
«L’umanità, bella parola piena di vento,
la divido in cinque categorie: gli uomini,
i mezz’uomini, gli ominicchi,
i pigliainculo e i quaquaraquà»
(Leonardo Sciascia – Il giorno della civetta)
È tempo di tornare a scrivere.
Scrivere per fare chiarezza. Scrivere per analizzare, sintetizzare, cogliere l’essenziale, fissare quello che sfugge, fermare quello che fugge.
Scrivere per scrutare dentro me stesso senza ipocrisie ed eliminare quello che di superfluo si è andato stratificando nel corso del tempo, mirare all’essenziale con cristallina lucidità e ritrovare il senso che era andato smarrito.
Scrivere per vivere. Vivere da uomo e da padre.
Scrivere per delineare una mia personale tavola dei valori, ritrovare i punti cardinali necessari ad orientarmi e trasmettere alle mie figlie la forza, la tenacia, l’umiltà e il coraggio necessari ad affrontare la vita con dignità.
Giacchè, come diceva Nietzsche: «Il mondo è divenuto ancora una volta per noi “infinito”: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite». (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882).
Scrivere, infine, per reagire alla barbarie, al vuoto totale di valori e al degrado morale, sociale, politico e culturale che ci sommerge in tutti i settori, dal lavoro alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni.
Scrivere come atto individuale e solitario di ribellione, se vogliamo come atto politico, nei confronti di una società che celebra l’ignoranza, l’egoismo sfrenato, l’arroganza e la sopraffazione come valori supremi. Una società in cui, per usare le parole di Sciascia, ”gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà” dominano incontrastati.
Sono rimasto per mesi ammutolito, nauseato dall’inverecondo e grottesco teatro di una scena politica italiana dominata da un guitto di teatro malamente imbellettato, un vecchio satiro di scarso intelletto e grande capacità delinquenziale che ha ammaliato e soggiogato quel che rimane delle menti di gran parte degli italiani.
Preoccupato dalla gravità della crisi economica internazionale e delle sue pesantissime ripercussioni a livello sociale soprattutto sui giovani, turbato e amareggiato dalle ferite gravissime inferte all’ambiente causate dalla sfrenata ricerca del profitto a tutti i costi, sono rimasto a lungo incapace di commentare qualunque fatto politico o di attualità senza evitare di usare il turpiloquio più greve e volgare, e per questo rinunciandoci a priori.
Adesso, ho deciso reagire, di ripartire da me. L’occasione della svolta, troppo a lungo nell’aria e rimandata, mi è stata offerta ancora una volta da un breve ma intenso periodo di malessere fisico, da un corto circuito fisico e psichico, un blackout che costringe a recidere tutti i legami col mondo esterno, lavoro, famiglia, doveri. E rimani solo, a fare i conti con te stesso, in modo duro e spietato.
Due giorni di febbre a 40 passati nel letto, in quasi totale solitudine, senza mangiare, in una sorta di stato alterato della coscienza, un dormiveglia continuo inframmezzato da sogni, immagini ipnagogiche, deliri febbrili, ragionamenti lucidi e visioni psichedeliche.
Sono sempre stato convinto del grande valore terapeutico e riequilibratore che la malattia ha sulla nostra psiche. Non è infatti un caso che questa società psicotica tenda proprio a rimuovere la malattia e ridurre i tempi di convalescenza. Per evitare che uno si fermi a pensare e riflettere sulla vita che fa.
La malattia ha in sè qualcosa di profondamente rivoluzionario e destabilizzante per la società, un po’ come l’amore. Manda in frantumi tutto. E ben lo sanno i malati di malattie gravi, come i tumori. Paradossalmente la malattia può anche curare, ti aiuta a vivere in modo più genuino e autentico.
Durante quei due giorni di febbre alta, la seconda notte mi sono svegliato col cuore in gola perché avevo una sorta di allucinazione psichedelica talmente forte che credevo di essere preda di qualche effetto collaterale di interazione tra farmaci (antibiotici, antistaminici per l’allergia e paracetamolo): un puzzle caleidoscopico dai colori vivissimi e lucenti, continuamente trascoloranti che si aggrovigliavano in un vortice inarrestabile davanti a me che mi impediva di dormire, una roba che credo nemmeno Jimi Hendrix sotto gli effetti dell’LSD avrebbe dimenticato, una visione talmente forte che anche da sveglio mi faceva dubitare di esserlo.
Sono riuscito a riprendere sonno solo all’alba. All’indomani, provato dalla febbre e dalla notte insonne, ad un certo punto mi sono detto: “Ma unni minchia stai iennu, Turi? Ma chi minchia stai faciennu? Ma pirchì nun ti fiermi? Ma chi ti cridi di esseri? ‘Na machina? Ma u sai ca magari i miegghiu machini si rumpunu? Di buottu?”
Per fuggire al vuoto dell’esistenza mi son rifugiato nel lavoro, nella musica, nello studio della chitarra, come altri si attaccano alla bottiglia. In tanti, in troppi lo fanno. Io mi sono stufato.
Sono nauseato dal chiacchiericcio petulante e inconcludente dei tanti che su Facebook cercano di esorcizzare il proprio vuoto esistenziale nascondendosi dietro frasi banali e stereotipate che girano come micidiali catene di Sant’Antonio, mi sono rotto i coglioni di una società la cui massima espressione di creatività ed espressione individuale è fare lo ”Share” o l’”I like” su Facebook di qualunque cazzata venga proposta dal primo imbecille, voci che urlano inascoltate nella tempesta. Mi sono fracassato i cabbasisi.
È tempo di tornare a riappropriarmi degli spazi della mia vita per troppo tempo oppressi e soffocati dai falsi doveri e obblighi sociali che ci costruiamo come un’ipocrita corazza protettiva per evitare di rispondere alle domande che emergono dal nostro profondo.
So quello che voglio fare e come farlo, ce l’ho chiaro da un bel po’ di tempo. Adesso si tratta di mettere in pratica i progetti a cui tengo veramente, approfittando del fatto che quest’estate avrò un po’ più di tempo libero, visto che le bambine saranno al mare dai miei in vacanza.
In fondo, visto che di lavoro faccio il Project Manager, mi viene anche fin troppo facile: ho un progetto, ho degli obiettivi ben determinati e specifici da raggiungere, mi faccio un piano e lo eseguo con tenacia e determinazione fino alla fine. Anche quello che si fa di lavoro può risultare utile nella vita…
Mi viene in mente un’espressione che usai più di tre anni fa, quando aprii questo blog, giocando sull’assonanza e contaminazione di senso fra Ermeneuta e Eternauta:
L’ermeneuta è “il vagabondo delle infinite e sempre possibili interpretazioni, il triste e solitario pellegrino delle descrizioni provvisorie, delle ipotesi temporanee“.
Da oggi riprendo il mio vagabondare per tornare ad essere uomo.
Concludo con le parole di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta (1961).
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»