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Gabbiani – Vincenzo Cardarelli

venerdì, 22 agosto 2008

Gabbiani

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace
io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca

(Vincenzo Cardarelli)

Ferragosto in città

venerdì, 15 agosto 2008

Ferragosto 2008

Sono tornato domenica scorsa dalla Sicilia. Ho preso solamente una settimana di ferie.

Lunedi 11 agosto ero già al lavoro a Lugano. Siamo impegnati con scadenze e consegne impegnative. Si lavora duramente, con ritmi serrati.

La settimana di ferie in Sicilia è stata breve, ma intensa.

Bagagli smarriti a Roma, in cui avevo fatto scalo, e recuperati dopo due giorni; visite di parenti e amici e ripetizione; la mattina a mare con le bimbe e la sera a passeggio con loro; il matrimonio di un mio caro amico a cui ho fatto da testimone di nozze in una splendida cornice; mio padre che nel frattempo, per movimentare ulteriormente le cose, è stato ricoverato per un delicato intervento alla retina.

Insomma, una settimana all’insegna del sano relax.

E sono riuscito anche a scattare tante foto. Ci sarà tempo per pubblicarle sul blog nei prossimi giorni.

Oggi era Ferragosto. L’ho trascorso completamente da solo a casa. Le bambine sono ancora giù dai miei.

La mattina sono uscito un po’ in centro, a fare quattro passi nella città deserta e scattare qualche foto in uno scenario urbano surreale e metafisico, alla De Chirico, mentre minacciose nubi si addensavano all’orizzonte e la temperatura era tutt’altro che estiva.

Dopo pranzo una violentissima grandinata accompagnata da forti raffiche di vento ha sferzato la città, ripulito l’aria e fatto qualche danno in giro, a giudicare dalle sirene dei vigili del fuoco che ho sentito.

Una giornata malinconica.

Ne ho approfittato per fare un po’ di ordine e pulizia in casa.

Ho sistemato anche le foto, i tanti album di fotografie che giacevano caoticamente ammassati e rimescolati dalle ‘manine’ delle mie figlie.

È stato come rivivere gli ultimi diciassette anni della mia vita in poche ore; tutti i fatti salienti, i momenti più belli, i ricordi più dolci, gli eventi più tristi e tragici, condensati nell’arco di un pomeriggio.

È stata dura.

Adesso che sono solo a casa, completamente solo in una città deserta, mi rendo pienamente conto di quanto importanti siano le mie figlie, di quanto rappresentino per me.

E devo confessare che senza di loro, adesso, dopo tutto quello che è successo, sarei completamente smarrito, perso.

Giant Steps – John Coltrane

sabato, 14 giugno 2008

Settimana intensa, piena, densa, ricca di soddisfazioni professionali e personali.

Sto cercando di dare il massimo, impegnato in obiettivi ambiziosi, ho costruito un team dal nulla in due mesi, una task force di persone capaci di rischiare, di mettersi in gioco per un progetto che ha del visionario.

Raccolgo le prime soddisfazioni, il lavoro da fare è tanto, ma amo queste sfide al limite dell’impossibile, tracciare rotte nuove.

Mi ci sto dedicando anima e corpo, senza risparmiarmi, bruciando energie al massimo.

Sento che il tempo che ho a disposizione per mettermi alla prova, per dimostrare a me stesso quello di cui sono capace, è poco.

Certe occasioni capitano solo una volta nella vita. Bisogna coglierle al volo e donarsi con generosità.

Ma nonostante tutto questo avverto un vuoto che non potrà essere mai colmato, un’amarezza che mi pervade in ogni momento, una tristezza e malinconia di fondo che non mi abbandonerà mai.

In fondo tutto questo lo sto facendo per lei, Annemieke, anche se non c’è più, ma è sempre viva dentro di me. Un dono per lei.

In momenti come questi trovo rifugio e conforto nella musica di John Coltrane, che da venti anni a questa parte costituisce una presenza e un punto di riferimento costante per me.

“Giant Steps fu il primo grande successo personale di John Coltrane ed è ancor’oggi considerato uno dei suoi capolavori oltreché uno dei dischi più importanti della storia del jazz.” (da Wikipedia)

Il brano è costruito su una progressione armonica basata su intervalli di terza maggiore, molto insolita e di grande difficoltà per i solisti.

Avrò sentito Giant Steps centinaia di volte, ma ogni volta è come se fosse la prima volta.

E il settimo giorno si riposò

domenica, 8 giugno 2008

Brownie

Una domenica come tante, da alcuni mesi a questa parte.

La mattina trascorsa a pulire la casa, lavare per terra, cercare di sistemare il caos che di continuo le bambine mettono in giro con una velocità e creatività stupefacente. A volte entrando nella loro stanza sembra che sia esplosa una bomba. Hanno un’energia inesauribile.

Poi preparare il pranzo, lavare i piatti, preparare la salsa da mettere nei vasetti per il freezer per la prossima settimana.

Subito dopo, come digestivo, tre ore e mezza passate a stirare vestiti. Una decina di camicie mie, una vera delizia, e poi una montagna di magliettine, pantaloni, canottiere, mutandine delle bimbe. Mi fa male ancora il polso.

Poi preparare il pesto, fare il bagnetto alle bimbe, asciugar loro i capelli, riordinare nuovamente la casa, sbraitando a destra e a manca, cercando di far mettere ordine anche a loro.

Poi preparare una bella cenetta con impegno, salvo vedere che loro non mangiano quasi nulla, e si accontentano di un po’ di pane con formaggino. Tanto lavoro per nulla. Adoro quand’è così.

Alla fine, lavare una gran pila di piatti, preparare le bimbe per andare a letto, farle andare in bagno, lavar loro i denti.

E finalmente sono a letto. Dormono.

Non c’è che dire. Una domenica da vera casalinga frustrata.

Sono distrutto. Mi preparo un’intera caffettiera di caffè, mi verso del whiskey, mi siedo fuori sul balcone a godermi un po’ di silenzio e a respirare l’aria fresca che sa ancora di pioggia.

È già buio. Ho ancora delle cose da fare, ma questo è il primo momento della giornata in cui riesco a riposarmi un attimo.

Non vedo l’ora che sia domani per andare a lavorare. Mi aspetta una settimana lavorativa intensa, di quelle toste, da battaglia campale.

Ma sinceramente, è ben poca cosa rispetto a dei fine settimana di riposo come questo.

Lo so già che poi non vedrò l’ora che sia venerdi sera, ma l’importante è diversificare le cause di stanchezza. Ci si riesce anche a riposare, fra un tipo di stress e l’altro.

Controcorrente

domenica, 1 giugno 2008

Non guardo più la televisione da circa due anni. Pago solo il canone RAI per le bambine, che tra l’altro guardano solo cartoni animati su DVD.

Non seguo il calcio. Odio quello che da anni è ormai diventato.

Non vado pazzo per le automobili. Le ritengo solo un mezzo di trasporto, e mi stressa tantissimo essere bloccato nel traffico.

Non sono un fanatico entusiasta delle tecnologie informatiche, pur essendo il project manager di un progetto complesso che ha come obiettivo la realizzazione di un mondo virtuale on-line altamente innovativo.

Sono un nichilista e un pessimista nel pensiero e nella teoria, ma un inguaribile ottimista nella prassi.

Credo di essere politicamente di sinistra, ma sono un irriducibile individualista e un aristocratico nell’indole, un anarchico amante della libertà totale.

Non ho nulla da spartire con questa società che non mi rappresenta per niente e dalla quale mi sento anni luce distante, ma nutro sogni di palingenesi e di rinnovamento sociale.

Sono un cane sciolto, una contraddizione vivente, un irriducibile, un ossimoro attualizzato.

Sono normale?

Long Nights

sabato, 31 maggio 2008

Ci sono dei momenti in cui la mancanza di Annemieke e il ricordo della sua perdita, il dolore e la  sofferenza di quei mesi, riemergono più forti che mai e si fanno intollerabili.

Un paio di sere fa, assieme alle bambine, ho rivisto dei video che avevamo girato l’estate scorsa in Sicilia. Momenti di serenità e spensierata felicità. Mentre Annemieke ballava con le bambine ad una festa all’aperto.

È stato come ricevere un devastante gancio sinistro di Mike Tyson o scontrarsi con una locomotiva.

Penso in continuazione a lei, a quello che ha rappresentato e ancora rappresenta per me, ma rivederla felice, sentire la sua voce, ripensare a quei momenti e a quello che è successo subito dopo, è stata un’esperienza molto forte.

Una mazzata di quelle che ti stendono a terra.

Stasera, dopo una giornata devastante, come tutti i fine settimana del resto, ho sentito il peso della sua mancanza, della sua assenza, più forte che in altri momenti.

Dopo aver messo le bambine a letto ed avere cenato, per rilassarmi e trovarmi un po’ con me stesso, non ho trovato di meglio che versarmi un po’ di whiskey nel bicchiere e fumarmi un sigaro sul balcone, ascoltando un po’ di musica.

La musica era quella della colonna sonora del film Into the Wild, che ho visto, e fortemente voluto vedere, cinque giorni dopo il suo funerale. Un film che per me è indissolubilmente legato a quei momenti.

Il brano della colonna sonora che ho scelto come video di apertura è Long Nigths di Eddie Vedder, autore delle musiche del film.

Di seguito il testo e la traduzione:

LONG NIGHTS

Lyrics/ Music: Ed Vedder

Have no fear
For when I’m alone
I’ll be better off than I was before

I’ve got this life
I’ll be around to grow
Who I was before
I cannot recall

Long nights allow me to feel…
I’m falling…I am falling
The lights go out
Let me feel
I’m falling
I am falling safely to the ground
Ah…

I’ll take this soul that’s inside me now
Like a brand new friend
I’ll forever know

I’ve got this life
And the will to show
I will always be better than before

Long nights allow me to feel…
I’m falling…I am falling
The lights go out
Let me feel
I’m falling
I am falling safely to the ground
Ah…

TRADUZIONE

Non avere paura
Per quando sono da solo
Starò meglio di quanto non stessi prima

Ho questa vita
Andrò in giro per crescere
Chi ero prima
Non riesco a ricordarlo

Lunghe notti mi permettono di sentire…
Sto cadendo… sto cadendo
Le luci si spengono
Mi lasciano sentire
Sto cadendo
Sto cadendo al sicuro per terra
Ah…

Prenderò questa anima che è dentro di me ora
Come un amico nuovo
Che conoscerò per sempre

Ho questa vita
E la volontà di dimostrare
Che sarò sempre migliore di prima

Lunghe notti mi permettono di sentire…
Sto cadendo… sto cadendo
Le luci si spengono
Mi lasciano sentire
Sto cadendo
Sto cadendo al sicuro per terra
Ah…

Un giorno di ordinaria follia

mercoledì, 28 maggio 2008

treno tilo

Oggi ho vissuto un giorno di ordinaria follia, come ormai non me ne capitavano da mesi. Disavventure tragicomiche e azioni da grande combattente, nevrosi da manager e frustrazioni da casalinga.

Un misto fra Fantozzi, Woody Allen, Gladiator e Desperate Housewives.

Stamane esco di casa come al solito alle sette e un quarto per prendere il treno delle 7.42 per Chiasso. Da lì prendo poi il treno delle 8.31 che arriva a Lugano alle 8.50. La finestra di tempo utile per beccare la coincidenza per Lugano è di circa 8 minuti. Siccome i treni italiani sono spesso in ritardo capita a volte (in media ogni 15 giorni) di perdere la coincidenza e arrivare un’ora dopo in ufficio.

Stamane ero un po’ teso per timore di eventuali ritardi. Avevo una riunione molto importante con il mio capo verso le 9.00 e non potevo assolutamente rischiare di arrivare tardi all’appuntamento.
Stiamo entrando nel vivo del progetto di cui sono project manager (un mondo virtuale on-line web based), abbiamo obiettivi ambiziosi e scadenze molto impegnative, e la “pressione” inizia a farsi sentire. Pertanto ieri sera avevo anche lavorato da casa per completare la presentazione e stamane avevo il notebook con me per fare gli ultimi ritocchi sul treno.

Dovevo arrivare ben preparato, determinato e convincente alla riunione. “Cazzuto“, insomma, per usare un termine tecnico.

Immerso in questi pensieri, salgo sul treno che da Monza mi conduce a Chiasso. Mi siedo, accendo il portatile e mi metto a lavorare.

Arrivato a Seregno (in pratica tre fermate, una decina di minuti circa) il treno si ferma. E rimane fermo per una decina di minuti. Mi dico: “Ecco, lo sapevo, arriverò in ritardo. Ma forse magari ce la fa a recuperare.”

Dopo un po’ passa il controllore nella mia carrozza, dove sono rimasto da solo (particolare a cui non presto attenzione, essendo spesso il treno semivuoto, ma che avrebbe dovuto mettermi in allarme) e mi dice di spostarmi due carrozze più avanti. Mugugnando prendo tutto con me e mi sposto.

Dopo un po’ vedo che sul treno inizia a salire tanta gente, troppa gente rispetto alla norma, il treno si riempie.

Mi dico: “Visto il ritardo, i viaggiatori del treno successivo avranno deciso di prendere questo treno per evitare ulteriori ritardi”. Ma in realtà iniziavo ad insospettirmi.

Finalmente, dopo circa un quarto d’ora di fermo il treno riparte. “Finalmente” mi dico.

Ma una frazione di secondo dopo mi rendo conto, con un brivido, di qualcosa di strano, a cui non voglio credere.

Il treno va in direzione opposta!

Penso: “Sarò io che mi sono rincoglionito; cambiando vagone e posto mi sembra di viaggiare in direzione opposta.”

Ma il treno sta veramente tornando indietro. Infatti arrivo alla stazione di Desio.

Imprecando e furioso come non mai, decido di tornare a Monza e chiedere spiegazione dell’accaduto in stazione; voglio sporgere reclamo alle ferrovie dello stato per il fatto di non essere stato avvertito.

Appena arrivo a Monza mi precipito come una furia in biglietteria e spiego l’accaduto, ma l’impiegato mi dice che non è possibile, che non gli risulta. Io gli dico: “Scusi come faccio ad essere di nuovo qui se non è possibile?” E lui, con indifferenza: “Non lo so, vada all’ufficio della Dirigenza del Traffico e chieda spiegazioni là.”

Vado all’ufficio in questione e, sempre più incazzato inizio a spiegare il fatto ai responsabili. Nel mentre mi accorgo che arrivano due miei amici e gli faccio cenno con la mano di venire per farsi due risate.

I funzionari dell’ufficio sembrano cascare dalle nuvole, poi controllano tutto sui monitor in tempo reale e sui tabulati, ma niente: non risulta che nessun treno abbia fatto dietro-front.

Poi il dirigente mi fa: “Ma non è che per caso ha preso il treno prima, quello che ferma a Seregno e che parte dallo stesso binario?”

E io, sempre più furibondo e convinto: “Impossibile, quello parte un quarto d’ora prima e poi è da 7 mesi che ormai faccio il pendolare, vuole che sbagli treno?
E il dirigente: “Sì, ma stamane il treno per Seregno è partito con 15 minuti di ritardo, per cui sicuramente lo ha scambiato. Poi una volta arrivato a Seregno, il treno si ferma e dopo un po’ riparte in direzione Milano.”

In quel momento ho realizzato tutto. Ecco perché il treno era così carico di studenti. Andavano tutti in università a Milano.

Sono uscito come un cane bastonato biascicando qualche parola di scusa, e incazzato ancor più di prima.

Avevo fatto la figura di quel tipo della barzelletta che guida in autostrada e sente alla radio che un pazzo sta guidando in contromano sul suo stesso tratto. Lui si guarda intorno e fa: “Un pazzo? Mica è solo uno il pazzo ad andare in contromano? Qui sono tutti pazzi e vanno in contromano!”

In ogni caso arrivo all’ufficio con un’ora e mezza di ritardo, e invento una scusa penosa a metà fra la realtà e la fantasia. La riunione poi è andata benissimo.

Credevo di avere finito, ma in realtà ad ora di pranzo mi chiama un’amica e mi dice che Edith, mia figlia maggiore, ha vomitato a scuola e ha la tosse molto forte, e lei l’ha portata a casa. Una grana in più da gestire, oltre alla preoccupazione.

Il resto della giornata lavorativa è stato intensissimo, con la mente al lavoro e a mia figlia. Finalmente prendo il treno per tornare a casa. Arrivo alle 20.30 a casa dell’amica, prendo le bimbe, le porto a casa.

Lava i denti alle bambine, metti il pigiama, prepara l’aerosol per una mentre fai il bidè all’altra. Nel frattempo cerco di preparami da mangiare e affetto la pancetta. Ad un certo punto, mentre faccio il bidè alla più piccola sento la più grande che urla: “Papààààà! Papààààààààààà!”

Mollo la piccola e vado dalla più grande, imprecando dentro di me: “Cosa c’è, Edith?” “Devo fare la cacca, papà! Mi scappa mi risponde lei.

Cambio immediato di figlie in bagno: priorità alle emergenze.

Comunque verso le 21.30 riesco a metterle finalmente a letto.

Decido di coccolarmi dopo una giornata così intensa! Decido di farmi un piatto di spaghetti alla carbonara!

Mentre faccio rosolare la pancetta nell’olio, chiamo al telefono il Technical Leader del progetto e discutiamo di lavoro. Una mano sul telefonino, l’altra sul cucchiaio di legno.

Alla fine mi siedo a tavola, mi verso gli spaghetti alla carbonara nel piatto. Una spolverata abbondante di pepe nero. Uno spettacolo!

La prima forchettata che metto in bocca è un’esplosione dei sensi. Sento le campane rimbombare nella mia testa. Ah, sublime, indicibile delizia!

Che giornata intensa!

Solo

lunedì, 21 aprile 2008

Friedrich - Wanderer observing the fog below him

Oggi è il primo giorno che sono da solo. Mia madre è partita ieri pomeriggio, dopo cinque mesi che stava qui.

È strano dover ritrovare un nuovo assetto, un nuovo equilibrio. Anche se c’è una signora che bada alle bambine quando non sono presente, in ogni caso adesso devo contare esclusivamente sulle mie forze e la mia capacità di organizzarmi e gestire la situazione.

Una banale cena di lavoro, tanto per fare un esempio, diventa un problema di non semplice risoluzione.

In ogni caso, desideravo da tempo questo momento. Poter essere da solo.

Percepisco pienamente il senso di sfida che è insito nella situazione, il fatto di misurarmi con i miei limiti, vedere fin dove mi è possibile arrivare.

E devo dire che mi sono preparato a questo periodo, fisicamente e psicologicamente, come un atleta si può preparare per una grande competizione. La situazione in cui mi trovo richiede efficienza e reattività.

Da quando mi sono rimesso da quella brutta influenza che mi ha messo a terra per quattro giorni, ho modificato radicalmente, e senza nessuno sforzo, le mie abitudini di vita, assumendo una dieta molto più naturale e salutare: non bevo più caffè (ne prendevo circa 7-8 quando ero al lavoro), ho eliminato quasi del tutto l’alcool (solo un po’ di vino a cena), mangio moltissimo yogurt naturale, frutta e verdura, poca carne, e bevo molte tisane.

Risultato: mi sento un’altra persona, in termini di lucidità, efficienza e benessere generale.

In un certo senso mi sento come un apneista di profondità che si prepara a battere il suo record di immersione in assetto costante, o uno scalatore che si prepara a scalare il K2 senza bombole, fidando solo sulle proprie forze. Anche se sai di poter contare sul sostegno di alcune persone, da un certo punto in poi, quando inizia l’avventura vera e propria, sei da solo.

E anche in questo caso si tratta di gestire con lucidità ed efficienza le proprie risorse, riuscire ad ottenere il massimo risultato con il minimo dispendio di energie, trovando quel giusto, precario, difficile equilibrio che fa la differenza fra un successo e un fallimento.

Da buon ex-apneista sto cercando di mettere a frutto in un contesto completamente diverso quello che il mio corpo e la mia mente hanno imparato a suo tempo, quando mi misuravo con il desiderio di scendere in profondità nel mare e l’inevitabile, naturale fame d’aria.

In fondo è una questione di equilibrio, di eleganza, di ricerca della bellezza.

Sì, la vedo così. Una questione di eleganza. Trovare quel magico, sottile, armonioso equilibrio che rende possibile l’impossibile.

E pur consapevole delle difficoltà che mi attendono, sono fiducioso.

Una volta scalata la vetta, o disceso in profondità, mi attendono sensazioni che è difficile descrivere, ma che inizio già a pregustare.

La soddisfazione di avercela fatta. Almeno fino a quel punto. Poi si ricomincia una nuova scalata, o una nuova immersione.

Le sfide e le avventure non finiscono mai.

Stare male, incubi, sogni

sabato, 12 aprile 2008

Fussli - Nightmare

«Se un uomo in sogno attraversasse il Paradiso
e gli dessero un fiore come prova d’esserci stato,
e al risveglio si trovasse con quel fiore in mano
…e allora?
»
(Samuel Taylor Coleridge) 

Vengo da tre giorni di febbre altissima, quasi mai scesa sotto i 39.5 e mantenutasi costantemente intorno ai 40, la notte anche qualche decimo di grado oltre. Ieri non ha superato i 38, e oggi finalmente sono sfebbrato, anche se debolissimo e spossato. Non ho mangiato per quasi tre giorni, e in pratica sono stato tutto il tempo nel letto in un dormiveglia pieno di incubi e di dolori.

Non sono mai stato così male in vita mia. Mercoledi notte ho pensato anche di andare in ospedale. Ho desistito solo per il fatto che avrei dovuto chiamare l’ambulanza: troppo casino, troppo rumore. Non è nel mio stile.

Si vede che la lezione di dieci giorni fa non è servita abbastanza. Non mi sono curato bene, sono andato subito al lavoro, anche se febbricitante, fidando sulle compresse di paracetamolo e ho avuto una brutta ricadutaIl corpo ha le sue esigenze, e se non le ascolti ti ricadono addosso come un macigno.

Pessima influenza, brutta bronchite che stava rischiando di degenerare in broncopolmonite.

Quando mercoledi, verso ora di pranzo, sopraffatto dai brividi della febbre, ho lasciato il lavoro per tornare a casa, mi sono reso conto di quanto fossi fortunato ad usare il treno. Se fossi stato in auto non ce l’avrei mai fatta con 39.5 di febbre, nausea e mal di testa a tornare a casa da solo, sparandomi 90 chilometri di viaggio.

Invece così, la mia maggior preoccupazione, una volta riuscito a salire in treno, era quella di cercare di controllare la respirazione per evitare di vomitare in carrozza: non è bello sporcare i treni svizzeri così puliti e ordinati.

Poi arrivato alla frontiera di Chiasso ho dovuto fare appello a tutte le mie forze per evitare di svenire o di sembrare un drogato prossimo all’overdose. Già mi immaginavo la scena con le guardie di confine prima e con la polizia dopo. Passato anche quest’ostacolo ho preso il treno per Monza, quaranta minuti che mi sono sembrati una vita.

Arrivato a Monza pioveva, ed ero senza ombrello. L’auto distava circa 600 metri dalla stazione. Rassegnato ma ormai vicino alla meta, con la stessa andatura di un novantenne, mi sono diretto verso l’auto sotto la pioggerellina insistente e fastidiosa.

Quando sono arrivato a casa, sono riuscito solo a togliermi le scarpe e i pantaloni e mi sono fiondato nel letto. Due giorni di black-out totale, un giorno di graduale avvicinamento alla realtà e oggi finalmente senza febbre.

Al di là del malessere estremo, del dolore, della paura, della sensazione di avere tutte le articolazioni frantumate e doloranti per cui anche girarsi nel letto era un’impresa, quello che mi è rimasto dentro di quest’esperienza è stato il fatto di vivere tre giorni in uno stato alterato di coscienza.

Un dormiveglia continuo senza soste durato tre giorni, tormentato da incubi orrendi, deliri, crisi di panico, visioni nitidissime, in un dialogo continuo con Annemieke. Ho rivissuto interamente quei tre mesi terribili, ho sentito il suo dolore e la sua sofferenza nel sopportare per due mesi quello che io ho sopportato solo per tre giorni. Mi sono sentito meschino, indifeso, debole. Ho capito che forse era giusto che provassi sulla mia pelle un’infinitesima parte della sua sofferenza, per potere essere ancora più vicino a lei.

Devo dire che in questi tre giorni di delirio è come se avessi vissuto con lei, le ho parlato, lei mi ha dato forza. Forse avevo bisogno di tutto questo.

Adesso è come se quella corazza di ghiaccio che avevo indossato per poter sopravvivere a quei mesi terribili, una volta passato del tempo ed essendosi allentate le pressioni di amici e parenti, non avendo più nulla da dimostrare a me stesso e a gli altri, si stesse lentamente sciogliendo, e i grumi di dolore che erano rimasti pietrificati dentro di me stessero rilasciando le loro sostanze, agendo a scoppio ritardato. E sento che siamo solo all’inizio di questo processo.

Stamane, all’alba, l’ora dei sogni premonitori secondo gli antichi, dopo tanti incubi orrendi ho fatto quello che forse è il sogno più complesso e straordinario di cui abbia memoria, bellissimo, che mi ha lasciato al risveglio una sensazione di benessere e di piacere, tanto che sono riuscito a riaddormentarmi e a rientrare nel sogno esattamente dove l’avevo interrotto. Cosa che non mi capitava più da anni, se non decenni.

Un’esperienza per certi versi simile per intensità a quella che deve aver vissuto il poeta romantico inglese Coleridge quando ebbe in sogno la visione della fantastica reggia di Xanadu che, secondo la leggenda, l’imperatore mogol Kubilai Khan si fece costruire nel XIII secolo dopo averne anche lui avuto la visione in sogno. Subito dopo il risveglio Coleridge scrisse di getto i frammenti del brevissimo poema Kubla Khan, di grande potenza visionaria e straordinario ritmo musicale.

Tralasciando tutta la tessitura narrativa del mio sogno che si espande e abbraccia così tante storie, luoghi, epoche e personaggi che a scriverla ci verrebbe fuori un romanzo, cercherò di raccontare brevemente solo le immagini iniziali, quelle più stupefacenti e vivide, che mi sforzo di non dimenticare e tenere serbate in me, come un prezioso tesoro a cui fare ricorso nei momenti di difficoltà.

Sono così ricche di simboli archetipici, di immagini profonde e suggestive da meritare di essere analizzate con più attenzione e metodo.

«Passeggiavo al crepuscolo per una splendida strada barocca semideserta di una città del Centro America, credo Città del Messico, in compagnia di una persona, un uomo, che mi faceva da guida. La luce era dorata, calda, resa ancora più suggestiva dalla luce dei primi lampioni. Erano gli anni cinquanta.

Giunti nei pressi di un portone di un grande palazzo signorile dalla facciata sontuosa e imponente, l’uomo mi fa cenno di entrare.

Una volta dentro siamo stati accolti, fra la poca luce che filtrava da fuori, in uno splendido giardino, intricatissimo, una sorta di architettura arborea vivente che saliva fino a formare una volta, a coprire e avvolgere tutto. Gocce d’acqua stillavano dalle pareti e dalle volte di questo giardino creando delle pozze d’acqua a terra. Si percepiva un’odore fortissimo di vegetazione, di linfa, di terra umida, di frescura, mentre la flebile luce era ormai intrisa di tutte le sfumature del verde.

Incamminatici attraverso questa galleria verde, ad un certo punto arriviamo all’ingresso del palazzo vero e proprio, che fra le verdi tenebre si intravedeva come un faro per la luce fluorescente e bluastra che emanava dal suo interno.

Una volta entrati all’interno del palazzo mi trovai improvvisamente da solo e mi accorsi che tutte le pareti e le volte erano in realtà costituite da pareti di acqua all’interno delle quali danzavano con ineffabile eleganza e leggerezza deliziose figure femminili, ninfe, sirene, spiriti delle acque, non saprei come definirle, creature non umane, mitiche, che emanavano una sorta di bagliore fluorescente che toccava tutte le tonalità del blu.

Camminavo all’interno di questi imponenti corridoi viventi, all’interno dei quali danzavano sinuosamente centinaia di figure femminili sempre cangianti, sommerso e abbacinato da questa luce blu, stordito e ammaliato da tutto quel formicolare sovrumano di vita, con una sensazione di grande gioia e serenità.

Ad un certo punto alla fine del corridoio si intravedeva la vera e propria sala principale dedicata alle grandi occasioni. La luce era calda, di tonalità arancione.

Una volta dentro mi trovai all’interno di un’elegantissima sala dove si svolgeva una sontuosa festa con centinaia di invitati di alto rango, seduti ai tavoli e serviti da decine di camerieri in livrea. Alcune coppie danzavano mentre un’orchestra suonava.

Mi incamminai all’interno della sala [...]»

Un padre e due figlie

domenica, 6 aprile 2008

Edith e ISabel_agosto 2007

Non è facile crescere due figlie piccole se sei da solo.

Ai momenti in cui tutto sembra scorrere liscio, e quasi ti meravigli e ti congratuli con te stesso per la facilità e l’abilità con cui gestisci faccende e incombenze tipicamente femminili e materne, si alternano i momenti, o meglio i giorni, in cui tutto diventa invece estremamente difficile e pesante, e ti senti smarrito, preoccupato, sopraffatto da una così grande responsabilità e ti chiedi se ce la farai.

Non sono tanto le mille faccende quotidiane da sbrigare a mettermi paura, a quelle ti abitui; in fondo sono anche divertenti e inoltre ne approfitti per fare attività fisica. Ti rassegni al fatto di non avere più una tua vita, di non avere più tempo da dedicare a te.

Impari a utilizzare il fine settimana per fare tutto: la spesa, il bucato, pulire e lavare la casa, sistemare le tante cose ancora pendenti, uscire con le bambine, preparare da mangiare, far fare i compiti, giocare con loro, far loro il bagnetto… La lista è quasi infinita e il tempo non basta mai, ma alla fine è questione di organizzazione.

Quello che invece mi trova impreparato, che mi costa una gran fatica e in cui misuro tutta la mia finitezza sono quegli aspetti legati al fatto che io sono un padre, un uomo, e loro sono due figlie femmine.

Alcune cose sono scritte nel DNA, sono peculiari e specifiche del genere, e difficilmente possono essere intuite o comprese da una persona di sesso opposto.

Anche se ho imparato a pitturare loro le unghie, a pettinarle, a mettere i fermagli nei capelli, a comprare i vestiti con lo stesso gusto che aveva Annemieke, a frequentare i negozi generalmente frequentati da donne e madri, a scegliere canottierine, mutandine, magliettine e gonnelline, scarpe, a controllare periodicamente il loro guardaroba per vedere quello che è diventato troppo piccolo, mi rendo conto che su alcune cose ero completamente a digiuno e sto imparando tutto.

Particolari sconosciuti e insignificanti per un uomo, ma che per le donne sono invece ordinaria quotidianità.

Come le creme idratanti per la pelle. Adesso, da una settimana ho cominciato a mettere loro la crema, mi ero reso conto che la loro pelle era diventata troppo asciutta, e ne davo la causa al vento. Poi improvvisamente mi sono ricordato del fatto che Annemieke le spalmava di crema e idratava ogni giorno.

A volte invece misuro drammaticamente tutta la situazione particolare in cui mi trovo, come quando la settimana scorsa ero dal pediatra per una visita di controllo alla bambina più grande, e ho visto che in sala d’attesa erano tutte madri con figlie femmine. Ho visto le carezze delle madri alle figlie. Sono diverse da quelle che può fare un padre. Sono carezze di madre. Mi sono sentito male, mi è salito un nodo alla gola e una rabbia infinita per sentire che tutto questo è stato impedito per sempre alle mie figlie. Ho sentito il loro essere orfane, nel pieno senso della parola.

Nonostante tutto questo vedo che comunque ai loro occhi, il mio ruolo e la mia importanza come padre, come persona di sesso opposto, come modello di riferimento per quello che sarà il loro modo di relazionarsi con il sesso opposto e la società, sono chiaramente percepite, forse più di prima, senza nessun’ambiguità o confusione dovuta al fatto che comunque svolgo faccende che di solito svolge una madre.

Con me fanno le cose pazze che di solito si fanno con i padri, e non con le madri. Faccio loro sperimentare l’avventura, il rischio, l’ignoto, i brividi del nuovo. Facciamo i pazzi insieme al parco giochi della Villa di Monza, ci divertiamo insieme, anche se poi la sera sono distrutto fisicamente, e devo ancora fare tutto: preparare da mangiare, lavarle, portarle a letto.

Lo scorso fine settimana sono stato molto male per cinque giorni per un’influenza. Ovviamente riuscire a riposarsi è stato un lusso per poche ore. Anche se c’era mia madre a darmi una mano ho comunque dovuto fare la spesa, pulire la casa, stare con loro che venivano a cercarmi e parlarmi nel letto mentre avrei volentieri cercato di dormire.

Con la febbre alta ho anche delirato, e mi sono reso conto dei miei limiti, del fatto che ultimamente avevo tirato troppo la corda. E ho avuto anche paura. Paura di ammalarmi seriamente e di non poter badare a loro. Ho rivissuto il calvario di mia moglie, mi è sembrato di sentire tutta la sua sofferenza e la sua disperazione. Un incubo delirante appunto. Che però mi accompagna ancora adesso.

Il lavoro mi aiuta a tenere la mente occupata. Nel fine settimana invece non puoi sfuggire ai pensieri.

Probabilmente fra una settimana mia madre andrà via e tornerà a casa sua in Sicilia, dopo quasi cinque mesi. Lei ha bisogno di tornare giù e io ho bisogno di stare nuovamente da solo, di riprendere in mano del tutto il controllo della situazione. Una signora mi darà una mano ad accompagnare le bambine a scuola e a stare con loro fino a sera, quando arrivo dal lavoro.

Ciononostante, o forse proprio per questo, non nascondo di essere particolarmente nervoso per tutta la situazione. Sono abbastanza di umore pessimo, ansioso per l’attesa, non vedo l’ora che tutto sia pronto e di trovarmi finalmente completamente da solo. E vedere cosa succederà.

Le difficoltà sono tante, quando le vedo tutte insieme cerco di non pensarci. Ma non ho alternative, se non andare avanti.

C’è un pensiero che mi dà forza: immagino le mie figlie fra venti, trent’anni, e cerco di immaginare quello che penseranno di me, che tipo padre sarò stato per loro, cosa avrò dato e rappresentato per loro, come sarò riuscito a tramandare e rendere viva l’immagine della loro madre.

Il mio desiderio, la mia sfida è quello di riuscire ad essere un buon padre e di formare due donne mature, forti e indipendenti, ma al tempo stesso profondamente femminili. Questa è una missione talmente forte che mi fa superare tutte le paure e le difficoltà.