Non so bene perché, o meglio il motivo lo intuisco ed esula dal lato puramente musicale e riguarda più la performance delle interpreti, ma questa cover del famoso brano Master & Servant (che nel 1984 fece scandalo per la chiara allusione alle omonime pratiche erotiche sado-maso: questo il video originale) dei Depeche Mode ad opera dei Nouvelle Vague mi piace molto.
Leggera, seducente, allusiva, ambigua, ammiccante, sensuale come solo le francesi sanno rendere l’atmosfera di un brano.
N.B. Martin Gore dei Depeche Mode ha collaborato alla versione registrata in studio del brano. Lo si può ascoltare come back vocalist. Ecco il video.
Devo ringraziare l’amico Paolo per avermi fatto scoprire un paio di sere fa questo inedito brano di Jimi Hendrix, Hush now.
Hush Now è un vero gioiello di improvvisazione con la chitarra al pedale wah-wah. Una melodia ipnotica e avvolgente costruita su una semplicissima linea di basso dall’intenso sapore funky.
Il video è costituito da sequenze inedite di Jimi Hendrix che si alternano ad altre sequenze celebri. Stupenda al minuto 2:47 la breve sequenza di Jimi Hendrix in auto con due “foxy ladies” mentre fumano marijuana .
Saranno una decina di giorni che la sera cerco invano di scrivere un post per il blog, ma ogni volta alla fine desisto.
Divento sempre più esigente con me stesso e mi chiedo se ne valga la pena, se quel post avrà ancora senso fra un mese o un anno.
Viviamo sommersi dal rumore di chiacchiere vuote, assordati dal brusio di parole inconsistenti che si bruciano nell’arco di poche ore, annichiliti dalle cazzate prive di senso del proprio vuoto quotidiano che ogni utente di Facebook si sente in dovere di imporre agli altri amici di questa malsana catena di Sant’Antonio dei social network, la nuova piaga del decennio.
Non voglio aggiungere ulteriore rumore al caos. Voglio solo isolare quelle poche cose che hanno senso nella vita. E la musica è una di queste.
La sera arrivo a casa stanco morto dal lavoro. Le uniche cose che faccio da tre mesi a questa parte, a parte lavorare, sono andare in piscina e suonare la chitarra.
Suonare la chitarra mi rilassa, mi affascina, mi diverte. Mi si è spalancato un universo meraviglioso fatto non di parole, ma di suoni e dei silenzi che vivono fra un suono a l’altro.
Così l’unica cosa che mi viene da dire è: “Silenzio adesso!” – questo è il senso dell’espressione ”Hush now” – e ascoltiamo un po’ di musica!
Ultimo Tango a Parigi. Forse la colonna sonora di film che amo di più in assoluto, sin da bambino.
Qui in una recente e superlativa versione live ad opera dell’autore, il sassofonista argentino Gato Barbieri.
Avevo già dedicato due anni fa su questo blog un post al film Ultimo Tango a Parigi.
Ma adesso è la musica, intensa e sensuale, il caldo suono del sax tenore di Gato Barbieri che in questa torrida notte di Ferragosto passata da solo in una città deserta, mi è venuto in mente per chissà quale libera associazione di pensieri a riportarmi ricordi ed emozioni, sensazioni particolari a cui sono particolarmente legato.
E finalmente domani sera parto per le ferie: nove giorni in Sicilia.
Sono stracotto. Otto mesi di lavoro intenso. E al ritorno sarà peggio, tutta in salita fino a dicembre.
Approfitterò di ogni momento per rilassarmi e ricaricarmi.
Vi saluto con questa stupenda versione di 1983… (A Merman I Should Turn to Be) di Jimi Hendrix, a mio parere una delle più belle canzoni mai incise dal chitarrista, una stupenda e onirica ballata psichedelica.
Questa non è la versione ufficiale pubblicata nell’album Electric Ladyland, ma una versione registrata privatamente da Jimi Hendrix, una sorta di studio o provino prima di incidere. Bellissima.
Sarà perché in queste calde giornate di mezza estate, a parte il lavoro che mi assorbe pesantemente durante la settimana, sto facendo solo due cose, nuotare in piscina e suonare la chitarra, ma la sera ho solo voglia di ascoltare della bella musica, e possibilmente studiarne gli accordi e gli assoli per provare a suonarli sulla chitarra.
Stanotte il libero gioco delle associazioni mentali, da Johnny Cash, che ne ha realizzato una superba versione, mi ha portato alla fine ad ascoltare una stupenda performance live di Personal Jesus dei Depeche Mode.
Credo che Dave Gahan, il cantante e leader dei Depeche Mode, sia uno dei più straordinari performer live degli ultimi venti anni. Ogni concerto dei Depeche Mode è un potente rito orgiastico musicale fra lo sciamano incantatore e il suo pubblico.
Quanto all’ipnotico riff iniziale alla chitarra di Martin Gore, c’è poco da dire: fa parte della storia musicale degli ultimi decenni.
Queste calde e lunghe sere d’estate in cui sono da solo a casa, senza le bambine, ne sto approfittando per studiare e suonare la chitarra fino a notte avanzata.
Devo riconoscere che dopo tre mesi i progressi sono abbastanza notevoli. Se continua così ho un futuro assicurato come musicista di strada: mi manca solo la scimmietta col piattino
A parte gli scherzi mi sto divertendo molto, e rimpiango solo di non averci pensato prima.
Stanotte, dopo avere improvvisato (devo dire non male) su un blues in La minore mi sono messo a girovagare su You Tube alla ricerca di filmati rari.
Ho trovato questa brillante esibizione live di Eric Clapton, ormai 63enne, alla chitarra acustica nel brano Drifting Blues, registrata ad Hyde Park a Londra il 28 giugno 2008.
Cosa dire? Io darei volentieri 10 anni della mia vita per poter suonare così adesso.
Forse le leggende nere del delta del Blues sin cui si narra di musicisti che vendevano l’anima al diavolo per poter suonare in modo sublime hanno un fondo di verità.
Ho sempre amato, sin da piccolo, la canzone White Rabbit dei Jefferson Airplane, famoso “gruppo rock statunitense di San Francisco, pioniere del movimento Acid rock e “bandiera” della fiorente scena musicale psichedelica che si sviluppò a San Francisco verso la metà degli anni sessanta.” (fonte : Wikipedia)
White Rabbit fu scritta in mezz’ora dalla cantante Grace Slick che trasse ispirazione dagli effetti psichedelici dell’LSD, allora molto popolare a San Francisco, dal Bolero di Maurice Ravel, e da Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll.
Il suo andamento sinuoso, ipnotico, psichedelico, un continuo crescendo dominato dalla ritmica e dalla chitarra, ma soprattutto dalla possente voce di Grace Slick è un piccolo capolavoro. E adesso che sto studiando la chitarra, devo dire che mi ci sto divertendo un mondo a improvvisarci di sopra.
Grace Slick era una cantante di grande presenza scenica ed ex modella. Possedeva una voce da contralto potente e flessibile, era perfettamente a suo agio con la musica psichedelica del gruppo, ed era sorprendentemente affascinante, e la sua dinamicità sul palco incrementò fortemente l’impatto delle performance live.
Quella che vedete qui di seguito è la strepitosa performance live di White Rabbit effettuata al leggendario festival di Woodstock nell’agosto del 1969.
Un curioso avvenimento interessò la Slick all’epoca della presidenza Nixon: invitata ad un party come ex compagna di college della figlia del Presidente, la Slick portò con sè un microgrammo di LSD, con l’intenzione di scioglierlo nel tè del presidente. Sfortunatamente per lei, fu bloccata all’ingresso da un agente dell’United States Secret Service che l’aveva riconosciuta, e così non poté mettere in atto il suo psichedelico piano. (Fonte: Wikipedia)
White Rabbit – Jefferson Airplane (lyrics)
One pill makes you larger
And one pill makes you small
And the ones that mother gives you
Don’t do anything at all
Go ask Alice
When she’s ten feet tall
And if you go chasing rabbits
And you know you’re going to fall
Tell ‘em a hookah smoking caterpillar
Has given you the call
Call Alice
When she was just small
When men on the chessboard
Get up and tell you where to go
And you’ve just had some kind of mushroom
And your mind is moving slow
Go ask Alice
I think she’ll know
When logic and proportion
Have fallen sloppy dead
And the White Knight is talking backwards
And the Red Queen’s “off with her head!”
Remember what the dormouse said
“Feed your head, feed your head!”
Quella che segue è la cronaca di due giorni di delirio.
Ieri, dopo quasi un anno ininterrotto di levate all’alba, mi sono svegliato alle nove e mezza del mattino, cosa che non mi capitava ormai da quasi un anno a questa parte. Sono da solo in casa, le bambine sono dai miei in vacanza.
La cosa mi sembra talmente straordinaria e inverosimile che non riesco a capacitarmi. Godo di questo ineffabile e inaspettato piacere con sottile lussuria e mi attardo indolente nel letto, incredulo, stiracchiandomi come un gatto sonnacchioso.
Mi alzo, vado in bagno e guardandomi allo specchio colgo un’espressione di beatitudine e serenità estrema.
Mi preparo la colazione con calma, assaporando lentamente la ritualità dei gesti come se fosse la prima volta. Un raggio di luce calda entra dalla finestra illuminando la tavola.
Preso da questa sorta di estasi mistica non faccio caso ad uno strano brusio sordo, basso, quasi impercettibile, al limite fra la frequenza degli infrasuoni e i suoni percepibili dall’orecchio umano.
Mi siedo a tavola e inizio a bermi la spremuta d’arancia appena preparata. Un nettare divino.
Improvvisamente percepisco una vibrazione strana, un suono sordo che di botto sparisce. Penso ad un tir di passaggio. Poi di nuovo una vibrazione più forte, una sorta di rimbombo, un cupo boato.
L’occhio mi cade sul bicchiere con la spremuta che sto bevendo. Man mano che la frequenza della vibrazione aumenta, vedo che la superficie del liquido inizia ad incresparsi e a vibrare, finché si formano dei cerchi concentrici che vibrano all’unisono con la frequenza.
«Cazzo! Il terremoto!» mi dico.
Non faccio in tempo a pensarlo che improvvisamente capisco. La verità mi colpisce con la stessa velocità e violenza di un fulmine che abbatte un albero.
Non è il terremoto. È Gods of Metal, il più grande festival musicale heavy metal organizzato in Italia che quest’anno si tiene il 27 e 28 giugno allo stadio Brianteo di Monza.
Solo che lo stadio Brianteo di Monza si trova a meno di 250 metri in linea d’aria da casa mia. E non è facile reggere a 14 ore ininterrotte di musica heavy metal ad alto volume per due giorni di fila, dalle dieci del mattino a oltre mezzanotte.
La vibrazione bassa che sentivo era una sorta di richiamo tribale al popolo metal convenuto da mezza Italia, il segnale che lo show stava per iniziare. E infatti, alle 10.30 del mattino lo spettacolo comincia.
Il primo gruppo che si esibisce sembra seriamente intenzionato a farmi esplodere i vetri delle finestre. Le mura di casa vibrano sotto l’assalto sonoro dei potenti apparati di amplificazione. E anche i “cabbasisi” stanno iniziando a vibrarmi, in perfetta sincronia con la musica.
Il cantante sembra scosso da conati di vomito, emette suoni gutturali talmente forti che sembra di essere ad una gara mondiale di rutti. Un incubo. Ed è solo l’inizio.
Mi rendo immediatamente conto che “la situazione è grave, ma non seria” come avrebbe detto Ennio Flaiano.
Chi ha potuto, fra i vicini, si è già messo in salvo in mattinata andando a casa dei parenti. Degli sfollati, si direbbe quasi.
Mi vesto ed esco. Vado in centro per sfuggire all’assalto sonoro e godere di un paio d’ore di relativo silenzio, e ci riesco.
Sulla via del ritorno, mentre mi dirigo verso l’auto, mi ferma una coppia di ragazzi.
Lui alto circa due metri, almeno 120 chili di peso, capelli lunghi, barba lunga, giubbotto nero smanicato pieno di borchie, catene e nomi di gruppi metal, un chilo di piercing addosso, fra naso, orecchie, sopracciglia, labbro… e non voglio immaginare il resto. Lei di altezza media, capelli lunghi e neri lisci di un lucido nero corvino, pesantemente truccata di nero, unghie smaltate nere, rossetto scuro, piercing dappertutto (qui ho immaginato con piacere anche le parti non visibili con il piercing…), tutta vestita di nero, con una sorta di minigonna asimmetrica e un’ampia scollatura sul petto: un fiore di ragazza.
Lui mi chiede gentilmente e con una voce soave che strideva fortemente con la sua corporatura e il suo look: «Scusi, sa dirmi per cortesia da che parte si trova lo stadio?»
La prima reazione istintiva è stata quella di mandarlo dalla direzione opposta di Monza, ma è stato solo un attimo. Complice anche lo sguardo della fanciulla li ho indirizzati dalla parte giusta e gli ho augurato buon divertimento.
Una volta arrivato a casa mi rendo conto che la musica continua a volume ancora più elevato. Mi preparo due spesse e succose fette di filetto di manzo al sangue sulla griglia. Le divoro con ferina avidità. Inizio ad avvertire in me i primi segni della metamorfosi.
Nei rari momenti di pausa fra un gruppo e l’altro il vicino di fronte che suona il trombone ne approfitta per fare degli esercizi musicali, mentre il cane della signora del piano di sopra abbaia come un gremlin indemoniato sul balcone.
Ad un certo punto mi dico: «Ok, adesso mi armo di una motosega, vado alla stadio e domani tutti i giornali parleranno di me!»
Mentre eccitato dalla musica fantasticavo di smembramenti e spappolamenti apocalittici da videogioco alla Doom, improvvisamente vedo dei cupi nuvoloni scuri nel cielo; il cuore mi si riempie di speranza. Inizio ad invocare il dio delle grandi piogge e delle tempeste e i numi tutelari dell’Olimpo del rock: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain.
Gli dei mi esaudiscono, anche se per poco. I gruppi continuano a suonare anche sotto la pioggia.
Decido di fare buon viso a cattivo gioco. Indosso una t-shirt rossa con quella che sembra una stilizzata rappresentazione di un volto luciferino con tanto di corna, imbraccio la chitarra e mi metto a suonare anch’io: intervalli, scale, accordi. Ad un certo punto mi accorgo con stupore che mi escono inconsciamente dei power chords di solito usati nella musica Hard Rock ed Heavy Metal e che sto improvvisando su dei brani dei Nirvana.
Ormai quella musica ad alto volume si è impossessata di me. Cazzo, ci manca poco che mi si allungano anche i capelli.
La sera di sabato, preannunciati da una potente scossa del 5 grado della scala Richter, iniziano a suonare i Mötley Crüe e suonano il loro immancabile hit Girls, girls, girls. Devo ammettere che i gruppi che hanno suonato in serata non erano male, mentre altri erano decisamente inascoltabili, martelli pneumatici impazziti in un mattatoio abusivo. Alla fine, passata mezzanotte, smettono. Un po’ di pace finalmente.
Stamane, puntuali alle 10.30, hanno iniziato di nuovo. Ma adesso ero preparato. Sono andato in piscina, e caricato dai decibel e con l’adrenalina a mille mi sono sparato venti vasche di seguito senza quasi fermarmi.
Adesso sono le dieci di sera e ho appena cenato; mi vado a sedere sulla sdraio del balcone di casa e mi godo il fresco e gli ultimi momenti di questa edizione di Gods of Metal sorseggiando una birra fredda.
Ogni riferimento a persone cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale
Grazie di esistere Silvio.
La mia fantasia arranca ormai dietro alla realtà.
Sono straimpegnatissimo col lavoro, alle prese con delle consegne di progetto ravvicinate, ad inizio e fine estate.
Farò solo una settimana di ferie, per il secondo anno di seguito. Una mission impossible.
Meno male che c’è Papi Silvio a rallegrarmi…
Metto anche il testo della canzone, nel caso doveste cantarla in qualche karaoke, come fa Papi Silvio con le sue dilette …
Papi Chulo (Te Traigo el Mmmm) – Lorna Papi, papi, papi chulo
papi papi papi ven a mi (ven a mi) (x3)
Papi, papi, papi chulo,
Are you ready for this??
Tu quieres mmm,
Te gusta el mmm,
Te traigo el mmm,
Y Lorna a ti te encanta el mmm,
Que rico el mmm,
Sabroso mmm
Y a ti te va a encantar el mmm
Te gusta el mmm,
Te traigo el mmm,
Y Lorna a ti te encanta el mmm,
Que rico el mmm,
Sabroso el mmm
Y a ti te va a encantar
Suavemente y’all
Mueve el cuerpo
Asi tienes que hacerlo slow
Con el demo
Al son del fo
Arriba arriba arriba otra vez,
Suavemente y’all
Mueve el cuerpo
Asi tienes que hacerlo slow
Con el demo
Al son del fo
Arriba arriba arriba otra vez,
Todos con las manos al cielo
No piense en el suelo
Mujeres vírgenes que se quiten los pelos
Como dice el barbero,
pelo, pelo, pelo
Vamos desde arriba de nuevo,
Todos con las manos al cielo
No piense en el suelo
Mujeres vírgenes que se quiten los pelos
Como dice el barbero,
pelo, pelo, pelo
Vamos desde arriba de nuevo el mmm
Te gusta el mmm,
Te traigo el mmm,
Y Lorna a ti te encanta el mmm,
Que rico el mmm,
Sabroso mmm
Y a ti te va a encantar el mmm
Te gusta el mmm,
Te traigo el mmm,
Y Lorna a ti te encanta el mmm,
Que rico el mmm,
Sabroso el mmm
Y a ti te va a encantar
Suavemente y’all
Mueve el cuerpo
Asi tienes que hacerlo slow
Con el demo
Al son del fo
Arriba arriba arriba otra vez,
Suavemente y’all
Mueve el cuerpo
Asi tienes que hacerlo slow
Con el demo
Al son del fo
Arriba arriba arriba otra vez,
Todos con las manos al cielo
No piense en el suelo
Mujeres vírgenes que se quiten los pelos
Como dice el barbero,
pelo, pelo, pelo
Vamos desde arriba de nuevo,
Todos con las manos al cielo
No piense en el suelo
Mujeres vírgenes que se quiten los pelos
Como dice el barbero,
pelo, pelo, pelo
Vamos desde arriba de nuevo el mmm
Te gusta el mmm,
Te traigo el mmm,
Y Lorna a ti te encanta el mmm,
Que rico el mmm,
Sabroso el mmm
Y a ti te va a encantar el mmm
Te gusta el mmm,
Te traigo el mmm,
Y Lorna a ti te encanta el mmm,
Que rico el mmm,
Sabroso mmm
Y a ti te va a encantar
Ieri ho letto sul blog di Beppe Grillo l’articolo La pittima del parlamento (la Pittima era un esattore nella Repubblica di Genova che seguiva il debitore e gridava a gran voce i suoi debiti) e mi è venuto subito in mente l’album Crêuza de mä di Fabrizio De André, che contiene appunto un brano che si chiama  pittima.
Crêuza de mä è un album meravigliosamente bello, sia per la musica che per i testi, e unico nel panorama musicale italiano per il fatto che tutte le canzoni sono in lingua genovese, un’idioma antico e ricco di influenze mediterranee, greche, arabe, e si avvale dell’uso di una miriade di strumenti della tradizione popolare mediterranea, nordafricana, balcanica e mediorientale.
Crêuza de mä nasce da un progetto di collaborazione artistica con Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, che De André aveva già avuto modo di conoscere nelle file della Pfm.
Nel 1984, quando uscì il disco, si trattava di una scelta coraggiosa e originale, che andava contro le regole del mercato discografico. Eppure ottenne uno straordinario successo di pubblico e critica. Crêuza de mä viene tuttora considerato dalla critica come una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e della musica etnica.
Comprai l’album in vinile quando uscì, nel 1984; avevo diciassette anni. Ricordo che consumai letteralmente il disco a furia di ascoltarlo, rapito dalla bellezza della musica. E la cosa veramente straordinaria fu che imparai a memoria tutti i testi delle canzoni in genovese, tanto che ancora li ricordo perfettamente.
Trovo che la lingua genovese sia una delle più belle e musicali in assoluto. Così diversa e unica. La ascolti e ti sembra di vedere il mare, i pescatori che rammendano le reti, le navi che entrano ed escono dal porto dirette verso i mercati del Mediterraneo orientale.
Sono stato a Genova per la prima volta un mese fa, a Pasqua.
La zona del Porto Antico mi ha stregato. Si tratta di uno di quei luoghi che mi sembra di conoscere da sempre, come se ci fossi già stato. Ci voglio ritornare in autunno, ad assaporare l’aria salmastra portata dal vento.
Queste sensazioni mi hanno portato a riascoltare uno dei brani più belli di Crêuza de mä, Jamin-a.
Tra le canzoni più cariche di sensualità di Fabrizio De André, è un vero e proprio inno o elogio dell’erotismo, impersonato dalla “lupa di pelle scura” Jamin-a, capace di fare l’amore in modo travolgente e quasi insaziabile. Voglia d’amore che però racchiude qualcosa di più elevato e spirituale, come se l’unirsi dei due corpi sottintenda qualcosa di più d’un semplice atto fisico (da Wikipedia).
“Jamin-a” è forse la più bella ode a una prostituta che sia mai stata scritta: un ideale proseguimento delle storie narrate in “Via Del Campo” e “Bocca Di Rosa”, ma qui il racconto perde ogni valenza polemica o iconografica. Grazie all’adozione del genovese, De André non teme censure, e affronta il brano con esplicita, cruda, irriverente, irresistibile sensualità: il corpo di Jamin-a è protagonista, con la sua “lengua nfeugà” — lingua infuocata — e il “nodo delle sue gambe”, incatena l’ascoltatore in un vortice di suggestione erotica e sonora. La struttura armonica del brano è affidata all’oud e al bouzouki, strumenti a corda di tradizione araba e greca. (Da Onda Rock)
Come ebbe a dire lo stesso Fabrizio De André in un film-documentario di Mixer del 1984:
« … Jamin-a non è un sogno, ma piuttosto la speranza di una tregua. Una tregua di fronte a un possibile mare forza otto, o addirittura ad un naufragio. Voglio dire che Jamin-a è un’ipotesi di avventura positiva che in un angolo della fantasia del navigante trova sempre e comunque spazio e rifugio. Jamin-a è la compagna di un viaggio erotico, che ogni marinaio spera o meglio pretende di incontrare in ogni posto, dopo le pericolose bordate subite per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto ».
Il video è stato registrato tra il 13 e il 14 febbraio 1998 al teatro Brancaccio di Roma, una delle ultime esibizioni di De André.
All’inizio del brano si sente una registrazione effettuata al mercato del pesce di Piazza Cavour a Genova.
Jamin-a (da Crêuza de mä) di Fabrizio De André
Lengua ‘nfeuga Jamin-a
lua de pelle scûa
cu’a bucca spalancà
morsciu de carne dûa
stella neigra ch’a lûxe
me veuggiu demuâ
‘nte l’ûmidu duçe
de l’amë dû teu arveà
ma seu Jamin-a
ti me perdunié
se nu riûsciò a ésse porcu
cumme i teu pensë
destacchete Jamin-a
lerfe de ûga spin-a
fatt’ammiâ Jamin-a
roggiu de mussa pin-a
e u muru ‘ntu sûù
sûgu de sä de cheusce
duve gh’è pei gh’è amù
sultan-a de e bagasce
dagghe cianìn Jamin-a
nu navegâ de spunda
primma ch’à cuæ ch’à munta e a chin-a
nu me se desfe ‘nte l’unda
e l’ûrtimu respiu Jamin-a
regin-a muaé de e sambe
me u tegnu pe sciurtï vivu
da u gruppu de e teu gambe
Jamin-a (trad.)
Lingua infuocata Jamina
lupa di pelle scura
con la bocca spalancata
morso di carne soda
stella nera che brilla
mi voglio divertire
nell’umido dolce
del miele del tuo alveare
sorella mia Jamina
mi perdonerai
se non riuscirò a essere porco
come i tuoi pensieri
staccati Jamina
labbra di uva spina
fatti guardare Jamina
getto di fica sazia
e la faccia nel sudore
sugo di sale di cosce
dove c’è pelo c’è amore
sultana delle troie
dacci piano Jamina
non navigare di sponda
prima che la voglia che sale e scende
non mi si disfi nell’onda
e l’ultimo respiro Jamina
regina madre delle sambe
me lo tengo per uscire vivo
dal nodo delle tue gambe