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James Watson: premio Nobel razzista e imbecille

domenica, 9 dicembre 2007

James Watson 

James Watson è la dimostrazione vivente ed emblematica che si può vincere il premio Nobel per delle scoperte fondamentali per la scienza ed essere contemporaneamente un imbecille, un ottuso e un becero razzista della peggiore razza (è proprio il caso di dirlo, in questo caso).

Alcuni mesi James Watson, 79 anni, che nel 1962 vinse il premio Nobel in medicina per il suo contributo alla scoperta della struttura del Dna, era ritornato prepotentemente alla ribalta affermando che ” i neri sono meno intelligenti dei bianchi” e supportando il tutto con delle teorie pseudo-scientifiche talmente campate in aria al cui confronto quelle dei nazisti erano più solide e sensate.

Lo stesso Watson nel 1997 aveva dichiarato che una donna doveva avere il diritto di abortire se un test avesse potuto determinare la natura omosessuale del nascituro.

E adesso il destino si riprende la sua rivincita in modo beffardo, usando per di più proprio le scoperte rese possibili da Watson.

Infatti il genoma di James Watson ha 16 volte più geni di origine nera nel proprio Dna rispetto al bianco medio occidentale. Ciò significa, con tutta probabilità, che un suo bisnonno o trisavolo era di origine africana.

Quindi riassumendo: premio nobel, imbecille, omofobo, razzista, e per una sorta di contrappasso dantesco, si scopre oggi di origine africana, nera.

Ci sarebbero tutti i presupposti per spararsi un colpo di fucile in bocca.

Il giorno in cui lo farà stapperò una bottiglia di spumante per un pericoloso imbecille in meno sulla terra.

Universi paralleli

domenica, 25 novembre 2007

Black Holes

Alcuni ricercatori dell’Università del North Carolina hanno scoperto un’immensa voragine nello spazio del diametro di circa 900 milioni di anni luce e che si trova a una distanza tra 6 e 10 miliardi di anni luce dalla Terra.

All’interno di questa gigantesca macchia oscura nel cielo ci sarebbe il nulla.

Secondo gli scopritori si tratterebbe dell’impronta indelebile di un altro universo che sta oltre il nostro, il segno degli universi paralleli.

La ricercatrice  Laura Mersini-Houghton dell’Università del North Carolina ha utilizzato la “teoria delle stringhe“, una teoria della fisica che ipotizza che la materia, l’energia, lo spazio e il tempo siano la manifestazione di entità fisiche sottostanti, chiamate appunto le “stringhe”, le quali vibrano in 10 dimensioni nello spazio-tempo e che formano le particelle subatomiche che originano gli atomi per spiegare questo immenso buco fatto di nulla.

Secondo la “teoria delle stringhe” non esisterebbe un solo Universo, bensì miliardi e miliardi di universi paralleli ognuno con proprie leggi fisiche.

Se fosse vero si tratterebbe di una di quelle scoperte che danno veramente le vertigini.

Da piccolo volevo fare l’astronomo. Lo avevo deciso quando avevo circa nove anni d’età.

Ero affascinato dalle profondità dello spazio e dai misteri dell’universo. Ricordo che passavamo le notti d’estate con i miei amici d’infanzia sulla terrazza di casa mia a mare a contemplare le stelle e a fantasticare su mondi sconosciuti, buchi neri e quasar, forme di vita aliene e viaggi interplanetari con l’entusiasmo e la fervida immaginazione che hanno solo i ragazzini.

All’esame di maturità scientifica, ancora convinto della mia vocazione, portai come materie Filosofia e Fisica, con una tesina sulla meccanica quantistica.

Fu questa la ragione per cui andai all’Università di Padova, al tempo l’unica in Italia, assieme a quella di Bologna, ad avere un corso di laurea specifico in Astronomia.

Poi invece andò come andò. Anziché iscrivermi in Astronomia mi iscrissi a Lettere Moderne. La mia visione dell’astronomia era alquanto romantica e capii che mi interessava di più la speculazione filosofica che la ricerca scientifica vera e propria.

Anche se il dubbio mi è rimasto, e ogni tanto mi chiedo ancora cosa sarebbe stato della mia vita se mi fossi laureato in Astronomia.

Adesso mi rendo conto che i due sentieri possibili e “paralleli” della mia vita in realtà si sono intersecati spesso più volte, determinando per sovrapposizioni e sedimentazioni successive quello che sono adesso, la mia attrazione per l’ignoto e lo sconosciuto, la passione per la riflessione filosofica e la ricerca del bello.

Mi vado sempre più convincendo che al fondo dell’esistenza ci sia il nulla, l’assenza totale di senso. E questo nulla, se guardato in faccia può essere terribilmente spaventoso, incomprensibile.

Paradossalmente questa spaventosa mancanza di senso, questa infinita estensione dello spazio e del tempo in modalità a noi incomprensibili, mi ha sempre rasserenato e pacificato.

Il fatto di immaginare le enormi vastità dell’universo mi fa pensare a quanto misero sia l’essere umano, con le sue vacue vanità e ambizioni, i suoi odi e le sue passioni, la vita e la morte.

Tutto così insignificante se rapportato ai misteri e gli immensi spazi dell’universo.

Questo senso di ebbrezza da “smarrimento cosmico”, di annullamento individuale, per sentirsi alla fine solo un’infinitesima particella nel fluire dell’universo è una delle sensazioni più belle e forti che ho provato in vita mia.

E ogni tanto, quando la vita mi mette brutalmente a confronto con il dolore e la sofferenza, riesco di nuovo ad esperire questo nulla terribile e “fortificante”.