Archivi per la categoria ‘Padri e figli(e)’

Dio è nato dall’uovo

mercoledì, 11 maggio 2011

«Ma chi lo ha creato Dio, papà?»

Esordisce così, a bruciapelo, mia figlia di sette anni questa domenica a pranzo mentre stavamo mangiando degli sfiziosi panini con la salamella alla piastra da me preparati, che nel mio caso avevo condito con peperoni e cipolle grigliate e reso piccante al punto giusto con abbondante Tabasco.

Del resto si sa, sapori forti e decisi stimolano la mente a porsi quesiti esistenziali e predispongono lo spirito ad intraprendere discussioni filosofiche con la necessaria lucidità e perspicacia, mantenendo il giusto distacco dalle cose terrene mentre ci si avventura nei sentieri alti e vertiginosi della metafisica e dell’ontologia. Il tutto accompagnato da buon vino rosso, ovviamente.

(continua…)

Il cavallo di Troia

giovedì, 5 maggio 2011

Meno male che ho due figlie che a volte con una sola battuta riescono a tramutare una giornata faticosa e pesante cominciata con un treno che si è rotto al mattino presto dopo solo dieci minuti dalla partenza, rimanendo fermo mezzora in aperta campagna e infine sostituito con il treno dell’ora successiva – e dovendo fare 100 km di viaggio per arrivare al lavoro a Lugano è abbastanza lunga -  e preceduta da una notte insonne a causa dell’allergia che per poco mi causa attacchi d’asma, in una serata allegra in cui si ride a crepapelle.

Oddio, a volte è vero anche il contrario: riescono a tramutare in una serata da inferno una giornata relativamente serena :-) .

(continua…)

Il sesso dell’olio

domenica, 27 marzo 2011

Oggi per pranzo con le mie figlie ho preparato un bel piatto di spaghetti all’aglio e olio, che loro adorano, accompagnato da un’abbondante spolverata di parmigiano grattugiato per loro, e pecorino siciliano stagionato pepato per me, oltre al peperoncino piccante ovviamente.

Dopo, abbiamo continuato mangiucchiando delle squisite olive Nocellara del Belice schiacciate condite in olio extra vergine di oliva e accompagnate dal pane.

Ad un certo punto la più piccola delle mie figlie mi fa: «Ma per te chi è più buono, l’olio o l’aceto?»

(continua…)

Agli occhi di una figlia

martedì, 1 febbraio 2011

Ieri sera, dopo aver finito di cenare, la maggiore delle mie figlie - nove anni appena compiuti da una settimana - ha preso lo zaino e si è messa a completare alcuni compiti che le erano rimasti da fare, essendo stata due giorni a casa con la febbre.

Ad un certo punto, non senza un pizzico di malcelato orgoglio infantile, mi dice: «Papà, guarda cosa ho disegnato!» e mi fa vedere il quaderno di italiano sul quale aveva appena finito di scrivere.

La traccia del compito era: “Scegli i dati uditivi e per ognuno forma una frase che descriva un suono/rumore che senti in casa“. Lei, che quest’anno sta palesando una certa bravura nel disegno, ha pensato bene di inserire oltre alla frase anche dei disegni che illustrassero la situazione e me li ha mostrati.

Una delle frasi era: «Mentre studio sento il rumore dell’aspirapolvere che usa papà per pulire» illustrata da questo disegno.

Un’altra era: «Quando la sera vado a dormire sento la melodiosa musica che emette la chitarra di papà», seguita da questo disegno.

Non posso nascondere che la cosa mi ha intenerito e piacevolmente sorpreso – e un po’ emozionato, devo ammetterlo -  per il candore con cui mia figlia descriveva e rappresentava due situazioni non certo comuni in una famiglia, ma per lei assolutamente normali, come quelle in cui un padre pulisce la casa con l’aspirapolvere e l’altra in cui lo stesso padre, la sera, mentre le figlie dormono, suona la chitarra facendo giungere i suoni “melodiosi” – come lei dice – al suo orecchio mentre sta per addormentarsi.

Le ho sorriso, ho pensato per un attimo alla faccia delle maestre, al loro sorriso comprensivo. Ho pensato a mia figlia così orgogliosa di descrivere e rappresentare le gesta “paterne”. Ho immaginato in un attimo le mie figlie da grandi, donne adulte, ripensare a me, e sorridere per la loro ingenuità di bambine, orgogliose di avere avuto un padre così diverso – per necessità e per attitudine. Ho pensato a quanto sarebbe stata orgogliosa di questo la loro madre, la mia compagna, e in un attimo mi sono sentito soddisfatto, sereno, felice. Mi sono reso conto che tutti i miei sforzi e i sacrifici di questi anni stanno andando nella direzione giusta.

Ero, e lo sono ancora in questo momento, contento di essere riuscito ad imprimere nella loro mente l’idea e l’immagine di un padre al tempo stesso dedito ai lavori di casa e immediatamente dopo dedito ad un’attività ludica e ricreativa come suonare la chitarra, un padre che sa sacrificarsi, ma che sa anche virilmente ritagliarsi degli spazi tutti per sè. Una figura di uomo sereno ed equilibrato che avranno come modello di riferimento e con la quale si confronteranno nella loro vita futura di giovani donne nella relazione con l’altro sesso.

Una magnifica serata. Una di quelle in cui ti senti felice e soddisfatto come il contadino che vede crescere rigogliose e feconde le messi che ha seminato e coltivato con tanta cura, devozione e sacrificio.

In attesa di “rotolare verso sud” e le mie figlie

martedì, 13 luglio 2010

 

«Ogni nome un uomo
ed ogni uomo è solo quello che
scoprirà inseguendo le distanze dentro sé»

(Rotolando verso sud - Negrita)

Sono ormai tre settimane che non vedo le mie figlie che ho accompagnato in Sicilia dai miei per le vacanze estive. Mi mancano tanto. E io manco a loro.
Ogni sera, appena arrivo dal lavoro e rientro a casa, alle otto e dieci di sera, puntuali come ad un appuntamento galante con il fidanzatino, squilla il telefono e mi chiamano, o se arrivo prima telefono io.

Che strano effetto sentirle al telefono! Ormai sono due donnine in tutto e per tutto. Mi fanno il terzo grado, mi torchiano, cercano di cogliermi in fallo sul numero dei giorni che mancano al mio ritorno in Sicilia (11 giorni), mi raccontano le loro giornate, mi chiedono come trascorro io le mie giornate, se mi sto divertendo, se ho mangiato, cosa farò in serata…
La più piccola, quando mi chiamava i primi giorni che ero appena ritornato, mi chiedeva sempre la sera: «Papà, ma sei ancora in aereo?»

Due sere fa, dopo avermi raccontato la loro giornata, ed avermi chiesto nell’ordine, come sempre:
«Papà, ma hai comprato gli zaini nuovi? Hai sistemato un po’ la casa? Hai ordinato la nostra cameretta? Ma adesso cosa mangi? Ma esci la sera? Ma vai a letto sempre tardi? Ma sei andato in piscina? Ma quando vieni? Quanti giorni mancano?»
Ad un certo punto la più piccola mi fa: «Ma sei solo in casa?».
E io: «Certo che sono solo, con chi dovrei essere? Ma perché me lo chiedi?»
E lei con finta noncuranza: «No, così…»
Poi subito dopo, per cambiare discorso mi fa: «Papà, tu domani vai al lavoro dal tuo capo e gli dici: Senti, siccome la scuola è finita e le mie figlie sono in vacanza, anch’io devo prendere adesso due mesi di vacanza per stare con loro. Hai capito?»
Sono scoppiato a ridere e le ho detto: «Sì, hai ragione, domani glielo dico!»

Ho una gran voglia di vacanze, di mare, di Sicilia, di rivedere le mie figlie e divertirmi con loro, portarle a fare il bagno di notte con la luna piena, portarle in giro a vedere i posti più belli, andare anche in discoteca una sera con loro. Ho una gran voglia di “rotolare verso sud“… come nella canzone dei Negrita.

Mi rendo pienamente conto, adesso che sono solo, che le mie figlie sono la mia ancora di salvezza, la zavorra che mi tiene saldamente ancorato alla realtà. Un uomo da solo, senza il principio femminile che controbilanci la sua energia e spinta generosa e dissipatrice, tende per sua natura ad errare, a perdersi, a sfidare i propri limiti per scoprire se stesso, a cercare il rischio, a sperimentare strade nuove incurante di costruire qualcosa.  Credo che se non avessi avuto loro avrei cominciato a viaggiare, a vagabondare senza una meta e uno scopo preciso, spinto solo dal desiderio di vedere il nuovo, andare a caccia dell’ignoto.

In questo periodo ho cercato di incanalare queste energie in qualcosa di positivo e piacevole: ho ricominciato ad andare in piscina ed allenarmi, ho ricominciato ad uscire e frequentare amici, ho ricominciato a scrivere, continuo a suonare la chitarra… e continuo a riversare un sacco di energie nel lavoro.

A differenza dei vent’anni e dei trent’anni, un uomo a quarant’anni ha ancora in corpo abbastanza forza ed energia per fare le cazzate che si fanno da giovani (certo a rischio d’infarto, ma questo è il bello), ma nello stesso tempo possiede quell’esperienza che ti fa prendere la vita con leggerezza e disincanto, e il sorriso sulle labbra.

Per questo sento adesso il bisogno di ancorarmi a qualcosa di solido, come le mie figlie. La voglia e il desiderio di partire per la tangente sono forti, e la forza e la capacità di resistere alle sirene della vita si va affievolendo. Perché ti rendi perfettamente conto, in fondo, dell’inutilità di questo resistere.

Missing my girls

sabato, 18 luglio 2009

 

Sono ormai cinque settimane che non vedo le mie bambine. O forse dovrei iniziare a dire le mie ragazze.

Mi sembra un’eternità.

Le sento ogni sera al telefono e capisco che si stanno divertendo molto. Anche se ogni volta mi chiedono quando arrivo io da loro.

La cosa strana e bella allo stesso tempo è che avverto un’intonazione diversa nei loro discorsi, nel tono della loro voce, nelle loro battute, perfino nelle loro risate, che mi fanno capire che stanno crescendo. Piccole donne.

Cinque settimane sono tante nella vita di un bambino. Crescono alla velocità della luce, soprattutto quando fanno esperienze in un ambiente diverso, libero, possibilmente lontano dai genitori.

Per questo da un lato sono molto contento e soddisfatto per questa loro possibilità di vivere diversamente e sperimentare una libertà un po’ anarchica, più a contatto con la natura, che le aiuta a crescere più forti e libere, meno dipendenti, mentre dall’altro lato mi manca la possibilità di stare con loro.

Ma fra due settimane sarò da loro. Ho una grande voglia di trascorrere dieci giorni intensi e di divertirmi con loro: andare al mare, insegnargli ad andare sott’acqua, uscire la sera, andare nei bar, nei ristoranti, e se mi riesce le voglio portare anche in discoteca una sera. Le cose pazze che solo un padre puo fare con le figlie.

Loro due sono tutto quello che ho ormai.

Mi rendo conto adesso che pur avendo avuto cinque settimane intere per me, completamente da solo, alla fine di questa libertà non me ne sono fatto granchè, se non buttarmi a studiare intensamente la chitarra e andare la domenica in piscina a spararmi 50 vasche a nuoto.

Sì, è vero, ero arrivato ad un punto di stanchezza e stress tali che credevo di essere arrivato al limite e queste cinque settimane mi sono servite per rilassarmi, per ri-centrarmi, mettere nuovamente me stesso al centro del mondo e curare il corpo e lo spirito. Mi sono ritemprato e rafforzato, sto facendo il pieno d’energia.

Ma adesso ho voglia di vacanza, breve ma intensa, ho voglia di andare a divertirmi con le mie figlie. Mancano solo due settimane ormai.

Chi è Berlusconi?

venerdì, 19 giugno 2009

berlusconi

Stasera ho sentito al telefono i miei in Sicilia, dove le mie figlie sono ormai da quasi una settimana per trascorrere le vacanze estive.

Dopo un po’ che chiacchieravamo del più e del meno, ad un certo punto mia madre mi fa:

«Sai cosa mi ha detto oggi Isabel?» (mia figlia più piccola, di cinque anni e mezzo).

«No. Cosa ti ha detto?» faccio io.

«Mi ha chiesto: – Nonna ma tu conosci Berlusconi?»

«E tu cosa le hai risposto?» le chiedo io, iniziando già a ridere.

«Le ho risposto: Sì, certo che lo conosco. E lo sai cosa mi ha chiesto ancora tua figlia?»

«No, dimmelo» trattenendo a stento le risate nell’immaginare la risposta.

«Nonna, ma lo sai che Berlusconi è il capo di tutti i cretini del mondo?»

Mi sto ancora sganasciando dalle risate.

Pinocchio di Luigi Comencini (1972)

mercoledì, 15 aprile 2009

Ho due figlie nell’età di Pinocchio. E io, mi sento ormai un po’ Geppetto.

Ero un Pinocchio anch’io prima, e forse lo sono rimasto nello spirito. Ma i tempi cambiano.

«Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.» (da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi).

Ho sempre amato, sin da piccolo, le avventure picaresche di Pinocchio, quello spirito di ribellione anarchica che trapela da ogni pagina del libro e che allora non percepivo se non nel suo lato più esteriore e divertente.

Quando vidi la prima volta lo sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) diretto da Luigi Comencini rimasi folgorato, come solo un bambino sa esserlo.

Tutto mi rimase impresso per sempre: la splendida colonna sonora di Fiorenzo Carpi, la sublime interpretazione di Nino Manfredi (un eccelso e commovente Mastro Geppetto), l’irrequietezza veramente pinocchiesca del piccolo protagonista Andrea Balestri, gli straordinari il Gatto e la Volpe interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i magnifici paesaggi del centro Italia, l’atmosfera fiabesca.

Un capolavoro, forse la migliore trasposizione filmica in assoluto di una fiaba. Quando la RAI produceva e realizzava opere di qualità a dir poco eccezionale.

Ancora oggi quando lo rivedo, ritorno bambino.

E adesso lo sto rivedendo con le mie bambine, le mie due pinocchiette.

Stasera sono tornato bambino anch’io.

Ecco l’indimenticabile sigla iniziale della prima delle sei puntate dello sceneggiato.

Mignolo, il “settenano”

lunedì, 1 dicembre 2008

Sette Nani

L’altra sera mia figlia Isabel, di cinque anni, mi dice che le faceva male il dito mignolo. Aveva una pellicina che le dava fastidio.

Mentre gliela stavo tagliando con la forbicina, mi chiede tutta seria:

«Papà, perché questo dito si chiama “Mignolo“, come il “settenano” di Biancaneve?»

Sono due giorni che ripenso a quella frase e ancora mi viene da ridere per l’assoluto nonsense e l’involontaria ironia, frutto dell’implacabile logica dei bambini.

Fra i canonici sette nani Dotto, Brontolo, Pisolo, Mammolo, Gongolo, Eolo, Cucciolo, ci sarà pure spazio per un Mignolo nella fantasia di un bambino.

E giustamente, visto che tutti assieme sono i “settenani” (plurale), uno da solo è un “settenano” (singolare).

Questa storia mi ha fatto venire in mente quando una volta da ragazzo, per scherzo, tradussi in siciliano i nomi dei sette nani, storpiandoli e giocando con le forme sdrucciole degli imperativi di alcuni verbi legati all’enclitico “lu”.

Ecco i nomi siciliani dei sette nani: Pìgghialu, Affèrralu, Strìngilu, Mùngilu, Tàgghialu, Affùcalu, Ièttulu… e si potrebbe continuare a lungo.

In italiano: Prendilo, Afferralo, Stringilo, Premilo, Taglialo, Strozzalo, Gettalo

Piccole padane crescono

domenica, 9 novembre 2008

Sul treno per Lugano

Quand’è che un padre inizia a rendersi conto di stare diventando vecchio? Quando i figli iniziano a prenderlo per i fondelli!

Ieri sera, dopo una giornata massacrante trascorsa a star dietro a quelle due scatenate delle mie figlie, avevamo finalmente finito di cenare.

Ad un certo punto, mentre erano impegnate a tavola a scherzare e ridere come fossero ubriache, inizio a pregustare già la quiete e il silenzio di quando sarebbero andate a letto.

«Chi viene per prima a lavare i denti, Edith o Isabel?» chiedo.

«Nessuno! Te capì?» mi risponde secca con un accento degno del miglior Renato Pozzetto e uno sfottente sorriso sulle labbra Edith, la più grande, che non ha ancora nemmeno sette anni.

«Cos’hai detto?» le chiedo incredulo.

«Te capì?… Te capì?… Te capì?…» ripete lei con fare canzonatorio.

La più piccola, anche lei ridendo e scherzando, pur non avendo capito bene l’espressione, ma avendo colta l’occasione ghiotta, si affianca alla sorella e inizia a ripetere: «Catapì?… Catapì?… Catapì?» che non vuol dire nulla, ma rende bene l’idea.

“Te capì?” A mia? Me figghia ca mi dici a mia “te capì?” pigghiannumi ppo’ culu mentri l’autra scuzzummira cchiù picciridda, ancora auta quantu nu stuppagghiu di gazzosa, mi buffunìa?

Sento venti generazioni di sangue siculo agitarsi e ribollire dentro le mie vene, mentre una fragorosa risata cerca di farsi largo dentro di me.

Ma l’unica risposta che mi esce dalle labbra, mentre scoppio a ridere è: «Ma va a dà via el cu’!»

«Cos’hai detto papà?»

«Ma va a dà via el cu’! Va a dà via el cu’! Va a ciapà i rat! Bauscia!» esclamo ormai in lacrime, completamente posseduto dallo spirito lombardo di Ugo Tognazzi.

È finita che mentre le mettevo a letto, ripetevano ancora come una ninna nanna, fra le risate: «Te capì?» e «Va a dà via el cu’!»

Cosa deve fare un povero terrone, per vivere giù al nord!