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Il ritorno di Cagliostro

giovedì, 3 aprile 2008


«Buonciorno. Me manda.. alle Caddinale… al, Sucando. Dice io deve parlare con loro. Sucando. Caddinale, sì. Deve parlare con loro. Dice, ide-didantemente deve parlare con loro. Sucando. E chi è questo caddinale? Il caddinale, deve parlare con loro, non posso parlare… noi, di loro deve parlare, caddinale. Didantemente. Grazie, grazie, grazie..»  

Dopo quasi una settimana di influenza e di umore pessimo avevo voglia di tirarmi su, avevo bisogno di una salutare sferzata rigeneratrice.

In questi casi la cosa migliore è quella di volgersi alle proprie radici, alla parte di sè più impregnata di umori terragni e grevi, e suscitare nuovamente la risata grassa, risvegliare il plebeo che è in noi, così poco incline alle buone maniere, e farci contagiare dalla sua carnale vitalità.

Mi sono così rivisto il film Il ritorno di Cagliostro (2003) di Ciprì e Maresco, gli autori di Cinico TV, il geniale e dissacrante programma televisivo andato in onda su Rai Tre nei primi anni novanta.

Mi riprometto di tornare a scrivere in seguito di Ciprì e Maresco; nel frattempo ecco un breve articolo di Enrico Ghezzi e un’intervista realizzata al tempo dell’uscita del film Il ritorno di Cagliostro.

Per adesso, visto che lo scopo è ridere, vi propongo l’esilarante sequenza iniziale del film, che vi invito caldamente di vedere.

Siciliani di scoglio e di mare aperto

giovedì, 27 marzo 2008

mare aperto

Nel bel libro-intervista ad Andrea Camilleri di Marcello Sorgi, La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Palermo, Sellerio, 2000, ad un certo punto l’autore dice:

«Io penso che uno si accorge di essere siciliano o comunque siciliano in un certo modo quando esce dalla Sicilia. Mi ricordo una definizione [...] che diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie: di scoglio e di mare aperto.

Di scoglio sono quelli che se si allontanano dalla Sicilia, il secondo giorno cominciano ad avere delle crisi di astinenza, gli mancano tutta una serie di cose [...] e il terzo giorno devono assolutamente tornare.

Di mare aperto sono quelli che fanno della loro sicilitudine una specie di patrimonio personale e lo utilizzano per vivere una vita diversa. In Sicilia ci tornano perché sta loro nel cuore, ma comunque scelgono di proiettarsi su un altro orizzonte».

Andrea Camilleri, pur definendola «schematica come ogni definizione», confessa di sentirsi di appartenere alla categoria dei siciliani di mare aperto: «Uno poi lentamente si abitua, si guadagna i gradi di marinaio in questo mare aperto, come uno che diventa capitano di lungo corso, tanto per restare nel paragone. Prima stava sui pescherecci, poi invece comanda un naviglio di medio tonnellaggio col quale può allontanarsi. Ci si abitua, si piglia la patente».

Continua ancora Camilleri: «A me questa storia della “sicilitudine” mi pesava parecchio, come credo che a un negro pesi la “negritudine“. Io non ho mai ritenuto un fattore positivo la “sicilitudine”, per me è un fattore negativo».

Io sento di appartenere alla categoria dei siciliani di mare aperto. Sono andato via definitivamente dalla Sicilia più di dieci anni fa, dopo un mezzo tentativo fallito risalente ai tempi dell’Università, e da allora non mi sono più fermato, prendendo sempre più il largo verso mete provvisorie e lontane.

Ho sempre trovato soffocante, asfittica, ‘castrante’, nel pieno senso del termine, la ‘sicilitudine’, questa sorta di rassicurante e ipocrita auto-illusione che caratterizza e giustifica l’immobilità, la stagnazione, la rassegnazione di tanti ‘siciliani di scoglio’.

Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dagli estremi, dall’avventura, dal rischio, dalla ricerca dell’ignoto, dalla continua ricerca dei propri limiti e dalla sfida in essa contenuta. E mi sono sempre messo alla prova.

Il mare aperto mi ha sempre attirato. Ricordo le grandi, lunghe, lente nuotate dell’estate scorsa nel mare di Sicilia, al largo, fino a quasi non scorgere più la riva, fermato solo dal timore di impensierire qualche motoscafo o peschereccio. Ricordo il disappunto e la malinconia nel tornare indietro, combattuto dal desiderio fortissimo di proseguire verso l’orizzonte.

Sono sempre stato affascinato dalle profondità del mare, dai suoi abissi, di un blu inebriante, stordente. Ho praticato l’apnea con entusiasmo e passione, e al tempo stesso con disciplina e rigore quasi zen, vivendo pienamente la sacralità dell’incontro fra uomo e natura in condizioni estreme.

Ho lavorato molto su di me, ho combattuto contro le resistenze interne che mettiamo inconsciamente in atto contro noi stessi, ho imparato a mettermi interiormente in movimento. Ho imparato ad apprezzare il valore, la libertà, la ricchezza e la bellezza dell’errare.

Ho imparato a diventare un errante, un nomade, a riprendere movimento, a sentire di non avere più fissa dimora. Sento che il mondo intero è ormai la mia casa.

Ho imparato ad accettare mete provvisorie, a mettermi in viaggio verso mete non chiare, spinto dall’istinto, dall’intuito, dal desiderio del nuovo, senza troppi calcoli o ragionamenti.

Voglio cogliere e assaporare ogni possibile sfumatura della bellezza di questo mondo e di questa vita finché mi è dato di farlo, senza risparmiarmi, con generosità, senza egoismi, spinto solo dalle correnti e dai venti e dalla voglia di scoprire territori inesplorati.

Questo è essere ‘uomini di mare aperto‘. Questo è vivere.

A Silvio – di Ciprì e Maresco

martedì, 11 marzo 2008

Il cortometraggio in questione è stato realizzato nel 1990 da Ciprì e Maresco, per il programma “Isole Comprese”, su Italia Uno.

Non verrà mai mandato in onda.

Dopo l’esperienza con Mediaset Ciprì e Maresco approdano alla RAI e iniziano la collaborazione con Blob e Fuori Orario.

Nel 1992 Ciprì e Maresco realizzano le quarantanove puntate di Blob Cinico TV, uno dei più innovativi, irriverenti e rivoluzionari programmi televisivi degli ultimi venti anni.

Irriverenza, cinismo e una desolante e brutale visione della realtà siciliana sono le marche stilistiche che li contraddistinguono.
Una fotografia straordinaria, l’uso ‘disturbante’ e straniante di persone prese dalla strada, la mancanza di rispetto per le autorità costituite e religiose, i tabù e le convenzioni sociali li rendono dei discepoli perfetti del cinema ‘crudele’ e surreale di Luis Buñuel.

Semplicemente dei geni.
Provocatori.
Tremendamente ‘inattuali’.
Disturbanti.
Dei siciliani doc.

Simenza di vermi

giovedì, 13 settembre 2007

Alga corallina

Le insolite temperature quasi estive che imperversano anche qui al nord, l’aria tersa e il cielo azzurro, mi portano con i pensieri al mese che ho appena trascorso in Sicilia, e ai più remoti ricordi d’infanzia legati al mare e alla terra dove sono nato e cresciuto, ai suoi sapori e odori quasi dimenticati che col tempo riaffiorano inaspettati dalla memoria.

Ricordo che quand’ero piccolo – diciamo, circa trent’anni fa – eravamo soliti trascorrere le vacanze estive (circa quattro mesi, da giugno a settembre) a mare nella nostra piccola casa in cui tuttora vado.

Ai tempi, la seconda metà degli anni settanta, il paese – Scoglitti è il suo nome – era poco più di un borgo di pescatori, la speculazione edilizia era ancora agli inizi, il mare era ricco di pesci, le spiagge deserte e quasi incontaminate. Il traffico automobilistico era quasi inesistente: ricordo che con i miei amici eravamo soliti organizzare partite di tennis in mezzo alla strada, con tanto di rete tirata in mezzo alla via; le rare automobili che passavano erano da noi guardate con senso di malcelato fastidio. Adesso su quella via passano centinaia di auto al giorno.

Il mare era ancora così ricco che mia nonna paterna, che non sapeva nuotare, era solita andare a “pescare” le cozze (i mitili) raccogliendole dagli scogli che affioravano dal bagnasciuga, a pelo d’acqua, quasi fossero asparagi selvatici, ed era capace di riempirne una cesta in poco tempo. Ricordo ancora che il primo polpo che “pescai”, all’età di dieci anni, era venuto in pratica quasi sulla spiaggia, si trovava a venti centimetri d’acqua: adesso è quasi impossibile trovarne a 5 metri di profondità, tanto intensamente sono stati depredati nel tempo i fondali marini da pescatori senza scrupoli.

Ma c’è un ricordo in particolare, e soprattutto dei sapori dimenticati, che mi riaffiorano in mente.

Quello della “simenza di vermi“.

La “simenza di vermi” (che vedete raffigurata nella foto in alto), conosciuta in italiano e nelle altre regioni con il nome di “corallina”, è un’alga saporitissima che in nostri nonni usavano raccogliere e far mangiare ai propri figli e nipoti perché avrebbe avuto proprietà terapeutiche contro la verminazione dei bambini (da qui il nome in dialetto siciliano).

Questo accadeva decine d’anni prima che in Occidente si venisse a sapere che i giapponesi mangiavano le alghe. I nostri nonni conoscevano già – e mangiavano – tutto ciò che di commestibile esisteva in terra e in mare.

Mia nonna, dopo le periodiche e forti mareggiate di ponente, ci portava sulla spiaggia, a me e mio fratello, piccolini, a raccogliere le alghe di “simenza di vermi” che la violenza delle acque aveva strappato dai fondali e depositato sulla riva.

Poi a casa, dopo averle accuratamente lavate, le condiva in crudo semplicemente con olio, aceto, cipolla, capperi e peperoncino piccante.

Era un piatto delizioso. L’alga aveva una consistenza croccante e piacevolmente fresca al palato. Ricordo che mia nonna era anche solita fare colazione con un piatto simile.

Da allora non l’ho più assaggiata. Le mareggiate non la portano più a riva.

A volte ho avuto l’impressione di averla trovata sott’acqua, attaccata agli scogli: anche quest’estate ne ho preso qualche cespuglio, l’ho osservata da vicino, sforzandomi di riconoscerla; l’ho anche assaggiata, al largo, sperando che il senso del gusto fosse più preciso e sensibile della memoria visiva che sembrava tradirmi.

Forse l’ho anche ritrovata la “simenza di vermi”, il gusto e la consistenza sembravano quelle giuste, ma ormai non mi fido più. Il mare non è più pulito come una volta, quando ero solito sciacquare i ricci appena pescati con l’acqua del mare prima di mangiarli.

L’ho lasciata cadere dove si trovava, al largo, a circa duecento metri dalla riva, con un senso di malinconia e di profondo rispetto per il mare.

Nei miei sogni a volte, passeggio con mia nonna sulla riva del mare, bambino, e raccolgo ancora la “simenza di vermi”.

Antipasto siciliano

sabato, 1 settembre 2007

Antipasto siciliano 

La foto che vedete sopra raffigura un tipico antipasto che ero solito prepararmi quando ero giù in Sicilia e che, a seconda della quantità di pane, poteva all’occasione diventare anche pasto unico: una fetta di pane siciliano di grano duro, una fettina di pomodoro maturo e succoso, capperi raccolti nei monti Iblei dell’entroterra, pecorino speziato di Butera, peperoncino piccante a volontà, olio extravergine d’oliva di qualità, qualche goccia di limone. All’occorrenza si può anche aggiungere qualche fetta di cipolla di Giarratana, dolcissima, tenera e acquosa.

Per correttezza dell’informazione, la foto è stata scattata oggi a Monza: il pane infatti, come può notare un occhio esperto, non è quello tipico siciliano, ma quel surrogato di pane, spesso fatto con grano tenero, che si usa mangiare qui. Il resto è tutto rigorosamente doc. Fa parte della dotazione della mia scorta di sopravvivenza che mi sono portato sù dalla Sicilia.

Oggi ho pranzato così. Pensando al mio amico Ciccio che mi ha regalato i preziosi e gustosissimi (e piccanti) peperoncini raffigurati nella foto.

Questi sono regali da veri amici.

Trash d’autore: Brigantony

venerdì, 13 luglio 2007

Brigantony

Visto che ormai fra me e nexusdue, sul suo blog Conati di Silicio, si è scatenata una divertentissima guerra a colpi di citazioni e filmati kitsch, sugli eroi trash delle televisioni private siciliane, pugliesi e napoletane degli anni ottanta e novanta, adesso io - per usare una tipica espressione siciliana -  “ci calo il carico da undici”, ovvero per chi non è avvezzo al gioco della briscola, svento il colpo decisivo, da knock-down.

Nella fine degli anni settanta e negli anni ottanta imperversava nelle radio private siciliane un geniale e sanguigno cantante catanese, Brigantony – che adesso ha anche un suo sito web (guardate la sezione “Dicono di lui”) e anche l’onore di avere uno spazio addirittura su wikipedia - le cui audiocassette, come recitava la pubblicità al tempo, potevano essere trovate nelle migliori bancarelle. La mia adolescenza è stata anche allietata da successi di irresistibile comicità e salaci doppi sensi come ‘A sasizza, Nonno rock, ‘U Cavaleri ‘o Pub, ‘A cassa malatia, Mannatimi i soddi, Na vota ni lavaumu ‘da pila, Abbambata, A minchia o suli, ‘A nanna sinni fuiu, e così via.

Brigantony, che è il vero antesignano di Leone di Lernia, è stato autore di successi canori e parodie musicali sempre improntati a doppi sensi a sfondo sessuale, in cui la volgarità esplicita dei testi era sempre solare e genuina, come solo la gente del popolo sa esprimere. A volte i testi erano anche attraversati da un sano senso di rivolta antipolitica e populistica di stampo popolaresco.

Un grande improvvisatore Brigantony, un genio popolare le cui sfumature piene del dialetto, le pause comiche, i tempi teatrali, possono essere apprezzati pienamente solo da chi è siciliano al 100%. Forse è il vero erede di Domenico Tempio, l’autore catanese di opere poetiche satiriche e licenziose dell’Ottocento, quasi tutte in siciliano.

Possedevo quasi tutte le audiocassette di Brigantony, ora rimpiazzate dagli mp3.

Per la vostra gioia e quella di nexusdue, vi propongo di seguito due filmati trovati su Youtube in cui il genio di Brigantony si esplicita al meglio, prima in un parodistico TG, e poi in un surreale videoclip.

Ciccio Sultano

mercoledì, 4 luglio 2007

Ciccio Sultano 

Finalmente è on-line il nuovo sito web del Ristorante Duomo di Ciccio Sultano, a Ragusa Ibla.

Conosco Ciccio da venti anni ormai: i primi dieci, quando eravamo ragazzi, vissuti intensamente, praticamente sempre insieme, con l’altro mio grande amico Giovanni. I secondi dieci anni separati dalle distanze geografiche, dalle diverse strade professionali intraprese, ma sempre uniti nel cuore e nella mente, pur sentendoci e parlandoci pochissimo.

Sono quelle amicizie vere, forti e longeve come un ulivo saraceno, indissolubili, sincere, rese ancora più solide dalla lontananza. Amicizie in cui ci si può anche non vedere e parlare per un anno o più, e poi basta incontrarsi all’improvviso, scambiare uno sguardo, un’espressione, una battuta e sembra che il tempo non sia mai passato.

Adesso Ciccio è uno chef di fama nazionale: nel novembre 2005 ha ricevuto le ambitissime due stelle Michelin per il suo Ristorante Duomo, che gestisce in modo esemplare assieme al socio Angelo Di Stefano. Il suo talento viene riconosciuto anche dalla stampa internazionale.

Nella prestigiosa classifica de La Guida dei ristoranti d’Italia del Gambero Rosso (edizione 2007) il suo ristorante risulta al 18esimo posto, davanti addirittura ad un mostro sacro come Gualtiero Marchesi.

Ma qui non voglio dilungarmi sul Ciccio cuoco e chef di grande razza e delle sue creazioni gastronomiche. Altri, molto più competenti di me, lo fanno già sulle riviste specializzate e sui principali media.

Mi piace parlare di Ciccio come amico: una persona vulcanica, simpatica, estremamente determinata, intraprendente, sincera, con una fortissima convinzione nelle proprie capacità. E che è sempre rimasta tale e quale.

Insieme a Ciccio e a Giovanni, l’altro mio grande amico, abbiamo scoperto il jazz, abbiamo iniziato a fumare i sigari Toscano, abbiamo imparato ad apprezzare la buona cucina, il buon vino, le belle donne, la musica di Paolo Conte, Fred Buscaglione, Jimi Hendrix, The Doors, l’elenco non finirebbe mai.

Abbiamo sviluppato un particolarissimo approccio alla vita, molto ironico, scettico, sicilianamente cinico, ma al tempo stesso fortemente attaccato alla vita, ai sensi, alle sensazioni elementari, agli odori, i sapori, i colori.

Ricordo le lunghe passeggiate di notte, fra i vicoli barocchi di Ragusa Ibla, quando era ancora una città poco conosciuta, addirittura ignorata e snobbata dalla maggior parte della gente, e frequentata solo dai pochi abitanti, per lo più anziani.

Ricordo le lunghe fumate di sigaro seduti sulla gradinata del Duomo, a fantasticare sul futuro. Adesso il ristorante di Ciccio si trova a un centinaio di metri di distanza da quella gradinata, e Ragusa Ibla è splendidamente rifiorita, frequentata da turisti.

Ricordo le tante feste, le serate nella mia casa di campagna, a suonare assieme a mio fratello ed altri amici, in improbabili ma divertenti jam session di blues e rock, ispirati dal buon vino rosso.

Ricordo le passeggiate fra i campi di notte, con la luna piena e il caldo vento di scirocco che accarezzava l’erba alta, tanto da sembrare un mare.

Ricordo in particolare una cosa, che ci ripetevamo spesso, quando eravamo seduti in qualche posto dall’atmosfera magica della nostra Sicilia, in totale rilassatezza e sensazione di pienezza di vita, magari dopo una bella mangiata:

«Ti immagini? Fra 50 anni… che siamo ancora qui, seduti come adesso… un po’ più rincoglioniti, ma sempre gli stessi, a fumarci un sigaro e a guardare la luna piena, come quei vecchietti laggiù?»

È una delle cose più belle che mi tengo nel cuore.

Stop trivelle in Val di Noto: ennesima buffonata?

martedì, 19 giugno 2007

Trinacria

Come mi ha fatto notare il mio amico Alessandro in un suo commento al mio post sull’apparente vittoria e lo stop alle trivellazioni petrolifere in Val di Noto, sembra che le cose non stiano proprio così.

Sembra che lo stop riguardi solo l’ 11% del territorio del Val di Noto (equivalente a 86 kmq su 746,37),e in particolare solo le zone cuscinetto imposte per regolamento dall’Unesco, nonché le zone sotto vincolo totale archeologico e ambientale, come l’area di Noto Antica e la Riserva Naturale di Vendicari.

E che già l’8 luglio inizieranno con la prima trivella a Ragusa

Sento che i cabasisi mi stanno iniziando a sfirriari a velocità incredibile, per usare un modo di dire tipico di Camilleri e del suo Montalbano. E mi sto veramente incazzando per questa ennesima buffonata.

Se le cose stanno veramente così, bisogna ribellarsi a questa presa per i fondelli della popolazione locale e dell’opinione pubblica, occorre far continuare il tam-tam mediatico dei vari blog, far conoscere all’opinione pubblica la verità. Bisogna far sentire la propria voce.

I media non ne stanno parlando, ma hanno fatto credere che la rinuncia e lo stop fossero totali, non so fino a che punto per mancanza di approfondimento e quanto invece per malafade. Prodi ha inaugurato la Cattedrale di Noto, restaurata dopo una decina d’anni, mentre fuori i manifestanti NoTRiv esponevano i loro striscioni di protesta.

Leggo sul sito del comitato NoTRiv e sul sito L’isola possibile:

Non chiamatela vittoria del Val di Noto e della sua gente! Il Val di Noto è in pericolo oggi più che mai.

Il Comitato NoTRiv ritiene un insulto e un’offesa vergognosa l’annuncio di Cuffaro, dallo stesso presentato come una vittoria del Governo Regionale, della rinuncia dalla Panther Eureka a trivellare nei siti Unisco della Sicilia Sud Orientale.

Rinunciare all’ 11% del territorio del Val di Noto (equivalente a 86 kmq su 746,37), percentuale che corrisponde ai territori dei centri abitati e delle zone cuscinetto imposte per regolamento dall’Unesco, nonchè a zone sotto vincolo totale archeologico e ambientale, come l’area di Noto Antica e la Riserva Naturale di Vendicari, dove comunque mai e poi mai la Panther Eureka avrebbe potuto aprire pozzi gas petroliferi, PER POTER CONTINUARE INDISTURBATI A TRIVELLARE A LATO, appare l’ennesimo atto di violenza amministrativa e politica nei confronti di un intero territorio e della sua gente.

Annunciare questa “pseudo” rinuncia come una vittoria del Val di Noto, è una bugia che i media hanno l’obbligo morale e civile di smentire immediatamente e categoricamente: siamo di fronte ad una totale presa in giro e ad una trappola in cui il Comitato No-triv non cadrà !! Questo miserevole e indegno tentativo di Cuffaro e del Governo regionale, determinati oggi più che mai a difendere gli interessi delle compagnie petrolifere contro gli interessi del popolo siciliano, non sposta di un millimetro la nostra lotta e il nostro obiettivo: L’ANNULLAMENTO TOTALE E IRREVOCABILE DI TUTTI I PERMESSI DI RICERCA CONCESSI NEL VAL DI NOTO E IN SICILIA!

Val di Noto – Texas: 3-0

venerdì, 15 giugno 2007

Cattedrale di Noto

Alla fine, saranno state le ottantamila firme raccolte in pochi giorni dall’appello lanciato da Andrea Camilleri sul sito di Repubblica, sarà stato il fatto che all’estero ne hanno parlato molto, sarà stato il fatto che ormai l’operazione risultava indecente e non più difendibile agli occhi degli stessi texani possessori della compagnia petrolifera, fatto sta che il pericolo è stato sventato.

I texani rinunciano alle trivellazioni nel sito Unesco del Val di Noto. Per dirla in termini calcistici:

Val di Noto batte Texas 3-0!!!

Come direbbe in questo caso il buon Alex Drastico (Antonio Albanese): “Sono soddisfazioni, va! I cosi giusti s’anu a ddiri!”

Questa è la dimostrazione di quanto può essere oggi potente ed efficace la rete internet come strumento di democrazia dal basso. Cambiare si può, modificare la realtà è possibile: oggi abbiamo uno strumento dalle potenzialità incredibili.

Il tam-tam dei blog nella rete ha costretto in poche settimane la Rai a trasmettere il documentario censurato e osteggiato dalle gerarchie vaticane sui preti pedofili, e adesso ha costretto una compagnia petrolifera a fare marcia indietro.

Questo mi fa ben sperare per il futuro.

Dal sito di Repubblica di oggi:

ROMA – “La Panther Oil ha comunicato oggi alla Regione di aver rinunciato alle trivellazioni in tutto l’abitato della città di Noto, in tutto il sito Unesco e nell’intera area di Noto Antica, oltre alla porzione di area vicina alla zona sud-est della riserva di Vendicari”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, a Palazzo Chigi, nel corso della conferenza stampa di presentazione della riapertura della Cattedrale di Noto. Ma il wwf avverte: “Attenzione ai facili entusiasmi”.

A lanciare un forte appello per la salvaguardia della zona era stato Andrea Camilleri dalle pagine di Repubblica lo scorso sette giugno. L’appello, dopo essere stato sottoscritto da molti esponenti politici regionali e nazionali e da legambiente, era stato ripreso anche dal ministro dell’Ambiente e da ottantamila nostri lettori. Una settimana dopo l’articolo è stato anche tradotto dal francese Le Monde, dal Times e da Guardian. Il papà del commissario Montalbano chiedeva che venisse definitivamente e “irreversibilmente” stoppata la concessione data qualche anno fa alla società americana.

Per il governatore siciliano, “è un risultato del quale siamo fieri perché – ha sottolineato – in questi anni abbiamo lavorato e insistito moltissimo. Il governo regionale della Sicilia è sempre stato contrario alle trivellazioni nei siti dell’Unesco, che riguardavano comunque la ricerca di metano e non di petrolio, per la quale siamo contrari per tutto il territorio dell’isola”.
Nella lettera inviata dalla ‘Panther’ alla Regione Sicilia, a firma del presidente Jim Smitherman, si precisa che “la tematica che la città di Noto fosse patrimonio Unesco è stata utilizzata per avviare una campagna contro la ‘Panther’, come se la compagnia avesse davvero intenzione di perforare all’interno dei siti del Val di Noto. A tal proposito – continua la missiva – si ritiene che l’unico modo di eludere in maniera inequivocabile il problema sia quello di rilasciare l’area attorno alla città di Noto, vasta 8.600 ettari e che interessa l’intero centro abitato della città di Noto, l’intero sito Unesco del Val di Noto con annessa ‘buffer zone’, l’intera area di Noto antica e la porzione di area vicino alla costa sudorientale vicina alla riserva naturale di Vendicari”.

La ‘Panther’, in ogni caso, prima della dichiarazione finale premetteva che “la scelta dei siti da perforare sarebbe stata sempre puntuale e sarebbe stata quindi ovviamente indirizzata verso zone non interessate da qualità o pregi ambientali, paesaggistici e tantomeno nel centro di abitato della città di Noto”.

In realtà le ricerche sono bloccate dal 2003, ma la società americana ha reagito ricorrendo alle vie legali e la controversia è aperta. Secondo lo scrittore, un’eventuale ripresa delle trivellazioni avrebbe significato “distruggere in un colpo solo totalmente paesaggio e storia, cultura e identità bellezza e armonia a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi”.

Ma il Wwf non crede che la vicenda sia chiusa. “Attenzione agli entusiasmi – dice Anna Giordano dell’associazione ambientalista – guardiamo con estrema cautela alla decisione della Panther Oil di rinunciare alle ricerche petrolifere in un’area del Val di Noto. Una rinuncia che riguarda poco più del 10% (praticamente la superficie abitata) dei 746 chilometri quadri destinati alla ricerca”. “Del resto – aggiunge la Giordano – la società ha comunicato che già l’8 luglio è pronta a trivellare un pozzo a Ragusa, equivocando sull’istituto del silenzio-assenso (rispetto allo studio d’impatto ambientale che dicono di aver presentato), assolutamente non previsto sulle questioni che interessano l’ambiente”.

Vivere, vedersi, agire

mercoledì, 13 giugno 2007

 Luigi Pirandello

«Chi vive, quando vive, non si vede: vive…
Se uno può vedere la propria vita, è segno
che non la vive più: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina.
Perchè ogni forma è una morte
»
(Luigi Pirandello) 

Pirandello è uno scrittore che ho sempre amato, sia per una certa affinità spirituale – una sorta di empatia profonda dovuta al fatto di essere entrambi siciliani, per cui il mondo lo si vede e lo si vive in un certo modo, e nemmeno centomila parole potranno spiegarne le ragioni, più che il fatto di essere nati nella stessa terra, intrisi degli stessi umori, sentimenti, passioni, odori, colori… - sia per i temi da lui trattati, lo stile, la profonda suggestione che viene dalle sue opere, e non per ultima la sua ironia dissacrante, lucida, spietata.

Sarà anche per via del fatto che siamo nati nello stesso anno (il 67), seppur ad un secolo di distanza, che lo sento molto vicino.

Pirandello, come pochi altri nella letteratura contemporanea, ha raccontato il paradosso che la vita o la si vive o la si racconta, ma egli con il suo concreto agire ha di fatto cercato di far coincidere vita e racconto, teoria e prassi, forma ed agire.

Sto leggendo le sue “Novelle per un anno” in questo periodo. Ne conoscevo i racconti più famosi. Riscoprirlo di nuovo, ad anni di distanza dal periodo universitario, me ne ha fatto apprezzare ancora di più la grandezza.

Ho rivisto anche il film Kaos (1984) dei fratelli Taviani girato all’epoca nelle mie zone, in provincia di Ragusa, nell’altopiano ibleo. Ho rivisto l’episodio finale di quel film, Colloquio con la madre: pura poesia, puro incanto delle immagini e della musica.

Avevo 17 anni quando vidi la prima volta quel film, e alla scena dei ragazzi che salgono sulla grande duna bianca di pietra pomice a picco sul mare, di un blu accecante, e arrivati in cima guardano il panorama mozzafiato e poi si lasciano cadere giù fino a mare, rimasi ammaliato.

Quando 7 anni dopo, nel 1991, andai per la prima volta nell’isola di Lipari, nelle Eolie, località Canneto, e riuscii a trovare quella spiaggia e quella duna immensa e bianca creata dal lavoro della cava di pomice, e poi mi affacciai da sopra, a circa 50 metri di altezza, prima di lasciarmi andare giù saltellando nella sabbia finissima, con le gambe che affondavano fino alle ginocchia, e guardai il panorama, il mare blu, provai una fortissima emozione che ancora adesso mi riempie di felicità immensa.

Una comunione piena con la natura e la vita. Un’esperienza panica. La sensazione di annullarsi e fondersi con la natura, di svanire come persona e fluire in un’armonia più grande.

Vita piena, agire primordiale, senza quasi controllo razionale. Innocente e selvaggio come la natura.