” prende le mosse da quella frase di Antonino Caponnetto, il creatore del pool antimafia di Palermo, che sul luogo della strage di Via D’Amelio, dove avevano perso la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, sussurrava in lacrime ai cronisti: “E’ tutto finito“.

Come riporta l’articolo su Repubblica, da cui ho tratto la notizia: «In un altro Paese è un film sconvolgente perché in novanta minuti non ce n’è uno di fiction, sono i fatti a parlare: un collage di delitti, testimonianze, vittorie, sconfitte, lacrime, rabbia.»

«In un altro Paese - osserva il giornalista Stille - gli artefici di una tale vittoria sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale. Dopo aver vinto la prima battaglia a Palermo, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colleghi fossero messi nella condizione di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario».

E poi ci sono le testimonianze dei colleghi: Guarnotta, Di Lello, Ayala, De Francisci, Ingroia.
Ayala spiega a Stille che “la mafia non è né di destra né di sinistra, sta col potere“.

De Francisci, parlando del sacrificio di Falcone e Borsellino, dice: “E’ stato un prezzo altissimo che hanno pagato, loro con la loro vita, e le persone morte con loro. Un prezzo che hanno pagato per il nostro Stato, per la Sicilia, per creare un futuro migliore per tutti noi. Però io me lo sono chiesto negli ultimi anni: ne è valsa la pena? Che siete morti a fare? Me lo sono chiesto più volte al punto in cui siamo. E non riesco a trovare una risposta“.

Un film-documentario sicuramente da non perdere, per chi è in cerca di verità e non vuole dimenticare.

Paolo Borsellino e l’agenda rossa scomparsa

mercoledì, 18 luglio 2007

Paolo Borsellino

A quindici anni esatti dalla strage di Via D’Amelio a Palermo, avvenuta il 19 luglio 1992, in cui venivano assassinati il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i 5 agenti della sua scorta, si riapre l’inchiesta che questa volta sembra puntare decisamente sui mandanti occulti.

La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti, che avrebbero avuto un ruolo attivo nell’organizzazione dell’attentato, tutto ancora da scoprire.

Ma soprattutto si riapre il caso della misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Paolo Borsellino teneva sempre con sè, e sulla quale egli annotava  le riflessioni e i fatti più segreti che riguardavano soprattutto l’indagine sulla morte di Falcone.

Uno degli elementi che ha attirato l’attenzione degli inquirenti - come riporta l’articolo di Repubblica -  è infatti  “la presenza anomala” di un agente di polizia in via d’Amelio subito dopo l’esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito “all’esterno” i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.

Inoltre, come è stato per la prima volta mostrato in un servizio trasmesso dal tg1 delle ore 20.00 del 7 febbraio 2006, ci sono ormai nuove prove filmate (vedi frame fotografici più in basso) che mostrano chiaramente una persona, un capitano dei carabinieri già identificato dagli inquirenti, con la borsa del giudice Paolo Borsellino che custodiva l´agenda rossa, con i suoi segreti, mai ritrovata.

Frame01 Agenda Borsellino  Frame 02 Agenda Borsellino

«Dal filmato si vede il capitano dei carabinieri - affermava il procuratore aggiunto di Caltanissetta Di Natale in un articolo apparso il 7 febbraio 2006 sul quotidiano La Repubblica - con la borsa del dottor Borsellino tra le mani e quella stessa borsa fu poi rinvenuta dentro l´auto del magistrato da un poliziotto». Perché, allora, l’ufficiale dei carabinieri in borghese prelevò la borsa e non la consegnò al magistrato di turno? «Stiamo cercando di capire quello che è accaduto quel pomeriggio - dice il procuratore Messineo - e, soprattutto, che fine abbia fatto l´agenda».
Quello che è certo è che l´agenda è sparita e che in quel momento era molto utile alle indagini. «Non dimentichiamo che Borsellino era tornato da pochi giorni dall´interrogatorio del pentito di mafia Gaspare Mutolo».

Come riportato in un interessantissimo articolo di Rivist@:

Alle sette del mattino del 19 luglio 1992 Paolo Borsellino ricevette dagli uffici della Procura di Palermo la notizia che avrebbe potuto parlare con il collaboratore Gaspare Mutolo. Anche Giovanni Falcone avrebbe voluto ascoltare Mutolo, non ne ebbe il tempo. Lo ricorda la signora Agnese Borsellino: “Paolo cominciò ad annotare appunti su un’agenda, non si separava mai da quell’agenda. Quella domenica a pranzo la teneva ancora tra le mani ed aveva segnato gli appuntamenti per la settimana successiva. Poi, prima di andare da sua madre, la ripose nella borsa. Scherzosamente lo presi in giro: ‘mi ricordi Giovanni, anche lui andava sempre in giro con tutte le sue cosine’”.

I familiari del giudice Paolo Borsellino hanno sempre sostenuto che il magistrato non si separava mai dall´agenda sulla quale annotava le sue ipotesi ed i fatti più importanti delle indagini, anche quelle sulla strage di Capaci (avvenuta due mesi prima di via D´Amelio) dove venne ucciso Falcone e tre agenti della scorta. E lo hanno sostenuto. Dice la famiglia: «Su quell´agenda rossa potevano esserci anche riferimenti alla trattativa intrapresa fra Stato e Cosa Nostra». Un riferimento preciso all´ipotesi di una trattativa, subito dopo la morte di Falcone, tra l´allora capo dei Ros, ed ora direttore del Sisde Mario Mori, ed esponenti di Cosa nostra attraverso il defunto ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. L´ipotesi, è stata confermata qualche anno fa dal pentito Giovanni Brusca, l´uomo che premette il pulsante per innescare l´esplosivo a Capaci. Brusca sostiene che la morte di Borsellino subì «un´accelerazione» perché il magistrato aveva scoperto della “trattativa” in corso e che era contrario all´ipotesi d´accordo con Cosa nostra. Ed il giorno della strage, come confermato da moglie e figli del magistrato, l´agenda era nella borsa di Borsellino.

Ad infittire il giallo sull’agenda scomparsa c’è poi anche la testimonianza dell’ex magistrato Ayala, fraterno amico di Falcone e Borsellino che sostiene di essere stato lui a consegnare la borsa ad un colonnello dei carabinieri in divisa. Borsa che un uomo in abiti borghesi, probabilmente un agente o un carabiniere, aveva tirato fuori poco prima dalla Croma di Borsellino.
La borsa venne poi rimessa nell’auto, ma sparì l’agenda.

Dice Ayala: «Arrivai sul posto subito dopo l’esplosione perché abitavo lì a due passi. Fui il primo a riconoscere il corpo di Paolo, nel giardinetto del palazzo. Poi mi trovai di fronte qualcuno che mi porgeva la borsa. La riconobbi. Ma non potevo tenerla. Non avevo titolo. Non ero più pm. Vidi di fronte a me un ufficiale dei carabinieri in divisa e la passai a lui, certo di trasferirla in buone mani…».

Sul mistero dell’agenda scomparsa è stato anche scritto un libro, “L’Agenda rossa di Paolo Borsellino” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, in cui veniva tentata la ricostruzione di cosa potesse contenere quell’agenda attraverso le testimonianze dirette dei familiari, dei colleghi, degli investigatori, delle carte giudiziarie, dei pentiti.

Adesso invece si riapre l’inchiesta e saranno gli inquirenti a cercare di fare luce su una delle pagine più buie della nostra storia recente, in cui gli intrecci perversi fra mafia, politica e servizi segreti deviati si aggrovigliano in un abbraccio mortale e osceno, al di là di ogni possibile immaginazione.
 

Giovanni Falcone

mercoledì, 23 maggio 2007

Giovanni Falcone

«Il nostro è un paese senza memoria e verità,
ed io per questo cerco di non dimenticare
»
(Leonardo Sciascia) 

Di solito non mi piacciono le ricorrenze, gli anniversari, i giorni dedicati ad un evento particolare.

Ma per un grande uomo come Giovanni Falcone l’eccezione è d’obbligo. Così come per Paolo Borsellino.
Due grandi uomini, due grandi servitori dello stato, due grandi italiani, ma soprattutto due grandi siciliani.

Esattamente quindici anni fa, il 23 maggio 1992, venivano uccisi a Palermo il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, con una bomba piazzata sull’autostrada, nei pressi di Capaci. 

Ricordo esattamente dove mi trovavo e cosa facevo nel momento in cui appresi la notizia terribile, la rabbia, lo sgomento, la paura. Quando ancora oggi vedo le immagini e i filmati di repertorio di quell’evento mi sale un nodo in gola. L’emozione è ancora vivissima.

Occorre ricordarlo e sottolinearlo: la Sicilia ha generato un fenomeno terribile come la mafia, ma ha generato anche uomini valorosi che hanno sacrificato la loro vita per combatterla, come Falcone, Borsellino, l’ispettore di polizia Boris Giuliano, Peppino Impastato, il giudice istruttore Cesare Terranova, Pio La Torre, il giudice Rocco Chinnici, e tanti altri. Una lunghissima scia di sangue che continua fino ai nostri giorni.

Ricordo molto bene Giovanni Falcone, quello che lui ha rappresentato per una generazione di giovani siciliani. L’impegno, la determinazione, il coraggio, la voglia di riscatto di un popolo, la voglia di combattere e sconfiggere definitivamente la mafia. Era quello il periodo in cui a Palermo nasceva Il Movimento per la Democrazia - La Rete, fondato nel 1991 da Leoluca Orlando. Da giovane universitario ricordo bene il fermento vitale che si respirava in quegli anni in Sicilia.

Falcone rappresentava l’incarnazione vivente di quello spirito illuminista, razionalista, lucido, scettico, pragmatico, fatalisticamente coraggioso, quasi incosciente, che costituisce uno degli aspetti meno noti, ma più originali, del carattere del popolo siciliano. Lo scrittore Leonardo Sciascia ne è un altro degno rappresentante.

Falcone ha detto una volta una frase, che da allora mi è sempre rimasta scolpita in mente, per la sua disarmante semplicità, ma al contempo talmente rivoluzionaria nella sua essenza da costituire un cambiamento epocale:

«La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.»

Qualche anno fa ho visto su Raitre una puntata del programma Blu Notte, curato da Carlo Lucarelli, sulla storia della mafia dagli anni sessanta fino ai giorni nostri.

C’era un’intervista a Giovanni Falcone, fatta quando ricopriva l’incarico di Direttore degli Affari Penali a Roma, poco prima di essere ucciso. Lo stralcio della breve intervista è sconvolgente. Mostra un uomo che è quasi consapevole della morte imminente, si intuisce una tremenda ed eroica rassegnazione al suo destino. Mentre Falcone ribadisce ancora una volta all’intervistatore la sua ferrea determinazione nella lotta contro la mafia, il suo volto, la sua espressione, i suoi occhi tradiscono invece una grande stanchezza, un senso di solitudine, di abbandono, di scoramento.

Di seguito trascrivo le brevi frasi dell’intervista, e i fotogrammi con il volto di Falcone. Sull’ultima domanda dell’intervistatore, la sua risposta e la sua espressione sono quelle di un uomo che sa di dover morire, che sente la morte immininente, ma che non per questo demorde o ha dei ripensamenti.

Intervistatore: «Ma chi glielo fa fare?»
Falcone: «Soltanto lo spirito di servizio»
Intervistatore: «Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?»
Falcone: «No, mai.»

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Alla morte di Falcone, il suo testimone fu raccolto da Paolo Borsellino. Gli rimasero solo altri 57 giorni di vita. E li visse tutti come se ognuno dovesse essere l’ultimo.
Anche lui, come Giovanni Falcone, aveva intuito quale passaggio epocale fosse stato segnato dall’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo di quell’anno: un sistema di equilibri di potere, durato decenni, si era infranto.
E anche Borsellino sacrificò la sua vita nelle lotta contro la  mafia. 

Mi piace concludere con alcune frasi dette da Giovanni Falcone nel corso della sua vita, che sintetizzano bene il suo pensiero, il suo modo di agire, e che ne prefigurano in modo inquietante il destino:

«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini»

«In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere»

«Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno»

«La cosa più rivoluzionaria che puoi pensare di fare in Sicilia, è semplicemente applicare la legge e punire il colpevole»

Giovanni Falcone - Magistrato
18 maggio 1939
23 maggio 1992