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Un’avventura d’altri tempi

lunedì, 25 maggio 2009

vespa iosca

Il mio amico Valeriano è partito da casa sua, a Bergamo, il 22 di maggio per un viaggio veramente d’altri tempi.

A bordo della sua Vespa modello p125x del 1979 sta attraversando l’Italia, percorrendo strade provinciali e statali, facendo tappa in paesini dai nomi poco conosciuti, fuori dai soliti circuiti turistici, con l’obiettivo di arrivare entro cinque giorni a Cirigliano in provincia di Matera per il 26 di maggio.

Si tratta di un viaggio speciale, alla ricerca “di alcune amicizie, le vacanze da bambino, l’appartenenza alla terra di origine” e di qualcos’altro ancora più importante e intimo.

Potete seguire le tappe del suo viaggio, emozionante e sincero, sulla piccola sezione blog che ha predisposto per l’occasione sul suo sito e che aggiorna la sera col notebook che si è portato appresso.

Viaggio in vespa di 30 anni fa, all’antica sì, ma tecnologico.

Anche se leggendo i suoi brevi ma intensi resoconti di fine giornata mi vengono in mente delle pagine di viaggio scritte su taccuino, come i vecchi viaggiatori di una volta, piuttosto che la frenesia di attualità dei blog.

Ti invidio, nel senso buono (le scottature no, però :-) ) e sono sicuro che questo viaggio te lo ricorderai per sempre come una delle cose più belle della tua vita.

Ne parleremo al tuo ritorno, davanti a una grigliata di carne, come promesso.

Salma Hayek allatta al seno un bimbo africano

giovedì, 19 febbraio 2009

Salma Hayek 

È di alcuni giorni fa la notizia che l’attrice messicana Salma Hayek ha allattato al seno un bambino africano mentre si trovava in Africa.

Durante la visita di alcuni poveri villaggi l’attrice ha incontrato un bambino che era rimasto senza latte della madre.

Salma Hayek, che ha una figlia della stessa età del bambino africano, non ha esitato un momento, davanti al piccolo che piangeva, ad allattarlo al suo seno. E ha poi raccontato che la sua bisnonna aveva fatto lo stesso per un bimbo affamato in un villaggio del Messico.

Questa storia mi ha colpito e mi ha fatto riflettere su quanto siano limitate le nostre idee, direi i pregiudizi, su tutto ciò che attiene alla sfera familiare.

Questo istinto arcaico materno di allattare un cucciolo, anche non proprio, di prendersi cura “intimamente” del bambino di un’altra donna, spazza via di colpo tutte le nostre convinzioni riguardo alla famiglia tradizionale, la famiglia classica, la famiglia “allargata”, le adozioni e tutte le costruzioni ideologiche, sociali e religiose che ipocritamente ci appiccichiamo di sopra.

La realtà è diversa. Le donne si sono sempre prese cura dei figli degli altri nelle società contadine, in una sorta di grande famiglia allargata o clan. E questo senza provocare nessun trauma o confusione nei bambini o su di esse.

La testimonianza che anche la sua bisnonna aveva fatto lo stesso ne è la prova. E credo che nel passato delle nostre nonne e bisnonne storie del genere fossero normali.

Adesso analizziamo e giudichiamo ogni cosa alla luce di schemi e paradigmi ideologici, politici, culturali e religiosi che ci stanno veramente alienando dalla realtà e dall’umanità nel suo senso più profondo.

Basta vedere il volto radioso e pieno di gioia di Salma Hayek mentre allatta il bambino non suo. È il sorriso di chi sta donando disinteressatamente qualcosa di prezioso, di chi sta rendendo felice un altro essere, anche se per poche ore. È gioia pura.

La prima volta che vidi Salma Hayek fu nell’inverno del 1996. Mi trovavo a Rimini per un corso e vidi il film al cinema, da solo. La situazione migliore per vedere un film.

Il film era Dal tramonto all’alba diretto da Robert Rodriguez e interpretato da George Clooney, Quentin Tarantino, Harvey Keitel e Juliette Lewis.
Salma Hayek vi interpretava una piccola parte, ma folgorante. Quella scena mi rimase impressa per sempre. Si esibiva in una conturbante danza con il serpente, seducendo un attonito Quentin Tarantino.

Adesso mi fa particolarmente piacere scoprire che quella donna, che ha la mia stessa età, sia stata capace di un gesto così bello e generoso.

Eluana e gli avvoltoi

venerdì, 6 febbraio 2009

Bajar rinendo - Francisco de Goya

Nei giorni scorsi ho più volte iniziato a scrivere un articolo sulla vicenda di Eluana Englaro, ma alla fine mi sono sempre bloccato e vi ho rinunciato, per rispetto a lei e alla sovrumana battaglia che sta portando avanti suo padre con enorme dolore e sofferenza.

Ma oggi non ci ho visto più. Complice anche il malessere dell’influenza la mia resistenza ha capitolato, e ho deciso di scrivere, cercando di trattenere quanto più possibile la rabbia che ho in corpo.

Il decreto varato in fretta e in furia dal governo Berlusconi per bloccare l’interruzione graduale dell’alimentazione e dell’idratazione per Eluana Englaro, oltre che chiaramente anticostituzionale è anche mostruoso in sé.

Un decreto legge fatto contro una persona, una legge che lede i principi della libertà individuale, che vorrebbe costringere chi cade in coma, senza coscienza e senza risveglio per decenni, a vivere una sorta di inumana vita artificiale anche contro la sua volontà.

Ma la cosa che più mi ha sconvolto di questa vicenda è la frase che oggi ha pronunciato un Berlusconi più arrogante e minaccioso che mai, al culmine del suo delirio di onnipotenza.

Berlusconi ha detto: “Eluana è una persona che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio in stato vegetativo”.

Qui siamo all’orrore puro. Credo che nemmeno il dottor Frankenstein sarebbe arrivato ad immaginare una tale aberrante follia.

Dietro questa frase si nasconde una sottocultura talmente infima e spregevole, una mancanza totale di rispetto per la donna in generale e per quella povera donna in particolare, di fronte alla quale anche i talebani e i fondamentalisti islamici rischiano di arrancare.

Una concezione della donna vista come “fattrice” anche se incosciente e in stato vegetativo.

Mi vengono i brividi.

Siamo in balia di politici folli e senza scrupoli, di avvoltoi ammantati di tuniche nere e porpore cardinalizie che vogliono mantenere ad ogni costo il loro potere e il loro controllo sulla vita e la morte di tutti noi.

Credo che non si sia arrivati mai ad un livello così infimo e triste nella storia recente dell’Italia.

I demoni di Gödel. Logica e follia

lunedì, 6 ottobre 2008

I demoni di Gödel. Logica e follia

«L’adesione al pensiero razionale
non preserva la psiche di chi lo esercita
» 

Ho comprato una settimana fa il libro I demoni di Gödel. Logica e follia, di Pierre Cassou­Noguès, edito da Mondadori.

Hanno attratto la mia attenzione il titolo e la foto di copertina, oltre alle reminiscenze liceali e universitarie.

Kurt Gödel (1906–1978) è stato forse uno dei più grandi geni che la Logica e la Matematica abbiano mai avuto, sicuramente il più grande del Novecento, che ha chiarito in modo sconcertante la differenza che esiste fra verità e dimostrabilità.

Al tempo stesso la sua vita è la dimostrazione di come un genio possa essere del tutto smarrito e in estrema difficoltà di fronte ai problemi pratici della vita quotidiana.

Kurt Gödel fu infatti ossessionato tutta la vita dal timore di essere avvelenato e da altre paranoie e finì per morire dopo aver deciso di smettere di alimentarsi.

Egli credeva inoltre nell’esistenza di demoni, angeli ed extraterrestri e nell’ultima parte della sua vita si sforzò di darne una dimostrazione razionale, usando i raffinati strumenti della Logica.

Arrivò fino al punto di elaborare una dimostrazione puramente logica, detta anche prova ontologica, dell’esistenza di Dio, una dimostrazione matematicamente rigorosa, basata sul concetto di ultrafiltro, forzando e contraddicendo le sue stesse scoperte.

Gödel iniziò a lavorare alla dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio prima del 1941 e la ultimò nel 1970, anche se non la pubblicò mai da vivo per il timore di fraintendimenti sui suoi interessi teologici. Venne pubblicata soltanto nel 1987, nove anni dopo la sua morte.

Alla base del libro I demoni di Gödel. Logica e follia, appassionante come un romanzo anche se a volte ostico per la densità della materia trattata, che si presenta al lettore come un viaggio tra logica e follia, vi è lo studio delle migliaia di pagine inedite di Gödel, dove si trovano l’applicazione del teorema di incompletezza al diavolo, tentativi teorici stravaganti e credenze deliranti.

La lettura di questo libro mi ha convinto ancora di più del fatto che la matematica, nei suoi risultati più alti e nei suoi protagonisti più eccelsi, sia più simile all’arte che alle scienze. O forse, ancor più, sia paragonabile alle visioni profetiche e sciamaniche che si hanno negli stati alterati di coscienza.

L’intuizione della verità giunge improvvisa come un lampo, con una vertigine dello spirito. La visione di questa realtà è talmente intensa da rischiare di bruciare la salute mentale del predestinato, che passerà poi il resto della sua vita a cercare di dimostrare con i miseri strumenti della logica e della matematica la verità che ha percepito in modo assoluto in un attimo.

Vita che dopo quella incommensurabile visione sarà sempre misera e inadeguata.

Credo anche che l’adesione estrema ai principi razionali, al rigore della logica possa in parte essere interpretato come un tentativo di autodifesa della nostra psiche per cercare di esorcizzare i demoni che ribollono nel nostro inconscio ed illudersi di tenerli sotto controllo.

Come dimostra bene la vicenda personale di Gödel, e di tanti altri illustri matematici, il confine fra logica e follia è molto labile, incerto.

Kurt Gödel è passato alla storia per i due famosi teoremi di incompletezza dimostrati nel 1931 a soli 25 anni, discutendo la sua tesi di laurea in Matematica.

Il primo teorema di incompletezza di Gödel dice che “se un sistema assiomatico è coerente, ovvero da esso non si possono dedurre un’affermazione e la sua negazione contemporaneamente, allora sotto certe condizioni il sistema è incompleto, ovvero esistono affermazioni che non sono né dimostrabili né confutabili“.

Il secondo teorema di incompletezza dice che “se un sistema assiomatico è coerente allora la coerenza del sistema non è dimostrabile all’interno del sistema stesso. Sostanzialmente non è possibile dimostrare l’assenza di contraddizioni logiche restando all’interno del sistema assiomatico“.

La portata di queste scoperte ha avuto conseguenze importantissime nel campo della logica, della matematica, della linguistica, dell’intelligenza artificiale, dell’informatica in generale.

Scene di ordinaria seduzione in treno

giovedì, 18 settembre 2008

Donna_Fellini

Ieri sera, mentre tornavo in treno da Lugano, ho assistito a una scenetta deliziosa e dal sapore felliniano, per non dire boccaccesco, di quelle che se uno le trovasse all’interno di un film o di un romanzo le riterrebbe inverosimili e assurde.

Invece è accaduta veramente.

Il treno da Chiasso per Milano era segnalato con venti minuti di ritardo.

I viaggiatori attendevano tra lo spazientito e il rassegnato, fra battute ironiche e a tratti divertite, in quello strano territorio di nessuno costituito dalla saletta d’attesa della dogana e da una sorta di curioso recinto dei polli col cancelletto comandato elettronicamente che impedisce alle persone di salire sul treno prima di passare il controllo passaporti.

In queste situazioni di attesa, di sospensione si crea di solito, fra le persone che vi si trovano coinvolte, una strana sensazione di cameratismo, di complicità, di intimità quasi.

Persone che ogni giorno si incontrano in treno e che non si sono mai rivolte la parola, iniziano improvisamente a parlare e scherzare: ci si racconta dettagli della propria vita, si telefona ai propri cari per avvisare che si farà tardi, e ognuno ascolta tutto di tutti.

Son situazioni di contrabbando”, si allentano i controlli e le censure.

E a volte succede qualcosa che in condizioni normali non accade.

«Ci sono occhi che si cercano,
ci sono labbra che si guardano»

cantava Paolo Conte in Aguaplano.

Succede così che nella sala d’attesa un ragazzo giovane di circa venti anni, o poco più, attacchi bottone con una signora quarantenne che potrebbe essere sua madre.

Lui è un ragazzone moro, un bel ragazzo come tanti, vestito in modo semplice ma curato.

Lei è una donna assolutamente normale, abbastanza in carne anche, fin troppo forse, con un viso gioviale e aperto, ridente, l’atteggiamento solare. Suscita ricordi e sensazioni culinarie, deliziosi manicaretti fatti in casa.

Una donna felliniana.

Ricorda vagamente l’attrice Andréa Ferréol nel film La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri con Ugo Tognazzi.

Finalmente arriva il treno.

Io salgo su una carrozza e mi siedo su una poltrona, nello scompartimento quasi vuoto, e mi metto ad ascoltare la musica con gli auricolari.

Dopo pochi secondi sale anche la donna e si siede a fianco a me, ma dall’altro lato del corridoio. Improvvisamente, subito dopo arriva anche il ragazzo e le si piazza di fronte.

Non fanno caso a me che ascolto musica e parlano tranquillamente pensando di non essere sentiti. In realtà stavo ascoltando della musica new age a basso volume e ho potuto sentire tutto.

Il ragazzo passa subito all’attacco, si presenta, fa espliciti complimenti alla donna, le fa capire che le piace e le chiede se si possono incontrare fuori di là.

La donna, piacevolmente sorpresa e soddisfatta, si illumina in viso, scherza anche lei. Ride. Una risata sonora, argentina.

Inizia il gioco delle parti, la commedia delle schermaglie della seduzione.

Lei si schernisce, gli dice che potrebbe essere sua madre, che è sposata, che la sua vita è già abbastanza complicata e che non ha bisogno di complicarla ulteriormente.

Ma si vede che la cosa le piace, la stuzzica, la lusinga.

Alla fine il ragazzo le chiede il numero di cellulare. Lei tentenna un attimo, poi ridendo glielo dà.

Poco dopo il ragazzo scende e le dice: “Allora ci sentiamo. Ti chiamo”.

Subito dopo la donna inizia a chiamare tutte le sue amiche al telefono e racconta l’accaduto. Si vede che è al settimo cielo, sorpresa, contenta, eccitata come un’adolescente al primo incontro.

Sembrava di essere in una scena di un film di Fellini o ne Il Decameron di Pasolini. Desiderio e carnalità allo stato puro, nessuna censura, nessun senso del peccato. Solo due persone sconosciute che si attraevano e volevano incontrarsi al di là di ogni convenzione morale o sociale.

Chissà se i due si incontreranno mai.

Se incontro di nuovo in treno la donna glielo chiedo.

Gassman segreto

domenica, 22 giugno 2008

«Tu puoi anche esse’ un principe, ma ricordete sempre
che er nonno der nonno der nonno de tu’ nonno
prima d’esse nominato nobile
… era solo nò stronzo come l’artri!
»
(Vittorio Gassman, nel film Il conte Tacchia

Ho sempre avuto una particolare predilezione e passione per Vittorio Gassman, una passione che nel tempo è cresciuta sempre di più, animata da una certa empatia, affinità spirituale, che soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, quando il male oscuro della depressione lo avvolse in modo inesorabile, me ne fecero scoprire il lato più intimo e vulnerabile.

Lo ritengo l’attore più grande che il teatro e il cinema italiano abbiano probabilmente mai avuto.

Un genio assoluto, popolare e aristocratico al tempo stesso. Una forza della natura, irruenta, passionale, generosa, irridente, sarcastica. Animato sempre da un rigore intellettuale e una passione ardente. Un grande uomo.

Adesso, dagli archivi della moglie Diletta, sono state mostrate per la prima volta al pubblico le lettere, le riflessioni più intime, le note scritte su pagine di quaderno e pizzini dal grande attore.

Devo riconoscere che vedendo questo filmato, mi sono commosso. L’idea che mi ero fatto di Vittorio Gassman ne esce rafforzata. Me lo ha reso ancora più vicino e intimo se possibile.

Da adolescente conoscevo a memoria intere sequenze dei suoi film più belli e famosi: I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), Il sorpasso (1962), La marcia su Roma (1962), I mostri (1963), L’Armata Brancaleone (1966), solo per citarne alcuni.

A metà anni 90, registrai su videocassetta le sue famose letture della Divina Commedia di Dante. Un capolavoro assoluto, da brividi.

Possiedo il cofanetto di cd audio dell’Antologia personale di Vittorio Gassman, una raccolta delle poesie fra i maggiori poeti italiani dell’Ottocento e del Novecento, uscita nel 2000 per Luca Sossella editore e realizzato con le voci di Vittorio Gassman e altri grandi attori di teatro italiani.

Ogni tanto riascolto qualcuna delle poesie lette da Gassman, è ogni volta è un’emozione profonda.

Un paio di settimane fa, in occasione della morte del regista Dino Risi, ho rivisto il film I mostri, con Gassman e Ugo Tognazzi. In particolare il finale dell’ultimo episodio, La nobile arte, quello ambientato nel mondo del pugilato tra due poveri falliti, mi lascia ogni volta senza parole.

Il campo lungo sulla spiaggia desolata con Ugo Tognazzi che cerca di far volare goffamente un aquilone, sotto un cielo livido, per far divertire il suo amico Vittorio Gassman, che applaude scompostamente sulla sedia a rotelle, ridotto ad un bambino a causa dei danni cerebrali subiti nell’incontro di pugilato, è una delle sequenze più belle e amare del cinema italiano.

Ecco la prima parte dell’episodio La nobile arte:

Ed ecco l’ultima parte:

Addio ad Angese, maestro della satira

martedì, 12 febbraio 2008

Angese

Angese, all’anagrafe Sergio Angeletti, uno dei più grandi maestri della satira italiana è morto all’età di 56 anni, in seguito a una grave malattia durata tre mesi.

Lo ricorda oggi, in modo struggente e virile, sul blog che Angese curava e sul quale pubblicava con ammirevole costanza le sue vignette, l’amico Jacopo Fo che gli è stato vicino negli ultimi anni difficili, quando Angese ha dovuto combattere anche contro l’ostracismo dei mezzi di informazione che lo costrinsero a vivere in condizioni di difficoltà economica per la sua libertà di pensiero e propensione alla verità.

Scrive nell’articolo Jacopo Fo:
«Potremmo dire che è stato abbattuto mentre caricava a cavallo le trincee fortificate dei demoni. Sergio è stato un grande combattente per la libertà.
Uno che ha sempre messo la sua dignità di fronte alle convenienze.
Uno dei più grandi disegnatori italiani, giornalista e vignettista acuto, originale e geniale, al quale questo sistema di merda ha negato la possibilità di lavorare.
Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perché non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante. [...] E credo sia giusto dire che molto nella sua malattia ha pesato l’essere cacciato, esiliato, lasciato per anni senza lavoro [...]»

E ancora, prosegue Fo:
«Sergio ha collezionato una quantità incredibile di porte sbattute in faccia. L’unico lavoro che gli era restato era uno spazio quotidiano sulla Nazione-Resto del Carlino, pagato una cifra vergognosamente bassa.
Uno spazio concesso quasi con fastidio, in una situazione nella quale qualunque sua proposta veniva bruciata sul nascere.
Sopravviveva in quello spazio perché non aveva altro e non voleva smettere di raccontare, comunque, a un grande pubblico.
Un genio al quale è stato impedito di lavorare, di produrre le sue infinite idee.»

Voglio ricordare personalmente Angese con alcune delle sue più recenti e caustiche vignette:

Mutui subprime Mafia SpA ICI Modelli e modelle

Jacopo Fo conclude il suo sentito ricordo dell’amico Angese con una nota positiva:
«In quest’Italia di merda ci sono cose che funzionano in modo straordinario.
In questi 2 mesi e mezzo di agonia abbiamo avuto contatti con diversi ospedali e cliniche, pubbliche e private. E abbiamo trovato isole di efficienza e di malsanità [...]Nell’ultimo mese siamo finalmente approdati a una struttura pubblica assolutamente incredibile in Italia. Si tratta dell’Hospice di Perugia, clinica per le cure palliative, diretta dal professor Manlio Lucentini, con il quale collabora come psicologo il dottor Paolo Pannacci.
Si tratta di un luogo confortevole, colorato, con camere grandi per ogni singolo malato con un letto a disposizione di un parente. Sala da pranzo comune con libreria, divani, cucine a disposizione. Infermiere e dottori sono gentilissimi e presenti in modo premuroso e amorevole.
[...] Uno spazio umano dove Sergio ha potuto concludere con dignità la propria vita.
[...]»