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Un nuovo inizio

martedì, 16 ottobre 2012

Non so se i sogni premonitori esistano veramente, ma credo che quando lo stato di controllo della veglia si allenta e cede il passo al ribollire tumultuoso delle immagini che si agitano nel nostro inconscio, allora in quei casi riacquistiamo nuovamente quella capacità atavica e primordiale, quasi magica, di avvertire in anticipo, pre-sentendolo quello che sta per accaderci.

O forse ci predisponiamo in una tale modalità di ascolto profondo e di apertura verso la vita perché quello che vogliamo e desideriamo fortemente ci accada davvero.

L’inconscio si esprime per immagini – sosteneva Jung – e bisogna saperlo ascoltare.

A volte nella vita ci sono delle coincidenze misteriose e ineffabili che ci lasciano senza fiato e senza spiegazioni razionali, ma che nelle logiche misteriose che caratterizzano il funzionamento del nostro inconscio sono perfettamente chiare. Bisogna solo saperle ascoltare, senza remore, senza resistenze, e viverle nel senso più pieno della parola, con gioioso abbandono ed entusiasmo,  senza paura, né di aprirsi al futuro né di chiudere con il passato.

Adesso mi rendo conto che nel sogno bellissimo che ho descritto in questo post e nell’interpretazione che ne ho dato, ho sentito chiaramente con quattro giorni di anticipo quello che stava per accadermi.

Quel sogno era prefigurazione di un grande cambiamento nella mia vita per cui ero pronto già da tempo, ma che adesso si stava per avverare.

Il mio corpo, il mio inconscio me lo comunicava sotto forma di immagini oniriche, ma il significato era chiarissimo. Energie profonde e potenti che si mettevano di nuovo in movimento per una nuova vita, un nuovo inizio luminoso e ricco di promesse. Che chiudevano un ciclo e ne aprivano un altro.

«Nella regione di Kamigata è diffuso una specie di cestino da pranzo intrecciato che si usa un solo giorno, nelle passeggiate campestri. Al ritorno i gitanti se ne liberano calpestandolo. La fine è importante in tutte le cose» (Hagakure)

Peperoncino Habanero, Rimbaud e la veggenza

sabato, 1 settembre 2012

« Il s’agit d’arriver à l’inconnu
par le dérèglement de tous les sens»
Arthur Rimbaud

Stasera ho avuto un’esperienza multisensoriale – visiva, olfattiva, gustativa, tattile e anche uditiva – di quelle che mi mancavano. Vissuta con consapevolezza, ma anche con un pizzico d’incoscienza e senso della sfida da adolescente. Immaturo diranno in molti :-) .

Ci ho scherzato un poco sopra, mi è venuto in mente, per un singolare gioco di associazioni, il celebre passo in cui Arthur Rimbaud, scrivendo una lettera a Georges Izambard, parla della necessità di farsi poeta e “veggente”, e di arrivare all’ignoto attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi.

Effettivamente dopo l’intensa e sregolata esperienza sensoriale, mi sono un po’ ritrovato ai confini della realtà. Ho avuto lacrime di piacere e c’è mancato poco che iniziassi a comporre versi densi di simbolismo oscuro e arcano, come un poeta maledetto e veggente della Parigi fascinosa della seconda metà dell’Ottocento.

In fondo se il mio amato Baudelaire ha composto i suoi I paradisi artificiali descrivendo le sensazioni provate dopo l’assunzione di hashish, oppio e vino, io potrei benissimo comporre i miei “Gli inferni artificiali” in preda alla piccantezza feroce del peperoncino Habanero.

Ma veniamo ai fatti. Oggi pomeriggio sono andato a fare la spesa al supermercato, e fra un settore e l’altro della frutta e verdura la mia attenzione è stata catturata in modo quasi istantaneo da un piccolo contenitore in plastica contenente dei bellissimi e coloratissimi peperoncini. Non potevo credere ai miei occhi, erano veramente i leggendari peperoncini piccanti della varietà Habanero, considerata fino a pochi anni fa la più piccante del mondo!

Ne avevo sempre sentito parlare ma non ero mai riusciti a trovarli e favoleggiavo sul loro gusto e la loro piccantezza. Adesso per meno di tre euro potevo portarmeli a casa. Ovviamente li ho comprati.

Stasera verso le nove, non avevo mangiato perchè non avevo fame, ho provato ad assaggiarne uno. Ho preso quello arancione, pensando fosse meno piccante del rosso. Ho scoperto in seguito, che quello arancione è il famigerato Habanero Orange, che molti sostengono sia più piccante dell’Habanero Red Savina (quello rosso nella foto) il peperoncino che deteneva il Guinness dei primati fino al 2007.

Avevo accanto un bicchiere con la birra. Ho preso il peperoncino fra le dita, l’ho guardato, l’ho odorato. Un profumo delizioso, dolce, simile all’albicocca, un aroma vanigliato, come di frutta esotica.

Poi, con la stessa determinazione e incoscienza con cui ci si può lanciare da un ponte a fare bungee jumping, l’ho addentato, per metà, come fosse una fragola carnosa e succulenta. Ne ho sentito la fragrante croccantezza e il suono particolare mentre si schiudeva fra i miei denti e la lingua.

Ne ho sentito il sapore, dolce, anche questo molto fruttato e aromatico, e dopo pochi secondi, non subito, ne ho avvertito finalmente la piccantezza. Forte, crescente, saliva e aumentava a ondate, persistente. L’ho masticato e ingoiato mentre sentivo un’ondata di calore salirmi in viso. Questo è quello che io chiamo “essere piccante, cazzo!” Dopo un po’ ho dato un secondo morso, più piccolo. Di nuovo quel sapore dolcissimo e particolarissimo. Il piccante non aumentava più di tanto. Oltre una certa soglia credo non si avverta più, come il dolore.

Ci ho bevuto sopra della birra. Lo so, avrei dovuto berci del latte, ma non ne avevo voglia. Tutto sommato, era sì molto piccante, ma temevo qualcosa di molto più forte e terrificante. Ovviamente a me piace molto il piccante e sono molto abituato. Credo che una persona normale avrebbe vomitato.

L’unico errore che ho fatto è stato quello di averlo mangiato a digiuno. Infatti, dopo più di un’ora, sentivo come un buco nello stomaco, e ho dovuto mangiare qualcosa.

Adesso quei peperoncini me li porto giù in Sicilia settimana prossima, visto che vado giù per un week end, e ne faccio seminare i semi da mia madre.

Peperoncini per intenditori e aspiranti suicidi. E poeti veggenti.

 

Ode al vicino di casa che suona il trombone

martedì, 10 luglio 2012

Tu, o vicino di casa, che da tre anni ormai
mi fracassi i cabbasisi ogni santo giorno,
mattina, meriggio, crepuscolo e sera,
suonando il corno, in mancanza di corna vere.

Tu che solerte ti dedichi ogni dì con lena indefessa
agli esercizi di riscaldamento,
puntuale come un orologio svizzero
emettendo barriti di un elefante in preda alle coliche.

Tu che da tre anni fai sempre gli stessi intervalli
di terza, di quarta, di quinta e di sesta
ascendenti e discendenti,
che canticchio ormai insieme a te.

Tu che non sei stato fermato nè dalla neve,
nè dal terremoto,
nemmanco da Scipione, nè da Caronte abbattuto,
e financo Minosse oramai arranca inerte.

Tu che suoni anche la domenica dopo pranzo sotto la canicola
nel sacro meriggio dedicato alla siesta quando,
come disse il Poeta,
non bava di vento intorno alita.

Tu che come invasato da rinnovato vigore
adesso suoni e financo canti nelle pause
con gorgheggi e vocalizzi
che gridano vendetta.

Tu che ormai mi fai rivivere
con parole nuove e inaspettate
la canzone di Battisti
E penso a te.

“Torno a casa e sento te
sono al buio e sento te
chiudo gli occhi e sento te
io non dormo e sento te.

Stasera sul balcone ci siamo incrociati gli sguardi
tu che uscivi per prendere fiato, io che uscivo per prendere aria
ci siamo fissati come in un western di Leone,
mancavano le pistole.

Attento vicino, io una di queste sere
ti piazzo l’artiglieria pesante sul balcone.
Chitarra, amplificatore e distorsore,
Io ti scateno la terza guerra mondiale.

Io ti scateno a volume massimo
“Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix,
“Enter Sandman” dei Metallica
Io ti scateno un’apocalisse di vibrazioni sonore.

Io ti pettino all’indietro
l’albero di nespole
te lo faccio diventare
un salice piangente.

Occhio, o vicino che suoni il corno.

Cogli l’attimo…

venerdì, 23 marzo 2012

Oggi ero a casa. Le mie figlie a scuola.

Cosa fa un uomo solo se ha una giornata libera da dedicare a se stesso, senza alcun vincolo o costrizione di sorta?

Semplice. Coglie l’attimo. Nelle cose più semplici e fondamentali.

Tornato da scuola dopo avere accompagnato le bambine, mi son preparato un buon caffè con la moka che mi ha riappacificato con il mondo, ho suonato  la chitarra un’oretta improvvisando con estrema soddisfazione e scioltezza su The Thrill is Gone di B.B. King, ho scritto per un paio d’ore,  e poi mi sono preparato un superlativo piatto di spaghetti con la bottarga di tonno che mi ha inviato dalla Sicilia, assieme a tante altre squisite prelibatezze, il mio caro amico Ciccio, accompagnato da dell’ottimo vino bianco Catarratto Barraco del 2008.

   

Alla fine mi sono acceso un toscano Antica Riserva che mi son goduto sul balcone che dà sul giardino di casa.

Son momenti come questi che ti fanno capire l’essenza della vita.

E nemmeno un rimpianto

martedì, 27 dicembre 2011

Questa non è una recensione. È la pregustazione di un’aspettativa, il sogno di una promessa fatta baluginare dalla foto di copertina e da poche note, l’immaginazione di una storia che non è stata ancora letta e che come tale è ancora potenzialmente infinita.

(continua…)

Ramblin’ on my mind … into the wild… in Skye

giovedì, 23 giugno 2011

Ieri sera, per una serie di fatti e coincidenze fortuite, di quelle che ti fanno riflettere seriamente sull’apparente casualità degli eventi della vita, ho avuto un’illuminazione sul senso del mio viaggio sull’Isola di Skye in Scozia, a contatto con la natura selvaggia e il mio io, senza nessun altro ostacolo a frapporsi nel mezzo. Into the wild, come nel film di Sean Penn.

E ho capito quello che questo viaggio rappresenta per me, cosa che forse non mi era del tutto chiara a livello conscio, almeno nelle sue risonanze profonde e associazioni fra aspetti della mia vita degli ultimi tempi. Si tratta di uno di quegli eventi che probabilmente ha a che fare con la sincronicità, con quelle coincidenze misteriose di cui parlava Jung e su cui avevo scritto tempo fa in questo post.

(continua…)

Un primo maggio da Eternauta

lunedì, 2 maggio 2011

Il primo titolo che mi è venuto in mente per questo post era “Un primo maggio di merda”.

Poi, complice la stanchezza e un certo senso di apatico distacco e di serena rassegnazione che man mano nel corso della giornata si andavano insinuando in me, ma soprattutto grazie a uno di quei magici momenti in cui veniamo all’improvviso fulminati da una visione che dura pochi attimi ma che nella mente si staglia fulgida come un lampo che rischiara la notte, ho deciso di cambiarlo in “Un primo maggio da Eternauta”.

(continua…)

The Wind Cries Mary – Jimi Hendrix

martedì, 18 gennaio 2011

«Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife
And the wind, it cries Mary»

Una delle ballate più belle, dolci e malinconiche di Jimi Hendrix.

La amo da sempre questa canzone.

Ogni uomo ha la sua Mary da qualche parte. E nelle notti solitarie si può udire il vento sussurrarne il nome. E a volte piangerla.

The Wind Cries Mary

After all the jacks are in their boxes
and the clowns have all gone to bed
You can hear happiness staggering on down the street
footsteps dressed in red

And the wind whispers Mary

A broom is drearily sweeping
up the broken pieces of yesterdays life
Somewhere a queen is weeping
Somewhere a king has no wife

And the wind, it cries Mary

The traffic lights they turn blue tomorrow
and shine their emptiness down on my bed
The tiny island sags down stream
’cause the life that lived is, is dead

And the wind screams Mary

Will the wind ever remember
the names it has blown in the past?
And with this crutch, its old age, and its wisdom
it whispers “no, this will be the last

And the wind cries Mary

(trad. it) Il vento piange Mary

Dopo che tutti i pupazzi sono nelle loro scatole
E i clown sono tutti andati a letto
Puoi sentire la felicità che vacilla giù in strada
Impronte vestite in rosso

E il vento sussurra Mary

Una scopa spazza tristemente
I pezzi rotti della vita di ieri
Da qualche parte una regina sta piangendo
Da qualche parte un re non ha moglie

E il vento piange Mary

I semafori si accendono di tristezza domani
E brilla il loro vuoto sul mio letto
La minuscola isola cede sotto la corrente
Perchè la vita che c’era li è morta

E il vento grida Mary

Riuscirà il vento a ricordare
I nomi che ha soffiato nel passato?
E col suo bastone, la sua vecchiaia e la sua saggezza
Sussurra “No, questo sarà l’ultimo”

E il vento piange Mary

Son tornato

giovedì, 13 gennaio 2011

bicicletta-sulla-spiaggia-di-noordwijk-olanda

Lo confesso. Non scrivere mi è costato. Ma mi era necessario. Chiamiamolo una sorta di lungo e salutare digiuno terapeutico.

Ma adesso, dopo oltre cinque mesi di silenzio dal mio ultimo post pubblicato sul blog, da stasera son tornato a scrivere nuovamente. E ho intenzione di continuare a farlo con frequenza regolare e ravvicinata.

Sono stati cinque mesi in cui sono stato assorbito dagli impegni del lavoro e dalle mille faccende familiari quotidiane da sbrigare nel poco tempo libero che ho a disposizione.

Il fatto di non poter dedicare il tempo e la cura che ritenevo necessari per scrivere in modo soddisfacente i miei post - che prima di tutto devono piacere a me stesso - mi ha pian piano allontanato e infine fatto desistere dallo scrivere, come preso da una sorta di indolente apatia.

Alcune sere iniziavo a scrivere un post, poi dopo un po’, insoddisfatto, lo cancellavo e mi dicevo: – “Vabbè, scriverò domani o nel fine settimana“. E nel frattempo i giorni passavano e si accumulavano, come le settimane. Si infrangevano barriere reali e psicologiche: il primo mese passato senza scrivere, poi due mesi, e così via fino ad arrivare ad oggi.

I pensieri estemporanei, i video musicali da postare in base all’umore del momento li pubblicavo su Facebook che in questo senso, data la sua natura intrinseca di grande cloaca mondiale in tempo reale delle seghe mentali di oltre 500 milioni di persone, svolgeva una funzione di utile valvola di sfogo alle sensazioni, ai pensieri e – perché no? – alle cazzate  che mi affollavano la mente e che non ritenevo degni di essere pubblicati sul blog.

Scrivere su Facebook è come trovarsi in una grande piazza affollata di gente dove ognuno cerca di parlare agli altri per farsi notare e alla fine si trova costretto ad alzare sempre più la voce parlando di argomenti sempre più futili e banali per attirare l’attenzione. Quello che si scrive al mattino è già vecchio nel pomeriggio, travolto dall’assordante rumore di decine e decine di post che si accavallano e sovrappongono freneticamente e disordinatamente, sparendo senza quasi lasciare tracce dopo una giornata, come evaporati, dissolti.

Io cercavo invece di scrivere qualcosa che valesse la pena di tornare a rileggere, anche dopo mesi. Ma non ne avevo il tempo, o forse in verità nemmeno l’energia e la lucidità necessaria.

Il principio fondamentale a cui mi sono sempre ispirato per decidere se un mio post avesse i requisiti necessari per essere pubblicato è semplice: mi deve innanzitutto piacere e dare piacere nello scrivere, ma soprattutto deve darmi la sensazione di essere degno di essere riletto a distanza di tempo, mantenendo intatta la sua valenza.

E per tutta una serie di motivi in questi cinque mesi non mi sono trovato nelle condizioni di scrivere qualcosa che mi soddisfacesse abbastanza  e che rispettasse questi criteri.

Forse avevo semplicemente bisogno di ritirarmi alcuni mesi in una dimensione più intima e privata, personale e riservata per staccarmi da tutto e ritrovare prima di tutto me stesso, e riscoprire poi nuovamente la voglia di raccontare, il piacere di narrare.

In compenso mi sono dedicato intensamente a suonare e studiare la chitarra. Suonare è una delle cose più belle che ci siano… Ma ci sarà tempo nelle prossime settimane di parlare anche di questo…

Il lato forse più bello e inaspettato di questo mio silenzio è il fatto che molti lettori che nemmeno conoscevo mi hanno scritto privatamente delle email chiedendomi perchè mai non scrivessi più sul blog, o per accertarsi che stessi bene e non mi fosse successo niente di spiacevole. Per non parlare dei miei amici che mi chiedevano: “Tutto bene? Ci sono dei problemi? Come mai hai abbandonato il blog?”

Non ho abbandonato il blog. Diciamo che mi sono preso una salutare pausa di riflessione e di riposo. Per recuperare lucidità e freschezza. Ma soprattutto per tornare a riacquistare il piacere di scrivere.

Avevo anche fin troppe cose da dire, ma riconoscevo che non ero in grado di dirle come avrei voluto. Adesso sì.

Ho tanti progetti e idee nuove in testa. Ci sarà modo di parlarne nelle prossime settimane.

P.S. Già che ci siamo, ho inserito il pulsante “Like” di Facebook alla fine di ogni articolo. Aiutatemi a capire se funziona. :-)

È tempo di tornare a scrivere

lunedì, 7 giugno 2010

valle-ippari

«L’umanità, bella parola piena di vento,
la divido in cinque categorie: gli uomini,
i mezz’uomini, gli ominicchi,
i pigliainculo e i quaquaraquà
»
(Leonardo Sciascia – Il giorno della civetta) 

È tempo di tornare a scrivere.

Scrivere per fare chiarezza. Scrivere per analizzare, sintetizzare, cogliere l’essenziale, fissare quello che sfugge, fermare quello che fugge.

Scrivere per scrutare dentro me stesso senza ipocrisie ed eliminare quello che di superfluo si è andato stratificando nel corso del tempo, mirare all’essenziale con cristallina lucidità e ritrovare il senso che era andato smarrito. 

Scrivere per vivere. Vivere da uomo e da padre.

Scrivere per delineare una mia personale tavola dei valori, ritrovare i punti cardinali necessari ad orientarmi e trasmettere alle mie figlie la forza, la tenacia, l’umiltà e il coraggio necessari ad affrontare la vita con dignità.

Giacchè, come diceva Nietzsche: «Il mondo è divenuto ancora una volta per noi “infinito”: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite». (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882).

Scrivere, infine, per reagire alla barbarie, al vuoto totale di valori e al degrado morale, sociale, politico e culturale che ci sommerge in tutti i settori, dal lavoro alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni.

Scrivere come atto individuale e solitario di ribellione, se vogliamo come atto politico, nei confronti di una società che celebra l’ignoranza, l’egoismo sfrenato, l’arroganza e la sopraffazione come valori supremi. Una società in cui, per usare le parole di Sciascia, ”gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà” dominano incontrastati.

Sono rimasto per mesi ammutolito, nauseato dall’inverecondo e grottesco teatro di una scena politica italiana dominata da un guitto di teatro malamente imbellettato, un vecchio satiro di scarso intelletto e grande capacità delinquenziale che ha ammaliato e soggiogato quel che rimane delle menti di gran parte degli italiani.

Preoccupato dalla gravità della crisi economica internazionale e delle sue pesantissime ripercussioni a livello sociale soprattutto sui giovani, turbato e amareggiato dalle ferite gravissime inferte all’ambiente causate dalla sfrenata ricerca del profitto a tutti i costi, sono rimasto a lungo incapace di commentare qualunque fatto politico o di attualità senza evitare di usare il turpiloquio più greve e volgare, e per questo rinunciandoci a priori.

Adesso, ho deciso reagire, di ripartire da me. L’occasione della svolta, troppo a lungo nell’aria e rimandata, mi è stata offerta ancora una volta da un breve ma intenso periodo di  malessere fisico, da un corto circuito fisico e psichico, un blackout che costringe a recidere tutti i legami col mondo esterno, lavoro, famiglia, doveri. E rimani solo, a fare i conti con te stesso, in modo duro e spietato.

Due giorni di febbre a 40 passati nel letto, in quasi totale solitudine, senza mangiare, in una sorta di stato alterato della coscienza, un dormiveglia continuo inframmezzato da sogni, immagini ipnagogiche, deliri febbrili, ragionamenti lucidi e visioni psichedeliche.

Sono sempre stato convinto del grande valore terapeutico e riequilibratore che la malattia ha sulla nostra psiche. Non è infatti un caso che questa società psicotica tenda proprio a rimuovere la malattia e ridurre i tempi di convalescenza. Per evitare che uno si fermi a pensare e riflettere sulla vita che fa.

La malattia ha in sè qualcosa di profondamente rivoluzionario e destabilizzante per la società, un po’ come l’amore. Manda in frantumi tutto. E ben lo sanno i malati di malattie gravi, come i tumori. Paradossalmente la malattia può anche curare, ti aiuta a vivere in modo più genuino e autentico.

Durante quei due giorni di febbre alta, la seconda notte mi sono svegliato col cuore in gola perché avevo una sorta di allucinazione psichedelica talmente forte che credevo di essere preda di qualche effetto collaterale di interazione tra farmaci (antibiotici, antistaminici per l’allergia e paracetamolo): un puzzle caleidoscopico dai colori vivissimi e lucenti, continuamente trascoloranti che si aggrovigliavano in un vortice inarrestabile davanti a  me che mi impediva di dormire, una roba che credo nemmeno Jimi Hendrix sotto gli effetti dell’LSD avrebbe dimenticato, una visione talmente forte che anche da sveglio mi faceva dubitare di esserlo.

Sono riuscito a riprendere sonno solo all’alba. All’indomani, provato dalla febbre e dalla notte insonne, ad un certo punto mi sono detto: “Ma unni minchia stai iennu, Turi? Ma chi minchia stai faciennu? Ma pirchì nun ti fiermi? Ma chi ti cridi di esseri? ‘Na machina? Ma u sai ca magari i miegghiu machini si rumpunu? Di buottu?”

Per fuggire al vuoto dell’esistenza  mi son rifugiato nel lavoro, nella musica, nello studio della chitarra, come altri si attaccano alla bottiglia. In tanti, in troppi lo fanno. Io mi sono stufato.

Sono nauseato dal chiacchiericcio petulante e inconcludente dei tanti che su Facebook cercano di esorcizzare il proprio vuoto esistenziale nascondendosi dietro frasi banali e stereotipate che girano come micidiali catene di Sant’Antonio, mi sono rotto i coglioni di una società la cui massima espressione di creatività ed espressione individuale è fare lo ”Share” o l’”I like” su Facebook di qualunque cazzata venga proposta dal primo imbecille, voci che urlano inascoltate nella tempesta. Mi sono fracassato i cabbasisi.

È tempo di tornare a riappropriarmi degli spazi della mia vita per troppo tempo oppressi e soffocati dai falsi doveri e obblighi sociali che ci costruiamo come un’ipocrita corazza protettiva per evitare di rispondere alle domande che emergono dal nostro profondo.

So quello che voglio fare e come farlo, ce l’ho chiaro da un bel po’ di tempo. Adesso si tratta di mettere in pratica i progetti a cui tengo veramente, approfittando del fatto che quest’estate avrò un po’ più di tempo libero, visto che le bambine saranno al mare dai miei in vacanza.

In fondo, visto che di lavoro faccio il Project Manager, mi viene anche fin troppo facile: ho un progetto, ho degli obiettivi ben determinati e specifici da raggiungere, mi faccio un piano e lo eseguo con tenacia e determinazione fino alla fine. Anche quello che si fa di lavoro può risultare utile nella vita…

Mi viene in mente un’espressione che usai più di tre anni fa, quando aprii questo blog, giocando sull’assonanza e contaminazione di senso fra Ermeneuta e Eternauta:

L’ermeneuta è “il vagabondo delle infinite e sempre possibili interpretazioni, il triste e solitario pellegrino delle descrizioni provvisorie, delle ipotesi temporanee“.

Da oggi riprendo il mio vagabondare per tornare ad essere uomo.

Concludo con le parole di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta (1961).

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»