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È tempo di tornare a scrivere

lunedì, 7 giugno 2010

valle-ippari

«L’umanità, bella parola piena di vento,
la divido in cinque categorie: gli uomini,
i mezz’uomini, gli ominicchi,
i pigliainculo e i quaquaraquà
»
(Leonardo Sciascia - Il giorno della civetta) 

È tempo di tornare a scrivere.

Scrivere per fare chiarezza. Scrivere per analizzare, sintetizzare, cogliere l’essenziale, fissare quello che sfugge, fermare quello che fugge.

Scrivere per scrutare dentro me stesso senza ipocrisie ed eliminare quello che di superfluo si è andato stratificando nel corso del tempo, mirare all’essenziale con cristallina lucidità e ritrovare il senso che era andato smarrito. 

Scrivere per vivere. Vivere da uomo e da padre.

Scrivere per delineare una mia personale tavola dei valori, ritrovare i punti cardinali necessari ad orientarmi e trasmettere alle mie figlie la forza, la tenacia, l’umiltà e il coraggio necessari ad affrontare la vita con dignità.

Giacchè, come diceva Nietzsche: «Il mondo è divenuto ancora una volta per noi “infinito”: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite». (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882).

Scrivere, infine, per reagire alla barbarie, al vuoto totale di valori e al degrado morale, sociale, politico e culturale che ci sommerge in tutti i settori, dal lavoro alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni.

Scrivere come atto individuale e solitario di ribellione, se vogliamo come atto politico, nei confronti di una società che celebra l’ignoranza, l’egoismo sfrenato, l’arroganza e la sopraffazione come valori supremi. Una società in cui, per usare le parole di Sciascia, ”gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà” dominano incontrastati.

Sono rimasto per mesi ammutolito, nauseato dall’inverecondo e grottesco teatro di una scena politica italiana dominata da un guitto di teatro malamente imbellettato, un vecchio satiro di scarso intelletto e grande capacità delinquenziale che ha ammaliato e soggiogato quel che rimane delle menti di gran parte degli italiani.

Preoccupato dalla gravità della crisi economica internazionale e delle sue pesantissime ripercussioni a livello sociale soprattutto sui giovani, turbato e amareggiato dalle ferite gravissime inferte all’ambiente causate dalla sfrenata ricerca del profitto a tutti i costi, sono rimasto a lungo incapace di commentare qualunque fatto politico o di attualità senza evitare di usare il turpiloquio più greve e volgare, e per questo rinunciandoci a priori.

Adesso, ho deciso reagire, di ripartire da me. L’occasione della svolta, troppo a lungo nell’aria e rimandata, mi è stata offerta ancora una volta da un breve ma intenso periodo di  malessere fisico, da un corto circuito fisico e psichico, un blackout che costringe a recidere tutti i legami col mondo esterno, lavoro, famiglia, doveri. E rimani solo, a fare i conti con te stesso, in modo duro e spietato.

Due giorni di febbre a 40 passati nel letto, in quasi totale solitudine, senza mangiare, in una sorta di stato alterato della coscienza, un dormiveglia continuo inframmezzato da sogni, immagini ipnagogiche, deliri febbrili, ragionamenti lucidi e visioni psichedeliche.

Sono sempre stato convinto del grande valore terapeutico e riequilibratore che la malattia ha sulla nostra psiche. Non è infatti un caso che questa società psicotica tenda proprio a rimuovere la malattia e ridurre i tempi di convalescenza. Per evitare che uno si fermi a pensare e riflettere sulla vita che fa.

La malattia ha in sè qualcosa di profondamente rivoluzionario e destabilizzante per la società, un po’ come l’amore. Manda in frantumi tutto. E ben lo sanno i malati di malattie gravi, come i tumori. Paradossalmente la malattia può anche curare, ti aiuta a vivere in modo più genuino e autentico.

Durante quei due giorni di febbre alta, la seconda notte mi sono svegliato col cuore in gola perché avevo una sorta di allucinazione psichedelica talmente forte che credevo di essere preda di qualche effetto collaterale di interazione tra farmaci (antibiotici, antistaminici per l’allergia e paracetamolo): un puzzle caleidoscopico dai colori vivissimi e lucenti, continuamente trascoloranti che si aggrovigliavano in un vortice inarrestabile davanti a  me che mi impediva di dormire, una roba che credo nemmeno Jimi Hendrix sotto gli effetti dell’LSD avrebbe dimenticato, una visione talmente forte che anche da sveglio mi faceva dubitare di esserlo.

Sono riuscito a riprendere sonno solo all’alba. All’indomani, provato dalla febbre e dalla notte insonne, ad un certo punto mi sono detto: “Ma unni minchia stai iennu, Turi? Ma chi minchia stai faciennu? Ma pirchì nun ti fiermi? Ma chi ti cridi di esseri? ‘Na machina? Ma u sai ca magari i miegghiu machini si rumpunu? Di buottu?”

Per fuggire al vuoto dell’esistenza  mi son rifugiato nel lavoro, nella musica, nello studio della chitarra, come altri si attaccano alla bottiglia. In tanti, in troppi lo fanno. Io mi sono stufato.

Sono nauseato dal chiacchiericcio petulante e inconcludente dei tanti che su Facebook cercano di esorcizzare il proprio vuoto esistenziale nascondendosi dietro frasi banali e stereotipate che girano come micidiali catene di Sant’Antonio, mi sono rotto i coglioni di una società la cui massima espressione di creatività ed espressione individuale è fare lo ”Share” o l’”I like” su Facebook di qualunque cazzata venga proposta dal primo imbecille, voci che urlano inascoltate nella tempesta. Mi sono fracassato i cabbasisi.

È tempo di tornare a riappropriarmi degli spazi della mia vita per troppo tempo oppressi e soffocati dai falsi doveri e obblighi sociali che ci costruiamo come un’ipocrita corazza protettiva per evitare di rispondere alle domande che emergono dal nostro profondo.

So quello che voglio fare e come farlo, ce l’ho chiaro da un bel po’ di tempo. Adesso si tratta di mettere in pratica i progetti a cui tengo veramente, approfittando del fatto che quest’estate avrò un po’ più di tempo libero, visto che le bambine saranno al mare dai miei in vacanza.

In fondo, visto che di lavoro faccio il Project Manager, mi viene anche fin troppo facile: ho un progetto, ho degli obiettivi ben determinati e specifici da raggiungere, mi faccio un piano e lo eseguo con tenacia e determinazione fino alla fine. Anche quello che si fa di lavoro può risultare utile nella vita…

Mi viene in mente un’espressione che usai più di tre anni fa, quando aprii questo blog, giocando sull’assonanza e contaminazione di senso fra Ermeneuta e Eternauta:

L’ermeneuta è “il vagabondo delle infinite e sempre possibili interpretazioni, il triste e solitario pellegrino delle descrizioni provvisorie, delle ipotesi temporanee“.

Da oggi riprendo il mio vagabondare per tornare ad essere uomo.

Concludo con le parole di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta (1961).

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

Pasqua sotto la neve

lunedì, 5 aprile 2010

cover1

Sono stato due giorni in montagna con le bambine. Sabato e domenica di Pasqua.

Non avevo idea di dove andare. La prospettiva di trascorrere il periodo delle feste pasquali in casa con le bambine non era certo delle più allettanti. Avrebbe messo seriamente a rischio la mia salute mentale. Due piccole donne contro un uomo solo, non c’è partita. Persa in partenza.

Per cui venerdi mattina stavo cercando ispirazione su internet per la “fuga”. Nessuna meta in mente, solo il desiderio di andare via da qualche parte. Mare o montagna? Nord o sud? Sapevo che il tempo sarebbe stato brutto qui al nord, era prevista pioggia in abbondanza, per cui cercavo un posto vicino senza poi costringermi a rimanere intrappolato nel traffico per ore.

Mentre mi barcamenavo fra questi dilemmi esistenziali senza venirne fuori, ad un certo punto becco on  line sulla chat di Facebook il mio amico Gaetano - ecco che serve a qualcosa, in fondo, Facebook  :-) - che visto il mare di incertezza in cui annaspavo mi lancia subito un salvagente inaspettato.

Destinazione Campodolcino, un paesino di mille abitanti in Valle Spluga, provincia di Sondrio, a poco più di mille metri di altezza, poco prima di Madesimo, famosa per gli sport invernali.

Mi sembra l’ideale. Distante appena 120 km, fuori dalle direttrici principali del traffico, posto tranquillo e dalle descrizioni molto bello. La prospettiva di pranzare a base di pizzoccheri, bresaola, funghi porcini e selvaggina mi toglie ogni altro indugio.

Riesco a prenotare in meno di dieci minuti una camera in un bell’hotel che mi ispira subito per le foto che vedo sul sito web. Problema risolto. Lo dico subito alle bambine che sono entusiaste.

Nel pomeriggio di venerdi, mentre preparo la valigia (poche cose, ma con due bambine bisogna essere previdenti ed essenziali al tempo stesso) mi chiedo:
Ma non è che devo portarmi le catene da neve? Ma no! Siamo già ad Aprile! Mica stiamo andando al Polo Nord!”

Per avere informazioni certe e in tempo reale telefono nuovamente al gestore dell’hotel che mi risponde:
Guardi, oggi è una splendida giornata, c’è stata giusto una spruzzatina di neve nella notte sulle cime, ma niente di particolare“.

Mi tranquillizzo,  ma alla fine, come in balìa di un presentimento, complice sicuramente la mia natura di uomo del sud, anzi di isolano cresciuto al mare, mi decido a portare lo stesso le catene. Mai decisione si rivelò più saggia!

Partiamo sabato mattina in auto, fra la pioggia, e arriviamo a Campodolcino verso le undici, con una pioggerellina insistente. Verso ora di pranzo la pioggia si è trasformata in una nevicata lieve lieve, che dona un fascino e un’atmosfera particolare al paese, quasi natalizia. Andiamo a mangiare in un “crotto” un ristorante tipico.

Nel primo pomeriggio smette di nevicare e vado in giro nei sentieri a fare delle foto. Il paesaggio è spettacolare, con le rocce scure e i dirupi selvaggi. L’albergo, che sta un po’ fuori dal paese in posizione isolata, ma sulla strada principale, sorge ai piedi di una montagna che incute timore per le sue alte cime, minacciose e coperte dalle nubi. Noto che l’albergo, da una certa angolazione, ricorda un poco l’Overlook Hotel del film Shining. Scatto delle foto.

Il laghetto di Prestone Vette fra i boschi L'hotel da un'insolita prospettiva

Dopo saliamo fino a Madesimo, 1.500 metri, dove nevica un po’ di più e la gente scia sulle piste. Torniamo giù a Campodolcino.

La sera, poco prima della cena in albergo, ricomincia a nevicare. Nevica fittamente, a falde larghe che ricoprono rapidamente tutto il paesaggio e le cose.

Sentieri fra i boschi Comincia a nevicare Abeti sotto la neve

Sono tranquillo perché ceneremo sul posto, e non devo muovermi in auto. Ma inizio a pensare all’indomani. Al ritorno. La strada fino a Chiavenna ha circa 10 km di ripidi tornanti in discesa, con dirupi e precipizi ai lati. Non propriamente il percorso ideale da fare in auto quando nevica.

Dopo cena la neve continua a cadere ancora, ma in fondo non in modo preoccupante. Le strade sono ancora praticabili. Usciamo con le bambine a fare delle foto, e poi alla fine, dopo essere stati un’oretta a giocare a carte nella “Stube” dell’albergo (un caratteristico ambiente con tipico arredamento di montagna in legno) le bambine a bere tisane e io a bere grappa, andiamo a letto.

Giocando sotto la neve fuori dall'hotel Paesaggio innevato Abeti sotto la neve

La notte non dormo molto bene, ho un presentimento. Mi sveglio alle 5 di mattina, apro la finestra del bagno e mi trovo davanti ad uno spettacolo mozzafiato. Tutto è ricoperto da una spessa coltre di neve. Nella notte saranno caduti 60 cm di neve fresca, e nevica ancora. Ritorno a letto sperando che per le dieci tutto sia finito.

Vana speranza. Alle 10 nevica ancora fortemente.

Rimaniamo nella calda e accogliente hall dell’albergo, dalla cui vetrata assisto alle scenette di automobilisti imprudenti che, pur dotati di pneumatici da neve, rimangono impantanati fra la neve. La strada, tra l’altro, è in discesa.

Fuori dall'hotel auto in panne Auto bloccate fra la neve Ci si prepara a partire

Alla fine, verso mezzogiorno, vedendo che non smette di nevicare, mi decido. Il termometro fuori indica una temperatura di-2 gradi. Tutto è ricoperto di neve. Lo scenario perfetto per un bel Natale in montagna. Solo che è Pasqua!

Ripulisco ben bene la mia auto, praticamente sommersa dalla neve (le ruote nemmeno si vedevano e non riuscivo nemmeno ad aprire gli sportelli) e mi apro con la pala un sentiero fino all’imbocco nella strada. Monto le catene da neve, imbarco le bambine e,  fradicio di neve e acqua e un po’ nervoso, con lo stesso spirito di avventura dei pionieri delle prime esplorazioni del Polo Sud, parto.

La strada è quasi deserta sotto la fitta nevicata, solo qualche mezzo dotato di catene va avanti, alcune auto sono ferme ai bordi. Io, lentamente procedo, e man mano acquisto maggiore fiducia nelle capacità di controllo del mezzo.

Finalmente, dopo 5-6 km di tornanti, una volta arrivati più a bassa quota, smette di nevicare. Solo nevischio misto a pioggia, e la strada è di nuovo praticabile. Pericolo scampato. Tolgo le catene in uno spiazzo ai lati di un antico santuario e riparto. Mai la prospettiva di arrivare in pianura mi è sembrata tanto attraente.

In viaggio sotto la neve Ormai fuori dalla nevicata Paesaggio a valle sotto la pioggia

Dopo una mezzora ci fermeremo a mangiare a valle, in un caratteristico ristorante. Nessuna traccia di neve, solo pioggia che bagna il verde brillante dei prati.

Ripenso al paesaggio invernale e alla tormenta di neve di appena mezzora prima e mi sembra tutto un sogno. Un bel sogno in fondo.

Oggi lunedi di Pasqua splende un bel sole.

One - U2

lunedì, 18 gennaio 2010

Due anni.

E mi sembra sia passato solo un giorno.

La nostra canzone, come fosse ancora ieri.

Parto…

mercoledì, 30 dicembre 2009

mare-olanda-inverno

Finalmente domani parto. Vado una settimana in Olanda, in riva al mare, a Noordwijk aan Zee per la precisione, che in primavera è un’esplosione di colori per le sue distese di tulipani nelle campagne circostanti.

Il bungalow si trova in un residence a meno due chilometri in linea d’aria dal mare, immerso fra gli alberi, le dune e la tipica vegetazione del posto.

Parto in auto l’ultimo giorno dell’anno, assieme alle bambine. Mi intriga come sempre l’idea del viaggio in sè, il fatto di attraversare mezza Europa, di tornare in posti a cui sono particolarmente legato e che rappresentano molto per me.

Un viaggio la cui dimensione principale è come sempre quella interiore. E che si arricchisce di un sapore particolare per il fatto di essere fatto l’ultimo giorno dell’anno.

Porterò con me anche la chitarra, che ormai da sei mesi è diventata una fedele compagna e da cui mi rendo conto che faccio fatica a separarmi. Una magnifica ossessione.

Di giorno le passeggiate in riva al mare con le bambine, le visite a parenti ed amici, le gite ad Amsterdam, Leiden e le isole Frisoni (devono essere uno spettacolo d’inverno: cercherò di catturarne l’essenza con la mia fotocamera), la notte la musica della chitarra e il suono del mare a tenermi compagnia.

Colori d’autunno

lunedì, 2 novembre 2009

colori-dautunno

Queste giornate assolate di fine ottobre mi hanno convinto alla fine a fare un giro al parco a scattare pigramente un po’ di foto.

Ho imparato a conoscere ed apprezzare il vero autunno da quando vivo nel nord, visto che di fatto in Sicilia l’autunno era una breve parentesi fra gli ultimi tepori di una lunga estate e i primi freddi e le piogge dell’inverno.

Qui è diverso. Quest’atmosfera di colori cangianti, di gialli ocra, di marroni, di rossi e arancioni, le prime nebbie, le giornate inaspettate di sole, i primi venti che spazzano l’aria e il cielo hanno un fascino particolare.

Così come è un trionfo di odori e sapori quello regalato dai frutti della terra. Castagne, funghi, cachi, zucche, verze.

Un periodo magico che ha il suo culmine nei giorni fra ottobre e novembre. L’ultimo sussulto di vitalità della natura nel pieno della sua maturità prima di scivolare nel freddo dell’inverno.

Bellezza pura venata di malinconia che predispone al ripiegamento interiore.

Soddisfazione

mercoledì, 21 ottobre 2009

painting-a-la-pollock1
Disegno “alla maniera di  Pollock” da me realizzato sul sito http://www.jacksonpollock.org/

È da quasi un mese che non aggiorno il blog.

Non ho avuto tempo, nè forza, nè energia. Sono stato assorbito in maniera quasi totale dal lavoro, alle prese con una consegna impegnativa che ha messo a dura prova la mia energia e la mia resistenza fisica e psicologica.

Ma adesso ci siamo.

Da domani il mondo virtuale on line, l’ambizioso progetto al quale sto lavorando ormai da due anni,  grazie all’impegno straordinario dei miei collaboratori a cui va tutta la mia gratitudine, va on-line per la prima vera prova on the road con circa un centinaio di utenti dall’America e Gran Bretagna (in gergo “Friends and Family test”).

Un primo importante traguardo è stato raggiunto, tra mille difficoltà. La strada è ancora irta di ostacoli, ma ormai ho la certezza che ce la faremo.

Gli ultimi quattro mesi sono stati un delirio. Gente che ha lavorato fino a oltre mezzanotte per mesi, stress incredibile, pressione psicologica e adrenalina alle stelle.

Ma adesso la soddisfazione di godere del lavoro fatto e vedere il frutto dei  propri sacrifici non ha prezzo!

E mi godo un minimo il riposo del guerriero, consapevole che domani potrebbe essere un nuovo giorno di battaglia.

Spero ora di poter ritornare ad aggiornare il mio blog con la frequenza che avrei voluto ed energia rinnovata.

Sogni

sabato, 4 luglio 2009

sogni-mare

«Se un uomo in sogno attraversasse il Paradiso
e gli dessero un fiore come prova d’esserci stato,
e al risveglio si trovasse con quel fiore in mano
…e allora?
»
(Samuel Taylor Coleridge) 

Stanotte ti ho sognata, dopo tanto tempo.

Eri giovane e bella come quando ti ho conosciuta. Eravamo in vacanza. Ti ho portata in riva al mare, calmo e solitario nella sua sterminata vastità.

Sotto la luce azzurra dell’alba ti ho raccontato con gioia delle nostre bambine, di come crescono bene, forti e serene. Ho visto nei tuoi occhi un’incontenibile felicità e  soddisfazione. Eri allegra e serena, orgogliosa.

Poi abbiamo riso e scherzato, spensierati, come due ragazzini in riva al mare.

Spiriti liberi.

Ho comprato una chitarra

lunedì, 20 aprile 2009

acoustic guitar
(Foto: http://gallery.spacebar.org/)

Ieri ho comprato una chitarra acustica.

Erano anni che volevo farlo. Finora c’era sempre stata una scusa per rinviare.

So suonare qualcosa, ma non ho mai avuto la possibilità di dedicarvi tempo. Mi era sempre mancato il tempo, l’impegno… e la chitarra.

Sabato mattina mi sono svegliato e mi sono detto: «Oggi mi compro la chitarra.»

Quando poi il negoziante mi ha detto che quel modello che avevo adocchiato, e per cui era già scattata una misteriosa attrazione, era fatto a mano da una società siciliana di Catania, non ho avuto più alcun dubbio. Doveva essere mia.

Saranno state le esercitazioni serali del mio inquilino di fronte che suona il trombone, sarà stata la tanta musica che sto ascoltando in questo periodo, sarà stato quel che è stato, fatto sta che finalmente mi sono deciso.

Credo che il motivo principale sia però un altro.

Non guardo più la televisione da due anni ormai, e sinceramente mi sono stufato anche di internet. Ci lavoro tutto il giorno con internet, la sera ho voglia d’altro.

Devo recuperare un mio spazio interiore e personale. Uno spazio creativo.

La scrittura necessità di maggiore lucidità e razionalità. La musica abbatte tutti gli schemi logici e razionali, parla al nostro inconscio, non rappresenta concetti, ma comunica emozioni e stati d’animo.

Avevo bisogno di una compagna fedele con cui dialogare nelle mie notti.

L’ho trovata. È la mia chitarra.

Lezioni di trombone

martedì, 14 aprile 2009

Da un mese a questa parte un inquilino del palazzo di fronte ha iniziato a suonare il trombone.

Puntuale come un orologio svizzero, alle nove di sera iniziano le esercitazioni.

Prima gli esercizi di riscaldamento, che ricordano tanto i barriti di un elefante in amore.

Poi le scale, quindi gli intervalli di terza e di quinta, infine i primi timidi approcci con semplici e infantili melodie.

Devo dire che la cosa dà un tocco di surreale comicità alla serata e mi strappa qualche sorriso.

Non guardo la TV e la sera le bambine leggono qualche libro prima di andare a letto. Tengo la finestra del davanzale aperta, e visto che la strada è chiusa mi siedo spesso sul balcone a godermi un po’ di fresco e di quiete, mentre osservo dai palazzi di fronte il frenetico luccichio delle televisioni accese che emana dalle finestre.

Questa surreale colonna sonora a base di trombone mi fa sorridere. Ormai seguo con assiduità l’evoluzione dell’allievo, ne seguo gli errori, le stonature, i progressi.

Stasera mentre lavavo i piatti, lo ascoltavo e mi dicevo: «Però, cavolo! Anche il lunedi di Pasqua si esercita questo qui. E sta migliorando, comunque!»

Una sera di qualche settimana fa che ero particolarmente di cattivo umore e il poveretto era ancora nella fase del “barrito da elefante innamorato“, era veramente straziante ascoltarlo.

Ad un certo punto mi sono detto: «Basta, adesso vado a prendere la tromba che ho nell’armadio e gli mitraglio una carica da cavalleria americana all’attacco, come nei film degli indiani!»

Poi ho lasciato perdere. Ma l’idea di affacciarmi al balcone nel pieno della notte e far squillare la mia tromba in risposta al suo trombone è una scena che al solo immaginarlo mi fa morire dalle risate.

Chissà che prima o poi non lo faccia.

P.S. Piccola precisazione. Quello del cartone animato della Pantera Rosa è un basso tuba. Quello che suona il mio vicino è un trombone. Meno cupo e più piacevole da ascoltare.

Festa del papà (a modo mio)

giovedì, 19 marzo 2009

uomo

Oggi, festa del papà, in Svizzera non è giorno lavorativo.

Visto che di solito mi tocca lavorare il 25 aprile, il 2 giugno e gli altri giorni festivi italiani, considerato che saranno almeno sei mesi che non stacco nemmeno un minuto, che al lavoro i ritmi sono intensi e la pressione elevata, che i fine settimana li dedico esclusivamente ai lavori di casa e alle bambine, ho deciso di cogliere al volo questa rara e preziosa opportunità.

Un giorno tutto per me, da solo, da festeggiare a modo mio.

Stamane mi sono vestito di tutto punto e ho accompagnato le bambine a scuola, contentissime che una volta tanto le accompagnasse il loro papà.

Quindi a metà mattinata sono andato in un centro di massaggi thailandesi regalandomi un’ora di estasi assoluta. A scanso di equivoci, sottolineo che si trattava di massaggi “normali”, anche se qualche momento imbarazzante, da commedia degli equivoci, c’è stato. ;-)

Quando sono uscito dal centro mi sembrava di galleggiare nell’aria.

Il Nirvana. Mai provato niente di simile in vita mia. Credo che avrei potuto fare i miracoli per lo stato di beatitudine, rilassamento e appagamento in cui mi trovavo.

Mi sa che d’ora in poi una visitina al mese in quel centro, a farmi rimettere a nuovo da quelle mani femminili sapienti, la farò sicuramente. :-)

Oggi c’era un piacevole tepore primaverile nell’aria e una luce quasi estiva che mi faceva pensare al mare.

Ho comprato delle vongole veraci e le ho cucinate con gli spaghetti, accompagnandoli con dello champagne che mi avevano regalato e che tenevo in frigo per un’occasione. Mi sono detto: “Più occasione di questa…

Ho poi fumato un toscano sul balcone, al sole, bevendo dell’ottimo rum guatemalteco invecchiato.

Dopo un’oretta sono andato a prendere le bambine a scuola, e ho deciso di regalare anche a loro un momento di piacevole relax e introdurle ad un rito tipicamente femminile.

Le ho portate dalla parrucchiera.

Era bello vederle sedute mentre la parrucchiera lavava o tagliava loro i capelli. Delle piccole donne. Intravedevo già dei movimenti, degli atteggiamenti, dei modi di guardarsi allo specchio tipicamente femminili.

Ovviamente ero l’unico uomo nella sala d’acconciature. Ci saranno state almeno quindici altre donne.

Ed era divertente essere un intruso in quel mondo esclusivamente femminile, in quel gineceo moderno dove le donne si confidano e rivelano lati della loro personalità che rimangono spesso preclusi e ignoti agli uomini.

Io non ero per nulla imbarazzato, loro erano incuriosite dalla strana situazione di un papà che porta due figlie femmine a tagliare i capelli.

Notavo che c’era una sorta di elettrico fervore nell’aria, sentivo gli sguardi addosso. E la cosa solleticava alquanto il mio ego e la mia vanità maschile. E stavo al gioco.

Ormai mi trovo quasi più a mio agio fra le donne che con gli uomini.

Mi veniva anche da ridere pensando al fatto che avrei potuto tranquillamente intrattenere delle discussioni con quelle donne parlando di quanto può essere pesante stirare una montagna di vestiti, o quanto sia frustrante preparare una cena che viene poi rifiutata dai bambini, o fare le pulizie di casa…

Forse inconsciamente le donne presenti intuivano questa segreta e strana comunanza e hanno abbassato le difese continuando a comportarsi come se non ci fossi, ma al tempo stesso consapevoli del fatto che c’era un uomo, o meglio un padre con due figlie.

Fatto sta che si respirava una strana aria lì dentro.

Stasera ho ripreso la mia solita vita da “casalingo”: preparare la cena per le bambine, lavarle e poi metterle a letto.

Domattina rimetto gli abiti da uomo manager e mi rituffo al lavoro.

Insomma. Vivo una sorta di schizofrenia controllata.