Manic depression is touching my soul
I know what I want but I just don’t know
How to, go about gettin’ it
Feeling sweet feeling,
Drops from my fingers, fingers
Manic depression is catchin’ my soul
Woman so weary, the sweet cause in vain
You make love, you break love
It’s all the same
When it’s, when it’s over, mama
Music, sweet music
I wish I could caress, caress, caress
Manic depression is a frustrating mess
Well, I think I’ll go turn myself off,
And go on down
All the way down
Really ain’t no use in me hanging around
In your kinda scene
Music, sweet music
I wish I could caress, caress, caress
Manic depression is a frustrating mess
L’unica cosa che mi viene in mente da pubblicare in questo momento di grande felicità ed estrema goduria, dopo la grande batosta elettorale subita dal centrodestra, ma soprattutto da Berlusconi, alle amministrative di questo fine maggio 2011, mentre festeggio con l’ennesimo bicchiere di champagne e sto suonando alla chitarra, è questo grandioso blues di Robert Johnson, “Kind Hearted Woman“, eseguito in modo strepitoso da Eric Clapton, nel dvd “Sessions for Robert Johnson” del 2004.
Tutto il resto si riassume in una sola frase: “Oh yeah! ‘nto culu a Berlusconi!”
Non so perché, ma ÜBerlin, questa canzone dei R.E.M. tratta dal loro ultimo album ”Collapse Into Now” uscito l’8 marzo 2011, mi mette addosso una strana e bella allegria, mi contagia di una sana voglia di vivere, così come il video, girato dalla regista e fotografa inglese Sam Taylor-Wood e interpretato da Aaron Johnson suo attuale compagno di circa 23 anni più giovane di lei che ha interpretato la parte di John Lennon nel film Nowhere Boy (2009), diretto dalla stessa Wood.
Il video è stato girato a Londra nel quartiere Brick Lane, e anche se ha fatto storcere un po’ il naso ad alcuni fans dei R.E.M. a me piace molto, come anche alle mie due figlie, che lo adorano e lo vogliono rivedere e ascoltare spesso.
«Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife
And the wind, it cries Mary»
Una delle ballate più belle, dolci e malinconiche di Jimi Hendrix.
La amo da sempre questa canzone.
Ogni uomo ha la sua Mary da qualche parte. E nelle notti solitarie si può udire il vento sussurrarne il nome. E a volte piangerla.
The Wind Cries Mary
After all the jacks are in their boxes
and the clowns have all gone to bed
You can hear happiness staggering on down the street
footsteps dressed in red
And the wind whispers Mary
A broom is drearily sweeping
up the broken pieces of yesterdays life
Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife
And the wind, it cries Mary
The traffic lights they turn blue tomorrow
and shine their emptiness down on my bed
The tiny island sags down stream
’cause the life that lived is, is dead
And the wind screams Mary
Will the wind ever remember
the names it has blown in the past?
And with this crutch, its old age, and its wisdom
it whispers “no, this will be the last”
And the wind cries Mary
(trad. it) Il vento piange Mary
Dopo che tutti i pupazzi sono nelle loro scatole
E i clown sono tutti andati a letto
Puoi sentire la felicità che vacilla giù in strada
Impronte vestite in rosso
E il vento sussurra Mary
Una scopa spazza tristemente
I pezzi rotti della vita di ieri
Da qualche parte una regina sta piangendo
Da qualche parte un re non ha moglie
E il vento piange Mary
I semafori si accendono di tristezza domani
E brilla il loro vuoto sul mio letto
La minuscola isola cede sotto la corrente
Perchè la vita che c’era li è morta
E il vento grida Mary
Riuscirà il vento a ricordare
I nomi che ha soffiato nel passato?
E col suo bastone, la sua vecchiaia e la sua saggezza
Sussurra “No, questo sarà l’ultimo”
Carmen Consoli sarà in concerto alla Villa Reale di Monza il 20 luglio. E me la vado a vedere.
Poltronissima centrale nelle prime file. Dovrebbe essere una goduria. Mi porto anche macchina fotografica e videocamera, qualche bella ripresa ci viene di sicuro.
Quale miglior modo per prepararsi a tornare in Sicilia per le vacanze che quello di godersi un paio di giorni prima, nello magnifico scenario della Villa Reale di Monza, Carmen Consoli in concerto! Sono eccitato come un ragazzino al suo primo concerto.
Intanto mi godo l’ultima esibizione della cantantessa in duetto con Patti Smith.
Il 27 giugno sul palco dell’MTV Days, per il gran finale sono salite insieme Carmen Consoli e la sacerdotessa del rock Patti Smith.
Le due hanno cantato Mio Zio, di Carmen Consoli, dura denuncia degli abusi sessuali in famiglia sui minori, alla quale Patti Smith ha aggiunto dei suoi versi.
E poi hanno concluso duettando su una trascinante versione della storica Because the Night di Patti Smith.
«Cuando Juanica y Chan Chan
En el mar cernían arena,
Como sacudia el ‘jibe’
A Chan Chan le daba pena.»
Per uno di quei percorsi strani del pensiero che mi sono familiari, fatti di assonanze, libere associazioni, analogie, derive, immagini dal profondo, suoni ed emozioni che si sedimentano e ne richiamano altre, sono arrivato a riprendere in mano e ascoltare nuovamente il cd Buena Vista Social Club, passando attraverso Roberto Murolo, le tradizioni della musica popolare antica napoletana, la musica popolare siciliana, Rosa Balistreri, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Ultimo Tango a Parigi…
Un bel viaggio, non c’è che dire.
Ricordo che comprai quello straordinario disco che è Buena Vista Social Club nel 1999, poco dopo la sua uscita e la visione del film documentario di Wim Wenders, ammaliato dalla bellezza struggente di quella musica e dai suoi protagonisti cubani: Compay Segundo, Eliades Ochoa, Ibrahim Ferrer, Rubén González.
Mi colpì sopra tutte la canzone Chan Chan che racconta della storia di Chan Chan e Juanica, due personaggi immaginari della tradizione popolare cubana, due innamorati che in questa canzone sono presi come modello di una giovane coppia che si ama e bisticcia.
Chan Chan e Juanica vanno in spiaggia per prendere la sabbia necessaria a costruire la loro povera casa. Il modo sensuale in cui Juanica ancheggia e muove il sedere (“jibe“) durante il percorso infastidisce e ingelosisce il povero Chan Chan.
Compay Segundo dice testualmente: “Io non ho composto Chan Chan. L’ho sognata. Io sogno la musica. A volte mi sveglio con una melodia in testa, sento gli strumenti in modo molto chiaro. Allora guardo fuori dal balcone e non vedo nessuno, ma sento la musica come se fosse suonata in strada. Non so cosa fosse. Un giorno mi sono svegliato sentendo quelle quattro note, quei quattro accordi, allora ho messo giù un testo ispirato alla mia infanzia.”
Una musica ipnotica e sensuale, basata su quattro accordi, un testo poetico e bellissimo che mi ha nuovamente rapito, e che mi ha fatto prendere in mano la chitarra…
Chan Chan (Lyrics)
De Alto Cedro voy para Marcané
Luego a Cuerto voy para Mayarí
El cariño que te tengo
Yo no lo puedo negar
Se me sale la babita
Yo no lo puedo evitar
Cuando Juanica y Chan Chan
En el mar cernían arena
Como sacudia el ‘jibe’
A Chan Chan le daba pena.
Limpia el camino de paja
Que yo me quiero sentar
En aquel tronco que veo
Y así no puedo llegar.
De Alto Cedro voy para Marcané
Luego a Cuerto voy para Mayarí
Chan Chan (Trad)
Sto andando da Alto Cedro a Marcané
E passando per Cuerto arriverò a Mayarí
Il mio amore per te
Non lo posso negare
Se mi viene l’acquolina
Non lo posso evitare
Quando Juanica e Chan Chan
Sulla riva del mare setacciavano la sabbia
Lei come muoveva il sedere
E come questo dava fastidio a Chan Chan
Pulisci il sentiero dalle foglie di canna
In modo che possa andare a sedermi
Su quel tronco che vedo
E che così non riesco a raggiungere.
Sto andando da Alto Cedro a Marcané
E passando per Cuerto arriverò a Mayarí
Non so se vi è mai capitato di venire folgorati all’improvviso e in modo del tutto inaspettato dalla bellezza di un brano musicale e di non potervene più liberare per giorni e giorni, come in preda ad una vera e propria malìa incantatrice.
Quella musica occupa la vostra mente, la vostra anima, ogni fibra del vostro corpo, non vi dà tregua. Andate a letto e mentre scivolate nel dormiveglia la sua melodia riecheggia dentro di voi. Vi svegliate e la prima cosa che pensate è di mettervi le cuffie e andare subito ad ascoltarla.
Una vera e propria passione amorosa, con tutti i sintomi classici dell’innamoramento. Se poi strimpellate uno strumento musicale, come capita a me con la chitarra, e vi mettete in testa di cercare di suonarla per possederla ancora più intimamente e farla ancora più vostra il quadro diventa più serio.
Se poi il brano in questione è una strepitosa cover di Patti Smith della celebre Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, beh, allora siete proprio persi, senza via di scampo. Vi conviene arrendervi, come me, e lasciarvi invadere dalla passione. Sono tre giorni ormai che ho ceduto le armi e lasciato via libera alla musica.
Questa versione di Smells Like Teen Spirit è contenuta nell’album Twelvedi Patti Smith, del 2007, che raccoglie per l’appunto dodici cover di brani a cui la cantante americana è particolarmente legata.
Manco a dirlo che sabato mattina la prima cosa che ho fatto è stata quella di catapultarmi subito in un negozio di dischi a comprare l’album, con il timore di non trovarlo. C’era l’ultima copia
La cosa strana è che avevo distrattamente sentito questa versione di Smells Like Teen Spirit di Patti Smith poco dopo la sua uscita, nella seconda metà del 2007, ma complice forse la mia situazione particolare di quel periodo, non ne ero rimasto particolarmente colpito, anzi a dire il vero l’avevo dimenticata, mentre ricordo tuttora molto bene l’appassionata e sensuale versione ad opera di Tori Amos.
L’ho riascoltata venerdi, e stavolta è stato un colpo di fulmine. Sono tre giorni che ascolto il brano e che ci suono sopra con la chitarra, tanto che le mie figlie ormai la cantano anche loro.
L’arrangiamento di Smells Like Teen Spirit nella versione di Patti Smith è interamente acustico, impreziosito da banjo, violini, fisarmoniche, contrabbasso, chitarraacustica, trasportato su una tonalità più alta, mentre il ritmo è molto più lento, reso quasi danzante e ipnotico. E su tutto svetta la voce eccezionale e l’interpretazione appassionata di Patti Smith, che alla fine, in un crescendo dionisiaco da brividi recita anche dei versi di una una sua poesia.
Nelle note di copertina Patti Smith scrive che originariamente voleva registrare Heart Shaped Box dei Nirvana (che tra l’altro ha per me il più bel video in assoluto della storia musicale recente), ma che poi una sera, mentre stava andando a teatro a Los Angeles a vedere una rappresentazione del Parsifal, rimasta imbottigliata nel traffico fra Malibu e Beverly Hills, improvvisamente alla radio passarono Smells Like Teen Spirit, e fu un’illuminazione.
Nella performance live che ho inserito all’inizio del video non ci sono i banjo, ma comunque il livello è strepitoso ugualmente. Per chi vuole fare un raffronto questa è la versione originale contenuta nell’album.
Patti Smith a sessant’anni sa ancora sedurre come poche, con una presenza scenica magnetica e un modo di muoversi che ipnotizza, una sciamana che celebra i suoi riti sul palcoscenico. La sacerdotessa “maudit” del rock graffia ancora. “È capace di generare più intensità con un solo movimento della mano di quella che la maggior parte degli artisti rock saprebbero produrre nel corso di un intero concerto“, scrisse Charles Shaar Murray su “New Musical Express”.
L’album intero è di livello molto alto. I brani che mi sono piaciuti di più, oltre a Smells Like Teen Spirit, sono Gimme Shelter (Rolling Stones), White Rabbit (Jefferson Airplane) e Soul Kitchen (The Doors), di cui allego i video.
L’arrangiamento della versione di White Rabbit riesce a ricreare molto bene, seppure in modo diverso, il carattere ipnotico e lisergico della bellissima versione originale dei Jefferson Airplane in cui era protagonista la grande voce di Grace Slick. A suo tempo ho dedicato un postnel mio blog proprio a White Rabbit, canzone che adoro da sempre.
Patti Smith – Twelve (2007)
1. Are You Experienced – 4:46 – (Jimi Hendrix)
2. Everybody Wants To Rule The World – 4:07 – (Tears for Fears)
3. Helpless – 4:02 – (Neil Young)
4. Gimme Shelter – 5:01 – (Rolling Stones)
5. Within You Without You – 4:51 – (The Beatles)
6. White Rabbit – 3:54 – (Jefferson Airplane)
7. Changing Of The Guards – 5:48 – (Bob Dylan)
8. The Boy In The Bubble – 4:30 – (Paul Simon)
9. Soul Kitchen – 3:45 – (The Doors)
10. Smells Like Teen Spirit – 6:31 – (Nirvana)
11. Midnight Rider – 4:02 – (The Allman Brothers Band)
12. Pastime Paradise – 5:26 – (Stevie Wonder)
Un’emozionante versione live del 1988 di “Re del Silenzio” dei Litfiba. Che energia e selvaggia sensualità che sprigionano sul palco!
Qui i Litfiba erano ancora con Gianni Maroccolo e Ringo De Palma. Mitici!
La performance e la presenza scenica di Piero Pelù sono veramente impressionanti, così come la pulsazione ritmica del basso elettrico di Gianni Maroccolo è martellante, implacabile, non dà tregua. Ma tutto il gruppo è al massimo.
E pensare che li ho visto dal vivo nel 1985 a Scoglitti, in Sicilia, giusto sotto il palco, quando stavano per diventare famosi. Che tempi!
Conosco e ascolto la musica di Jan Garbarek, straordinario sassofonista norvegese, dal 1986. Ne possiedo la discografia completa.
L’ho visto tre volte in concerto. L’ultima volta è stata all’interno del Duomo di Monza, il 17 giugno 2005: un’emozionante performance dal vivo dell’album di musica sacra medievale e rinascimentale Officium, eseguita con l’Hilliard Ensemble, un quartetto vocale di voci maschili inglese specializzato nell’esecuzione di musica antica.
Una delle poche volte in cui mi è sembrato di esperire il senso del sacro e del divino, per quanto questi termini possano avere senso per uno agnostico come me, complice forse anche la particolare situazione personale ed emotiva in cui mi trovavo, assieme alla mia compagna. Un’esperienza che porto ben viva dentro di me come fosse ancora oggi.
Jan Garbarek decise di suonare il sax a 12 anni, dopo aver ascoltato alla radio il brano Countdown di John Coltrane, che lo sconvolse letteralmente. Ha iniziato suonando con i musicisti scandinavi di free jazz per poi esplorare tutte le tradizioni musicali del globo, acquistando uno stile personalissimo. Ha suonato con musicisti scandinavi, americani, europei, pakistani, africani, arabi, indiani… non c’è un’area geografica di cui non abbia esplorato la cultura musicale. Da ultimo anche la tradizione europea medievale e rinascimentale di musica sacra.
Ma quello che mi affascina, mi stordisce letteralmente è il suono del suo sax, il suo particolarissimo timbro musicale: Jan Garbarek è probabilmente il sassofonista che ha maggiormente lavorato sulla respirazione, le variazioni timbriche, la modulazione del suono, quel particolarissimo impasto di voce e fiato che dà vita al suono del sassofono.
Il brano che potete ascoltare nel video è tratto dall’album Ragas and Sagas del 1992 realizzato assieme a musicisti e cantanti pakistani. Un’album, se possiamo definirlo così, di musica sacra sulle tradizioni musicali di quella particolarissima area a cavallo fra India, Pakistan, Afghanistan e Tibet.
«I have plans that are unbelievable,
but then wanting to be a guitar player
seemed unbelievable at one time.»
(Jimi Hendrix)
Il 5 marzo è uscito l’album “Valleys of Neptune” che raccoglie 12 brani inediti di Jimi Hendrix, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Il più grande in assoluto, secondo il mio parere.
Valley Of Neptune illustra la straordinaria evoluzione creativa di Jimi Hendrix durante il 1969, l’anno più tumultuoso della sua celebre vita e carriera.
Questi 12 brani, mai pubblicati fino ad ora, includono le registrazioni finali effettuate in studio dall’originale trio “Jimi Hendrix Experience“, e testimoniano l’obiettivo perseguito da Hendrix di creare un seguito all’album Electric Ladyland, così come come i primi tentativi di Hendrix di intraprendere un nuovo corso musicale con Mitch Mitchell alla batteria e il bassista Billy Cox al posto di Noel Redding. Da lì a poco infatti, verso la fine del 1969, Jimi Hendrix formerà la Band of Gypsys, costituita da soli musicisti neri: Jimi Hendrix (chitarra), Billy Cox (basso) e Buddy Miles (batteria).
Sono due settimane che non faccio altro che ascoltare questo straordinario album e la sensazione è come di trovarsi di fronte per la prima volta ad un nuovo album di Jimi Hendrix, come poteva essere a fine anni Sessanta. L’energia, la bellezza, la potenza visionaria che emanano da questo album mi hanno letteralmente rapito.
Preciso subito quali sono i miei brani preferiti, anche se è difficile:
Si tratta del brano che dà il titolo all’album. Una stupenda dimostrazione di “rock psichedelico” alla Jimi Hendrix. Brano di grande complessità e ricchezza armonica e allo stesso tempo di una struggente bellezza melodica e di un ritmo irresistibile. Un capolavoro.
“Valleys Of Neptune” cominciò a prendere forma durante le sessioni del febbraio 1969 all’Olympic Studios. Jimi effettuò diverse registrazioni ed era desideroso di sviluppare questo eccezionale brano al suo pieno potenziale.
Hendrix continuò a raffinare ulteriormente la canzone lungo l’estate del 1969, registrando anche una sessione con solo Mitchell e il percussionista Juma Sultan.
Fu in un’animata sessione di registrazione del 15 Maggio 1970 alla Record Plant che prese forma la versione attuale. La take 5 di questa sessione combina la parte vocale di Jimi e le percussioni di Juma Sultan del 23 Settembre 1969.
Il lavoro su Valley of Neptune continuò negli studi della “Electric Lady Studios” di Jimi nel giugno 1970, ma un master finale non fu mai raggiunto prima della sua morte, avvenuta tre mesi più tardi.
Una nuova straordinaria versione del grande classico. Pubblicata nel mercato internazionale come lato B di Hey Joe nel dicembre 1966, la canzone non era mai stata pubblicata negli US, perchè la casa discografica non lo aveva incluso nella versione originale dell’album “Are you expereinced” nell’Agosto 1967.
Registrata in un singolo take il 7 aprile 1969, impreziosita dalla voce evocativa di Jimi e dal suo lavoro stimolante alla chitarra, questa versione riesce effettivamente a trasmettere l’energia incandescente che veniva fuori dai concerti del gruppo.
A dispetto della sua ovvia promessa, Hear My A Train Comin’ rimase tra i brani registrati in studio e mai pubblicati da Hendrix al tempo della sua morte nel settembre 1970.
Purtroppo questa registrazione fu più tardi montata e sovraincisa nel 1975 da musicisti che Hendrix non aveva mai incontrato e fu inclusa nel controverso album postumo “Midnight Lightning”. Adesso la registrazione originale del gruppo è stata restaurata e fa il suo debutto qui come parte dell’album.
Il grande classico dei Cream. I membri del gruppo di Hendrix ammiravano i Cream, e Sunshine Of Your Love era uno dei loro brani preferiti.
Per questa registrazione il gruppo di Hendrix utilizzò un arrangiamento esclusivamente strumentale come per le performance live del brano. Adrenalina pura!
Una straordinaria reinterpretazione del grande classico blues di Hendrix pubblicato nel primo album “Are you Experienced?” Da brividi! Lenta, sensuale, ammiccante: l’essenza stessa del blues.
Un altro grande blues dalle sonorità quasi funky, impreziosito stavolta anche dalle percussioni.
11 delle 12 canzoni di “Valleys Of Neptune” furono registrate subito dopo la pubblicazione del celebre doppio album Electric Ladyland, le cui lunghe sessioni di registrazione, troppo estese per gli standard dell’epoca, allontanarono lo storico produttore (ed ex-bassista degli Animals) Chas Chandler dal progetto e incrinarono irrimediabilmente il rapporto tra Hendrix e il bassista Noel Redding.
Il tour europeo del Gennaio 1969 rivelò infatti la crescente disarmonia all’interno del gruppo, specialmente tra Hendrix e Redding, il cui rapporto si era ulteriormente deteriorato nei mesi precedenti.
Fu in questo contesto che Jimi Hendrix registrò nel corso del 1969, in diverse sessioni di registrazione, i brani raccolti per la prima volta in quest’album.
Per Hendrix lo studio di registrazione aveva assunto ormai un ruolo principale nello sviluppo di nuovo materiale e nella sua visione progettuale.
All’interno di questo ambiente creativo – sfuggendo alle incessanti richieste delle esibizioni dal vivo nei concerti – Jimi intendeva esplorare e sperimentare nuovi pattern ritmici da inserire poi all’interno della struttura formale di nuove canzoni.
Questo cambio fondamentale nella strategia confondeva Redding. Il bassista non condivideva la filosofia di Hendrix e considerava eccessive le molte registrazioni di versioni alternative (takes) che il chitarrista richiedeva durante le sessioni.
Fu per questo che nel Giugno 1969 Jimi Hendrix contattò il bassista Billy Cox, sperando che il suo vecchio amico potesse essergli di aiuto in questo periodo difficile della sua carriera.
Nello stesso perido Hendrix continuava a perseguire una serie di intriganti alleanze creative, sperimentando con gli ottoni, sitar elettrico, tastiere e percussioni.
Le prime sessioni di Jimi con Cox e Mitch Mitchell furono armoniose e produttive, una benvenuta trasformazione dalla tensione che aveva pervaso il lavoro in studio del gruppo nell’anno precedente.
Tracklist (ogni brano richiama il relativo video su youtube con la traccia musicale)