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La difficoltà di scrivere

mercoledì, 11 marzo 2009

Malevič - Quadrato bianco su sfondo bianco (1919)

È da dieci giorni che cerco di scrivere un articolo per il blog, ma non ci riesco.

Non perché non abbia cose da dire. Anzi. Ne ho anche fin troppe.

Semplicemente mi manca il tempo, ma soprattutto l’energia e la forza per scriverle come vorrei.

Divento sempre più esigente con me stesso, per cui se non ho nulla da dire che reputi interessante e che stimoli una riflessione profonda in me, preferisco tacere.

E più giorni passo senza scrivere, e più difficile diventa trovare qualcosa che ritenga degno di essere pubblicato. Con il risultato che a volte inizio a scrivere un post, e dopo un po’, insoddisfatto e deluso, dica: «Ma vaffanculo!» e subito dopo cancelli tutto.

Ieri sera, finalmente, avevo iniziato a scrivere un breve articolo sulla difficoltà di scrivere.

Ad un certo punto è caduto il server, e non ho potuto più raggiungere il blog.

Coincidenze?

Soddisfazioni

venerdì, 13 febbraio 2009

Wassily Kandinsky, Yellow, Red and Blue

È stata una settimana molto intensa al lavoro. Iniziata nella tempesta e conclusa nel migliore dei modi.

Sono stanco come se avessi lavorato un mese.

Non credo che in Italia, e forse nemmeno in Europa, si trovino in questo momento nel settore di internet progetti così affascinanti, innovativi, ambiziosi, ricchi di sfide e rischi come quello a cui sto lavorando e di cui sono responsabile.

Un’avventura estremamente complessa ed impegnativa da vivere ogni giorno con spirito da pioniere, con imprevisti e rischi continui. Ci si muove in un territorio inesplorato, e si tracciano rotte nuove. Un campo minato dove si può saltare in aria da un momento all’altro.

La settimana è iniziata con un ultimatum del mio capo che ha preteso, giustamente, la nuova pianificazione delle scadenze del progetto entro 4 ore, da siglare con il mio sangue (testuali parole, e so che non scherza) e con me che entro 4 ore gliele ho date.

E vi assicuro che non è semplice ripianificare la schedulazione di un progetto con più di mille attività che vede coinvolte circa 15 persone nei prossimi 8 mesi. Ma l’ho fatto. E alla fine sono riuscito a giustificare in modo convincente i due mesi di slittamento delle scadenze finali. Cosa che non era assolutamente scontata, anzi.

E ieri la grande soddisfazione di avere presentato il nuovo piano e le nuove scadenze alle persone del mio team, alla presenza del mio capo, con un discorso di incitamento passionale e asciutto al tempo stesso che il mio capo ha definito coinvolgente ed “eccellente” in termini di leadership e autorevolezza. E oggi mi ha rifatto i complimenti.

E credetemi, il contesto in cui mi sto muovendo è difficilmente immaginabile nel clima asfittico del panorama odierno italiano.

Mi sembrava di essere Massimo Decimo Meridio il protagonista del film Gladiator, mentre incitava i suoi uomini alla battaglia finale. Una battaglia decisiva dove si vince o si muore. Senza vie di mezzo. E dove bisogna vincere. [edit: prima avevo scritto erroneamente Quinto Fabio Massimo, detto Cunctator (il Temporeggiatore) il generale e uomo politico romano passato alla storia per la sua strategia attendista; ma un amico con una grande passione per il cinema, e la storia, mi ha fatto notare l'errore ;-) ]

Sono molto orgoglioso delle persone eccellenti, uomini e donne, che ho scelto nel mio team, e so che mi seguiranno fino alla meta in questa avventura.

Ieri ho visto una nuova luce nei loro sguardi. È difficile da spiegare. Ma mi sento proprio come il capitano di un manipolo di folli audaci, pronti a seguirmi fino in capo al mondo. E questa responsabilità pesa, ma inorgoglisce al tempo stesso.

È stata una gran settimana. Lunedi si ricomincia l’avventura.

De oorbel

martedì, 20 gennaio 2009

De oorbel - George Hendrik Breitner

Ho esitato a lungo se scrivere o no questo articolo. Ci ho pensato per mesi.

Due giorni fa, il 18 gennaio, è stato un anno da quando Annemieke se n’è andata via per sempre.

I pensieri e le sensazioni erano tali e così intense che non sapevo cosa dire. Ho passato la giornata in uno stato di torpore, stranamente sereno.

Alla fine due eventi, entrambi inattesi, mi hanno spinto a scrivere.

Il primo è stato la “consegna“, non saprei bene come definirla, due settimane fa in Olanda, del quadro che vedete sopra: De oorbel (L’orecchino) del pittore olandese George Hendrik Breitner. Era il quadro preferito di Annemieke. Lo teneva nel corridoio di casa sua, a fianco di uno specchio simile a quello raffigurato, quando ci siamo conosciuti e lo adorava. Mi diceva spesso: «Quella sono io».

Venirne in possesso dopo tanti anni è stata un’emozione molto forte. Non sono ancora riuscito a scoprirlo dai panni che lo avvolgono per proteggerlo.

Il secondo è stato ricevere in tarda notte un’intensa lettera con delle foto di Annemieke che mi ha spedito sua sorella due sere fa via email. Foto di prima che ci conoscessimo. Una in particolare mi ha colpito.

Annemieke - Concerto The Cure 1984

Una foto bellissima scattata in treno mentre assieme ad alcune amiche andavano ad uno storico concerto dei Cure ad Utrecht la sera del 29 maggio 1984, che ritrae Annemieke a quindici anni, in versione punk, o meglio dark, che guarda dritto verso l’obiettivo.

Lo sguardo intenso, l’espressione così simile, in modo quasi impressionante, a quello di nostra figlia Edith.

Stanotte sto ascoltando in modo quasi ossessivo i Cure degli inizi. In particolare una rara pre-versione live del 1979 di uno dei loro brani più belli e famosi, A Forest, con un inedito e giovanissimo Robert Smith ancora senza trucco. Ad Annemieke avrebbe fatto molto piacere.

The Cure – A Forest (At Night) pre version 1979 Rare

 

2009: Epifania nella neve

mercoledì, 7 gennaio 2009

intrico di neve e rami

Ieri per l’Epifania ha nevicato molto qui in Lombardia.

Oggi ha raddoppiato la posta, con gli interessi. Ed essendo giorno di lavoro è stato il caos.

Credo che una nevicata così da queste parti non si vedesse da più di venti anni. Più di 40 cm di neve a Monza.

Stamane, vedendo che nevicava di brutto e presagendo il peggio, sono uscito prima del solito, alle 7, per recarmi in auto alla stazione ferroviaria e da lì prendere il treno per Lugano, in Svizzera.

A quell’ora le strade erano semideserte e piene di neve, ma tutto sommato si riusciva ad andare.

Il problema è sorto mentre mi avvicinavo alla stazione e iniziavo a cercare un posto per parcheggiare. Era impossibile!

Ai bordi delle strade c’erano cumuli di neve alti un metro, creati dai pochi spazzaneve in azione sulle vie principali.

Ritorno indietro, mentre il traffico sulle strade iniziava a crescere, e decido di trovare un posto vicino casa.

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Nel frattempo chiamo la babysitter per sapere se era arrivata a casa dalle bimbe, e mi dice che è rimasta bloccata fra la neve davanti al cancello del condominio di casa mia.

Alla ricerca vana di un parcheggio per l’auto entro in una via secondaria, e lì mi blocco nella neve. Incastrato.

Imprecando come un turco riesco a farmi prestare una pala da un’anima pia che stava liberando il suo marciapiedi, e inizio a spalare sotto una fitta neve per liberare l’auto.

Mezzora di lavoro. Alla fine riparto. Mi dirigo verso casa.

Arrivato lì trovo la babysitter che sta cercando di liberare la sua auto dalla neve, davanti all’ingresso. Sembra una bambina che cerca di svuotare il mare con un cucchiaino.

Lascio la mia auto da parte, prendo in mano la pala e ricomincio a spalare neve.

Un’ora, cazzo, un’ora di lavoro, fra la neve che continuava a cadere e il sudore che mi scendeva copiosamente dalla fronte.

Si suda come dannati a spalare la neve!

Nel frattempo una signora che doveva accompagnare il figlio a scuola, e che non poteva passare per l’auto che ingombrava la strada, mi inizia a stressare. Deve passare che fa tardi.

Le faccio gentilmente notare che anche le mie figlie non sono andate a scuola, e che con questo caos è probabile che nemmeno le maestre siano arrivate.

Ma lei insiste che deve passare, che è tardi. Le stavo per tirare la pala sulla testa. Le stavo dicendo: “Vuole spalare lei, così fa prima?“, ma desisto, sono troppo stanco.

Accelero il ritmo della spalata. Finalmente libero l’auto e la parcheggio. Avrò liberato dalla neve e dal ghiaccio almeno 40 metri quadri di strada. Uno spalaneve umano.

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Rientro a casa che sembro un pupazzo di neve, telefono al lavoro e dico che non posso venire: l’unica alternativa sarebbe stata quella di andare a piedi alla stazione (3 km da casa mia) e sperare di trovare un treno per Lugano, ma avrei rischiato di arrivare nel pomeriggio.

A questo punto accompagno la babysitter a casa con la sua auto. Arrivato a destinazione mi faccio un’altra mezzora di spalare neve per liberare un posto auto, questa volta con una scopa vecchia trovata per strada, probabilmente dimenticata dalla Befana.

Finito il lavoro ritorno a piedi a casa, sotto una neve che cade fittissima, a falde larghe. Stanco morto, ma ammaliato dal paesaggio inusuale.

Quindi prendo la fotocamera e vado nel giardinetto dietro casa a scattare le foto che vedete.

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Ho la schiena a pezzi, due ore di lavoro pesante sotto la neve: mi sembra di essere passato sotto una mandria di bufali inferociti.

Ma in fondo sono soddisfatto. Sono a casa.

Domani si vedrà.

Una settimana da incubo

lunedì, 22 dicembre 2008

Glass stars

Quella che è passata è stata una settimana da incubo. Roba da infarto. Ora che è trascorsa posso scherzarci sopra.

Questo lunedi è entrato in vigore il nuovo orario invernale dei treni. Un caos, un marasma da terzo mondo. Treni soppressi, ritardi di oltre mezzora, coincidenze saltate. Un disastro insomma.

Il primo giorno sono arrivato in ufficio alle 10 di mattina, inferocito come un bufalo, dopo che il primo treno proveniente da Milano era stato soppresso, e il secondo, in ritardo di mezzora, mi aveva fatto perdere due coincidenze per Lugano. La sera si è replicato. L’eurocity proveniente da Basilea per Milano era in ritardo di mezzora. Anche gli svizzeri iniziano a perdere colpi.

Il mattino dopo, esausto per la giornata precedente, decido di cambiare treno e di prendere l’Eurocity da Milano anziché il regionale. Anche qui un disastro. Un ritardo di mezzora.

In più una volta sul treno il controllore, una ragazza poco più che ventenne, mi fa una contravvenzione di ben 11 euro perché non avevo il supplemento. Ero talmente incazzato che se avessi reagito l’avrei scaraventata giù dal treno. Mi ha fatto pena. Ho pensato al suo contratto. Ho cercato senza troppa convinzione di argomentare, poi ho deciso di pagare.

Arrivo di nuovo al lavoro alle 10, in ritardo di un’ora. Sono passate 4 ore da quando mi sono svegliato. Giornata lavorativa tesa, intensa. Abbiamo un’importante consegna per lunedi 22 dicembre.

La sera, vedendo che l’eurocity era di nuovo in ritardo, decido di cambiare treno e provare a prenderne uno che fermava ad Albate, uno sperduto paese in provincia di Como, e aspettare da lì la coincidenza.

Arrivo ad Albate in ritardo, ovviamente. Scendiamo in quattro persone. Gli altri tre escono dalla stazione e se ne vanno. Rimango solo io, in una stazione assolutamente deserta, sotto una pioggia torrenziale, ad aspettare per mezzora il treno per Monza.

Mi sembrava di essere in un western di Sergio LeoneDa solo, di notte, sotto la pioggia, in una stazione nel mezzo del nulla, ad attendere un treno che non arrivava mai. E i binari che sembravano estendersi all’infinito, da un lato e dall’altro. Alla fine sono arrivato a casa un’ora dopo, stravolto.

Il mercoledi si replica, sia all’andata che al ritorno. Ritardi da terzo mondo. Ma il clou è stato giovedi.

Una sfilza di riunioni al mattino al lavoro. Festa scolastica per gli auguri di Natale delle mie bambine alla stessa ora, 15.30 a Monza, ma ovviamente in due scuole diverse. Cena di lavoro a Lugano alle 19.30. In più la babysitter ha pensato bene di avvisarmi solo la sera precedente che quel pomeriggio non poteva esserci.

Panico. Come fare? Visto che non riuscivo a trovare nessuno che potesse accudire le bambine, alla fine ho scelto l’unica alternativa percorribile. Decido di portarmele con me alla cena.

La mattina vado a Lugano e mi sparo di fila le tre riunioni di lavoro. Alle 13.30 prendo per un pelo il treno da Lugano per Monza e arrivo alle 15.30 alla scuola della più grande. Fremo durante l’interminabile recita delle poesie di Natale perché so che l’altra mia bambina, la più piccola, è senza di me, nell’altra scuola con la babysitter.

Alla fine riesco a scappare. Saluto di corsa maestre e genitori trascinandomi mia figlia e arrivo nell’altra scuola, giusto in tempo per il finale. Appena il tempo di portare le bambine a casa, far loro mangiare qualcosa, e alle 17.00 ripartiamo per Lugano, questa volta in auto.

Nelle strade c’è un traffico infernale, frenetico. Gente impazzita per gli acquisti natalizi. Mi trovo più volte ad inveire contro la gente e questo folle Natale ormai privo di senso.

Alla fine riesco ad entrare in autostrada. Inizio a rilassarmi un poco. Non l’avessi mai fatto. Sento degli strani rumori provenire dall’auto, e poco dopo vedo del fumo uscire dal cofano.

Cazzo, avevo portato l’auto dal meccanico solo una settimana prima e avevo pagato 750 euro! Tra mille bestemmie riesco a fermarmi. Evidentemente lassù qualcuno ce l’ha con me. Solo che io non mollo, nemmeno se mi ammazzano. Apro il cofano e alla fine scopro che il tappo del contenitore del liquido di raffreddamento non era stato stretto bene. Niente di grave. Riparto per Lugano e alla fine arriviamo.

Trascorriamo una piacevole serata in un ristorante messicano. Ovviamente sono stato tutta la sera ostaggio delle bambine.

Uscendo scatto delle belle foto alle mie figlie in Via Nassa, in pieno centro di Lugano. Arrivo a casa a Monza alle 11 di sera, chiaramente distrutto. Andare e venire due volte in un giorno da Monza a Lugano, 400 km, tra mille impegni e stress non è male. Un bell’allenamento per un infarto.

Il venerdi continua invece all’insegna della commedia degli equivoci. All’ora di pranzo decido di andare a mangiare un kebab, da solo. Da una settimana ci siamo trasferiti nei nuovi uffici, più grandi, nelle immediate adiacenze della stazione ferroviaria.

Chiedo in una birreria le indicazioni per trovare un venditore di kebab nelle vicinanze. Passato un equivoco alberghetto dove la notte si consumano amplessi mercenari mentre fuori si spaccia droga – tutto il mondo è paese – immediatamente a fianco di questo hotel trovo il posto con l’insegna del kebab fuori.

Entro e mi trovo catapultato in un’altra dimensione.

Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo e di essere entrato in un caffé di periferia di Istanbul degli anni 70. Alle pareti di legno scuro ci sono bandiere di squadre di calcio turche e giornali turchi, sugli scaffali bibite turche. Ai tavoli stanno seduti uomini turchi che sembrano usciti dal film Fuga di mezzanotte, che mangiano piatti turchi. Tutti si zittiscono all’improvviso e mi stanno a guardare. C’è un silenzio imbarazzante nell’aria.

Mentre ancora disorientato mi chiedo cosa fare, un uomo che sta leggendo il giornale seduto ad un tavolo, capelli neri impomatati e pettinati all’indietro, giacca nera e orologio da due chili al polso, aspetto da impresario delle pompe funebri o da magnaccia, mi guarda fisso negli occhi e poi con un sorriso ambiguo mi fa: «Buongiorno!».

«Buongiorno!» rispondo io, mentre si fa largo nella mia mente la possibile soluzione. Visto che in quel posto di kebab non c’è nemmeno l’odore, decido di passare all’attacco e chiedo alla signora, turca anche lei ovviamente, che sta dietro il bancone: «Avete kebab?», sicuro di avere risposta negativa e uscire conseguentemente dal locale.

L’impresario di pompe funebri lentamente va dietro al bancone, si affianca alla signora, e mi risponde: «Certo che abbiamo kebab. Lo vuole completo?».

Era il padrone del locale, nonché marito della signora. Dietro di loro una foto di una decina di anni prima li raffigura mentre brindano assieme.

«Senza cipolla, ma molto piccante!» rispondo io, rendendomi conto di essere ormai fregato.

Una rapida occhiata al locale mi fa capire che le condizioni igieniche di quel posto dovrebbero essere simili a quelle medie di un bar turco degli anni 70. Il peperoncino abbondante mi servirà come disinfettante e antibatterico naturale per combattere quello che troverò nel panino.

La signora va dietro una porta con una tendina semisocchiusa, con la scritta: “Cucina. Vietato l’accesso“.

Il fatto di non poter vedere cosa succede in cucina, che colore potrebbe avere la carne e in che condizioni è conservata, mi inquieta ulteriormente. Mi rendo conto che l’ipotesi di passare la serata al pronto soccorso di Lugano per intossicazione alimentare non è molto improbabile. Ma ormai sono in ballo e devo stare al gioco.

Alla fine la signora mi dà la piadina col kebab, pago il conto e finalmente esco fuori.

Per un attimo sono tentato di buttarlo via, poi lo guardo meglio e vedo che l’aspetto è invitante.

Il primo morso al kebab è come la roulette russa. Una lotteria. Ma invece con mia sorpresa è buono. Più buono della media. Si tratta di un kebab artigianale, fatto in casa, con la carne tagliata a pezzettini non molto sottili. Un kebab tradizionale insomma, non quello surgelato che di norma si trova in giro.

Alla fine lo mangio con gusto, mentre contemplo le montagne innevate e il lago azzurro sullo sfondo.

Poi ci ho bevuto sopra una birra e due caffè. Ma sono ancora vivo.

Quasi quasi ci ritorno un’altra volta, uno di questi giorni.

Ritorno in Olanda

martedì, 16 dicembre 2008

Mare del Nord_Inverno

Dopo due anni ritorno nuovamente in Olanda. Questa volta senza Annemieke

Il 26 dicembre parto in auto con le bambine. Staremo via una decina di giorni.

Ho prenotato un appartamento al mare, in un residence di un piccolo paese sulla costa olandese, Noordwijk aan Zee, dove eravamo già stati l’ultima volta.

Il residence si chiama “The Witte Raaf” (Il corvo bianco), e le foto sotto spiegano bene il perché.

Corvi su un campo 1 Corvi Corvi su un campo 2

Il fatto di tornare in Olanda per la prima volta senza Annemieke mi emoziona. Ho come la sensazione di dover vedere tutto con occhi nuovi, riscoprire con una consapevolezza diversa quello che pensavo di conoscere, che mi era diventato ormai familiare.

Sto aspettando questo viaggio da mesi. Ho una gran voglia di attraversare in auto mezza Europa, lasciare dietro di me i pensieri e le preoccupazioni di tutti i giorni, la stanchezza e la fatica, dimenticare tutto e tutti, e arrivare finalmente in Olanda, trovarmi al cospetto del Mare del Nord.

Ho bisogno di specchiarmi in quella vastità sterminata, cupa e scura, nel ribollire tormentato delle onde del mare, nel cielo gravido di nubi scure, nelle grandiose dune spazzate dal vento.

Ho bisogno di sentire il sapore della salsedine, lasciarmi spazzare dal gelido vento del mare, sentirne l’odore.

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Sento una grande responsabilità. Mi fa una grande impressione il fatto che debba essere io, siciliano, a far conoscere alle mie figlie la terra della loro madre, olandese. Devo essere io, uomo e padre, a farmi tramite di un passaggio generazionale tutto femminile, da madre a figlie, di ricordi, umori e sensazioni legati alla terra, archetipo femminile per eccellenza.

Sono rimasto solo io a far da ponte fra le mie figlie e l’Olanda, a tramandare una cultura, delle tradizioni, delle usanze, un sentire comune, e una lingua (se mai ci riuscirò) che non erano mie, ma che lo sono diventate.

E questa missione fa sì che io mi senta ormai parte di quella terra, stranamente, come non lo ero mai stato.

Questo viaggio sarà per me anche un modo per avvicinarmi ulteriormente ad Annemieke, per interiorizzare un percorso che è in atto ormai da quasi un anno. Fortunatamente ci saranno le bambine a tenermi ancorato alla realtà di tutti i giorni.

Le porterò a conoscere Amsterdam, i canali, i cieli, i prati e le nuvole dell’Olanda.

Andremo dai parenti, le porterò a giocare dai loro cuginetti, ce ne andremo a zonzo per l’Olanda. Come nomadi. Dove ci porteranno l’istinto, la voglia e il vento.

Come in quella canzone dei Noir Désir: “il vento ci guiderà“.

Il “non infinito”

martedì, 11 novembre 2008

Non infinito

Ieri sera sono rimasto veramente stupito, senza parole, quando Edith, la mia figlia maggiore, mi ha fatto vedere, tutta orgogliosa, il disegno che aveva realizzato per la sua mamma.

A parte l’intensità e la dolcezza del disegno, il tono di allegria, serenità e giocosità che traspare da esso, mi hanno colpito le parole che lei ha usato come intestazione del disegno: il concetto di “non-infinito“, inteso come qualcosa di più grande e superiore dell’infinito.

Avevo un’idea ben precisa dell’origine di tale concetto, così anomalo in una bambina di nemmeno sette anni, così ho chiesto conferma a lei stessa.

Lei è molto interessata ai concetti di infinito, di eternità, del nulla, del tempo, e spesso intratteniamo piacevoli conversazioni a tavola.

Due giorni fa, a tavola, mentre mi inchiodava con domande del tipo, “quanto fa infinito meno infinito“, e “infinito più infinito“, se “è più grande l’infinito del tempo” o “l’infinito dello spazio”, cosa c’era prima del tempo, “dov’è il tempo“, “se è più grande il sole dei pianeti”… ad un certo punto le dico: «Se mi prometti di mangiare tutto ti rivelerò una cosa ancora più stupefacente dell’infinito che ti lascerà a bocca aperta!».

Non l’avessi mai detto.

Ha divorato tutto, mentre continuava a dirmi: «Me lo puoi dire adesso? Dimmelo!»

Alla fine, dopo lo yogurt le ho detto: «Secondo te di cosa sono fatte le cose? Di cos’è fatta la materia? Di cosa è fatta l’aria? E il fuoco? E noi?»

Vedevo il “sacro fuoco” dello stupore, l’ardore primigenio della conoscenza e della curiosità ardere nei suoi occhi. La vedevo abbozzare delle risposte improvvisate senza troppa convinzione, il cui unico fine era quello di spingermi a dare la risposta.

Alla fine le ho detto: «La materia è fatta di atomi, che sono come dei piccolissimi pianeti che girano attorno a dei soli piccolissimi, così piccoli che non si possono vedere. Ma che sono grandi come l’infinito. Sono infinitamente piccoli. Come se tutto l’infinito fosse diventato piccolo piccolo, ma è sempre grande e infinito.»

L’ho vista rimanere a bocca aperta, senza parole per alcuni secondi, poi mi ha detto: «Avevi ragione, sono rimasta senza parole!»

Il giorno dopo ha fatto quel disegno, e mi ha confermato che il “non infinito” era il concetto di “infinitamente piccolo” per cui lei non riusciva a trovare altre parole adatte ad esprimerlo, ma che nella sua mente era qualcosa di più complesso dell’infinitamente grande, che invece già padroneggia.

Nelle sue intenzioni, un amore più grande del “non infinito” è qualcosa di infinitamente sublime. Il massimo concepibile.

E ha fatto quel disegno per la sua mamma che non c’è più.

Sono rimasto senza parole.

Ho conservato il disegno, come tanti altri, non so bene per quale motivo. Come se lo volessi far vedere a sua madre, che non c’è più.

Mi rendo conto in questi momenti di quanto vuote di senso siano le mie azioni. Ma lo faccio lo stesso. Per loro forse. Non lo so.

Forse anche per me, soprattutto.

Johnny Cash – Hurt

giovedì, 16 ottobre 2008

«I hurt myself today
to see if i still feel
I focus on the pain
the only thing that’s real.
»
Hurt – Johnny Cash 

Circa un anno fa sentii per la prima volta alla radio, mentre mi recavo in auto al lavoro, la canzone Hurt cantata da Johnny Cash (1932–2003), il grande cantautore statunitense interprete di numerose canzoni di folk music e di celebri talking blues.

Mi trovavo in una situazione personale e familiare molto particolare. Ne rimasi molto colpito. Fu come un presentimento.

Due settimane fa, a distanza di un’anno – mi ricordo molto bene le circostanze, per cui mi è facile risalire al periodo in cui avvenne la prima volta – per una singolare coincidenza di eventi mi è capitato di ascoltare di nuovo il brano, vedendone il video (premiato postumo nel 2004 con il Grammy Award) su Youtube.

E questa volta ne ho compreso, o meglio, ho sentito a pieno tutta la dolente umanità, ho sentito vibrare in me ogni singola nota, ogni singola parola, ogni singola intonazione della voce, ogni allusione e sfumatura.

Un capolavoro assoluto, lo straziante e virile testamento spirituale di un grande musicista e cantante, ma prima di tutto un grande uomo che non si è mai risparmiato e ha vissuto la vita con slancio e generosità, nel bene e nel male.

Mi hanno ulteriormente colpito due cose che ho scoperto poi su internet.

Il 15 maggio 2003, pochi mesi dopo aver girato il video, sua moglie June, che si vede verso la fine del filmato, è morta all’età di 71 anni. Nel settembre dello stesso anno Johnny Cash è stato ricoverato nel Baptist Hospital di Nashville per complicazioni diabetiche, dove è morto il 12 settembre.

La casa dei coniugi Cash a Nashville, in cui è girato il video, è andata distrutta in un incendio scoppiato accidentalmente il 10 aprile 2007 mentre erano in corso gli ultimi lavori di ristrutturazione.

Hurt – Johnny Cash (cover Dei Nine Inch Nails)

I hurt myself today,
to see if i still feel,
I focus on the pain,
the only thing that’s real,

The needle tears a hole,
the old familiar sting,
try to kill it all away,
but I remember everything,

(Chorus)
what have I become,
my sweetest friend,
everyone i know,
goes away in the end,

and you could have it all,
my empire of dirt,
I will let you down,
I will make you hurt,

I wear this crown of thorns,
upon my liars chair,
full of broken thoughts,
I cannot repair,

beneath the stains of time,
the feelings dissapear,
you are someone else,
I am still right here,

What have I become,
my sweetest friend,
everyone I know,
goes away in the end,

and you could have it all,
my empire of dirt,
I will let you down,
I will make you hurt,

if I could start again,
a million miles away,
I will keep myself,
I would find a way

(trad. dal sito Dartagnan.ch)

Ferito

Oggi mi sono ferito da solo,
Per vedere se ero ancora in grado di sentire,
Mi sono concentrato sul dolore,
la sola cosa reale,

l’ago fa un buco
la vecchia familiare puntura
che cerca di eliminare ogni cosa
ma io ricordo tutto,

(Chorus)
Cosa sono diventato?
mio dolce amico
tutti quelli conosco
sono andati via alla fine

e potresti avere tutto
il mio impero di fango
Ti abbandonerò
Ti farò star male

Ho portato questa corona di spine
sulla sedia di coloro che mi mentono
pieno di pensieri interrotti
(che) non posso riparare

sotto le macchie del tempo
i sentimenti scompaiono
tu sei qualcun altro
Sono ancora qui

Cosa sono diventato?
il mio più caro amico
tutti quelli che conosco
sono andati via alla fine

e potresti averlo tutto
il mio impero di fango
Ti porterò in basso
Ti farò male

Se potessi ricominciare
a un milione di miglia da qui,
mi controllerei,
troverei un modo.

Metti una notte di mezza estate, in Sicilia

venerdì, 12 settembre 2008

Agosto 2008

Sono presissimo dal lavoro, come forse non mi era mai capitato da dieci anni a questa parte.

Stiamo lavorando alla realizzazione di un mondo virtuale on-line con tempi, obiettivi e scadenze ai limiti dell’impossibile.

Del resto lo sapevo bene quando ho accettato l’incarico di Project Manager in Svizzera. In fondo era quello che stavo cercando da sempre. Una sfida di quelle che fanno tremare i polsi, ma schizzare  l’adrenalina alle stelle.

Ma ci sarà tempo e modo di parlare anche di questo in futuro, del mio lavoro.

Avrei tante cose da scrivere sul blog, tante foto da pubblicare, la mia vita è molto intensa, ma stranamente ultimamente rifletto molto più del solito prima di pubblicare un articolo, e spesso inizio a scrivere e poi cancello, insoddisfatto.

Sono diventato ancora più esigente con me stesso, più desideroso di mirare all’essenziale.

Mi rendo conto che questo può avere come effetto collaterale il fatto di non scrivere più, o scrivere molto di meno, in attesa delle parole perfette.

Ed è proprio questo che non voglio. Desidero che anche la superficialità, la leggerezza, la frivolezza abbiano il loro ruolo importante nella mia vita.

Pertanto faccio un’eccezione e pubblico una mia foto recente, scattata l’8 agosto di quest’anno al matrimonio di due cari amici miei a cui ho fatto da testimone di nozze in Sicilia, in una splendida villa nei pressi di Ispica. Questo spiega il look particolare.

In quella foto, in quello sguardo, c’è il mio io più recente.

Era circa l’una di notte, e diciamo che avevo bevuto e fumato abbastanza, ma al tempo stesso ero estremamente lucido. L’età insegna a conoscere i propri limiti, anche fisici, e a giocare su quel labile confine che separa dalla vertigine. Anche questa è una sfida.

Nei prossimi post pubblicherò alcune delle foto più belle che ho scattato durante i pochi, ma intensi, giorni che ho passato in Sicilia.

Gabbiani – Vincenzo Cardarelli

venerdì, 22 agosto 2008

Gabbiani

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace
io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca

(Vincenzo Cardarelli)