Perché l’ermeneuta (1)
Sono due i motivi principali per cui ho scelto l’ermeneuta come titolo del blog.
La prima motivazione è di carattere, diciamo così filosofico, ed è attinente all’intento generale e all’impostazione del blog, alla visione della realtà che ho sviluppato nel corso degli anni e al mio modo di approcciarmi al mondo.
Ermeneuta significa, alla lettera, “interprete”, e deriva dalla parola ermeneutica.
L’ermeneutica (in greco ermeneutikè), secondo l’etimologia greca deriverebbe da Ermes (Mercurio), dio della eloquenza e interprete degli dei dell’Olimpo: Ermes era il messaggero che portava i messaggi degli Dei agli uomini affinché questi ultimi li comprendessero meglio.
Con il termine ermeneutica (o teoria dell’interpretazione) si indicava anticamente l’insieme dei metodi e delle tecniche per l’interpretazione dei testi e documenti antichi, in particolare quelli di carattere sacro.
In realtà l’uomo che praticava l’ermeneutica, l’arte di interpretare i segni, all’inizio non era affatto un filosofo o uno scienziato, ma una sorta di uomo di fede.
L’ermeneuta era un personaggio che faceva da tramite tra il cielo e la terra, tra gli dei e gli uomini ed era caratterizzato da una sorta di “dàimon”, di demone o spirito, che si esprimeva nell’ispirazione.
Nel corso del Novecento, a partire dalla prima impostazione data da Schleiermacher, e sviluppando idee e concetti già presenti in Dilthey, e soprattutto in Nietzsche (1844-1900), furono prima Heidegger (1889-1976) e poi Gadamer (1900-2004), considerato il fondatore dell’ermeneutica contemporanea, ad allargare il campo di azione della disciplina e a concepire l’ermeneutica non più solo come un insieme di metodi e questioni tecniche, ma come una prospettiva filosofica che investe tutti gli aspetti della realtà e dell’esistenza umana, come struttura costitutiva dell’essere. Dice Gadamer:
«Chi si mette ad interpretare un testo, attua sempre un progetto. Sulla base del più immediato senso che il testo gli esibisce, egli abbozza preliminarmente un significato del tutto. E anche il senso più immediato il testo lo esibisce solo in quanto lo si legge con certe attese determinate».
L’interprete si avvicina ai testi, e alla realtà in generale, non con la mente simile a una tabula rasa, ma con la sua precomprensione, cioè con i suoi pregiudizi, le sue presupposizioni, le sue attese, e in base a questa sua memoria culturale egli abbozza una prima interpretazione.
Ogni interpretazione si effettua pertanto alla luce di quello che sappiamo, della nostra esperienza, del nostro sapere, della nostra cultura. Quando ci accingiamo a leggere un testo qualsiasi, o a vedere un film, un’opera teatrale, o ad interpretare un fatto o il comportamento di una persona, lo facciamo sempre alla luce delle nostre attese e aspettative, in base ai nostri pregiudizi, alle nostre presupposizioni e congetture: in poche parole modelliamo la nostra interpretazione su quella che è la nostra precomprensione.
Le nostre presupposizioni e congetture, le nostre aspettative mutano con il tempo. E questi mutamenti continui possono costituire altrettante occasioni di rilettura della realtà per nuove ipotesi interpretative. Ecco perché l’interpretazione è un compito infinito. Un’interpretazione che sembrava adeguata può dimostrarsi in seguito scorretta, perché sono sempre possibili nuove e migliori interpretazioni.
Tutti noi siamo ermeneuti, interpreti, protagonisti di un processo ermeneutico infinito: viviamo, osserviamo, analizziamo, interpretiamo, reagiamo di conseguenza.