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La macchina del tempo

mercoledì, 4 giugno 2008

Leonardo da Vinci

Oggi pomeriggio ho preso mezza giornata di permesso dal lavoro per assistere ad una recita scolastica di fine anno nella quale figurava anche mia figlia Edith.

Niente di straordinario, per carità, erano bambini delle prime classi di scuola elementare alla loro prima esperienza sul palcoscenico, impegnati nel rappresentare ed esprimere sentimenti ed emozioni basilari come la rabbia, l’attesa, la gioia.

Eppure è stato molto emozionante per i genitori.

Si vedeva che i bambini si erano molto impegnati per la prova, e ci sono stati momenti di comicità involontaria esilarante.

Personalmente, quello che mi ha colpito di più è stato vedere mia figlia sul palcoscenico diversa da come sono abituato a vederla normalmente.

Era un’altra. Era una persona con una sua personalità, le sue movenze particolari, una spigliatezza che non immaginavo, le sue goffaggini, le sue amiche. Faticavo a riconoscere in lei la bambina che mi sembra di riconoscere ogni giorno a casa. Intravedevo in lei il nucleo di una personalità diversa da me.

Non vedevo più “mia figlia”. Vedevo una piccola donna, indipendente, “altro” da me.

Il che credo che sia la massima soddisfazione per un padre. Vedere che i tuoi figli iniziano a prendere una loro strada autonoma, iniziano ad essere persone, e non più semplicemente i “tuoi figli”.

Un’esperienza fortemente straniante.

Ma adesso veniamo al lato comico della serata.

Dopo la recita decido di andare con le bambine in un bar a bere qualcosa per festeggiare. Pioveva, erano le sei e mezza, c’era un traffico incredibile, eravamo all’altro capo di Monza. Allora decido di andare in un bar vicino casa.

Arriviamo, ci sediamo prendo dei cornetti, coca cola e patatine per le bambine e per me chiedo un Campari Shakerato.

«Mi dispiace» mi fa la ragazza al bar, una creola niente male «non abbiamo ghiaccio. Comunque il Campari è freddo
«Va bene lo stesso» faccio io, con finta nonchalance.

«Vuole anche un po’ di gin col campari?» mi chiede sorridendo.
«» le dico io ammiccando «un goccio.»

Alla fine mi dà un bicchiere enorme di gin ghiacciato appena appena spruzzato di Campari e colorato di rosso. Una bomba atomica.

Mi dico: «Ma sì. Ma chi se ne frega. Festeggiamo!»

Dopo una ventina di minuti eravamo dentro al supermercato di fronte, a fare la spesa.
Una spesa effettuata in condizioni di psichedelia pura.
Basti dire che ho comprato alle bambine una confezione gigante di cornetti Algida e un mega pacco di Fonzies, croccantini di mais al formaggio.
Cosa che di solito non avrei mai fatto.

Comunque alla fine arriviamo a casa, preparo da mangiare e ceniamo insieme.

E lì inizia il solito terzo grado surreale, un interrogatorio sul quale Amnesty International avrebbe molto da ridire.

Inizia la più piccola, Isabel:

«Papà, ma io quando divento grande come te, divento una persona? E poi muoio
«No» le dico io «prima devi diventare vecchia.»

«Ma quando divento vecchia io? Fra mille metri?» mi chiede lei.
«Fra tantissimo tempo» le rispondo io, iniziando a fiutare l’andamento della serata.

Subito incalza Edith, la maggiore: «Ma tu quanti anni hai papà?»
«Quarantuno» rispondo io in angolo, aggiungendo «Appena compiuti!»

E lei senza pietà: «Ma tu sei ancora giovane?»
«Insomma…» replico io, versandomi del vino nel bicchiere.

Isabel a questo punto fa: «Papà ma è vero che i cattivi se entrano a casa ci rubano tutto? E poi non abbiamo più niente? E rubano anche i giocattoli per darli ai bambini poveri? Ma esistono i cattivi a Monza?»

Mi rendo conto che ormai sono all’angolo. Faccio fatica ad elaborare tutte le domande e le possibili risposte.
Interviene per fortuna la sorella maggiore rispondendo: «Sì, i cattivi ci sono, ma sono cretini! Io sono buona invece, papà. Io a mia sorella non la uccido! Perché le voglio bene.»

Faccio appena in tempo a completare con poca convinzione la domanda: «Edith! Ma chi te le insegna queste cose?» che lei subito cambia discorso.

«Papà, è vero che ogni tanto le schifezze sono buonissime?» dice riempiendosi la bocca con una manciata di croccantini di mais al formaggio.
«Beh, sì, ogni tanto…» arranco io versandomi ancora del vino.

«Papà, ma tu li peschi i coccodrilli?» interrompe a questo punto Isabel, ricordandosi delle storie che le ho raccontato a proposito della pesca di polpi di una notevole dimensione che facevo fino a una ventina di anni fa.
«No, i coccodrilli non li ho ancora pescati, ma gli squali sì» rispondo sorniorne.

Ma subito Edith mi inchioda con una domanda tipicamente femminile: «Papà, chi era la più brava a teatro?»
«Beh, eravate tutte brave, e tu eri fra le più brave» rispondo io diplomatico.

E lei implacabile, come tutte le donne: «Sì, ma chi era la più brava di tutte?»
E io come un coglione: «Tu eri la più brava, Edith.»

E lei mi gela: «Papà, è vero che tu dici questo perchè per ogni genitore i suoi figli sono i più bravi?»

«» rispondo io, deglutendo con fatica l’ultima goccio di vino nel bicchiere.

E questo punto, con il candore tipico dei bambini lei cambia completamente discorso e mi fa: «Papà, si può costruire una macchina del tempo?»
«Cosa?» dico io ancora frastornato.

«Si può costruire una macchina del tempo? Per me sì» afferma convinta.
«E come?» chiedo sorridendo.

«È semplice!» fa lei «Basta costruire un buco nell’albero e …»
«Aspetta, aspetta, aspetta…» le dico io «aspetta che prendo carta e penna e lo scriviamo, così non lo dimentichiamo e poi possiamo costruirla!»

Lei è rimasta piacevolmente sorpresa da questa mia affermazione, e ha incominciato a dettare la “ricetta” lentamente affinchè la potessi scrivere.

Quello che segue è il fedele resoconto della sua teoria. Io mi sono limitato a fare da amanuense.

«Allora… si fa un buco nell’albero e poi costruisci un coso… un coso… e con questo acchiappi il tempo!»

«Come lo acchiappi il tempo?» chiedo io da gran bastardo.
«Mi aveva detto Giulia (nota: una sua amica) con cosa acchiappare il tempo ma adesso non me lo ricordo.»

«Poi costruisci una macchina, fa niente se è una mini. Poi prendi un coso che acchiappa il tempo e lo metti forte forte dentro la macchina, e stringi, stringi finché il tempo diventa piccolo piccolo. Poi si ingrandisce nuovamente il tempo e ci sono dei bottoncini che tu li premi, li schiacci e vai dove vuoi andare: la terra all’inizio, quando era scoppiata da poco, così possiamo sapere com’era, oppure quando c’erano i dinosauri, solo che uno poi deve stare molto attento sennò ti mangiano!
Così possiamo andare dappertutto!
»

Io, da fedele amanuense ho annotato tutto, stupito e meravigliato. Non si sa mai che la macchina del tempo dovesse funzionare veramente così.

Le dimensioni contano

sabato, 24 maggio 2008

Edith e Isabel_Scoglitti estate 2007

I bambini ti sorprendono di continuo con le loro imprevedibili domande, frutto di una curiosità insaziabile e naturale.

Avendo due bambine piccole, una di sei e l’altra di quattro anni, ci sono un po’ abituato, ma non cessano mai di stupirmi. A volte ti spiazzano decisamente.

Alcune sere fa, dopo avermi fatto entrambe il lavaggio del cervello durante la cena, con domande a raffica sull’infinito, i buchi neri, le dimensioni del sole, le streghe, i lupi cattivi, i superpoteri, gli infiniti mondi possibili del regno della fantasia, e via di seguito, ad un certo punto Edith, la più grande mi fa: «Papà, lo sai che tu hai due geni come figlie?»

«Come hai detto?» dico io, scoppiando a ridere.
E lei, con un sorriso furbetto: «Le tue figlie sono due geni!»

Invece l’altro ieri mattina, mentre mi pettinavo in bagno dopo aver vestito le bambine prima di accompagnarle a scuola, ad un certo punto entra la più grande e mi fa di botto, a bruciapelo:
«Papà, ma quanto ce l’hai grande tu il pisello?»
«Cosa?» chiedo io, trasalendo e facendo fuoriuscire mezzo tubetto di gel sul lavandino.
«Quanto ce l’hai lungo tu il pisello, papà?» continua lei imperterrita «Così, così o così?» indicando con le mani le dimensioni.
«Ma Edith!» dico io imbarazzato, cercando di cambiare discorso «Ma che razza di domande sono queste?»
E lei, evidentemente infastidita dalla mia reticenza «Ma uffa papà, dimmelo! Così, così o così?» mimando di nuovo con le mani delle misure evidentemente sovradimensionate.

Alla fine mi sono arreso. Ho indicato la misura più piccola.

Meglio non creare false aspettative nei confronti degli uomini.

Tu sai fare i miracoli?

domenica, 4 maggio 2008

Edith-traghetto-agosto-2007

Stasera avevamo quasi finito di cenare, dopo un movimentato pomeriggio trascorso ad una festa di compleanno di un’amichetta di mia figlia in un giardinetto vicino casa, immersi nel verde del prato e degli alberi.

Sembrava di essere in campagna. Peccato che io mi trovassi nel pieno della mia allergia ai pollini, per cui è stata una sofferenza tra starnuti, occhi lacrimanti e pacchetti di fazzolettini consumati.

L’attrazione principale della festa era stata la simpatica esibizione di un ‘mago’ che aveva animato in modo piacevole il pomeriggio con trucchi e scherzi vari, fra lo stupore e il divertimento dei bambini.

Ovviamente, al ritorno e durante tutta la cena non si era parlato d’altro che di magia, bacchette magiche e foulard che cambiavano colore, ed ero stato sottoposto ad un fuoco di fila di domande talmente incalzanti e serrate da assomigliare ad un interrogatorio di terzo grado.

Ad un certo punto Edith, mia figlia più grande mi fa:

«Papà, ma tu sai fare i miracoli?»

Sono riuscito a trattenere in bocca, veramente per miracolo, il vino che avevo appena bevuto dal bicchiere, e sorridendo le faccio:

«Vorrai dire i trucchi?»

E lei, stizzita: «No, i miracoli, come Gesù!»

A quel punto non ho potuto fare a meno di rispondere con una battutaccia:

«Non ancora, ma mi sto preparando!»

Subito allora Isabel, la più piccola, non ancora soddisfatta, mi incalza:

«Papà, ma è vero che alcune zucche si trasformano in carrozze?» - riferendosi alla fiaba di Cenerentola.

Da lì è stato un fiorire di domande surreali, un fuoco incrociato che spaziava dai pirati ubriachi di Pippi Calzelunghe - «Ma perché il capo dei pirati ha una benda sull’occhio?» - ai nani di Biancaneve - «Papà, ma è vero che ci sono alcune persone piccole come i bambini?» -  alla matrigna di Biancaneve e di Cenerentola, a quesiti micidiali sull’Uomo Ragno e la sua identità segreta, la sua forza, la ragnatela, e via così di seguito.

Alla fine esausto, sono riuscito a portarle, una alla volta, in bagno a lavare i denti per poi andare a letto.

Domani è lunedi e si lavora. Chissà che non mi riesca a riposare, tra una riunione e l’altra.

Un padre e due figlie

domenica, 6 aprile 2008

Edith e ISabel_agosto 2007

Non è facile crescere due figlie piccole se sei da solo.

Ai momenti in cui tutto sembra scorrere liscio, e quasi ti meravigli e ti congratuli con te stesso per la facilità e l’abilità con cui gestisci faccende e incombenze tipicamente femminili e materne, si alternano i momenti, o meglio i giorni, in cui tutto diventa invece estremamente difficile e pesante, e ti senti smarrito, preoccupato, sopraffatto da una così grande responsabilità e ti chiedi se ce la farai.

Non sono tanto le mille faccende quotidiane da sbrigare a mettermi paura, a quelle ti abitui; in fondo sono anche divertenti e inoltre ne approfitti per fare attività fisica. Ti rassegni al fatto di non avere più una tua vita, di non avere più tempo da dedicare a te.

Impari a utilizzare il fine settimana per fare tutto: la spesa, il bucato, pulire e lavare la casa, sistemare le tante cose ancora pendenti, uscire con le bambine, preparare da mangiare, far fare i compiti, giocare con loro, far loro il bagnetto… La lista è quasi infinita e il tempo non basta mai, ma alla fine è questione di organizzazione.

Quello che invece mi trova impreparato, che mi costa una gran fatica e in cui misuro tutta la mia finitezza sono quegli aspetti legati al fatto che io sono un padre, un uomo, e loro sono due figlie femmine.

Alcune cose sono scritte nel DNA, sono peculiari e specifiche del genere, e difficilmente possono essere intuite o comprese da una persona di sesso opposto.

Anche se ho imparato a pitturare loro le unghie, a pettinarle, a mettere i fermagli nei capelli, a comprare i vestiti con lo stesso gusto che aveva Annemieke, a frequentare i negozi generalmente frequentati da donne e madri, a scegliere canottierine, mutandine, magliettine e gonnelline, scarpe, a controllare periodicamente il loro guardaroba per vedere quello che è diventato troppo piccolo, mi rendo conto che su alcune cose ero completamente a digiuno e sto imparando tutto.

Particolari sconosciuti e insignificanti per un uomo, ma che per le donne sono invece ordinaria quotidianità.

Come le creme idratanti per la pelle. Adesso, da una settimana ho cominciato a mettere loro la crema, mi ero reso conto che la loro pelle era diventata troppo asciutta, e ne davo la causa al vento. Poi improvvisamente mi sono ricordato del fatto che Annemieke le spalmava di crema e idratava ogni giorno.

A volte invece misuro drammaticamente tutta la situazione particolare in cui mi trovo, come quando la settimana scorsa ero dal pediatra per una visita di controllo alla bambina più grande, e ho visto che in sala d’attesa erano tutte madri con figlie femmine. Ho visto le carezze delle madri alle figlie. Sono diverse da quelle che può fare un padre. Sono carezze di madre. Mi sono sentito male, mi è salito un nodo alla gola e una rabbia infinita per sentire che tutto questo è stato impedito per sempre alle mie figlie. Ho sentito il loro essere orfane, nel pieno senso della parola.

Nonostante tutto questo vedo che comunque ai loro occhi, il mio ruolo e la mia importanza come padre, come persona di sesso opposto, come modello di riferimento per quello che sarà il loro modo di relazionarsi con il sesso opposto e la società, sono chiaramente percepite, forse più di prima, senza nessun’ambiguità o confusione dovuta al fatto che comunque svolgo faccende che di solito svolge una madre.

Con me fanno le cose pazze che di solito si fanno con i padri, e non con le madri. Faccio loro sperimentare l’avventura, il rischio, l’ignoto, i brividi del nuovo. Facciamo i pazzi insieme al parco giochi della Villa di Monza, ci divertiamo insieme, anche se poi la sera sono distrutto fisicamente, e devo ancora fare tutto: preparare da mangiare, lavarle, portarle a letto.

Lo scorso fine settimana sono stato molto male per cinque giorni per un’influenza. Ovviamente riuscire a riposarsi è stato un lusso per poche ore. Anche se c’era mia madre a darmi una mano ho comunque dovuto fare la spesa, pulire la casa, stare con loro che venivano a cercarmi e parlarmi nel letto mentre avrei volentieri cercato di dormire.

Con la febbre alta ho anche delirato, e mi sono reso conto dei miei limiti, del fatto che ultimamente avevo tirato troppo la corda. E ho avuto anche paura. Paura di ammalarmi seriamente e di non poter badare a loro. Ho rivissuto il calvario di mia moglie, mi è sembrato di sentire tutta la sua sofferenza e la sua disperazione. Un incubo delirante appunto. Che però mi accompagna ancora adesso.

Il lavoro mi aiuta a tenere la mente occupata. Nel fine settimana invece non puoi sfuggire ai pensieri.

Probabilmente fra una settimana mia madre andrà via e tornerà a casa sua in Sicilia, dopo quasi cinque mesi. Lei ha bisogno di tornare giù e io ho bisogno di stare nuovamente da solo, di riprendere in mano del tutto il controllo della situazione. Una signora mi darà una mano ad accompagnare le bambine a scuola e a stare con loro fino a sera, quando arrivo dal lavoro.

Ciononostante, o forse proprio per questo, non nascondo di essere particolarmente nervoso per tutta la situazione. Sono abbastanza di umore pessimo, ansioso per l’attesa, non vedo l’ora che tutto sia pronto e di trovarmi finalmente completamente da solo. E vedere cosa succederà.

Le difficoltà sono tante, quando le vedo tutte insieme cerco di non pensarci. Ma non ho alternative, se non andare avanti.

C’è un pensiero che mi dà forza: immagino le mie figlie fra venti, trent’anni, e cerco di immaginare quello che penseranno di me, che tipo padre sarò stato per loro, cosa avrò dato e rappresentato per loro, come sarò riuscito a tramandare e rendere viva l’immagine della loro madre.

Il mio desiderio, la mia sfida è quello di riuscire ad essere un buon padre e di formare due donne mature, forti e indipendenti, ma al tempo stesso profondamente femminili. Questa è una missione talmente forte che mi fa superare tutte le paure e le difficoltà.

Amore ti vo(g)l(i)o bene

martedì, 16 ottobre 2007

Amore 

Oggi pomeriggio, dopo avere accompagnato a casa mia figlia più piccola, che frequenta ancora la scuola materna, sono andato a prendere a scuola mia figlia più grande, che frequenta la prima classe della scuola primaria e non ha ancora compiuto sei anni.

Mentre uscivamo insieme dal giardinetto della scuola, ho visto che stringeva in mano, vicino al petto, un foglietto. Credendo che si trattasse di un avviso delle maestre le ho chiesto: «Cos’è quello? Me lo fai leggere?»

E lei, subito: «No! Non è un avviso delle maestre. È mio! Me lo ha dato M… » (nome di un suo compagnetto di classe, il più discolo e ribelle di tutti).

Ho guardato di sfuggita il foglietto è ho visto che c’era disegnato un cuore, e poi, sempre in rosso, la scritta «Amore ti volo bene». È l’immagine che vedete all’inizio di questo post.

Stavo scoppiando a ridere, ma mi sono trattenuto vedendo quanto seriamente mia figlia considerasse la cosa. Ho provato una grande tenerezza e per un momento mi è sembrato di entrare in sintonia con le sensazioni e i sentimenti di mia figlia, avvertendo una grande sensazione di leggerezza, di gioia infantile, di scoperta primordiale del mondo e della vita.

Una volta a casa lei era felicissima, radiosa; ha scritto e disegnato tantissimo. Dopo cena è andata a letto contenta e serena.

L’altro ieri, invece, la più piccola, che compierà quattro anni a fine novembre, mentre era sulle mie ginocchia mi raccontava che un suo compagnetto di classe, mentre erano al parco giochi, le ha detto che lei era «bella».

E mentre lo diceva un po’ si vergognava, ma nello stesso tempo si inorgogliva nel raccontarmelo. Poi mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio, con espressione furbetta.

Non so se è la mia memoria che inizia a fallare e ad ingannarmi, ma sinceramente non sono certo che io a cinque anni avessi ben chiara la distinzione fra maschio e femmina.

L’evoluzione della specie umana…

Mattinata ai giardinetti

sabato, 19 maggio 2007

Bicicletta

Stamane sono andato ai giardinetti dietro casa mia per insegnare a mia figlia più grande ad andare in bicicletta senza rotelline.

Ardua impresa.

Fino ad ora ha sempre usato le rotelline, andando velocissima come una scheggia, solo che nelle curve rischiava ovviamente di capottare. Un mese fa avevamo fatto un paio di tentativi, ma poco convincenti.

Stamane guardo fuori dalla finestra: è una bella giornata, c’è il sole, non fa troppo caldo, è ventilato. Mi dico: è arrivato il momento. Da buon padre, le dico: «Edith, oggi andiamo fuori: ti insegno finalmente ad andare in bicicletta da sola!»

Verso le 11 usciamo fuori assieme, io e lei da soli, per andare al giardinetto. Lascio la più piccola a casa con la madre, per potere essere più concentrati sulla “missione” da compiere.

Arriviamo ai giardinetti. Perfetto. Non c’è assolutamente nessuno. Tutto per noi.

Afferro saldamente con una delle due mani il sellino, con l’altra il manubrio della bicicletta e cerco di convincere mia figlia che deve stare tranquilla, che non la lascerò mai cadere, che ci sono io a vigilare su di lei. Le dico che deve pedalare, guardare avanti, non avere paura, tenere l’equilibrio. Io sono accanto a lei.

Lei mi guarda poco convinta, e con aria rassegnata accetta.

Partiamo, lei sulla bici e io a tenerla dietro, in una posizione scomodissima e pensata apposta per spezzare la schiena o fare inciampare.

All’inizio tutto procede bene, lei va veloce e io sempre dietro a tenerla, come un abile equilibrista. Dopo un quarto d’ora, inizio a sentire i primi dolori alla schiena, inizio a sudare.

Lei non vuole sentirne di andare da sola, la devo sempre tenere.

Decido di cambiare posizione, ne scelgo una un po’ più comoda: la terrò per sotto le ascelle.

Ripartiamo. Tre quarti d’ora di corsa, lei sempre in bici, io sempre dietro, ogni tanto sbraitando un poco.

Alla fine, dopo un’ora mi dice: «Basta papà, voglio andare a casa!»

Mi butto distrutto su una panchina, ansimante. Lei seduta accanto a me.

Dopo un po’ lei va a farsi un giro in altalena, e mentre la guardo contenta, e mi godo il leggiadro venticello, penso sorridendo a quanto sia difficile imparare a fare una cosa per la prima volta.

Lei se li ricorderà per tutta la vita questi momenti, come tutti noi quando abbiamo imparato ad andare in bicicletta. Deve ancora imparare, ma un altro notevole passo avanti è stato fatto, adesso è più sciolta, sicura.

Io, in compenso ho un gran mal di schiena, e penso a quanto sia faticoso, ma estremamente piacevole, il mestiere di padre.

È stata una bella mattinata.

Pippi Calzelunghe

sabato, 12 maggio 2007

Pippi Calzelunghe

Da piccolo andavo pazzo per la serie televisiva di Pippi Calzelunghe (titolo originale: Pippi Långstrump), ispirata al personaggio dell’omonimo romanzo della scrittrice svedese Astrid Lindgren.

I 21 episodi della serie furono girati nel 1969, in Svezia, dal regista Olle Hellbom. Pippi Calzelunghe era interpretata da Inger Nilsson, che all’epoca aveva dieci anni e che ha reso indimenticabile il personaggio della bambina.

Dopo tanti anni dall’ultima volta - almeno venticinque, forse trenta - ho avuto finalmente la possibilità di rivedere gli episodi della serie grazie alle mie figlie. Con la scusa di comprare qualche DVD divertente per loro ho potuto finalmente gustarmi nuovamente la serie che mi aveva entusiasmato da bambino.

Le mie bimbe adesso sono diventate delle appassionate spettatrici di Pippi Calzelunghe; la celebre canzoncina della serie è ormai diventata un classico a casa, tanto che a furia di sentirla ormai la canticchio anch’io mentre sono in giro. Tra l’altro ho scoperto anche che Pippi Calzelunghe è stato all’epoca un vero successo a livello europeo: mia moglie - che è olandese - è cresciuta anche lei a base di Pippi Calzelunghe (o meglio “Pippi Langkous“, come si dice in olandese).

Il testo in italiano della canzone è: “Ecco sono qui Pippi Calzelunghe così mi chiamo, credo proprio che una come me non c’è stata mai, ogni volta che devo far qualcosa combino guai, ma alla fine poi vedo che sono tutti amici miei. Pippi Pippi Pippi il mio nome fa un po’ ridere, ma voi ridere per quello che farò. Tutto il giorno sto con una scimmietta e un cavallo bianco, con un topo che tutto il mio formaggio si vuole mangiare. Pippi Pippi Pippi il mio nome fa un po’ ridere, ma voi ridere per quello che farò“.

Ma su You Tube è disponibile ovviamente anche il video della canzone originale in svedese .

Rivedendo adesso con piacere più e più volte gli episodi della serie in compagnia delle mie figlie - tanto che potrei scriverci sù una tesi di laurea - ho notato con estrema sorpresa l’alta qualità di tutti gli elementi che compongono la serie (storia, regia, fotografia, interpretazione degli attori, location prescelte) soprattutto se paragonati alla qualità bassissima dei prodotti attuali che vengono passati in TV.

Spesso mi trovo a passare nel soggiorno, mentre c’è un episodio di Pippi Calzelunghe, e rimango inchiodato a guardarlo: appassionante, ben girato, avventuroso. Questi erano programmi per bambini veramente ben fatti.

Sono molto contento di avere trasmesso la passione per Pippi Calzelunghe anche alle mie figlie: Pippi Calzelunghe (o “Pippi Saltainlunghe” come la chiama la mia bimba più piccola di tre anni) è un personaggio che per la sua importanza può essere paragonata a una sorta di Pinocchio al femminile.

Rappresenta bene quel lato anarchico, ribelle, dispettoso, “selvatico” del femminile che poi, troppo spesso, nella nostra società viene rimosso, eliminato, modificato a favore di un’immagine più rassicurante del femminile fatta di bamboline, abitini, moine, o peggio di un’immagine femminile costruita sulla falsariga dei peggiori lati negativi dell’identità maschile: competitività, aggressività, egoismo, soprattutto nel campo lavorativo.

A me piace Pippi Calzelunghe, l’archetipo della femminilità infantile selvatica e inaddomesticabile, e sono contento che le mie figlie la adorino.

Piccole Pippi Calzelunghe crescono.

Piccole donne crescono

mercoledì, 2 maggio 2007

 Piccole donne

A volte è strano notare come sembra che il tempo passi improvvisamente di botto, e che tutto intorno a te cambi rapidamente.

Lo noto con le mie figlie, la più grande di cinque anni e mezzo e la più piccola di tre anni e mezzo. Adesso mi fanno delle domande a cui faccio fatica a rispondere e iniziano a prendermi anche in giro. Si tratta di un inequivocabile segnale di crescita. Ecco alcuni episodi, che starebbero bene in un film del Woody Allen degli inizi.

1) Il mostro. Circa tre mesi fa, una domenica, la più piccola mi aveva letteralmente fatto perdere la pazienza, litigando per futili motivi tipici dell’età - una disputa sui mattoncini del Lego - con la sorella più grande. Allora a un certo punto, dopo l’ennesimo avvertimento a vuoto, quando la mia testa era ormai diventata un’anguria lessa, le ho dato un buffetto sul culetto, che ha fatto più rumore che altro. A questo punto mentre la piccola - grande teatrante - scoppiava a piangere invocando la mamma come se l’avessi massacrata, la più grande fa scattare inaspettamente la solidarietà femminile tra sorelle: prende dei mattoncini di Lego, costruisce rapidamente una sorta di telefonino, compone un numero immaginario, se lo porta all’orecchio e tra il mio stupore fa: “Pronto Polizia? Sì, venite subito a casa! C’è un mostro che ha fatto piangere mia sorella!”.

Inutile dire che sono scoppiato a ridere come un matto. Però, ho sentito un brivido nella schiena. Un giorno o l’altro le forze dell’ordine entreranno in assetto di guerra dalle finestre di casa mia, dopo avere sgridato le mie figlie, e mi porteranno via.

2) Il ladro. Tre settimane fa hanno tentato di rubarmi l’auto - una normalissima utilitaria, comprata otto anni fa - che avevo lasciato parcheggiata in strada di notte, a causa di lavori di ristrutturazione nel condominio dove abito che rendevano problematico l’uso del box.

A parte il danno e le tragicomiche avventure tra caserme dei carabinieri per l’inevitabile denuncia, telefonate all’assicurazione, telefonate al perito, fax inviati, ulteriori denunce integrative, pellegrinaggi in autofficina e incazzamenti vari, sono rimasto a piedi per ben due settimane, il che, soffrendo di allergia al polline in questo periodo ha costituito un’ulteriore tortura. Solo dopo due settimane il servizio clienti dell’assicurazione mi ha fatto capire che avevo diritto all’auto sostitutiva.

Superata l’incredulità iniziale sono andata a prenderla. Un’auto nuova, di pari cilindrata alla mia. Tutto contento, mi dico: “Vado a fare una sorpresa alle bambine all’uscita dalla scuola materna con la nuova auto, per vedere la loro reazione”.

Appena usciti dalla scuola, vedendo che loro si stavano dirigendo a piedi verso casa, faccio: “No, andiamo con l’auto nuova!”. Loro mi guardano incredule, come fossi stato ubriaco, e mi chiedono dov’è l’auto. Allora io, con fare complice e misterioso, e un sorriso sulle labbra sussurro la battuta infelice: “L’auto è quella lì! Papà ha rubato un’auto nuova!”

Improvvisamente tutte e due iniziano ad urlare: “No! Papà, non dovevi rubare un’auto! No!”. La più piccola inizia a piangere, la più grande si irrigidisce, la gente all’uscita dalla scuola inizia a guardarmi in modo strano e sospettoso, mentre io cerco di farle salire sull’auto. Loro continuano ad opporsi, a questo punto, dopo una sceneggiata incredibile, le prendo in braccio, cercando di sorridere forzatamente, e le carico in auto, sempre sotto gli occhi degli altri genitori.

Una figura di merda pazzesca, e mi è andata anche bene, che di questi tempi a comportarsi così davanti ad una scuola materna ci manca poco ad essere linciati dalla folla, senza tante spiegazioni.

3) Il filosofo. Mi è sempre piaciuta la filosofia e adesso che mia figlia più grande inizia a porsi - e a pormi - domande semplici nella loro innocenza ma intriganti e complesse sull’infinito, la morte e la vita, inizio a riflettere anch’io in modo nuovo, quasi fosse la prima volta, su questioni e problematiche complesse e di difficile risposta.

Di solito me la cavo bene con le risposte, stimolo altre domande, altra curiosità, ma una volta, ad una domanda precisa, sono rimasto senza parole. Anche Einstein o Kant si sarebbero trovati in difficoltà. Una sera mia figlia mi ha chiesto: “Papà, ma il tempo dov’è?”. L’unica cosa che ho saputo risponderle è stata: “Adesso sono stanco, e poi certe cose non puoi ancora capirle; quando sarai grande capirai!”.

Sono andato a letto e tutta la notte ho pensato alla semplicità della domanda, e all’impossibilità di una risposta semplice e sensata.