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Walk to the water – U2

mercoledì, 18 gennaio 2012

Walk to the water è una delle più belle e meno conosciute canzoni degli U2.

Scritta nel 1987 è stata pubblicata unicamente come b-side del 45 giri che conteneva With or Without You come canzone principale.

In seguito è stata pubblicata nella raccolta “The Best of 1980-1990“, il primo greatest hits degli U2, uscito nei negozi nel novembre del 1998 in una versione a tiratura limitata che conteneva un ulteriore cd con all’interno le B-sides del periodo.

Walk to the water è uno dei più begli esempi di quel sound ipnotico, liquido e onirico che caratterizza gli U2 della metà degli anni 80, enfatizzato dai liquidi fraseggi della chitarra di The Edge e dalla calda e suadente voce di Bono.

Ho ascoltato il brano per la prima volta nella versione della raccolta “The Best of 1980-1990“, che comprai ai tempi nel 1998  insieme alla mia compagna. Ne fui folgorato, e tuttora rappresenta per me una canzone speciale che racchiude emozioni profonde, ricordi personali e sensazioni molto belle e forti che porterò per sempre dentro di me.

Dedicato a una persona speciale che ha cambiato per sempre la mia vita. Un giorno cammineremo verso l’acqua nuovamente insieme.

 

WALK TO THE WATER – U2

She said it wasn’t cold
She left her coat at home that day.
She wore canvas shoes, white canvas shoes.
Around her neck she wore a silver necklace.
“It was given to me by my father.” she said.
“That was given to me.”
She took the back way home
Passed the lights at Summer Hill
Turned left onto the North Strand and on
On towards the sea.

He said he was an artist
But he really painted billboards
In large capital letters.
In large capital letters.
He was telling jokes
Nobody else would listen to him.

I saw you that day, your lips of cherry red
Your legs were crossed, your arms wide open
Your hair was coloured gold
And like a field of corn
You were blown by the wind
You were blown by the wind.

Walk, walk, walk
To the water.
Walk with me awhile.
Walk, walk, walk
To the water.
Walk with me
In the light.

A room in the Royal Hotel
With sea-facing views.
A man with a suitcase
Full of things he doesn’t need.
I’m looking through your window
I’m walking through your doorway.
I’m on the outside let me in.
Let me love you
Let me love you
Let me.

Walk, walk, walk
To the water.
Walk with me, yeah.
Walk, walk, walk
To the roadside
Walk with me awhile.

(trad.) CAMMINA VERSO L’ACQUA

Lei disse che non era freddo
Aveva lasciato il suo cappotto a casa quel giorno
Indossava scarpe di tela, scarpe di tela bianca
Attorno al suo collo aveva una collana d’argento
‘Mi è stata regalata da mio padre’ disse
‘Mi è stata regalata’
Prese la strada per tornare a casa
Passò le luci a Summer Hill
Girò a sinistra sulla Riva Nord e andò oltre
Oltre verso il mare

Lui diceva di essere un artista
Ma in verità dipingeva cartelloni
In grandi lettere maiuscole
In grandi lettere maiuscole
Stava raccontando barzellette
Nessun’altro lo avrebbe ascoltato

Io ti vidi quel giorno, le tue labbra di rosso ciliegia
Le tue gambe erano incrociate, le tue braccia spalancate
I tuoi capelli erano colorati d’oro
E come un campo di granturco
Eri spazzata dal vento
Eri spazzata dal vento

Cammina, cammina, cammina
Verso l’acqua
Cammina con me per un po’
Cammina, cammina, cammina
Verso l’acqua
Cammina con me
Nella luce

Una camera al Royal Hotel
Con veduta sul mare
Un uomo con una valigia
Piena di cose che non gli servono
Sto guardando attraverso la tua finestra
Sto attraversando il tuo ingresso
Sono all’esterno lasciami entrare
Lascia che ti ami
Lascia che ti ami
Lasciami

Cammina, cammina, cammina
Verso l’acqua
Cammina con me, sì
Cammina, cammina, cammina
Verso il bordo della strada
Cammina con me per un po’

 

E nemmeno un rimpianto

martedì, 27 dicembre 2011

Questa non è una recensione. È la pregustazione di un’aspettativa, il sogno di una promessa fatta baluginare dalla foto di copertina e da poche note, l’immaginazione di una storia che non è stata ancora letta e che come tale è ancora potenzialmente infinita.

(continua…)

Ramblin’ on my mind … into the wild… in Skye

giovedì, 23 giugno 2011

Ieri sera, per una serie di fatti e coincidenze fortuite, di quelle che ti fanno riflettere seriamente sull’apparente casualità degli eventi della vita, ho avuto un’illuminazione sul senso del mio viaggio sull’Isola di Skye in Scozia, a contatto con la natura selvaggia e il mio io, senza nessun altro ostacolo a frapporsi nel mezzo. Into the wild, come nel film di Sean Penn.

E ho capito quello che questo viaggio rappresenta per me, cosa che forse non mi era del tutto chiara a livello conscio, almeno nelle sue risonanze profonde e associazioni fra aspetti della mia vita degli ultimi tempi. Si tratta di uno di quegli eventi che probabilmente ha a che fare con la sincronicità, con quelle coincidenze misteriose di cui parlava Jung e su cui avevo scritto tempo fa in questo post.

(continua…)

Un primo maggio da Eternauta

lunedì, 2 maggio 2011

Il primo titolo che mi è venuto in mente per questo post era “Un primo maggio di merda”.

Poi, complice la stanchezza e un certo senso di apatico distacco e di serena rassegnazione che man mano nel corso della giornata si andavano insinuando in me, ma soprattutto grazie a uno di quei magici momenti in cui veniamo all’improvviso fulminati da una visione che dura pochi attimi ma che nella mente si staglia fulgida come un lampo che rischiara la notte, ho deciso di cambiarlo in “Un primo maggio da Eternauta”.

(continua…)

The Wind Cries Mary – Jimi Hendrix

martedì, 18 gennaio 2011

«Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife
And the wind, it cries Mary»

Una delle ballate più belle, dolci e malinconiche di Jimi Hendrix.

La amo da sempre questa canzone.

Ogni uomo ha la sua Mary da qualche parte. E nelle notti solitarie si può udire il vento sussurrarne il nome. E a volte piangerla.

The Wind Cries Mary

After all the jacks are in their boxes
and the clowns have all gone to bed
You can hear happiness staggering on down the street
footsteps dressed in red

And the wind whispers Mary

A broom is drearily sweeping
up the broken pieces of yesterdays life
Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife

And the wind, it cries Mary

The traffic lights they turn blue tomorrow
and shine their emptiness down on my bed
The tiny island sags down stream
’cause the life that lived is, is dead

And the wind screams Mary

Will the wind ever remember
the names it has blown in the past?
And with this crutch, its old age, and its wisdom
it whispers “no, this will be the last

And the wind cries Mary

(trad. it) Il vento piange Mary

Dopo che tutti i pupazzi sono nelle loro scatole
E i clown sono tutti andati a letto
Puoi sentire la felicità che vacilla giù in strada
Impronte vestite in rosso

E il vento sussurra Mary

Una scopa spazza tristemente
I pezzi rotti della vita di ieri
Da qualche parte una regina sta piangendo
Da qualche parte un re non ha moglie

E il vento piange Mary

I semafori si accendono di tristezza domani
E brilla il loro vuoto sul mio letto
La minuscola isola cede sotto la corrente
Perchè la vita che c’era li è morta

E il vento grida Mary

Riuscirà il vento a ricordare
I nomi che ha soffiato nel passato?
E col suo bastone, la sua vecchiaia e la sua saggezza
Sussurra “No, questo sarà l’ultimo”

E il vento piange Mary

Son tornato

giovedì, 13 gennaio 2011

bicicletta-sulla-spiaggia-di-noordwijk-olanda

Lo confesso. Non scrivere mi è costato. Ma mi era necessario. Chiamiamolo una sorta di lungo e salutare digiuno terapeutico.

Ma adesso, dopo oltre cinque mesi di silenzio dal mio ultimo post pubblicato sul blog, da stasera son tornato a scrivere nuovamente. E ho intenzione di continuare a farlo con frequenza regolare e ravvicinata.

Sono stati cinque mesi in cui sono stato assorbito dagli impegni del lavoro e dalle mille faccende familiari quotidiane da sbrigare nel poco tempo libero che ho a disposizione.

Il fatto di non poter dedicare il tempo e la cura che ritenevo necessari per scrivere in modo soddisfacente i miei post - che prima di tutto devono piacere a me stesso - mi ha pian piano allontanato e infine fatto desistere dallo scrivere, come preso da una sorta di indolente apatia.

Alcune sere iniziavo a scrivere un post, poi dopo un po’, insoddisfatto, lo cancellavo e mi dicevo: – “Vabbè, scriverò domani o nel fine settimana“. E nel frattempo i giorni passavano e si accumulavano, come le settimane. Si infrangevano barriere reali e psicologiche: il primo mese passato senza scrivere, poi due mesi, e così via fino ad arrivare ad oggi.

I pensieri estemporanei, i video musicali da postare in base all’umore del momento li pubblicavo su Facebook che in questo senso, data la sua natura intrinseca di grande cloaca mondiale in tempo reale delle seghe mentali di oltre 500 milioni di persone, svolgeva una funzione di utile valvola di sfogo alle sensazioni, ai pensieri e – perché no? – alle cazzate  che mi affollavano la mente e che non ritenevo degni di essere pubblicati sul blog.

Scrivere su Facebook è come trovarsi in una grande piazza affollata di gente dove ognuno cerca di parlare agli altri per farsi notare e alla fine si trova costretto ad alzare sempre più la voce parlando di argomenti sempre più futili e banali per attirare l’attenzione. Quello che si scrive al mattino è già vecchio nel pomeriggio, travolto dall’assordante rumore di decine e decine di post che si accavallano e sovrappongono freneticamente e disordinatamente, sparendo senza quasi lasciare tracce dopo una giornata, come evaporati, dissolti.

Io cercavo invece di scrivere qualcosa che valesse la pena di tornare a rileggere, anche dopo mesi. Ma non ne avevo il tempo, o forse in verità nemmeno l’energia e la lucidità necessaria.

Il principio fondamentale a cui mi sono sempre ispirato per decidere se un mio post avesse i requisiti necessari per essere pubblicato è semplice: mi deve innanzitutto piacere e dare piacere nello scrivere, ma soprattutto deve darmi la sensazione di essere degno di essere riletto a distanza di tempo, mantenendo intatta la sua valenza.

E per tutta una serie di motivi in questi cinque mesi non mi sono trovato nelle condizioni di scrivere qualcosa che mi soddisfacesse abbastanza  e che rispettasse questi criteri.

Forse avevo semplicemente bisogno di ritirarmi alcuni mesi in una dimensione più intima e privata, personale e riservata per staccarmi da tutto e ritrovare prima di tutto me stesso, e riscoprire poi nuovamente la voglia di raccontare, il piacere di narrare.

In compenso mi sono dedicato intensamente a suonare e studiare la chitarra. Suonare è una delle cose più belle che ci siano… Ma ci sarà tempo nelle prossime settimane di parlare anche di questo…

Il lato forse più bello e inaspettato di questo mio silenzio è il fatto che molti lettori che nemmeno conoscevo mi hanno scritto privatamente delle email chiedendomi perchè mai non scrivessi più sul blog, o per accertarsi che stessi bene e non mi fosse successo niente di spiacevole. Per non parlare dei miei amici che mi chiedevano: “Tutto bene? Ci sono dei problemi? Come mai hai abbandonato il blog?”

Non ho abbandonato il blog. Diciamo che mi sono preso una salutare pausa di riflessione e di riposo. Per recuperare lucidità e freschezza. Ma soprattutto per tornare a riacquistare il piacere di scrivere.

Avevo anche fin troppe cose da dire, ma riconoscevo che non ero in grado di dirle come avrei voluto. Adesso sì.

Ho tanti progetti e idee nuove in testa. Ci sarà modo di parlarne nelle prossime settimane.

P.S. Già che ci siamo, ho inserito il pulsante “Like” di Facebook alla fine di ogni articolo. Aiutatemi a capire se funziona. :-)

È tempo di tornare a scrivere

lunedì, 7 giugno 2010

valle-ippari

«L’umanità, bella parola piena di vento,
la divido in cinque categorie: gli uomini,
i mezz’uomini, gli ominicchi,
i pigliainculo e i quaquaraquà
»
(Leonardo Sciascia – Il giorno della civetta) 

È tempo di tornare a scrivere.

Scrivere per fare chiarezza. Scrivere per analizzare, sintetizzare, cogliere l’essenziale, fissare quello che sfugge, fermare quello che fugge.

Scrivere per scrutare dentro me stesso senza ipocrisie ed eliminare quello che di superfluo si è andato stratificando nel corso del tempo, mirare all’essenziale con cristallina lucidità e ritrovare il senso che era andato smarrito. 

Scrivere per vivere. Vivere da uomo e da padre.

Scrivere per delineare una mia personale tavola dei valori, ritrovare i punti cardinali necessari ad orientarmi e trasmettere alle mie figlie la forza, la tenacia, l’umiltà e il coraggio necessari ad affrontare la vita con dignità.

Giacchè, come diceva Nietzsche: «Il mondo è divenuto ancora una volta per noi “infinito”: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite». (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882).

Scrivere, infine, per reagire alla barbarie, al vuoto totale di valori e al degrado morale, sociale, politico e culturale che ci sommerge in tutti i settori, dal lavoro alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni.

Scrivere come atto individuale e solitario di ribellione, se vogliamo come atto politico, nei confronti di una società che celebra l’ignoranza, l’egoismo sfrenato, l’arroganza e la sopraffazione come valori supremi. Una società in cui, per usare le parole di Sciascia, ”gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà” dominano incontrastati.

Sono rimasto per mesi ammutolito, nauseato dall’inverecondo e grottesco teatro di una scena politica italiana dominata da un guitto di teatro malamente imbellettato, un vecchio satiro di scarso intelletto e grande capacità delinquenziale che ha ammaliato e soggiogato quel che rimane delle menti di gran parte degli italiani.

Preoccupato dalla gravità della crisi economica internazionale e delle sue pesantissime ripercussioni a livello sociale soprattutto sui giovani, turbato e amareggiato dalle ferite gravissime inferte all’ambiente causate dalla sfrenata ricerca del profitto a tutti i costi, sono rimasto a lungo incapace di commentare qualunque fatto politico o di attualità senza evitare di usare il turpiloquio più greve e volgare, e per questo rinunciandoci a priori.

Adesso, ho deciso reagire, di ripartire da me. L’occasione della svolta, troppo a lungo nell’aria e rimandata, mi è stata offerta ancora una volta da un breve ma intenso periodo di  malessere fisico, da un corto circuito fisico e psichico, un blackout che costringe a recidere tutti i legami col mondo esterno, lavoro, famiglia, doveri. E rimani solo, a fare i conti con te stesso, in modo duro e spietato.

Due giorni di febbre a 40 passati nel letto, in quasi totale solitudine, senza mangiare, in una sorta di stato alterato della coscienza, un dormiveglia continuo inframmezzato da sogni, immagini ipnagogiche, deliri febbrili, ragionamenti lucidi e visioni psichedeliche.

Sono sempre stato convinto del grande valore terapeutico e riequilibratore che la malattia ha sulla nostra psiche. Non è infatti un caso che questa società psicotica tenda proprio a rimuovere la malattia e ridurre i tempi di convalescenza. Per evitare che uno si fermi a pensare e riflettere sulla vita che fa.

La malattia ha in sè qualcosa di profondamente rivoluzionario e destabilizzante per la società, un po’ come l’amore. Manda in frantumi tutto. E ben lo sanno i malati di malattie gravi, come i tumori. Paradossalmente la malattia può anche curare, ti aiuta a vivere in modo più genuino e autentico.

Durante quei due giorni di febbre alta, la seconda notte mi sono svegliato col cuore in gola perché avevo una sorta di allucinazione psichedelica talmente forte che credevo di essere preda di qualche effetto collaterale di interazione tra farmaci (antibiotici, antistaminici per l’allergia e paracetamolo): un puzzle caleidoscopico dai colori vivissimi e lucenti, continuamente trascoloranti che si aggrovigliavano in un vortice inarrestabile davanti a  me che mi impediva di dormire, una roba che credo nemmeno Jimi Hendrix sotto gli effetti dell’LSD avrebbe dimenticato, una visione talmente forte che anche da sveglio mi faceva dubitare di esserlo.

Sono riuscito a riprendere sonno solo all’alba. All’indomani, provato dalla febbre e dalla notte insonne, ad un certo punto mi sono detto: “Ma unni minchia stai iennu, Turi? Ma chi minchia stai faciennu? Ma pirchì nun ti fiermi? Ma chi ti cridi di esseri? ‘Na machina? Ma u sai ca magari i miegghiu machini si rumpunu? Di buottu?”

Per fuggire al vuoto dell’esistenza  mi son rifugiato nel lavoro, nella musica, nello studio della chitarra, come altri si attaccano alla bottiglia. In tanti, in troppi lo fanno. Io mi sono stufato.

Sono nauseato dal chiacchiericcio petulante e inconcludente dei tanti che su Facebook cercano di esorcizzare il proprio vuoto esistenziale nascondendosi dietro frasi banali e stereotipate che girano come micidiali catene di Sant’Antonio, mi sono rotto i coglioni di una società la cui massima espressione di creatività ed espressione individuale è fare lo ”Share” o l’”I like” su Facebook di qualunque cazzata venga proposta dal primo imbecille, voci che urlano inascoltate nella tempesta. Mi sono fracassato i cabbasisi.

È tempo di tornare a riappropriarmi degli spazi della mia vita per troppo tempo oppressi e soffocati dai falsi doveri e obblighi sociali che ci costruiamo come un’ipocrita corazza protettiva per evitare di rispondere alle domande che emergono dal nostro profondo.

So quello che voglio fare e come farlo, ce l’ho chiaro da un bel po’ di tempo. Adesso si tratta di mettere in pratica i progetti a cui tengo veramente, approfittando del fatto che quest’estate avrò un po’ più di tempo libero, visto che le bambine saranno al mare dai miei in vacanza.

In fondo, visto che di lavoro faccio il Project Manager, mi viene anche fin troppo facile: ho un progetto, ho degli obiettivi ben determinati e specifici da raggiungere, mi faccio un piano e lo eseguo con tenacia e determinazione fino alla fine. Anche quello che si fa di lavoro può risultare utile nella vita…

Mi viene in mente un’espressione che usai più di tre anni fa, quando aprii questo blog, giocando sull’assonanza e contaminazione di senso fra Ermeneuta e Eternauta:

L’ermeneuta è “il vagabondo delle infinite e sempre possibili interpretazioni, il triste e solitario pellegrino delle descrizioni provvisorie, delle ipotesi temporanee“.

Da oggi riprendo il mio vagabondare per tornare ad essere uomo.

Concludo con le parole di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta (1961).

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

Pasqua sotto la neve

lunedì, 5 aprile 2010

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Sono stato due giorni in montagna con le bambine. Sabato e domenica di Pasqua.

Non avevo idea di dove andare. La prospettiva di trascorrere il periodo delle feste pasquali in casa con le bambine non era certo delle più allettanti. Avrebbe messo seriamente a rischio la mia salute mentale. Due piccole donne contro un uomo solo, non c’è partita. Persa in partenza.

Per cui venerdi mattina stavo cercando ispirazione su internet per la “fuga”. Nessuna meta in mente, solo il desiderio di andare via da qualche parte. Mare o montagna? Nord o sud? Sapevo che il tempo sarebbe stato brutto qui al nord, era prevista pioggia in abbondanza, per cui cercavo un posto vicino senza poi costringermi a rimanere intrappolato nel traffico per ore.

Mentre mi barcamenavo fra questi dilemmi esistenziali senza venirne fuori, ad un certo punto becco on  line sulla chat di Facebook il mio amico Gaetano – ecco che serve a qualcosa, in fondo, Facebook  :-) – che visto il mare di incertezza in cui annaspavo mi lancia subito un salvagente inaspettato.

Destinazione Campodolcino, un paesino di mille abitanti in Valle Spluga, provincia di Sondrio, a poco più di mille metri di altezza, poco prima di Madesimo, famosa per gli sport invernali.

Mi sembra l’ideale. Distante appena 120 km, fuori dalle direttrici principali del traffico, posto tranquillo e dalle descrizioni molto bello. La prospettiva di pranzare a base di pizzoccheri, bresaola, funghi porcini e selvaggina mi toglie ogni altro indugio.

Riesco a prenotare in meno di dieci minuti una camera in un bell’hotel che mi ispira subito per le foto che vedo sul sito web. Problema risolto. Lo dico subito alle bambine che sono entusiaste.

Nel pomeriggio di venerdi, mentre preparo la valigia (poche cose, ma con due bambine bisogna essere previdenti ed essenziali al tempo stesso) mi chiedo:
Ma non è che devo portarmi le catene da neve? Ma no! Siamo già ad Aprile! Mica stiamo andando al Polo Nord!”

Per avere informazioni certe e in tempo reale telefono nuovamente al gestore dell’hotel che mi risponde:
Guardi, oggi è una splendida giornata, c’è stata giusto una spruzzatina di neve nella notte sulle cime, ma niente di particolare“.

Mi tranquillizzo,  ma alla fine, come in balìa di un presentimento, complice sicuramente la mia natura di uomo del sud, anzi di isolano cresciuto al mare, mi decido a portare lo stesso le catene. Mai decisione si rivelò più saggia!

Partiamo sabato mattina in auto, fra la pioggia, e arriviamo a Campodolcino verso le undici, con una pioggerellina insistente. Verso ora di pranzo la pioggia si è trasformata in una nevicata lieve lieve, che dona un fascino e un’atmosfera particolare al paese, quasi natalizia. Andiamo a mangiare in un “crotto” un ristorante tipico.

Nel primo pomeriggio smette di nevicare e vado in giro nei sentieri a fare delle foto. Il paesaggio è spettacolare, con le rocce scure e i dirupi selvaggi. L’albergo, che sta un po’ fuori dal paese in posizione isolata, ma sulla strada principale, sorge ai piedi di una montagna che incute timore per le sue alte cime, minacciose e coperte dalle nubi. Noto che l’albergo, da una certa angolazione, ricorda un poco l’Overlook Hotel del film Shining. Scatto delle foto.

Il laghetto di Prestone Vette fra i boschi L'hotel da un'insolita prospettiva

Dopo saliamo fino a Madesimo, 1.500 metri, dove nevica un po’ di più e la gente scia sulle piste. Torniamo giù a Campodolcino.

La sera, poco prima della cena in albergo, ricomincia a nevicare. Nevica fittamente, a falde larghe che ricoprono rapidamente tutto il paesaggio e le cose.

Sentieri fra i boschi Comincia a nevicare Abeti sotto la neve

Sono tranquillo perché ceneremo sul posto, e non devo muovermi in auto. Ma inizio a pensare all’indomani. Al ritorno. La strada fino a Chiavenna ha circa 10 km di ripidi tornanti in discesa, con dirupi e precipizi ai lati. Non propriamente il percorso ideale da fare in auto quando nevica.

Dopo cena la neve continua a cadere ancora, ma in fondo non in modo preoccupante. Le strade sono ancora praticabili. Usciamo con le bambine a fare delle foto, e poi alla fine, dopo essere stati un’oretta a giocare a carte nella “Stube” dell’albergo (un caratteristico ambiente con tipico arredamento di montagna in legno) le bambine a bere tisane e io a bere grappa, andiamo a letto.

Giocando sotto la neve fuori dall'hotel Paesaggio innevato Abeti sotto la neve

La notte non dormo molto bene, ho un presentimento. Mi sveglio alle 5 di mattina, apro la finestra del bagno e mi trovo davanti ad uno spettacolo mozzafiato. Tutto è ricoperto da una spessa coltre di neve. Nella notte saranno caduti 60 cm di neve fresca, e nevica ancora. Ritorno a letto sperando che per le dieci tutto sia finito.

Vana speranza. Alle 10 nevica ancora fortemente.

Rimaniamo nella calda e accogliente hall dell’albergo, dalla cui vetrata assisto alle scenette di automobilisti imprudenti che, pur dotati di pneumatici da neve, rimangono impantanati fra la neve. La strada, tra l’altro, è in discesa.

Fuori dall'hotel auto in panne Auto bloccate fra la neve Ci si prepara a partire

Alla fine, verso mezzogiorno, vedendo che non smette di nevicare, mi decido. Il termometro fuori indica una temperatura di-2 gradi. Tutto è ricoperto di neve. Lo scenario perfetto per un bel Natale in montagna. Solo che è Pasqua!

Ripulisco ben bene la mia auto, praticamente sommersa dalla neve (le ruote nemmeno si vedevano e non riuscivo nemmeno ad aprire gli sportelli) e mi apro con la pala un sentiero fino all’imbocco nella strada. Monto le catene da neve, imbarco le bambine e,  fradicio di neve e acqua e un po’ nervoso, con lo stesso spirito di avventura dei pionieri delle prime esplorazioni del Polo Sud, parto.

La strada è quasi deserta sotto la fitta nevicata, solo qualche mezzo dotato di catene va avanti, alcune auto sono ferme ai bordi. Io, lentamente procedo, e man mano acquisto maggiore fiducia nelle capacità di controllo del mezzo.

Finalmente, dopo 5-6 km di tornanti, una volta arrivati più a bassa quota, smette di nevicare. Solo nevischio misto a pioggia, e la strada è di nuovo praticabile. Pericolo scampato. Tolgo le catene in uno spiazzo ai lati di un antico santuario e riparto. Mai la prospettiva di arrivare in pianura mi è sembrata tanto attraente.

In viaggio sotto la neve Ormai fuori dalla nevicata Paesaggio a valle sotto la pioggia

Dopo una mezzora ci fermeremo a mangiare a valle, in un caratteristico ristorante. Nessuna traccia di neve, solo pioggia che bagna il verde brillante dei prati.

Ripenso al paesaggio invernale e alla tormenta di neve di appena mezzora prima e mi sembra tutto un sogno. Un bel sogno in fondo.

Oggi lunedi di Pasqua splende un bel sole.

One – U2

lunedì, 18 gennaio 2010

Due anni.

E mi sembra sia passato solo un giorno.

La nostra canzone, come fosse ancora ieri.

Parto…

mercoledì, 30 dicembre 2009

mare-olanda-inverno

Finalmente domani parto. Vado una settimana in Olanda, in riva al mare, a Noordwijk aan Zee per la precisione, che in primavera è un’esplosione di colori per le sue distese di tulipani nelle campagne circostanti.

Il bungalow si trova in un residence a meno due chilometri in linea d’aria dal mare, immerso fra gli alberi, le dune e la tipica vegetazione del posto.

Parto in auto l’ultimo giorno dell’anno, assieme alle bambine. Mi intriga come sempre l’idea del viaggio in sè, il fatto di attraversare mezza Europa, di tornare in posti a cui sono particolarmente legato e che rappresentano molto per me.

Un viaggio la cui dimensione principale è come sempre quella interiore. E che si arricchisce di un sapore particolare per il fatto di essere fatto l’ultimo giorno dell’anno.

Porterò con me anche la chitarra, che ormai da sei mesi è diventata una fedele compagna e da cui mi rendo conto che faccio fatica a separarmi. Una magnifica ossessione.

Di giorno le passeggiate in riva al mare con le bambine, le visite a parenti ed amici, le gite ad Amsterdam, Leiden e le isole Frisoni (devono essere uno spettacolo d’inverno: cercherò di catturarne l’essenza con la mia fotocamera), la notte la musica della chitarra e il suono del mare a tenermi compagnia.