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Missing my girls

sabato, 18 luglio 2009

bimbe-mare

Sono ormai cinque settimane che non vedo le mie bambine. O forse dovrei iniziare a dire le mie ragazze.

Mi sembra un’eternità.

Le sento ogni sera al telefono e capisco che si stanno divertendo molto. Anche se ogni volta mi chiedono quando arrivo io da loro.

La cosa strana e bella allo stesso tempo è che avverto un’intonazione diversa nei loro discorsi, nel tono della loro voce, nelle loro battute, perfino nelle loro risate, che mi fanno capire che stanno crescendo. Piccole donne.

Cinque settimane sono tante nella vita di un bambino. Crescono alla velocità della luce, soprattutto quando fanno esperienze in un ambiente diverso, libero, possibilmente lontano dai genitori.

Per questo da un lato sono molto contento e soddisfatto per questa loro possibilità di vivere diversamente e sperimentare una libertà un po’ anarchica, più a contatto con la natura, che le aiuta a crescere più forti e libere, meno dipendenti, mentre dall’altro lato mi manca la possibilità di stare con loro.

Ma fra due settimane sarò da loro. Ho una grande voglia di trascorrere dieci giorni intensi e di divertirmi con loro: andare al mare, insegnargli ad andare sott’acqua, uscire la sera, andare nei bar, nei ristoranti, e se mi riesce le voglio portare anche in discoteca una sera. Le cose pazze che solo un padre puo fare con le figlie.

Loro due sono tutto quello che ho ormai.

Mi rendo conto adesso che pur avendo avuto cinque settimane intere per me, completamente da solo, alla fine di questa libertà non me ne sono fatto granchè, se non buttarmi a studiare intensamente la chitarra e andare la domenica in piscina a spararmi 50 vasche a nuoto.

Sì, è vero, ero arrivato ad un punto di stanchezza e stress tali che credevo di essere arrivato al limite e queste cinque settimane mi sono servite per rilassarmi, per ri-centrarmi, mettere nuovamente me stesso al centro del mondo e curare il corpo e lo spirito. Mi sono ritemprato e rafforzato, sto facendo il pieno d’energia.

Ma adesso ho voglia di vacanza, breve ma intensa, ho voglia di andare a divertirmi con le mie figlie. Mancano solo due settimane ormai.

Chi è Berlusconi?

venerdì, 19 giugno 2009

berlusconi

Stasera ho sentito al telefono i miei in Sicilia, dove le mie figlie sono ormai da quasi una settimana per trascorrere le vacanze estive.

Dopo un po’ che chiacchieravamo del più e del meno, ad un certo punto mia madre mi fa:

«Sai cosa mi ha detto oggi Isabel?» (mia figlia più piccola, di cinque anni e mezzo).

«No. Cosa ti ha detto?» faccio io.

«Mi ha chiesto: - Nonna ma tu conosci Berlusconi?»

«E tu cosa le hai risposto?» le chiedo io, iniziando già a ridere.

«Le ho risposto: Sì, certo che lo conosco. E lo sai cosa mi ha chiesto ancora tua figlia?»

«No, dimmelo» trattenendo a stento le risate nell’immaginare la risposta.

«Nonna, ma lo sai che Berlusconi è il capo di tutti i cretini del mondo?»

Mi sto ancora sganasciando dalle risate.

Pinocchio di Luigi Comencini (1972)

mercoledì, 15 aprile 2009

Ho due figlie nell’età di Pinocchio. E io, mi sento ormai un po’ Geppetto.

Ero un Pinocchio anch’io prima, e forse lo sono rimasto nello spirito. Ma i tempi cambiano.

«Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.» (da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi).

Ho sempre amato, sin da piccolo, le avventure picaresche di Pinocchio, quello spirito di ribellione anarchica che trapela da ogni pagina del libro e che allora non percepivo se non nel suo lato più esteriore e divertente.

Quando vidi la prima volta lo sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) diretto da Luigi Comencini rimasi folgorato, come solo un bambino sa esserlo.

Tutto mi rimase impresso per sempre: la splendida colonna sonora di Fiorenzo Carpi, la sublime interpretazione di Nino Manfredi (un eccelso e commovente Mastro Geppetto), l’irrequietezza veramente pinocchiesca del piccolo protagonista Andrea Balestri, gli straordinari il Gatto e la Volpe interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i magnifici paesaggi del centro Italia, l’atmosfera fiabesca.

Un capolavoro, forse la migliore trasposizione filmica in assoluto di una fiaba. Quando la RAI produceva e realizzava opere di qualità a dir poco eccezionale.

Ancora oggi quando lo rivedo, ritorno bambino.

E adesso lo sto rivedendo con le mie bambine, le mie due pinocchiette.

Stasera sono tornato bambino anch’io.

Ecco l’indimenticabile sigla iniziale della prima delle sei puntate dello sceneggiato.

Festa del papà (a modo mio)

giovedì, 19 marzo 2009

uomo

Oggi, festa del papà, in Svizzera non è giorno lavorativo.

Visto che di solito mi tocca lavorare il 25 aprile, il 2 giugno e gli altri giorni festivi italiani, considerato che saranno almeno sei mesi che non stacco nemmeno un minuto, che al lavoro i ritmi sono intensi e la pressione elevata, che i fine settimana li dedico esclusivamente ai lavori di casa e alle bambine, ho deciso di cogliere al volo questa rara e preziosa opportunità.

Un giorno tutto per me, da solo, da festeggiare a modo mio.

Stamane mi sono vestito di tutto punto e ho accompagnato le bambine a scuola, contentissime che una volta tanto le accompagnasse il loro papà.

Quindi a metà mattinata sono andato in un centro di massaggi thailandesi regalandomi un’ora di estasi assoluta. A scanso di equivoci, sottolineo che si trattava di massaggi “normali”, anche se qualche momento imbarazzante, da commedia degli equivoci, c’è stato. ;-)

Quando sono uscito dal centro mi sembrava di galleggiare nell’aria.

Il Nirvana. Mai provato niente di simile in vita mia. Credo che avrei potuto fare i miracoli per lo stato di beatitudine, rilassamento e appagamento in cui mi trovavo.

Mi sa che d’ora in poi una visitina al mese in quel centro, a farmi rimettere a nuovo da quelle mani femminili sapienti, la farò sicuramente. :-)

Oggi c’era un piacevole tepore primaverile nell’aria e una luce quasi estiva che mi faceva pensare al mare.

Ho comprato delle vongole veraci e le ho cucinate con gli spaghetti, accompagnandoli con dello champagne che mi avevano regalato e che tenevo in frigo per un’occasione. Mi sono detto: “Più occasione di questa…

Ho poi fumato un toscano sul balcone, al sole, bevendo dell’ottimo rum guatemalteco invecchiato.

Dopo un’oretta sono andato a prendere le bambine a scuola, e ho deciso di regalare anche a loro un momento di piacevole relax e introdurle ad un rito tipicamente femminile.

Le ho portate dalla parrucchiera.

Era bello vederle sedute mentre la parrucchiera lavava o tagliava loro i capelli. Delle piccole donne. Intravedevo già dei movimenti, degli atteggiamenti, dei modi di guardarsi allo specchio tipicamente femminili.

Ovviamente ero l’unico uomo nella sala d’acconciature. Ci saranno state almeno quindici altre donne.

Ed era divertente essere un intruso in quel mondo esclusivamente femminile, in quel gineceo moderno dove le donne si confidano e rivelano lati della loro personalità che rimangono spesso preclusi e ignoti agli uomini.

Io non ero per nulla imbarazzato, loro erano incuriosite dalla strana situazione di un papà che porta due figlie femmine a tagliare i capelli.

Notavo che c’era una sorta di elettrico fervore nell’aria, sentivo gli sguardi addosso. E la cosa solleticava alquanto il mio ego e la mia vanità maschile. E stavo al gioco.

Ormai mi trovo quasi più a mio agio fra le donne che con gli uomini.

Mi veniva anche da ridere pensando al fatto che avrei potuto tranquillamente intrattenere delle discussioni con quelle donne parlando di quanto può essere pesante stirare una montagna di vestiti, o quanto sia frustrante preparare una cena che viene poi rifiutata dai bambini, o fare le pulizie di casa…

Forse inconsciamente le donne presenti intuivano questa segreta e strana comunanza e hanno abbassato le difese continuando a comportarsi come se non ci fossi, ma al tempo stesso consapevoli del fatto che c’era un uomo, o meglio un padre con due figlie.

Fatto sta che si respirava una strana aria lì dentro.

Stasera ho ripreso la mia solita vita da “casalingo”: preparare la cena per le bambine, lavarle e poi metterle a letto.

Domattina rimetto gli abiti da uomo manager e mi rituffo al lavoro.

Insomma. Vivo una sorta di schizofrenia controllata.

Mignolo, il “settenano”

lunedì, 1 dicembre 2008

Sette Nani

L’altra sera mia figlia Isabel, di cinque anni, mi dice che le faceva male il dito mignolo. Aveva una pellicina che le dava fastidio.

Mentre gliela stavo tagliando con la forbicina, mi chiede tutta seria:

«Papà, perché questo dito si chiama “Mignolo“, come il “settenano” di Biancaneve?»

Sono due giorni che ripenso a quella frase e ancora mi viene da ridere per l’assoluto nonsense e l’involontaria ironia, frutto dell’implacabile logica dei bambini.

Fra i canonici sette nani Dotto, Brontolo, Pisolo, Mammolo, Gongolo, Eolo, Cucciolo, ci sarà pure spazio per un Mignolo nella fantasia di un bambino.

E giustamente, visto che tutti assieme sono i “settenani” (plurale), uno da solo è un “settenano” (singolare).

Questa storia mi ha fatto venire in mente quando una volta da ragazzo, per scherzo, tradussi in siciliano i nomi dei sette nani, storpiandoli e giocando con le forme sdrucciole degli imperativi di alcuni verbi legati all’enclitico “lu”.

Ecco i nomi siciliani dei sette nani: Pìgghialu, Affèrralu, Strìngilu, Mùngilu, Tàgghialu, Affùcalu, Ièttulu… e si potrebbe continuare a lungo.

In italiano: Prendilo, Afferralo, Stringilo, Premilo, Taglialo, Strozzalo, Gettalo

Festa di compleanno intima

martedì, 25 novembre 2008

Compleanno Isabel

Oggi mia figlia Isabel ha compiuto cinque anni.

Avrei voluto organizzarle una festicciola con i suoi amichetti in qualche sala adibita alle feste per bambini. Ma, come sempre trascinato da mille impegni e dalla mancanza cronica di tempo, ho scoperto pochi giorni fa che bisogna prenotarle almeno due settimane prima.

Mi sono sentito terribilmente in colpa, anche se ho poco da incolparmi. Non sapevo dove sbattere la testa, mentre il tempo passava.

Alla fine ho chiesto a mia figlia cosa avrebbe preferito. Mi ha detto semplicemente che non voleva andare in quei posti con tanta gente e confusione attorno, voleva stare in casa, con qualche amico.

Pertanto stamane ha festeggiato in classe con i suoi amichetti, la torta e i succhi di frutta. Le hanno regalato una coroncina di carta che mi ha mostrato con orgoglio.

Stasera invece, sono uscito un’ora prima dal lavoro per riuscire ad essere a casa alle sette.

Ho lasciato a malincuore le persone del mio gruppo di lavoro che stanno lavorando al rilascio di una versione molto importante del progetto per domani mattina: alle 11 di sera erano ancora lì. Ho un team di persone straordinariamente capaci e competenti, di cui vado particolarmente fiero, e che ho scelto personalmente. Persone pronte a seguirti in capo al mondo. Senza esitazione, senza risparmiarsi. E in grado di arrivare alla meta.

Pertanto, dal punto di vista lavorativo ero relativamente tranquillo.

Una volta a casa con le mie due bambine, ho apparecchiato la tavola con un po’ di patatine, formaggi, e altre piccole cose normali, ho servito loro un po’ di aranciata, e abbiamo fatto una sorta di aperitivo, mentre Isabel scartava i regali: un pupazzetto di peluche di Hello Kitty e una Barbie in vespa che le ho comprato io e una piccola confezione di trucco per bimbi che le ha portato la babysitter, una anche per Edith.

Poi abbiamo fatto le foto di rito con la torta e le candeline.

Isabel compleanno_1 Isabel compleanno_2 Isabel compleanno_3

Abbiamo parlato della loro mamma, che era presente anche se ci guardava dal cielo, e che mi aveva consigliato su cosa comprare come regali.

Alla fine, una festa, non so nemmeno se chiamarla festa, molto intima, familiare, fra noi tre qui e la loro mamma dal cielo. Pochi regali, poche cose, molta tranquillità e serenità.

Quando alla fine sono andate a letto, ho visto che erano molto felici. E anch’io, pur fra una tristezza e un’amarezza di fondo che credo non mi abbandoneranno più, ero sereno.

Dovremmo sempre cercare di prendere insegnamento dalla semplicità dai bambini.

Il “non infinito”

martedì, 11 novembre 2008

Non infinito

Ieri sera sono rimasto veramente stupito, senza parole, quando Edith, la mia figlia maggiore, mi ha fatto vedere, tutta orgogliosa, il disegno che aveva realizzato per la sua mamma.

A parte l’intensità e la dolcezza del disegno, il tono di allegria, serenità e giocosità che traspare da esso, mi hanno colpito le parole che lei ha usato come intestazione del disegno: il concetto di “non-infinito“, inteso come qualcosa di più grande e superiore dell’infinito.

Avevo un’idea ben precisa dell’origine di tale concetto, così anomalo in una bambina di nemmeno sette anni, così ho chiesto conferma a lei stessa.

Lei è molto interessata ai concetti di infinito, di eternità, del nulla, del tempo, e spesso intratteniamo piacevoli conversazioni a tavola.

Due giorni fa, a tavola, mentre mi inchiodava con domande del tipo, “quanto fa infinito meno infinito“, e “infinito più infinito“, se “è più grande l’infinito del tempo” o “l’infinito dello spazio”, cosa c’era prima del tempo, “dov’è il tempo“, “se è più grande il sole dei pianeti”… ad un certo punto le dico: «Se mi prometti di mangiare tutto ti rivelerò una cosa ancora più stupefacente dell’infinito che ti lascerà a bocca aperta!».

Non l’avessi mai detto.

Ha divorato tutto, mentre continuava a dirmi: «Me lo puoi dire adesso? Dimmelo!»

Alla fine, dopo lo yogurt le ho detto: «Secondo te di cosa sono fatte le cose? Di cos’è fatta la materia? Di cosa è fatta l’aria? E il fuoco? E noi?»

Vedevo il “sacro fuoco” dello stupore, l’ardore primigenio della conoscenza e della curiosità ardere nei suoi occhi. La vedevo abbozzare delle risposte improvvisate senza troppa convinzione, il cui unico fine era quello di spingermi a dare la risposta.

Alla fine le ho detto: «La materia è fatta di atomi, che sono come dei piccolissimi pianeti che girano attorno a dei soli piccolissimi, così piccoli che non si possono vedere. Ma che sono grandi come l’infinito. Sono infinitamente piccoli. Come se tutto l’infinito fosse diventato piccolo piccolo, ma è sempre grande e infinito.»

L’ho vista rimanere a bocca aperta, senza parole per alcuni secondi, poi mi ha detto: «Avevi ragione, sono rimasta senza parole!»

Il giorno dopo ha fatto quel disegno, e mi ha confermato che il “non infinito” era il concetto di “infinitamente piccolo” per cui lei non riusciva a trovare altre parole adatte ad esprimerlo, ma che nella sua mente era qualcosa di più complesso dell’infinitamente grande, che invece già padroneggia.

Nelle sue intenzioni, un amore più grande del “non infinito” è qualcosa di infinitamente sublime. Il massimo concepibile.

E ha fatto quel disegno per la sua mamma che non c’è più.

Sono rimasto senza parole.

Ho conservato il disegno, come tanti altri, non so bene per quale motivo. Come se lo volessi far vedere a sua madre, che non c’è più.

Mi rendo conto in questi momenti di quanto vuote di senso siano le mie azioni. Ma lo faccio lo stesso. Per loro forse. Non lo so.

Forse anche per me, soprattutto.

Piccole padane crescono

domenica, 9 novembre 2008

Sul treno per Lugano

Quand’è che un padre inizia a rendersi conto di stare diventando vecchio? Quando i figli iniziano a prenderlo per il culo!

Ieri sera, dopo una giornata massacrante trascorsa a star dietro a quelle due scatenate delle mie figlie, avevamo finalmente finito di cenare.

Ad un certo punto, mentre erano impegnate a tavola a scherzare e ridere come fossero ubriache, inizio a pregustare già la quiete e il silenzio di quando sarebbero andate a letto.

«Chi viene per prima a lavare i denti, Edith o Isabel?» chiedo.

«Nessuno! Te capì?» mi risponde secca con un accento degno del miglior Renato Pozzetto e uno sfottente sorriso sulle labbra Edith, la più grande, che non ha ancora nemmeno sette anni.

«Cos’hai detto?» le chiedo incredulo.

«Te capì?… Te capì?… Te capì?…» ripete lei con fare canzonatorio.

La più piccola, anche lei ridendo e scherzando, pur non avendo capito bene l’espressione, ma avendo colta l’occasione ghiotta, si affianca alla sorella e inizia a ripetere: «Catapì?… Catapì?… Catapì?» che non vuol dire nulla, ma rende bene l’idea.

“Te capì?” A mia? Me figghia ca mi dici a mia “te capì?” pigghiannumi ppo’ culu mentri l’autra scuzzummira cchiù picciridda, ancora auta quantu nu stuppagghiu di gazzosa, mi buffunìa?

Sento venti generazioni di sangue siculo agitarsi e ribollire dentro le mie vene, mentre una fragorosa risata cerca di farsi largo dentro di me.

Ma l’unica risposta che mi esce dalle labbra, mentre scoppio a ridere è: «Ma va a dà via el cu’!»

«Cos’hai detto papà?»

«Ma va a dà via el cu’! Va a dà via el cu’! Va a ciapà i rat! Bauscia!» esclamo ormai in lacrime, completamente posseduto dallo spirito lombardo di Ugo Tognazzi.

È finita che mentre le mettevo a letto, ripetevano ancora come una ninna nanna, fra le risate: «Te capì?» e «Va a dà via el cu’!»

Cosa deve fare un povero terrone, per vivere giù al nord!

Piccole oppositrici a Berlusconi crescono

giovedì, 30 ottobre 2008

Libertà guida il popolo_Delacroix

Oggi è stata una grande giornata. Di quelle storiche da segnare nel calendario.

La manifestazione contro il vergognoso decreto del governo Berlusconi che mira a distruggere la scuola pubblica italiana è stato un successo.

Centinaia di migliaia, forse un milione di persone, hanno manifestato pacificamente in tutta Italia per protestare e difendere il diritto per i propri figli ad una scuola e un futuro migliore.

Nel mio piccolo ho fatto quel che ho potuto.

Oggi ero a casa, ho preso un permesso per sbrigare delle faccende personali, e nel frattempo sono stato a casa con le mie figlie, che non sono andate a scuola per lo sciopero. La più grande ha quasi sette anni, la più piccola quasi cinque.

Mentre pranzavamo insieme, loro facevano un poco di capricci a mangiare. E a quel punto mi è venuta l’ispirazione geniale.

«Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione» (Amici miei).

Di botto dico alle mie figlie: «Mangiate, da brave, altrimenti diventate come Berlusconi!»

«Chi è Berlusconi, papà?» chiedono all’unisono entrambe.

«Il più grande cretino d’Italia!» rispondo io, pregustando già il seguito, e chiedo a mia volta «Edith ti hanno spiegato a scuola perché oggi fanno sciopero?»

«Sì, ma non l’ho capito» risponde lei.

«Te lo spiego io!» esclamo. «Berlusconi è il capo del governo dell’Italia e vuole distruggere la vostra scuola»

«Ma veramente? Ma perché vuole farlo?» dicono loro.

«Perchè Berlusconi è cretino e anche cattivo e malafrusculu (Nota: “malafrusculu” è un antico modo di dire tipico della sicilia orientale per indicare gli spettri che vanno in giro per le vie della città nelle ore più calde della giornata mentre tutti riposano, e per estensione, i malintenzionati che vanno in giro per recare danno agli altri. Veniva usato come spauracchio per i bambini, per invitarli a stare attenti e non fidarsi degli sconosciuti).

Aggiungo poi per tranquillizzarle: «Ma non ci riuscirà perché tanta gente è adesso contro di lui e anche la vostre maestre fanno sciopero per protestare».

«Ma perché Berlusconi è il capo dell’Italia se lui è cretino?» mi chiede Edith.

«Perché ha preso in giro tanta gente che lo ha votato. Perché lui è cattivo, ma furbo. Solo che ora la gente lo sta capendo, e presto lo cacceranno via» rispondo.

«Lo butteranno giù dalla montagna come la strega di Biancaneve e poi se lo mangeranno gli avvoltoi?» mi chiede la più piccola.

«Molto probabile» rispondo io.

«Papà, ma lui è vecchio?» chiedono.

«»

«Ma è alto?»

«No, è piccolo. Un nano. Un nano cattivo» rispondo con un sorriso diabolico.

«Papà, ma chi è più cretino: Berlusconi o quello con la faccia da diavolo?» (nota: George W. Bush nel video John The Revelator dei Depeche Mode)

«È difficile. Diciamo che Berlusconi è il più cretino d’Italia e quello con la faccia da diavolo è il più cretino d’America. Sono anche amici fra di loro.»

«Ah» esclamano entambe. «Ma ce l’hai una foto di Berlusconi? Ce lo fai vedere?» mi chiedono incuriosite.

«Certo, ma dopo che avete finito di mangiare» rispondo vedendo con soddisfazione che nel frattempo avevano quasi mangiato tutto.

«Papà, ma Berlusconi anche quando era ancora piccolo voleva diventare il capo dell’Italia? Lui rubava le cose agli altri bambini?» mi chiede la più grande.

«Molto probabilmente» rispondo io con le lacrime agli occhi per le troppe risate.

«Ma Berlusconi ha un fratello?»

«Sì, ed è cretino anche lui»

«Ma ha dei figli?»

«Sì, ma sono più intelligenti di lui»

«Papà ma chi è più forte: Braccio di Ferro o Berlusconi?»

«Braccio di Ferro»

«Chi è più forte: Hulk o Berlusconi?»

«Hulk»

«Chi è più forte: Pippi Calzelunghe o Berlusconi?»

«Pippi Calzelunghe» rispondo mentre entrambe ridono divertite.

«Ma il Tyrannosaurus Rex se lo mangia a Berlusconi?»

«Certo che sì!»

«Papà ce lo fai vedere Berlusconi?» chiedono all’unisono, ormai incuriosite.

«Ok» e gli faccio vedere il video ormai celebre dell’”Avviso ai naviganti”.

Appena lo vedono scoppiano a ridere.

Dopo un po’ che guardano il video la più piccola mi chiede: «Papà, ma perchè Berlusconi parla così?» alludendo alle sue pause studiate. «Perché fa quella faccia?»

E la più grande, precedendomi, con il tono di chi la sa più lunga, rivolta alla sorella «Perché è cretino, Isabel. Te l’ha già detto il papà, no?»

«Ci fai vedere anche una foto?»

«Certo» e gli mostro questa foto.

Scoppiano a ridere, nemmeno avessero visto Mr. Bean in azione.

«Papà, ma perché si tiene il pisello?» mi chiede la più grande.

«Perché lui ha il pisello piccolo piccolo, e si è messo del cotone dentro i pantaloni per farlo sembrare più grande, ma se lo deve sistemare altrimenti gli cade» rispondo ormai con le lacrime agli occhi.

«Ma è veramente furbo lui!» esclama divertita Edith «Però tanto fra poco va via, la gente lo caccia!»

«E lo buttano nella cacca» aggiunge la più piccola.

«Eh sì, speriamo bene!»

Finita la lezione di educazione civica sui principi della democrazia e libertà, le piccole se ne tornano a giocare e io mi verso della grappa in un bicchiere, ancora con le lacrime agli occhi per le risate.

Mentre inizio a scrivere le prime righe di questo post, le sento che giocano di là in soggiorno con i pupazzi: «Adesso il coccodrillo si mangia Berlusconi!»

Qualcuno storcerà forse il naso a queste mie righe. Dirà: ma questo è plagio di minori, è circonvenzione d’incapace.

No. Questa è vita. Questo è divertimento. Questo è vivere. Una risata seppellirà questo governo di corrotti e incapaci.

Io inizio a porre le basi per un futuro migliore. A mio modo. Con un imperituro sberleffo al nano di plastica che tramando alle mie figlie. Una pernacchia multi-generazionale.

E vaffanculo!

La macchina del tempo

mercoledì, 4 giugno 2008

Leonardo da Vinci

Oggi pomeriggio ho preso mezza giornata di permesso dal lavoro per assistere ad una recita scolastica di fine anno nella quale figurava anche mia figlia Edith.

Niente di straordinario, per carità, erano bambini delle prime classi di scuola elementare alla loro prima esperienza sul palcoscenico, impegnati nel rappresentare ed esprimere sentimenti ed emozioni basilari come la rabbia, l’attesa, la gioia.

Eppure è stato molto emozionante per i genitori.

Si vedeva che i bambini si erano molto impegnati per la prova, e ci sono stati momenti di comicità involontaria esilarante.

Personalmente, quello che mi ha colpito di più è stato vedere mia figlia sul palcoscenico diversa da come sono abituato a vederla normalmente.

Era un’altra. Era una persona con una sua personalità, le sue movenze particolari, una spigliatezza che non immaginavo, le sue goffaggini, le sue amiche. Faticavo a riconoscere in lei la bambina che mi sembra di riconoscere ogni giorno a casa. Intravedevo in lei il nucleo di una personalità diversa da me.

Non vedevo più “mia figlia”. Vedevo una piccola donna, indipendente, “altro” da me.

Il che credo che sia la massima soddisfazione per un padre. Vedere che i tuoi figli iniziano a prendere una loro strada autonoma, iniziano ad essere persone, e non più semplicemente i “tuoi figli”.

Un’esperienza fortemente straniante.

Ma adesso veniamo al lato comico della serata.

Dopo la recita decido di andare con le bambine in un bar a bere qualcosa per festeggiare. Pioveva, erano le sei e mezza, c’era un traffico incredibile, eravamo all’altro capo di Monza. Allora decido di andare in un bar vicino casa.

Arriviamo, ci sediamo prendo dei cornetti, coca cola e patatine per le bambine e per me chiedo un Campari Shakerato.

«Mi dispiace» mi fa la ragazza al bar, una creola niente male «non abbiamo ghiaccio. Comunque il Campari è freddo
«Va bene lo stesso» faccio io, con finta nonchalance.

«Vuole anche un po’ di gin col campari?» mi chiede sorridendo.
«» le dico io ammiccando «un goccio.»

Alla fine mi dà un bicchiere enorme di gin ghiacciato appena appena spruzzato di Campari e colorato di rosso. Una bomba atomica.

Mi dico: «Ma sì. Ma chi se ne frega. Festeggiamo!»

Dopo una ventina di minuti eravamo dentro al supermercato di fronte, a fare la spesa.
Una spesa effettuata in condizioni di psichedelia pura.
Basti dire che ho comprato alle bambine una confezione gigante di cornetti Algida e un mega pacco di Fonzies, croccantini di mais al formaggio.
Cosa che di solito non avrei mai fatto.

Comunque alla fine arriviamo a casa, preparo da mangiare e ceniamo insieme.

E lì inizia il solito terzo grado surreale, un interrogatorio sul quale Amnesty International avrebbe molto da ridire.

Inizia la più piccola, Isabel:

«Papà, ma io quando divento grande come te, divento una persona? E poi muoio
«No» le dico io «prima devi diventare vecchia.»

«Ma quando divento vecchia io? Fra mille metri?» mi chiede lei.
«Fra tantissimo tempo» le rispondo io, iniziando a fiutare l’andamento della serata.

Subito incalza Edith, la maggiore: «Ma tu quanti anni hai papà?»
«Quarantuno» rispondo io in angolo, aggiungendo «Appena compiuti!»

E lei senza pietà: «Ma tu sei ancora giovane?»
«Insomma…» replico io, versandomi del vino nel bicchiere.

Isabel a questo punto fa: «Papà ma è vero che i cattivi se entrano a casa ci rubano tutto? E poi non abbiamo più niente? E rubano anche i giocattoli per darli ai bambini poveri? Ma esistono i cattivi a Monza?»

Mi rendo conto che ormai sono all’angolo. Faccio fatica ad elaborare tutte le domande e le possibili risposte.
Interviene per fortuna la sorella maggiore rispondendo: «Sì, i cattivi ci sono, ma sono cretini! Io sono buona invece, papà. Io a mia sorella non la uccido! Perché le voglio bene.»

Faccio appena in tempo a completare con poca convinzione la domanda: «Edith! Ma chi te le insegna queste cose?» che lei subito cambia discorso.

«Papà, è vero che ogni tanto le schifezze sono buonissime?» dice riempiendosi la bocca con una manciata di croccantini di mais al formaggio.
«Beh, sì, ogni tanto…» arranco io versandomi ancora del vino.

«Papà, ma tu li peschi i coccodrilli?» interrompe a questo punto Isabel, ricordandosi delle storie che le ho raccontato a proposito della pesca di polpi di una notevole dimensione che facevo fino a una ventina di anni fa.
«No, i coccodrilli non li ho ancora pescati, ma gli squali sì» rispondo sorniorne.

Ma subito Edith mi inchioda con una domanda tipicamente femminile: «Papà, chi era la più brava a teatro?»
«Beh, eravate tutte brave, e tu eri fra le più brave» rispondo io diplomatico.

E lei implacabile, come tutte le donne: «Sì, ma chi era la più brava di tutte?»
E io come un coglione: «Tu eri la più brava, Edith.»

E lei mi gela: «Papà, è vero che tu dici questo perchè per ogni genitore i suoi figli sono i più bravi?»

«» rispondo io, deglutendo con fatica l’ultima goccio di vino nel bicchiere.

E questo punto, con il candore tipico dei bambini lei cambia completamente discorso e mi fa: «Papà, si può costruire una macchina del tempo?»
«Cosa?» dico io ancora frastornato.

«Si può costruire una macchina del tempo? Per me sì» afferma convinta.
«E come?» chiedo sorridendo.

«È semplice!» fa lei «Basta costruire un buco nell’albero e …»
«Aspetta, aspetta, aspetta…» le dico io «aspetta che prendo carta e penna e lo scriviamo, così non lo dimentichiamo e poi possiamo costruirla!»

Lei è rimasta piacevolmente sorpresa da questa mia affermazione, e ha incominciato a dettare la “ricetta” lentamente affinchè la potessi scrivere.

Quello che segue è il fedele resoconto della sua teoria. Io mi sono limitato a fare da amanuense.

«Allora… si fa un buco nell’albero e poi costruisci un coso… un coso… e con questo acchiappi il tempo!»

«Come lo acchiappi il tempo?» chiedo io da gran bastardo.
«Mi aveva detto Giulia (nota: una sua amica) con cosa acchiappare il tempo ma adesso non me lo ricordo.»

«Poi costruisci una macchina, fa niente se è una mini. Poi prendi un coso che acchiappa il tempo e lo metti forte forte dentro la macchina, e stringi, stringi finché il tempo diventa piccolo piccolo. Poi si ingrandisce nuovamente il tempo e ci sono dei bottoncini che tu li premi, li schiacci e vai dove vuoi andare: la terra all’inizio, quando era scoppiata da poco, così possiamo sapere com’era, oppure quando c’erano i dinosauri, solo che uno poi deve stare molto attento sennò ti mangiano!
Così possiamo andare dappertutto!
»

Io, da fedele amanuense ho annotato tutto, stupito e meravigliato. Non si sa mai che la macchina del tempo dovesse funzionare veramente così.