Patti Smith - Smells Like Teen Spirit (2007)

14 giugno 2010

Non so se vi è mai capitato di venire folgorati all’improvviso e in modo del tutto inaspettato dalla bellezza di un brano musicale e di non potervene più liberare per giorni e giorni, come in preda ad una vera e propria malìa incantatrice.

Quella musica occupa la vostra mente, la vostra anima, ogni fibra del vostro corpo, non vi dà tregua. Andate a letto e mentre scivolate nel dormiveglia la sua melodia riecheggia dentro di voi. Vi svegliate e la prima cosa che pensate è di mettervi le cuffie e andare subito ad ascoltarla.

Una vera e propria passione amorosa, con tutti i sintomi classici dell’innamoramento. Se poi strimpellate uno strumento musicale, come capita a me con la chitarra, e vi mettete in testa di cercare di suonarla per possederla ancora più intimamente e farla ancora più vostra il quadro diventa più serio.

Se poi il brano in questione è una strepitosa cover di Patti Smith della celebre Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, beh, allora siete proprio persi, senza via di scampo. Vi conviene arrendervi, come me, e lasciarvi invadere dalla passione. Sono tre giorni ormai che ho ceduto le armi e lasciato via libera alla musica.

Questa versione di Smells Like Teen Spirit  è contenuta nell’album Twelve di Patti Smith, del 2007, che raccoglie per l’appunto dodici cover di brani a cui la cantante americana è particolarmente legata.

Manco a dirlo che sabato mattina la prima cosa che ho fatto è stata quella di catapultarmi subito in un negozio di dischi a comprare l’album, con il timore di non trovarlo. C’era l’ultima copia :-)

La cosa strana è che avevo distrattamente sentito questa versione di Smells Like Teen Spirit di Patti Smith poco dopo la sua uscita, nella seconda metà del 2007, ma complice forse la mia situazione particolare di quel periodo, non ne ero rimasto particolarmente colpito, anzi a dire il vero l’avevo dimenticata, mentre ricordo tuttora molto bene l’appassionata e sensuale versione ad opera di Tori Amos.

L’ho riascoltata venerdi, e stavolta è stato un colpo di fulmine. Sono tre giorni che ascolto il brano e che ci suono sopra con la chitarra, tanto che le mie figlie ormai la cantano anche loro.

L’arrangiamento di Smells Like Teen Spirit nella versione di Patti Smith è interamente acustico, impreziosito da banjo, violini, fisarmoniche, contrabbasso, chitarra acustica,  trasportato su una tonalità più alta, mentre il ritmo è molto più lento, reso quasi danzante e ipnotico. E su tutto svetta la voce eccezionale e l’interpretazione appassionata di Patti Smith, che alla fine, in un crescendo dionisiaco da brividi recita anche dei versi di una una sua poesia.

Nelle note di copertina Patti Smith scrive che originariamente voleva registrare Heart Shaped Box dei Nirvana (che tra l’altro ha per me il più bel video in assoluto della storia musicale recente), ma che poi una sera, mentre stava andando a teatro a Los Angeles a vedere una rappresentazione del Parsifal, rimasta imbottigliata nel traffico fra Malibu e Beverly Hills, improvvisamente alla radio passarono Smells Like Teen Spirit, e fu un’illuminazione.

Nella performance live che ho inserito all’inizio del video non ci sono i banjo, ma comunque il livello è strepitoso ugualmente. Per chi vuole fare un raffronto questa è la versione originale contenuta nell’album.

Patti Smith a sessant’anni sa ancora sedurre come poche, con una presenza scenica magnetica e un modo di muoversi che ipnotizza, una sciamana che celebra i suoi riti sul palcoscenico. La sacerdotessa “maudit” del rock graffia ancora. “È capace di generare più intensità con un solo movimento della mano di quella che la maggior parte degli artisti rock saprebbero produrre nel corso di un intero concerto“, scrisse Charles Shaar Murray su “New Musical Express”.

L’album intero è di livello molto alto.  I brani che mi sono piaciuti di più, oltre a Smells Like Teen Spirit, sono Gimme Shelter (Rolling Stones), White Rabbit (Jefferson Airplane) e Soul Kitchen  (The Doors), di cui allego i video.

L’arrangiamento della versione di White Rabbit riesce a ricreare molto bene, seppure in modo diverso, il carattere ipnotico e lisergico della bellissima versione originale dei Jefferson Airplane in cui era protagonista la grande voce di Grace Slick. A suo tempo ho dedicato un post nel mio blog proprio a White Rabbit, canzone che adoro da sempre.

Patti Smith - Twelve (2007)

1. Are You Experienced - 4:46 - (Jimi Hendrix)
2. Everybody Wants To Rule The World - 4:07 - (Tears for Fears)
3. Helpless - 4:02 - (Neil Young)
4. Gimme Shelter - 5:01 - (Rolling Stones)
5. Within You Without You - 4:51 - (The Beatles)
6. White Rabbit - 3:54 - (Jefferson Airplane)
7. Changing Of The Guards - 5:48 - (Bob Dylan)
8. The Boy In The Bubble - 4:30 - (Paul Simon)
9. Soul Kitchen - 3:45 - (The Doors)
10. Smells Like Teen Spirit - 6:31 - (Nirvana)
11. Midnight Rider - 4:02 - (The Allman Brothers Band)
12. Pastime Paradise - 5:26 - (Stevie Wonder)

È tempo di tornare a scrivere

7 giugno 2010

valle-ippari

«L’umanità, bella parola piena di vento,
la divido in cinque categorie: gli uomini,
i mezz’uomini, gli ominicchi,
i pigliainculo e i quaquaraquà
»
(Leonardo Sciascia - Il giorno della civetta) 

È tempo di tornare a scrivere.

Scrivere per fare chiarezza. Scrivere per analizzare, sintetizzare, cogliere l’essenziale, fissare quello che sfugge, fermare quello che fugge.

Scrivere per scrutare dentro me stesso senza ipocrisie ed eliminare quello che di superfluo si è andato stratificando nel corso del tempo, mirare all’essenziale con cristallina lucidità e ritrovare il senso che era andato smarrito. 

Scrivere per vivere. Vivere da uomo e da padre.

Scrivere per delineare una mia personale tavola dei valori, ritrovare i punti cardinali necessari ad orientarmi e trasmettere alle mie figlie la forza, la tenacia, l’umiltà e il coraggio necessari ad affrontare la vita con dignità.

Giacchè, come diceva Nietzsche: «Il mondo è divenuto ancora una volta per noi “infinito”: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite». (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882).

Scrivere, infine, per reagire alla barbarie, al vuoto totale di valori e al degrado morale, sociale, politico e culturale che ci sommerge in tutti i settori, dal lavoro alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni.

Scrivere come atto individuale e solitario di ribellione, se vogliamo come atto politico, nei confronti di una società che celebra l’ignoranza, l’egoismo sfrenato, l’arroganza e la sopraffazione come valori supremi. Una società in cui, per usare le parole di Sciascia, ”gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà” dominano incontrastati.

Sono rimasto per mesi ammutolito, nauseato dall’inverecondo e grottesco teatro di una scena politica italiana dominata da un guitto di teatro malamente imbellettato, un vecchio satiro di scarso intelletto e grande capacità delinquenziale che ha ammaliato e soggiogato quel che rimane delle menti di gran parte degli italiani.

Preoccupato dalla gravità della crisi economica internazionale e delle sue pesantissime ripercussioni a livello sociale soprattutto sui giovani, turbato e amareggiato dalle ferite gravissime inferte all’ambiente causate dalla sfrenata ricerca del profitto a tutti i costi, sono rimasto a lungo incapace di commentare qualunque fatto politico o di attualità senza evitare di usare il turpiloquio più greve e volgare, e per questo rinunciandoci a priori.

Adesso, ho deciso reagire, di ripartire da me. L’occasione della svolta, troppo a lungo nell’aria e rimandata, mi è stata offerta ancora una volta da un breve ma intenso periodo di  malessere fisico, da un corto circuito fisico e psichico, un blackout che costringe a recidere tutti i legami col mondo esterno, lavoro, famiglia, doveri. E rimani solo, a fare i conti con te stesso, in modo duro e spietato.

Due giorni di febbre a 40 passati nel letto, in quasi totale solitudine, senza mangiare, in una sorta di stato alterato della coscienza, un dormiveglia continuo inframmezzato da sogni, immagini ipnagogiche, deliri febbrili, ragionamenti lucidi e visioni psichedeliche.

Sono sempre stato convinto del grande valore terapeutico e riequilibratore che la malattia ha sulla nostra psiche. Non è infatti un caso che questa società psicotica tenda proprio a rimuovere la malattia e ridurre i tempi di convalescenza. Per evitare che uno si fermi a pensare e riflettere sulla vita che fa.

La malattia ha in sè qualcosa di profondamente rivoluzionario e destabilizzante per la società, un po’ come l’amore. Manda in frantumi tutto. E ben lo sanno i malati di malattie gravi, come i tumori. Paradossalmente la malattia può anche curare, ti aiuta a vivere in modo più genuino e autentico.

Durante quei due giorni di febbre alta, la seconda notte mi sono svegliato col cuore in gola perché avevo una sorta di allucinazione psichedelica talmente forte che credevo di essere preda di qualche effetto collaterale di interazione tra farmaci (antibiotici, antistaminici per l’allergia e paracetamolo): un puzzle caleidoscopico dai colori vivissimi e lucenti, continuamente trascoloranti che si aggrovigliavano in un vortice inarrestabile davanti a  me che mi impediva di dormire, una roba che credo nemmeno Jimi Hendrix sotto gli effetti dell’LSD avrebbe dimenticato, una visione talmente forte che anche da sveglio mi faceva dubitare di esserlo.

Sono riuscito a riprendere sonno solo all’alba. All’indomani, provato dalla febbre e dalla notte insonne, ad un certo punto mi sono detto: “Ma unni minchia stai iennu, Turi? Ma chi minchia stai faciennu? Ma pirchì nun ti fiermi? Ma chi ti cridi di esseri? ‘Na machina? Ma u sai ca magari i miegghiu machini si rumpunu? Di buottu?”

Per fuggire al vuoto dell’esistenza  mi son rifugiato nel lavoro, nella musica, nello studio della chitarra, come altri si attaccano alla bottiglia. In tanti, in troppi lo fanno. Io mi sono stufato.

Sono nauseato dal chiacchiericcio petulante e inconcludente dei tanti che su Facebook cercano di esorcizzare il proprio vuoto esistenziale nascondendosi dietro frasi banali e stereotipate che girano come micidiali catene di Sant’Antonio, mi sono rotto i coglioni di una società la cui massima espressione di creatività ed espressione individuale è fare lo ”Share” o l’”I like” su Facebook di qualunque cazzata venga proposta dal primo imbecille, voci che urlano inascoltate nella tempesta. Mi sono fracassato i cabbasisi.

È tempo di tornare a riappropriarmi degli spazi della mia vita per troppo tempo oppressi e soffocati dai falsi doveri e obblighi sociali che ci costruiamo come un’ipocrita corazza protettiva per evitare di rispondere alle domande che emergono dal nostro profondo.

So quello che voglio fare e come farlo, ce l’ho chiaro da un bel po’ di tempo. Adesso si tratta di mettere in pratica i progetti a cui tengo veramente, approfittando del fatto che quest’estate avrò un po’ più di tempo libero, visto che le bambine saranno al mare dai miei in vacanza.

In fondo, visto che di lavoro faccio il Project Manager, mi viene anche fin troppo facile: ho un progetto, ho degli obiettivi ben determinati e specifici da raggiungere, mi faccio un piano e lo eseguo con tenacia e determinazione fino alla fine. Anche quello che si fa di lavoro può risultare utile nella vita…

Mi viene in mente un’espressione che usai più di tre anni fa, quando aprii questo blog, giocando sull’assonanza e contaminazione di senso fra Ermeneuta e Eternauta:

L’ermeneuta è “il vagabondo delle infinite e sempre possibili interpretazioni, il triste e solitario pellegrino delle descrizioni provvisorie, delle ipotesi temporanee“.

Da oggi riprendo il mio vagabondare per tornare ad essere uomo.

Concludo con le parole di Leonardo Sciascia nel romanzo Il giorno della civetta (1961).

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

Litfiba - Re del Silenzio (Live 1988)

23 maggio 2010

Un’emozionante versione live del 1988 di “Re del Silenzio” dei Litfiba. Che energia e selvaggia sensualità che sprigionano sul palco!
Qui i Litfiba erano ancora con Gianni Maroccolo e Ringo De Palma. Mitici!

La performance e la presenza scenica di Piero Pelù sono veramente impressionanti, così come la pulsazione ritmica del basso elettrico di Gianni Maroccolo è martellante, implacabile, non dà tregua. Ma tutto il gruppo è al massimo.

E pensare che li ho visto dal vivo nel 1985 a Scoglitti, in Sicilia, giusto sotto il palco, quando stavano per diventare famosi. Che tempi!

Litfiba (1988)
- Piero Pelù (voce)
- Ghigo Renzulli (chitarra)
- Gianni Maroccolo (basso)
- Antonio Aiazzi (tastiere)
- Ringo De Palma (batteria)

Ballata delle madri - Pier Paolo Pasolini

4 maggio 2010

Per una volta, non ho parole.

Il testo de La ballata delle madri di Pier Paolo Pasolini è fin troppo eloquente, straordinariamente attuale nella sua classica inattualità.

E la vibrante e appassionata interpretazione di Vittorio Gassman, grande amico di Pasolini, non può che lasciare annichiliti.

Quanto ci sarebbe bisogno di uomini veri, di grandi italiani come Pasolini e Gassman con la loro spietata, lucida eppur poetica capacità di analisi nella povera Italia di oggi.

Ballata delle madri - Pier Paolo Pasolini

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Jan Garbarek & Ustad Fateh Ali Khan - Raga I

28 aprile 2010

Conosco e ascolto  la musica di Jan Garbarek, straordinario sassofonista norvegese, dal 1986. Ne possiedo la discografia completa.

L’ho visto tre volte in concerto. L’ultima volta è stata all’interno del Duomo di Monza, il 17 giugno 2005: un’emozionante performance dal vivo dell’album di musica sacra medievale e rinascimentale Officium, eseguita con l’Hilliard Ensemble, un quartetto vocale di voci maschili inglese specializzato nell’esecuzione di musica antica.

Una delle poche volte in cui mi è sembrato di esperire il senso del sacro e del divino, per quanto questi termini possano avere senso per uno agnostico come me, complice forse anche la particolare situazione personale ed emotiva in cui mi trovavo, assieme alla mia compagna. Un’esperienza che porto ben viva dentro di me come fosse ancora oggi.

Jan Garbarek decise di suonare il sax a 12 anni, dopo aver ascoltato alla radio il brano Countdown di John Coltrane, che lo sconvolse letteralmente. Ha iniziato suonando con i musicisti scandinavi di free jazz per poi esplorare tutte le tradizioni musicali del globo, acquistando uno stile personalissimo. Ha suonato con musicisti scandinavi, americani, europei, pakistani, africani, arabi, indiani… non c’è un’area geografica di cui non abbia esplorato la cultura musicale. Da ultimo anche la tradizione europea medievale e rinascimentale di musica sacra.

Ma quello che mi affascina, mi stordisce letteralmente è il suono del suo sax, il suo particolarissimo timbro musicale: Jan Garbarek è probabilmente il sassofonista che ha maggiormente lavorato sulla respirazione, le variazioni timbriche, la modulazione del suono, quel particolarissimo impasto di voce e fiato che dà vita al suono del sassofono.

Il brano che potete ascoltare nel video è tratto dall’album Ragas and Sagas del 1992 realizzato assieme a musicisti e cantanti pakistani. Un’album, se possiamo definirlo così, di musica sacra sulle tradizioni musicali di quella particolarissima area a cavallo fra India, Pakistan, Afghanistan e Tibet.

Pasqua sotto la neve

5 aprile 2010

cover1

Sono stato due giorni in montagna con le bambine. Sabato e domenica di Pasqua.

Non avevo idea di dove andare. La prospettiva di trascorrere il periodo delle feste pasquali in casa con le bambine non era certo delle più allettanti. Avrebbe messo seriamente a rischio la mia salute mentale. Due piccole donne contro un uomo solo, non c’è partita. Persa in partenza.

Per cui venerdi mattina stavo cercando ispirazione su internet per la “fuga”. Nessuna meta in mente, solo il desiderio di andare via da qualche parte. Mare o montagna? Nord o sud? Sapevo che il tempo sarebbe stato brutto qui al nord, era prevista pioggia in abbondanza, per cui cercavo un posto vicino senza poi costringermi a rimanere intrappolato nel traffico per ore.

Mentre mi barcamenavo fra questi dilemmi esistenziali senza venirne fuori, ad un certo punto becco on  line sulla chat di Facebook il mio amico Gaetano - ecco che serve a qualcosa, in fondo, Facebook  :-) - che visto il mare di incertezza in cui annaspavo mi lancia subito un salvagente inaspettato.

Destinazione Campodolcino, un paesino di mille abitanti in Valle Spluga, provincia di Sondrio, a poco più di mille metri di altezza, poco prima di Madesimo, famosa per gli sport invernali.

Mi sembra l’ideale. Distante appena 120 km, fuori dalle direttrici principali del traffico, posto tranquillo e dalle descrizioni molto bello. La prospettiva di pranzare a base di pizzoccheri, bresaola, funghi porcini e selvaggina mi toglie ogni altro indugio.

Riesco a prenotare in meno di dieci minuti una camera in un bell’hotel che mi ispira subito per le foto che vedo sul sito web. Problema risolto. Lo dico subito alle bambine che sono entusiaste.

Nel pomeriggio di venerdi, mentre preparo la valigia (poche cose, ma con due bambine bisogna essere previdenti ed essenziali al tempo stesso) mi chiedo:
Ma non è che devo portarmi le catene da neve? Ma no! Siamo già ad Aprile! Mica stiamo andando al Polo Nord!”

Per avere informazioni certe e in tempo reale telefono nuovamente al gestore dell’hotel che mi risponde:
Guardi, oggi è una splendida giornata, c’è stata giusto una spruzzatina di neve nella notte sulle cime, ma niente di particolare“.

Mi tranquillizzo,  ma alla fine, come in balìa di un presentimento, complice sicuramente la mia natura di uomo del sud, anzi di isolano cresciuto al mare, mi decido a portare lo stesso le catene. Mai decisione si rivelò più saggia!

Partiamo sabato mattina in auto, fra la pioggia, e arriviamo a Campodolcino verso le undici, con una pioggerellina insistente. Verso ora di pranzo la pioggia si è trasformata in una nevicata lieve lieve, che dona un fascino e un’atmosfera particolare al paese, quasi natalizia. Andiamo a mangiare in un “crotto” un ristorante tipico.

Nel primo pomeriggio smette di nevicare e vado in giro nei sentieri a fare delle foto. Il paesaggio è spettacolare, con le rocce scure e i dirupi selvaggi. L’albergo, che sta un po’ fuori dal paese in posizione isolata, ma sulla strada principale, sorge ai piedi di una montagna che incute timore per le sue alte cime, minacciose e coperte dalle nubi. Noto che l’albergo, da una certa angolazione, ricorda un poco l’Overlook Hotel del film Shining. Scatto delle foto.

Il laghetto di Prestone Vette fra i boschi L'hotel da un'insolita prospettiva

Dopo saliamo fino a Madesimo, 1.500 metri, dove nevica un po’ di più e la gente scia sulle piste. Torniamo giù a Campodolcino.

La sera, poco prima della cena in albergo, ricomincia a nevicare. Nevica fittamente, a falde larghe che ricoprono rapidamente tutto il paesaggio e le cose.

Sentieri fra i boschi Comincia a nevicare Abeti sotto la neve

Sono tranquillo perché ceneremo sul posto, e non devo muovermi in auto. Ma inizio a pensare all’indomani. Al ritorno. La strada fino a Chiavenna ha circa 10 km di ripidi tornanti in discesa, con dirupi e precipizi ai lati. Non propriamente il percorso ideale da fare in auto quando nevica.

Dopo cena la neve continua a cadere ancora, ma in fondo non in modo preoccupante. Le strade sono ancora praticabili. Usciamo con le bambine a fare delle foto, e poi alla fine, dopo essere stati un’oretta a giocare a carte nella “Stube” dell’albergo (un caratteristico ambiente con tipico arredamento di montagna in legno) le bambine a bere tisane e io a bere grappa, andiamo a letto.

Giocando sotto la neve fuori dall'hotel Paesaggio innevato Abeti sotto la neve

La notte non dormo molto bene, ho un presentimento. Mi sveglio alle 5 di mattina, apro la finestra del bagno e mi trovo davanti ad uno spettacolo mozzafiato. Tutto è ricoperto da una spessa coltre di neve. Nella notte saranno caduti 60 cm di neve fresca, e nevica ancora. Ritorno a letto sperando che per le dieci tutto sia finito.

Vana speranza. Alle 10 nevica ancora fortemente.

Rimaniamo nella calda e accogliente hall dell’albergo, dalla cui vetrata assisto alle scenette di automobilisti imprudenti che, pur dotati di pneumatici da neve, rimangono impantanati fra la neve. La strada, tra l’altro, è in discesa.

Fuori dall'hotel auto in panne Auto bloccate fra la neve Ci si prepara a partire

Alla fine, verso mezzogiorno, vedendo che non smette di nevicare, mi decido. Il termometro fuori indica una temperatura di-2 gradi. Tutto è ricoperto di neve. Lo scenario perfetto per un bel Natale in montagna. Solo che è Pasqua!

Ripulisco ben bene la mia auto, praticamente sommersa dalla neve (le ruote nemmeno si vedevano e non riuscivo nemmeno ad aprire gli sportelli) e mi apro con la pala un sentiero fino all’imbocco nella strada. Monto le catene da neve, imbarco le bambine e,  fradicio di neve e acqua e un po’ nervoso, con lo stesso spirito di avventura dei pionieri delle prime esplorazioni del Polo Sud, parto.

La strada è quasi deserta sotto la fitta nevicata, solo qualche mezzo dotato di catene va avanti, alcune auto sono ferme ai bordi. Io, lentamente procedo, e man mano acquisto maggiore fiducia nelle capacità di controllo del mezzo.

Finalmente, dopo 5-6 km di tornanti, una volta arrivati più a bassa quota, smette di nevicare. Solo nevischio misto a pioggia, e la strada è di nuovo praticabile. Pericolo scampato. Tolgo le catene in uno spiazzo ai lati di un antico santuario e riparto. Mai la prospettiva di arrivare in pianura mi è sembrata tanto attraente.

In viaggio sotto la neve Ormai fuori dalla nevicata Paesaggio a valle sotto la pioggia

Dopo una mezzora ci fermeremo a mangiare a valle, in un caratteristico ristorante. Nessuna traccia di neve, solo pioggia che bagna il verde brillante dei prati.

Ripenso al paesaggio invernale e alla tormenta di neve di appena mezzora prima e mi sembra tutto un sogno. Un bel sogno in fondo.

Oggi lunedi di Pasqua splende un bel sole.

Jimi Hendrix - Valleys of Neptune

2 aprile 2010

«I have plans that are unbelievable,
but then wanting to be a guitar player
seemed unbelievable at one time.»

(Jimi Hendrix)

Il 5 marzo è uscito l’album “Valleys of Neptune” che raccoglie 12 brani inediti di Jimi Hendrix, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Il più grande in assoluto, secondo il mio parere.

Valley Of Neptune illustra la straordinaria evoluzione creativa di Jimi Hendrix durante il 1969, l’anno più tumultuoso della sua celebre vita e carriera.

Questi 12 brani, mai pubblicati fino ad ora, includono le registrazioni finali effettuate in studio dall’originale trio “Jimi Hendrix Experience“, e testimoniano l’obiettivo perseguito da Hendrix di creare un seguito all’album Electric Ladyland, così come come i primi tentativi di Hendrix di intraprendere un nuovo corso musicale con Mitch Mitchell alla batteria e il bassista Billy Cox al posto di Noel Redding.  Da lì a poco infatti, verso la fine del 1969, Jimi Hendrix formerà la Band of Gypsys, costituita da soli musicisti neri: Jimi Hendrix (chitarra), Billy Cox (basso) e Buddy Miles (batteria).

Sono due settimane che non faccio altro che ascoltare questo straordinario album e la sensazione è come di trovarsi di fronte per la prima volta ad un nuovo album di Jimi Hendrix, come poteva essere a fine anni Sessanta. L’energia, la bellezza, la potenza visionaria che emanano da questo album mi hanno letteralmente rapito.

Preciso subito quali sono i miei brani preferiti, anche se è difficile:

Valleys Of Neptune

Si tratta del brano che dà il titolo all’album. Una stupenda dimostrazione di “rock psichedelico” alla Jimi Hendrix. Brano di grande complessità e ricchezza armonica e allo stesso tempo di una struggente bellezza melodica e di un ritmo irresistibile. Un capolavoro.

“Valleys Of Neptune” cominciò a prendere forma durante le sessioni del febbraio 1969 all’Olympic Studios. Jimi effettuò diverse registrazioni ed era desideroso di sviluppare questo eccezionale brano al suo pieno potenziale.
Hendrix continuò a raffinare ulteriormente la canzone lungo l’estate del 1969, registrando anche una sessione con solo Mitchell e il percussionista Juma Sultan.
Fu in un’animata sessione di registrazione del 15 Maggio 1970 alla Record Plant che prese forma la versione attuale. La take 5 di questa sessione combina la parte vocale di Jimi e le percussioni di Juma Sultan del 23 Settembre 1969.
Il lavoro su Valley of Neptune continuò negli studi della “Electric Lady Studios” di Jimi nel giugno 1970, ma un master finale non fu mai raggiunto prima della sua morte, avvenuta tre mesi più tardi.

Stone Free

Una nuova straordinaria versione del grande classico. Pubblicata nel mercato internazionale come lato B di Hey Joe nel dicembre 1966, la canzone non era mai stata pubblicata negli US, perchè la casa discografica non lo aveva incluso nella versione originale dell’album “Are you expereinced” nell’Agosto 1967.

Hear My Train A Comin’

Registrata in un singolo take il 7 aprile 1969, impreziosita dalla voce evocativa di Jimi e dal suo lavoro stimolante alla chitarra, questa versione riesce effettivamente a trasmettere l’energia incandescente che veniva fuori dai concerti del gruppo.
A dispetto della sua ovvia promessa, Hear My A Train Comin’ rimase tra i brani registrati in studio e mai pubblicati da Hendrix al tempo della sua morte nel settembre 1970.
Purtroppo questa registrazione fu più tardi montata e sovraincisa nel 1975 da musicisti che Hendrix non aveva mai incontrato e fu inclusa nel controverso album postumo “Midnight Lightning”. Adesso la registrazione originale del gruppo è stata restaurata e fa il suo debutto qui come parte dell’album.

Sunshine Of Your Love

Il grande classico dei Cream. I membri del gruppo di Hendrix ammiravano i Cream, e Sunshine Of Your Love era uno dei loro brani preferiti.
Per questa registrazione il gruppo di Hendrix utilizzò un arrangiamento esclusivamente strumentale come per le performance live del brano.
Adrenalina pura!

Red House

Una straordinaria reinterpretazione del grande classico blues di Hendrix pubblicato nel primo album “Are you Experienced?” Da brividi! Lenta, sensuale, ammiccante: l’essenza stessa del blues.

Crying Blue Rain

Un altro grande blues dalle sonorità quasi funky, impreziosito stavolta anche dalle percussioni.

11 delle 12 canzoni di “Valleys Of Neptune” furono registrate subito dopo la pubblicazione del celebre doppio album Electric Ladyland, le cui lunghe sessioni di registrazione, troppo estese per gli standard dell’epoca, allontanarono lo storico produttore (ed ex-bassista degli AnimalsChas Chandler dal progetto e incrinarono irrimediabilmente il rapporto tra Hendrix e il bassista Noel Redding.

Il tour europeo del Gennaio 1969 rivelò infatti la crescente disarmonia all’interno del gruppo, specialmente tra Hendrix e Redding, il cui rapporto si era ulteriormente deteriorato nei mesi precedenti.

Fu in questo contesto che Jimi Hendrix registrò nel corso del 1969, in diverse sessioni di registrazione, i brani raccolti per la prima volta in quest’album.

Per Hendrix lo studio di registrazione aveva assunto ormai un ruolo principale nello sviluppo di nuovo materiale e nella sua visione progettuale.
All’interno di questo ambiente creativo – sfuggendo alle incessanti richieste delle esibizioni dal vivo nei concerti – Jimi intendeva esplorare e sperimentare nuovi pattern ritmici da inserire poi all’interno della struttura formale di nuove canzoni.

Questo cambio fondamentale nella strategia confondeva Redding. Il bassista non condivideva la filosofia di Hendrix e considerava eccessive le molte registrazioni di versioni alternative (takes) che il chitarrista richiedeva durante le sessioni.

Fu per questo che nel Giugno 1969 Jimi Hendrix contattò il bassista Billy Cox, sperando che il suo vecchio amico potesse essergli di aiuto in questo periodo difficile della sua carriera.

Nello stesso perido Hendrix continuava a perseguire una serie di intriganti alleanze creative, sperimentando con gli ottoni, sitar elettrico, tastiere e percussioni.

Le prime sessioni di Jimi con Cox e Mitch Mitchell furono armoniose e produttive, una benvenuta trasformazione dalla tensione che aveva pervaso il lavoro in studio del gruppo nell’anno precedente.

Tracklist (ogni brano richiama il relativo video su youtube con la traccia musicale)

 1. Stone Free
 2. Valleys Of Neptune
 3. Bleeding Heart
 4. Hear My Train A Comin’
 5. Mr. Bad Luck
 6. Sunshine Of Your Love
 7. Lover Man
 8. Ships Passing Through The Night
 9. Fire
10. Red House
11. Lullaby For The Summer
12. Crying Blue Rain

Una curiosità. Il video e anche il progetto grafico dell’album prendono spunto da un acquerello originale di Jimi Hendrix ancora adolescente.

Shutter Island - Martin Scorsese

15 marzo 2010

 

Ieri sono andato al cinema a vedere Shutter Island, diretto da Martin Scorsese e interpretato da Leonardo DiCaprio.

Shutter Island è un thriller psicologico tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane, autore anche di quel Mystic River che nell’adattamento cinematografico el 2003 diretto da Clint Eastwood ha ottenuto l’Oscar per i suoi attori protagonista, Sean Penn e non protagonista, Tim Robbins.

Nel 1954, in piena epoca maccartista, i due agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est degli Stati Uniti, per investigare sull’improvvisa scomparsa di una pericolosa paziente che aveva ucciso i suoi tre figli, ricoverata presso l’istituto mentale Ashecliffe.

Il direttore dell’istituto, il dottor Cawley (Ben Kingsley) e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l’agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l’ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring (Max von Sydow).

Un uragano costringe i due agenti a prolungare il soggiorno sull’isola, durante il quale emergono particolari sempre più inquietanti, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti.

La ricerca della verità condurrà il protagonista, e lo spettatore, a scoprire una realtà assolutamente impensabile e sconvolgente, in un susseguirsi di colpi di scena e rivelazioni.

Shutter Island è un noir visionario e cupo che omaggia le atmosfere claustrofobiche alla Fritz Lang e certo cinema espressionista tedesco.

Shutter Island ci fa fare un viaggio sconcertante e tragico nei meandri più insondabili delle psiche umana, nelle pieghe più oscure  dell’animo, alle radici della follia, dove la violenza, la sofferenza e il dolore si stagliano in tutta la loro devastante potenza distruttiva.

D’altronde il film è ricco di soluzioni figurative e rappresentative che rimandano all’inconscio e ai suoi simboli: l’isola, il faro, il doppio, l’acqua, la scala a chiocciola che il protagonista risale nel finale rivelatore.

Il film è dominato, sin dalla sequenza iniziale, dalla presenza ossessiva e minacciosa dell’acqua che si estrinseca in varie forme: la pioggia incessante e violenta, le onde del mare in tempesta, l’inquietante tranquillità del laghetto che nasconde appena sotto la sua superficie una verità terribile e mostruosa, i rivoli e lo stillicidio delle tubature all’interno dei claustrofobici locali del manicomio, l’acqua scura delle pozzanghere.

Leonardo DiCaprio interpreta con grande bravura e sofferta identificazione lo smarrimento del protagonista perseguitato dai tremendi fantasmi del suo passato (gli orrori della guerra e del campo di concentramento nazista prima, e la tragica morte della giovane moglie dopo) dandogli credibilità e spessore.

Erano quasi due anni che non andavo al cinema, il che per uno che ha studiato Storia e Critica del Cinema e la cui aspirazione era di fare il regista non è per niente male. L’ultimo film che avevo visto al cinema è stato La ragazza del lago.

Mi sono preparato a questo evento speciale pregustandone il piacere come si fa per una cosa rara, quasi proibita.

L’occasione mi si è presentata all’improvviso per una serie di coincidenze (una festa di compleanno di bambini inaspettata a cui erano invitate le mie due figlie accompagnate dalla babysitter, che si è spostata di orario) e l’ho colta subito al volo, non me la sono lasciata scappare.

Sono andato al cinema emozionato come se stessi andando ad un appuntamento galante.

Da solo, nella fascia pomeridiana, con poca gente. Le condizioni ideali per immergersi completamente e senza distrazioni nell’atmosfera del film e assaporarne, nel buio della sala, ogni minima sfumatura.

Sono state due ore di grande cinema, due ore di grande piacere ed emozioni.

Il cinema, il grande cinema, deve essere vissuto con questa predisposizione d’animo affinchè possa regalare grandi emozioni da centellinare, assaporare, e poi conservare nel cuore per poter essere rivissute nel ricordo.

Lieve - Marlene Kuntz

5 marzo 2010

Da un po’ di mesi a questa parte l’unica cosa che mi permette di evadere dalla routine di tutti i giorni, dagli impegni del lavoro e della vita quotidiana, dalla cappa asfissiante e deprimente che avvolge l’intera società italiana, è la musica.

Ascoltare musica e suonare la sera la chitarra riesce a riconciliarmi nuovamente con la vita e quanto di bello c’è nell’esistenza.

Quando il senso delle parole (e delle cose) si perde nel chiacchiericcio sterile e vacuo di tutti i giorni, nello strepitio roboante e nel rumore di fondo che ci sommerge da ogni parte, la cosa migliore è tacere e riassaporare la sublime essenza del silenzio per poter poi ridare il giusto peso alle cose e alle parole.

E la musica, con la sua capacità di oltrepassare gli schemi logici e razionali, la sua misteriosa e ineffabile alchimia di suoni, emozioni e sensazioni profonde, può aiutare molto in questo percorso di pulizia interiore e ricerca dell’essenziale.

Ho scoperto circa sei mesi fa questa versione di Lieve dei Marlene Kuntz  che si esibiscono dal vivo al programma Storytellers di MTV il 23 novembre 2005, e mi ha colpito da subito soprattutto per il fascino e l’atmosfera particolare data dalla partecipazione di Gianni Maroccolo al basso elettrico.

Gianni Maroccolo, produttore di numerose pietre miliari della musica italiana degli ultimi 30 anni, è stato bassista e membro fondatore dei Litfiba e dei C.S.I., nonché scopritore e produttore dell’album Catartica, disco di esordio dei Marlene Kuntz.

Lo stile molto personale e particolare di Maroccolo si caratterizza anche per l’uso del plettro nell’utilizzo del basso elettrico, come si può vedere e ascoltare in questo brano. In particolare l’introduzione è tutta giocata sul registro acuto del basso, quasi a simulare la sonorità di una chitarra, e gran parte del brano verte su un’atmosfera molto intima e ipnotica, per poi esplodere verso il minuto 3:36, quando tutta la tensione e l’energia fino ad allora trattenuta si riversano all’improvviso sull’ascoltatore.

Non riesco a decidermi se sia più bella questa versione o quella, straniante ed enigmatica, che ne hanno fatto i C.S.I (Consorzio Suonatori Indipendenti) in una loro cover, anch’essa live, del 1994 alla trasmissione televisiva “Acoustica” della rete Videomusic.

Questo è il video della versione di Lieve dei C.S.I.

Anche qui l’introduzione e l’incessante ritmica, stavolta alla chitarra acustica, è sempre opera di Gianni Maroccolo

El Gaucho: the song

13 febbraio 2010

Un paio di giorni fa, mentre tornavo in auto, ho sentito alla radio un brano di folgorante bellezza che mi ha letteralmente stregato e catapultato all’improvviso dall’altra parte del mondo, agli antipodi, in un paesaggio fatto di pianure sterminate, cieli sovrumani e pascoli immensi, sudore e fatica.

El Gaucho“ è un film, diretto da Andrés Retamal, che narra di un viaggio attraverso l’Argentina rurale, la pampa, i rodei, i cavalli i Gauchos e la loro musica.

La musica del film è composta e prodotta da Christoph Müller e Eduardo Makarof  due dei membri del Gotan Project che per l’occasione hanno chiamato a raccolta musicisti del calibro di Melingo e i fratelli Flores e Gustavo Beytelmann, una vera esplorazione dellla realtà rurale dell’Argentina e della musica tradizionale passando per tango, milonga e zamba.

La canzone che sentite,  ”Andrés Retamal” è cantata per l’appunto da Daniel MelingoA questo indirizzo potete ascoltare un’anteprima dei i brani della colonna sonora del film.

Ho sempre avuto il sogno di fare un viaggio in Argentina, nella pampa sterminata, giù fino alla Patagonia, complici la passione per i romanzi di Bruce Chatwin e i racconti del grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, l’amore per il tango e il fascino che in me hanno avuto da sempre la canzone “Alle Prese Con Una Verde Milonga” di Paolo Conte e la musica di Gato Barbieri.

Chissà che adesso, non mi decida una buona volta a partire.