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Pippi Calzelunghe

sabato, 12 maggio 2007

Pippi Calzelunghe

Da piccolo andavo pazzo per la serie televisiva di Pippi Calzelunghe (titolo originale: Pippi Långstrump), ispirata al personaggio dell’omonimo romanzo della scrittrice svedese Astrid Lindgren.

I 21 episodi della serie furono girati nel 1969, in Svezia, dal regista Olle Hellbom. Pippi Calzelunghe era interpretata da Inger Nilsson, che all’epoca aveva dieci anni e che ha reso indimenticabile il personaggio della bambina.

Dopo tanti anni dall’ultima volta – almeno venticinque, forse trenta - ho avuto finalmente la possibilità di rivedere gli episodi della serie grazie alle mie figlie. Con la scusa di comprare qualche DVD divertente per loro ho potuto finalmente gustarmi nuovamente la serie che mi aveva entusiasmato da bambino.

Le mie bimbe adesso sono diventate delle appassionate spettatrici di Pippi Calzelunghe; la celebre canzoncina della serie è ormai diventata un classico a casa, tanto che a furia di sentirla ormai la canticchio anch’io mentre sono in giro. Tra l’altro ho scoperto anche che Pippi Calzelunghe è stato all’epoca un vero successo a livello europeo: mia moglie – che è olandese – è cresciuta anche lei a base di Pippi Calzelunghe (o meglio “Pippi Langkous“, come si dice in olandese).

Il testo in italiano della canzone è: “Ecco sono qui Pippi Calzelunghe così mi chiamo, credo proprio che una come me non c’è stata mai, ogni volta che devo far qualcosa combino guai, ma alla fine poi vedo che sono tutti amici miei. Pippi Pippi Pippi il mio nome fa un po’ ridere, ma voi ridere per quello che farò. Tutto il giorno sto con una scimmietta e un cavallo bianco, con un topo che tutto il mio formaggio si vuole mangiare. Pippi Pippi Pippi il mio nome fa un po’ ridere, ma voi ridere per quello che farò“.

Ma su You Tube è disponibile ovviamente anche il video della canzone originale in svedese .

Rivedendo adesso con piacere più e più volte gli episodi della serie in compagnia delle mie figlie – tanto che potrei scriverci sù una tesi di laurea – ho notato con estrema sorpresa l’alta qualità di tutti gli elementi che compongono la serie (storia, regia, fotografia, interpretazione degli attori, location prescelte) soprattutto se paragonati alla qualità bassissima dei prodotti attuali che vengono passati in TV.

Spesso mi trovo a passare nel soggiorno, mentre c’è un episodio di Pippi Calzelunghe, e rimango inchiodato a guardarlo: appassionante, ben girato, avventuroso. Questi erano programmi per bambini veramente ben fatti.

Sono molto contento di avere trasmesso la passione per Pippi Calzelunghe anche alle mie figlie: Pippi Calzelunghe (o “Pippi Saltainlunghe” come la chiama la mia bimba più piccola di tre anni) è un personaggio che per la sua importanza può essere paragonata a una sorta di Pinocchio al femminile.

Rappresenta bene quel lato anarchico, ribelle, dispettoso, “selvatico” del femminile che poi, troppo spesso, nella nostra società viene rimosso, eliminato, modificato a favore di un’immagine più rassicurante del femminile fatta di bamboline, abitini, moine, o peggio di un’immagine femminile costruita sulla falsariga dei peggiori lati negativi dell’identità maschile: competitività, aggressività, egoismo, soprattutto nel campo lavorativo.

A me piace Pippi Calzelunghe, l’archetipo della femminilità infantile selvatica e inaddomesticabile, e sono contento che le mie figlie la adorino.

Piccole Pippi Calzelunghe crescono.

Piccole donne crescono

mercoledì, 2 maggio 2007

 Piccole donne

A volte è strano notare come sembra che il tempo passi improvvisamente di botto, e che tutto intorno a te cambi rapidamente.

Lo noto con le mie figlie, la più grande di cinque anni e mezzo e la più piccola di tre anni e mezzo. Adesso mi fanno delle domande a cui faccio fatica a rispondere e iniziano a prendermi anche in giro. Si tratta di un inequivocabile segnale di crescita. Ecco alcuni episodi, che starebbero bene in un film del Woody Allen degli inizi.

1) Il mostro. Circa tre mesi fa, una domenica, la più piccola mi aveva letteralmente fatto perdere la pazienza, litigando per futili motivi tipici dell’età – una disputa sui mattoncini del Lego – con la sorella più grande. Allora a un certo punto, dopo l’ennesimo avvertimento a vuoto, quando la mia testa era ormai diventata un’anguria lessa, le ho dato un buffetto sul culetto, che ha fatto più rumore che altro. A questo punto mentre la piccola – grande teatrante – scoppiava a piangere invocando la mamma come se l’avessi massacrata, la più grande fa scattare inaspettamente la solidarietà femminile tra sorelle: prende dei mattoncini di Lego, costruisce rapidamente una sorta di telefonino, compone un numero immaginario, se lo porta all’orecchio e tra il mio stupore fa: “Pronto Polizia? Sì, venite subito a casa! C’è un mostro che ha fatto piangere mia sorella!”.

Inutile dire che sono scoppiato a ridere come un matto. Però, ho sentito un brivido nella schiena. Un giorno o l’altro le forze dell’ordine entreranno in assetto di guerra dalle finestre di casa mia, dopo avere sgridato le mie figlie, e mi porteranno via.

2) Il ladro. Tre settimane fa hanno tentato di rubarmi l’auto – una normalissima utilitaria, comprata otto anni fa – che avevo lasciato parcheggiata in strada di notte, a causa di lavori di ristrutturazione nel condominio dove abito che rendevano problematico l’uso del box.

A parte il danno e le tragicomiche avventure tra caserme dei carabinieri per l’inevitabile denuncia, telefonate all’assicurazione, telefonate al perito, fax inviati, ulteriori denunce integrative, pellegrinaggi in autofficina e incazzamenti vari, sono rimasto a piedi per ben due settimane, il che, soffrendo di allergia al polline in questo periodo ha costituito un’ulteriore tortura. Solo dopo due settimane il servizio clienti dell’assicurazione mi ha fatto capire che avevo diritto all’auto sostitutiva.

Superata l’incredulità iniziale sono andata a prenderla. Un’auto nuova, di pari cilindrata alla mia. Tutto contento, mi dico: “Vado a fare una sorpresa alle bambine all’uscita dalla scuola materna con la nuova auto, per vedere la loro reazione”.

Appena usciti dalla scuola, vedendo che loro si stavano dirigendo a piedi verso casa, faccio: “No, andiamo con l’auto nuova!”. Loro mi guardano incredule, come fossi stato ubriaco, e mi chiedono dov’è l’auto. Allora io, con fare complice e misterioso, e un sorriso sulle labbra sussurro la battuta infelice: “L’auto è quella lì! Papà ha rubato un’auto nuova!”

Improvvisamente tutte e due iniziano ad urlare: “No! Papà, non dovevi rubare un’auto! No!”. La più piccola inizia a piangere, la più grande si irrigidisce, la gente all’uscita dalla scuola inizia a guardarmi in modo strano e sospettoso, mentre io cerco di farle salire sull’auto. Loro continuano ad opporsi, a questo punto, dopo una sceneggiata incredibile, le prendo in braccio, cercando di sorridere forzatamente, e le carico in auto, sempre sotto gli occhi degli altri genitori.

Una figura di merda pazzesca, e mi è andata anche bene, che di questi tempi a comportarsi così davanti ad una scuola materna ci manca poco ad essere linciati dalla folla, senza tante spiegazioni.

3) Il filosofo. Mi è sempre piaciuta la filosofia e adesso che mia figlia più grande inizia a porsi – e a pormi – domande semplici nella loro innocenza ma intriganti e complesse sull’infinito, la morte e la vita, inizio a riflettere anch’io in modo nuovo, quasi fosse la prima volta, su questioni e problematiche complesse e di difficile risposta.

Di solito me la cavo bene con le risposte, stimolo altre domande, altra curiosità, ma una volta, ad una domanda precisa, sono rimasto senza parole. Anche Einstein o Kant si sarebbero trovati in difficoltà. Una sera mia figlia mi ha chiesto: “Papà, ma il tempo dov’è?”. L’unica cosa che ho saputo risponderle è stata: “Adesso sono stanco, e poi certe cose non puoi ancora capirle; quando sarai grande capirai!”.

Sono andato a letto e tutta la notte ho pensato alla semplicità della domanda, e all’impossibilità di una risposta semplice e sensata.