Archivi per la categoria ‘Sicilia’

Mare e macchia mediterranea

lunedì, 2 agosto 2010

cover

Oggi siamo andati nella spiaggia di Randello, a circa 5 km da casa, alla quale si accede dopo un lunga scarpinata all’interno di un’area verde protetta di tipica macchia mediterranea.

La spiaggia era praticamente deserta, il mare era splendido, l’acqua cristallina. Nuotare in quel mare, con quella luce è un’esperienza unica che regala una sensazione di pienezza di vita talmente inebriante da lasciare storditi.

img_5628   img_5632   img_5636

img_5650   img_5654   img_5669

img_5679   img_5696   img_57161

Il mare che preferisco

sabato, 31 luglio 2010

cover4

Stamane il vento si è nuovamente alzato. Intuendo che di lì a poco si sarebbe levato in tutta la sua potenza ho preso le bambine e siamo andati nella spiaggia di Passo Marinaro, distante un paio di chilometri in linea d’aria da casa mia.

Una spiaggia enorme, sconfinata, con pochissime persone a sfidare il vento e godersi lo spettacolo. C’era una luce splendida.
Ho scattato molte foto, le più belle delle quali ritraevano le mie figlie, che ovviamente non pubblico

Poi verso l’una, l’ora del meriggio panico, ho posato la macchina fotografica e sono entrato in acqua. Mi sono ben piantato sulle gambe e mi sono goduto questo spettacolo mentre le onde si infrangevano a riva. Un bagno inebriante di energia, luce e vento. Sono questi i momenti di pura magia che mi porto sempre dentro il cuore.

img_5524    img_5536    img_5548

img_5552    img_5571    img_5579

img_55891    img_5595    img_55961

Nuvole cariche di umidità

venerdì, 30 luglio 2010

cover3

Quello che mi sorprende, e che avevo dimenticato, è la rapidità con cui mutano la luce, le condizioni del tempo e del mare qui sulla costa meridionale della Sicilia…
Stamane il mare era calmissimo. Nel pomeriggio un po’ di vento caldo e umido ha portato dei nuvoloni che verso sera erano già spariti.

img_5486    img_5496    img_5499

Metti una sera un tramonto sul mare

giovedì, 29 luglio 2010

cover2

Oggi pomeriggio, sul far del tramonto, mi son portato le mie figlie ad un bar lounge in riva al mare, poco distante da casa mia, a poche centinaia di metri dal promontorio dove un tempo sorgeva Kamarina, una delle più fiorenti e intraprendenti città della Magna Grecia.

C’era poca gente al bar, di solito si popola la sera e la notte, ma la vista sul mare era splendida e la musica piacevole. Ho preso un cocktail, loro hanno preso delle bibite, e poi siamo andati sulla spiaggia a goderci un tramonto spettacolare, dai colori accesi quasi africani.

Ad un certo punto, con la musica in sottofondo, davanti a quello splendido spettacolo naturale le bambine si sono messe a danzare sulla spiaggia semideserta, come baccanti invasate nella terra del mito… Queste sono alcune delle foto che ho scattato.

img_5384    img_5385    img_5410

img_5422    img_5451    img_5453

img_5454    img_5462    img_5463

Ventu di pruvenza due giorni dopo

martedì, 27 luglio 2010

cover1

Due giorni dopo il vento è calato. L’acqua è ancora fredda e il mare mosso. Ma i colori sono di un’intensità quasi accecante. Ho scattato queste foto ieri dalla spiaggia di fronte casa mia e dal terrazzo, verso le l’una e mezzo.

Oggi il mare è quasi calmo, le onde si scaricano sugli scogli senza troppa convinzione. C’è una piacevole brezza fresca e frizzante che risveglierebbe anche un morto.
Ho fatto un bagno nell’acqua fredda. Un tuffo rigenerante di energia.
Domani posso finalmente ricominciare a fare le mie lunghe nuotate al largo.

img_5317   img_5323   img_5329

img_5340   img_53472   img_5352

Ventu di pruvenza

lunedì, 26 luglio 2010

 cover

Sono arrivato in Sicilia venerdi pomeriggio. C’erano 38 gradi di temperatura. Una volta arrivato a casa e spacchettata la valigia ho preso le bimbe e me le sono portate a mare sotto casa a fare il bagno, verso le sette e mezzo di sera, fino al tramonto.

Il mare era calmissimo e caldo e c’era una bellissima luna che sorgeva ad est. Ma si sapeva che l’indomani si sarebbe levato il vento di ponente, che dalle nostre parti si chiama “ventu di pruvenza“, che avrebbe portato fresco e mare molto mosso.

Adoro il  “ventu di pruvenza“, fresco e carico di umidità, tipico dei pomeriggi estivi, che nel Mediterraneo spira da Ovest e che spesso porta maltempo, perturbazioni, instabilità. Il suo odore è pregno di salsedine, lo si può quasi assaporare, sentirne il salato sulla punta della lingua. Su di me ha un effetto inebriante.

Puntuale, secondo le previsioni dei marinai, l’indomani dopo mezzogiorno si è alzato fortissimo il vento e il mare si è mostrato in tutta la sua selvaggia potenza. Una bella nuotata fra le onde me la sono comunque fatta, prima che diventasse troppo pericoloso. La temperatura le sera si era talmente abbassata e faceva così fresco da far indossare la giacca. Non per me :-)

Domani il vento dovrebbe calare e iniziare ad esserci nuovamente bel tempo. Come dicono i marinai: “Pruvenza forti, tri jorni e ‘na notti“.

Ecco alcune delle foto che ho scattato ieri pomeriggio dal terrazzo di casa mia, fra le quattro di pomeriggio e il tramonto.

        

       

       

In attesa di “rotolare verso sud” e le mie figlie

martedì, 13 luglio 2010

ibla

«Ogni nome un uomo
ed ogni uomo è solo quello che
scoprirà inseguendo le distanze dentro sé»

(Rotolando verso sud - Negrita)

Sono ormai tre settimane che non vedo le mie figlie che ho accompagnato in Sicilia dai miei per le vacanze estive. Mi mancano tanto. E io manco a loro.
Ogni sera, appena arrivo dal lavoro e rientro a casa, alle otto e dieci di sera, puntuali come ad un appuntamento galante con il fidanzatino, squilla il telefono e mi chiamano, o se arrivo prima telefono io.

Che strano effetto sentirle al telefono! Ormai sono due donnine in tutto e per tutto. Mi fanno il terzo grado, mi torchiano, cercano di cogliermi in fallo sul numero dei giorni che mancano al mio ritorno in Sicilia (11 giorni), mi raccontano le loro giornate, mi chiedono come trascorro io le mie giornate, se mi sto divertendo, se ho mangiato, cosa farò in serata…
La più piccola, quando mi chiamava i primi giorni che ero appena ritornato, mi chiedeva sempre la sera: «Papà, ma sei ancora in aereo?»

Due sere fa, dopo avermi raccontato la loro giornata, ed avermi chiesto nell’ordine, come sempre:
«Papà, ma hai comprato gli zaini nuovi? Hai sistemato un po’ la casa? Hai ordinato la nostra cameretta? Ma adesso cosa mangi? Ma esci la sera? Ma vai a letto sempre tardi? Ma sei andato in piscina? Ma quando vieni? Quanti giorni mancano?»
Ad un certo punto la più piccola mi fa: «Ma sei solo in casa?».
E io: «Certo che sono solo, con chi dovrei essere? Ma perché me lo chiedi?»
E lei con finta noncuranza: «No, così…»
Poi subito dopo, per cambiare discorso mi fa: «Papà, tu domani vai al lavoro dal tuo capo e gli dici: Senti, siccome la scuola è finita e le mie figlie sono in vacanza, anch’io devo prendere adesso due mesi di vacanza per stare con loro. Hai capito?»
Sono scoppiato a ridere e le ho detto: «Sì, hai ragione, domani glielo dico!»

Ho una gran voglia di vacanze, di mare, di Sicilia, di rivedere le mie figlie e divertirmi con loro, portarle a fare il bagno di notte con la luna piena, portarle in giro a vedere i posti più belli, andare anche in discoteca una sera con loro. Ho una gran voglia di “rotolare verso sud“… come nella canzone dei Negrita.

Mi rendo pienamente conto, adesso che sono solo, che le mie figlie sono la mia ancora di salvezza, la zavorra che mi tiene saldamente ancorato alla realtà. Un uomo da solo, senza il principio femminile che controbilanci la sua energia e spinta generosa e dissipatrice, tende per sua natura ad errare, a perdersi, a sfidare i propri limiti per scoprire se stesso, a cercare il rischio, a sperimentare strade nuove incurante di costruire qualcosa.  Credo che se non avessi avuto loro avrei cominciato a viaggiare, a vagabondare senza una meta e uno scopo preciso, spinto solo dal desiderio di vedere il nuovo, andare a caccia dell’ignoto.

In questo periodo ho cercato di incanalare queste energie in qualcosa di positivo e piacevole: ho ricominciato ad andare in piscina ed allenarmi, ho ricominciato ad uscire e frequentare amici, ho ricominciato a scrivere, continuo a suonare la chitarra… e continuo a riversare un sacco di energie nel lavoro.

A differenza dei vent’anni e dei trent’anni, un uomo a quarant’anni ha ancora in corpo abbastanza forza ed energia per fare le cazzate che si fanno da giovani (certo a rischio d’infarto, ma questo è il bello), ma nello stesso tempo possiede quell’esperienza che ti fa prendere la vita con leggerezza e disincanto, e il sorriso sulle labbra.

Per questo sento adesso il bisogno di ancorarmi a qualcosa di solido, come le mie figlie. La voglia e il desiderio di partire per la tangente sono forti, e la forza e la capacità di resistere alle sirene della vita si va affievolendo. Perché ti rendi perfettamente conto, in fondo, dell’inutilità di questo resistere.

Tre giorni in Sicilia a giugno

venerdì, 9 luglio 2010

duomo-ragusa-ibla

Sono stato tre giorni in Sicilia nella seconda metà di giugno, ad accompagnare le bambine dai miei per le vacanze estive.

Come al solito sono stati tre giorni vissuti intensamente. Sono stato al mare, ho incontrato vecchi amici, ho visto due bei concerti al Vittoria Jazz festival nel centro storico della mia città, ho scattato tante foto, sono stato a Ragusa Ibla la cui magica bellezza e incanto non cessano mai di stupirmi, ho scoperto che una settimana prima che arrivassi avevano girato alcune scene dei nuovi episodi del Commissario Montalbano a trecento metri da casa mia al mare, nella zona del porto.

Mi sono trovato immerso come al solito in quella strana alchimia di sensazioni di familiarità e straniamento che ormai mi accompagnano nei miei viaggi in Sicilia. Al tempo stesso straniero nella mia terra, ma anche intensamente più siciliano di chi è rimasto a viverci.

Mi sono deciso solo adesso, dopo quasi tre settimane, a scrivere un articolo e pubblicare alcune foto perché sento la mancanza delle mie figlie, della mia terra, del mare e pregusto già le ferie che farò fra due settimane. Un modo per prepararmi adeguatamente al ritorno in Sicilia e vivere intensamente quelle due settimane.

Il criterio con cui ho scelto le foto è quello di riuscire a rendere l’idea della grande varietà di colori, luci, sensazioni, odori e paesaggi che è possibile sperimentare in soli tre giorni in Sicilia in un raggio di 25 chilometri, dal mare, alla campagna, alla città, alla montagna.

chiesa-san-giovanni-a-vittoria   piazza-san-giovanni-a-vittoria1   scorcio-centro-storico-vittoria

mare-a-scoglitti-col-porto-sullo-sfondo1   mare-a-scoglitti1   scoglitti-di-fronte-casa-mia

duomo-ragusa-ibla-al-crepuscolo   duomo-ragusa-ibla-di-sera   duomo-ragusa-ibla-di-notte3

balcone-barocco-a-ragusa-ibla   duomo-ragusa-ibla-con-la-luna   ombre-a-ibla

scalinate-a-ragusa-ibla   parco-randello   paesaggio-ibleo-allimbrunire

Ventiquattro ore in Sicilia

martedì, 16 giugno 2009

mare

Sono stato ventiquattro ore in Sicilia. Toccata e fuga. Missione lampo.

Sono arrivato in aereo a Catania alle 13.00 di sabato. Dopo ulteriori due ore di auto ero a Vittoria verso le tre e mezza del pomeriggio.

Sono ripartito il giorno dopo alle cinque di pomeriggio. Due ore di autobus. Due ore di attesa all’aeroporto. Un’ora di ritardo dell’aereo.

A mezzanotte ero a Milano Linate. Sei ore dopo ero già sveglio per andare a lavoro a Lugano.

Ventiquattro ore intense. Ho accompagnato le bambine dai miei genitori. Loro almeno si faranno una lunga estate al mare.

Io mi preparo ad una lunga ed intensa estate di lavoro. Solo una settimana di ferie ai primi di agosto.

Nonostante tutto, queste ventiquattro ore sembrano essere durate una settimana.

Sono andato in campagna. Sono andato al mare; sono stato appena due ore al sole ma mi sono abbronzato. Ho fatto il bagno, mi sono ritemprato, ricaricato di energia.

Le foto che vedete rappresentano una sintesi delle diverse e contrastanti sensazioni delle mie ventiquattro ore in Sicilia.

mare-di-giugno  fiori-di-fichi-dindia  mani

fichi-dindia  cardi-spinosi  cardo_01

cardo_02  cardo_03 pesci

“L’età del dubbio” – Andrea Camilleri

sabato, 1 novembre 2008

L'età del dubbio - Camilleri

Sto leggendo L’età del dubbio (Sellerio), il nuovo romanzo del commissario Montalbano, scritto da Andrea Camilleri.

Convivo ormai con Montalbano da quasi dieci anni, da quando l’ho scoperto.

Lessi il mio primo libro di Montalbano alle Isole Eolie nell’estate 1999. Ricordo ancora le sensazioni della prima lettura, disteso sul letto, dopo pranzo, al ritorno dal mare, davanti ad un albero di fico in un bellissimo orto eoliano, a Canneto.

Un incontro memorabile. Da allora non mi ha più abbandonato.

Ho comprato tutti i libri di Camilleri, di solito sempre alla loro uscita, cosa che di solito non faccio mai per nessun altro autore.

Basta dire che ho comprato Gomorra di Roberto Saviano solo una settimana fa.

Di solito faccio così per cercare di mantenere uno spirito quanto più possibile vergine di fronte alla lettura, ed evitare di venire influenzato nelle mie aspettative dalle critiche e recensioni lette. Ma con Montalbano è diverso.

Da subito è scattata un’empatia quasi totale.

Il particolare pastiche linguistico usato da Camilleri nei suoi romanzi – un particolare miscuglio di siciliano e italiano - il carattere meteopatico del protagonista, il suo atteggiamento scettico nei confronti della vita e il suo metodo assolutamente non convenzionale d’indagine, le sue intuizioni improvvise scatenate da eventi apparentemente privi di senso, le sue idiosincrasie, le sue debolezze, la sua indolenza, il suo rapporto carnale e al tempo stesso “sacro” con il cibo, il suo rapporto conflittuale con il potere costituito e l’autorità, mi hanno subito affascinato fin dal primo incontro.

Da ultimo, ha giocato un ruolo fondamentale in questo amore a prima vista il fatto che gli episodi della fortunata trasposizione televisiva de “Il commissario Montalbano“, per la regia di Alberto Sironi e con Luca Zingaretti, assolutamente perfetto nel ruolo di Montalbano, siano stati girati nei luoghi in cui sono nato e dove ho vissuto la mia giovinezza.

Da domani, domenica 2 novembre, vanno in onda su RaiUno gli episodi della nuova serie di film tv del Commissario Montalbano, per i quali interromperò la mia astinenza televisiva:

Sono cresciuto con Montalbano, e sto invecchiando con lui.

Ne condivido la sempre più crescente stanchezza, il cinico ma dolente disincanto nei confronti della vita, l’uso dell’autoironia per esorcizzare i propri demoni interiori e del sarcasmo più feroce per sbeffeggiare i potenti e gli arroganti, quasi una necessità interiore per rendere meno insopportabile il dolore per il «mondo offeso», come lo chiamava Elio Vittorini nel romanzo Conversazione in Sicilia.

E il Montalbano di quest’ultimo romanzo di Camilleri, L’età del dubbio, è un Montalbano diverso dal solito, più stanco, più rassegnato, più tormentato, anch’egli sempre più «in preda ad astratti furori», come il protagonista di Conversazione in Sicilia.

Il romanzo si apre con quello che è uno degli incipit più belli e divertenti di Camilleri, permeato di irresistibile umorismo nero e da oniriche premonizioni di morte sbeffeggiate ed esorcizzate come solo un conterraneo di Pirandello è capace di fare.

Ve lo propongo qui di seguito, ne vale la pena.

Da L’età del dubbio di Andrea Camilleri:

Aviva appena pigliato sonno doppo ’na nuttata che pejo d’accussì nella sò vita ne aviva avute rare, quanno l’arrisbigliò di colpo un trono che fu come ’na cannonata sparata a cinco centilimetri dal sò oricchio. Satò susuto a mezzo del letto, santianno. E accapì che il sonno non sarebbi cchiù tornato, inutili ristarisinni corcato.
Si susì, annò alla finestra, taliò fora. Era un timporali con tutte le carti in regola, celo uniformementi pittato di nìvuro, lampi agghiazzanti, cavalloni quattro metri d’altizza, che s’avvintavano scotenno la granni criniera bianca. La mariggiata si era mangiata la pilaja, l’acqua arrivava sutta alla verandina. Taliò il ralogio, erano appena le sei del matino.
Annò in cucina, si priparò il cafè e, aspittanno che passasse, s’assittò. A picca a picca gli assumò alla memoria il sogno che aviva fatto. Che grannissima camurria che gli era pigliata da qualichi anno! Pirchì gli era vinuta questa, d’arricordarisi di tutte le minchiate che sognava? Per quanto ne sapiva, non tutti, arrisbigliannosi, si portavano appresso la memoria dei sogni. Raprivano l’occhi e tutto quello che gli era capitato in sonno, sonno, piacevoli o spiacevoli, scompariva. Lui inveci, no. E il pejo era che si trattava di sogni problematici, che gli facivano nasciri dintra ’na gran quantità di dimanne alla maggior parti delle quali non sapiva dari risposta. E accussì finiva coll’essiri pigliato dal nirbùso.
La sira avanti si era annato a corcare di umori bono. Da ’na simanata in commissariato non capitava nenti d’importanti e lui aviva ’n menti di approfittarisinni per fari ’na sorpresa a Livia comparennole all’improvviso davanti a Boccadasse. Astutò la luci, si stinnicchiò nella posizione del sonno e s’addrummiscì squasi subito. E immediato accomenzò a sognari.
«Catarè, stasera vado a Boccadasse» diciva trasenno in commissariato.
«Vengo anch’io!».
«No, tu no».
«Ma perché?».
«Perché no!».
A questo punto ’ntirviniva Fazio.
«Dottore, mi scusasse, ma taliasse che vossia non può andare a Boccadasse».
«Perché?».
Fazio pariva tanticchia restio.
«Ma dottore, se lo scordò?».
«Che cosa?».
«Che vossia è morto aieri matino alle 7 e un quarto pricise».
E tirava fora dalla sacchetta un pizzino.
«Vossia è Montalbano Salvo fu…».
«Lassa perdiri l’anagrafe! Davero morsi?! E come fu?».
«Ci vinni un colpo apoplettico».
«E indove?».
«Qua in commissariato».
«E quanno?».
«Mentri parlava al tilefono col signori e guistori» precisava Catarella.
Si vede che quel grannissimo cornuto di Bonetti-Alderighi l’aviva fatto arraggiare al punto tale da…
«Se vuole viniri a vedersi…» diciva Fazio. «La camera ardente è stata allestita nel suo ufficio».
Avivano fatto largo tra le muntagne di carte che c’erano supra alla scrivania e ci avivano posato la cascia aperta. Si taliò. Non aviva l’aspetto di un morto. Ma di subito si faciva persuaso che il catafero dintra alla cascia era il sò.
«Avete avvertito Livia?».
«» diciva Mimì Augello, avvicinannoglisi.
Po’ l’abbrazzava forti e gli faciva, chiangenno: «Condoglianze vivissime».
E ’na speci di coro arripitiva:
«Condoglianze vivissime». Il coro era formato da Bonetti-Alderighi, dal sò capo di gabinetto, il dottor Lattes, da Jacomuzzi, dal preside Burgio, e da dù beccamorti.
«Grazie» diciva.
A questo punto si faciva avanti il dottor Pasquano.
«Come sono morto?» gli spiava.
Pasquano s’incazzava.
«Macari da morto mi deve scassare i cabasisi? Aspetti i risultati dell’autopsia!».
«Ma non mi può anticipare niente?».
«Parrebbe un colpo apoplettico fulminante, ma ci sono alcuni elementi che non mi persua…».
«Eh, no!» ’nterviniva il questore. «Il dottor Montalbano non può indagare sulla sua stessa morte!».
«Perché?».
«Non sarebbe corretto. Troppo coinvolto personalmente. E poi una cosa così non è prevista dal regolamento. Mi dispiace. L’indagine è affidata al nuovo capo della mobile!».
A questo punto gli viniva un pinsero e chiamava sparte a Mimì.
«Livia quanno arriva?».
Mimì pariva a disagio.
«Disse che…».
«Beh?».
Mimì si taliava la punta delle scarpi.
«Ha detto che non sa».
«Non sa che cosa?».
«Se fa a tempo a venire per il funerale».
Nisciva arraggiato dalla càmmara, annava in cortili, indove c’erano ’na quantità di corone mortuarie e il carro funebre pronto, tirava fora il cellulare.
«Pronto, Livia? Salvo sono».
«Ciao, come stai? Ah, scusa, non volevo…».
«Cos’è ’sta storia che non sai se fai a tempo a…».
«Salvo, senti. Se tu fossi vissuto, io avrei cercato in tutti i modi di continuare a stare con te. Forse ti avrei anche sposato. D’altra parte, alla mia età e dopo aver perso la vita dietro di te, che altro avrei potuto fare? Ma dato che mi si presenta all’improvviso quest’occasione unica, tu capisci bene che…».
Astutava il cellulare e tornava dintra. Attrovava che avivano già mittuto il coperchio alla cascia e che il corteo principiava a cataminarisi.
«Lei viene?» gli spiava Bonetti-Alderighi.
«Beh, sì» arrispunniva. Ma appena arrivati nel cortile, uno dei portatori cadiva e la cascia annava a sbattiri ’n terra con un botto che l’arrisbigliò.